Una nuova rubrica di NPG

PAROLE ADOLESCENTI

Virginia e il professore


13. La strana “realtà”

di Internet


200vdv
Caro Prof
uno "strano" cordiale saluto dalla mia nuova aula scolastica, la mia cameretta, da dove sono collegata per le lezioni di questo tempo con i prof e i compagni. All'inizio sembrava quasi un gioco, adesso è una "dura" drammatica realtà. Ma passerà, vero? E forse diventeremo tutti in qualche modo migliori, se consapevoli della bellezza e importanza dell'ordinario.
E visto che di questi tempi la comunicazione avviene perlopiù attraverso mezzi tecnologici, ho provato a rifletterci su e le mando queste righe, qualcosa che ho preparato per la scuola. Poi Lei mi dirà cosa ne pensa e se sono troppo idealista...
Capita spesso a tutti gli adolescenti come me di sentir parlare - a casa, a scuola e perfino al TG - del mondo di Internet e della tecnologia digitale, sempre più presente nella nostra vita. Molti sostengono che la nostra dipendenza dai telefonini sia preoccupante, pericolosa ed estremamente dannosa. Quando sentiamo queste affermazioni, noi adolescenti alziamo gli occhi (uffa, basta!) e non diamo di certo grande importanza alla "verità" che gli adulti stanno cercando di dirci.
Personalmente sento che gli adulti non hanno tutti i torti. Lo dico per la mia piccola esperienza: anche per me è tristemente preoccupante che molti preferiscano passare un intero pomeriggio con i pollici incollati alla tastiera di uno smartphone o al joystick di un videogioco, piuttosto che uscire, stare con i propri amici, chiacchierare insieme, o godersi un po’ di aria fresca (beh, non adesso, ovviamente!).
Si sente parlare molto di salvaguardia dell’ambiente e di cambiamento climatico e sono proprio gli adolescenti a prendere più a cuore di tutti questa problematica, ma per assurdo sono proprio gli stessi che, se si tratta di avere in mano un telefonino, non sono in grado di apprezzare una bella passeggiata in mezzo al verde.
La sincera e triste verità è che il mondo virtuale - finto e costruito - ci allontana dalla realtà.
Certo, sono anche convinta del fatto che Internet abbia tantissimi aspetti positivi. Può essere utile in molte occasioni e può essere un bellissimo svago se usato con intelligenza. Permette un accesso immediato a informazioni, notizie, anche alla cultura (ma non lo voglio certamente pensare come sostituto della scuola e dello studio e lettura personale).
E poi ci sono i social network. Sono estremamente positivi se si tratta di mettersi in contatto con gli amici, per conoscere nuove cose e avere un intelligente passatempo. Ma essi sono un'arma a doppio taglio, perché purtroppo non viviamo in un mondo ideale, privo di ignoranza e sofferenza. Essi sono anche strumento di fake news, di info tendenziose o sbagliate, anche false, calunnie, disprezzo, appunto "cyberbullismo", che purtroppo è davvero presente nella nostra realtà e ferisce ogni giorno migliaia di persone, soprattutto i più deboli e indifesi, e porta anche a tristi conseguenze.
Proprio per il fatto che la realtà di Internet sia molto lontana dalla vera realtà, quella fatta del quotidiano, degli incontri, delle fatiche, coloro che nella vita reale si sentono schiacciati e tristi, possono diventare tranquillamente i cosiddetti “leoni da tastiera”. Come dice il docente universitario Tom Nichols: “Internet permette a un miliardo di fiori di sbocciare e la maggior parte di loro puzza".
Perciò, cari amici adolescenti, dobbiamo imparare ad apprezzare la VERA vita, separandola dal mondo fasullo contenuto dentro al telefonino che teniamo in tasca.
Virgy
Ps. Grazie della risposta sul "sogno", il mio lo tirerò fuori dal cassetto, ne sia certo!


marco
Carissima Virginia,
dico spesso che “la vita c’entra con la scuola e la scuola c’entra con la vita”, e proprio questi giorni lo dimostrano chiaramente, visto che siamo contemporaneamente a casa e a scuola. Per quanto strano e per motivi così tristi, quello che stiamo vivendo è un unicum (da libro di Storia!) che non abbiamo scelto, ma possiamo scegliere come vivere al meglio e per il bene di tutti. Una delle nostre scelte per il bene ha a che fare proprio con la scuola e lo studio a distanza, è questo il modo per aiutare il nostro Paese, questa la nostra prima linea mentre altri sono in trincea.
La tecnologia è uno strumento da usare con equilibrio, da maneggiare con cura, e ciò vale per tutti, giovani e adulti. Non condivido, infatti, i discorsi sulla dipendenza dei tuoi coetanei dal web, o meglio ritengo che gli adulti non siamo messi meglio e che tutti abbiamo bisogno di educarci per usarli e non venire usati. La scommessa educativa va fondata su un metodo preventivo e sulle virtù del web! Chi conosce il nemico, chi lo studia da tempo, probabilmente non avrà bisogno neanche di combatterlo, poiché o se lo farà amico o eviterà di incapparci; lo stesso vale per chi, sin da bambino, in famiglia e dalle varie agenzie educative, è stato accompagnato con intelligenza e senso critico a scoprire i vantaggi e gli svantaggi delle nuove tecnologie e dei new media. Il tutto sempre arricchito da un dialogo aperto in famiglia, dalla testimonianza coerente degli adulti, dalla capacità di dosare i “sì” e i “no” che aiutano a crescere, dalla fiducia donata e restituita, dalla giusta libertà e la necessaria responsabilità.
Solamente l’educazione ci rende davvero consapevoli. La protezione di uno schermo, l’opportunità di conoscere moltissime persone fuori dal nostro piccolo mondo e senza complicazioni, la solitudine, la noia ci immergono in una realtà alternativa ammaliante, quasi un altro mondo. Qualcuno ritiene sia solo virtuale, pensando di convincere la propria coscienza che non c’è nulla di male, che “smetto quando voglio”, che nessun altro lo saprà mai; mentre ci si pensa, ci si perde facilmente, e il virtuale ci ha sbattuto contro la realtà che è fatta di carne e ossa, di relazioni faccia a faccia, di partecipazione alla comunità. Il salvagente, quello dell’educazione, va gonfiato da piccoli, cosicché poi con coscienza si vivrà il virtuale senza perdere il contatto con la realtà.
Non è tutto da gettare via e c’è molto di buono nel web e nei nuovi media, ma va cercato, trovato, studiato e persino prodotto. Anche questo è frutto di un cammino educativo necessario. Basta pensare a cosa cerchiamo normalmente su internet, quali contenuti condividiamo, che tipo di commenti o immagini postiamo personalmente, di quali gruppi facciamo parte; ognuno sa! Quando anche non siamo noi a cercare, cosa troviamo? Quali pagine ci vengono offerte pur non richieste? E non è solo la pubblicità, ma pure un universo di post privi di logica, pensiero critico, decenza. Non si tratta di essere troppo seri, bensì di non diventare banali, così come di evitare la violenza e la volgarità sia con le parole che con le immagini. Si dice che la cultura è ciò che fai di ciò che sai (o di ciò che sei!), ma pure l’espressione di un gruppo, una comunità, la società stessa. L’imbarbarimento da un lato è il non potersi più esprimere liberamente, dall’altro è il farlo senza alcun limite e rispetto per l’altro.
Carissima Virginia, il cambiare rotta è anche nelle tue mani, nel tuo impegno a scuola, nella tua passione per lo studio, nel modo in cui ti relazioni con gli altri, nel bene che fai agli altri, nella tua presenza sui social. Ti auguro di non tirarti indietro in questo campo, di non adattarti alla massa, di coinvolgerla da influencer con una prospettiva nuova. Coraggio e speranza!
Tuo Prof.
Marco Pappalardo

Gli sguardi della tenerezza

Enzo Bianchi

È possibile pensare ad altro, in questo tempo in cui stiamo soffrendo a causa dei diversi atteggiamenti da assumere per difendere da questo nemico invisibile noi stessi, le persone che amiamo e gli altri? Credo sia impossibile, anche perché non appena ci fermiamo a riflettere, ci poniamo inevitabilmente domande che non ci esentano dal pensare alla morte.
Sì, la morte che ormai ha colto non solo “altri”, ma anche persone care, qualcuno con un volto per noi riconoscibile, che aveva una famiglia, degli amici, un lavoro, una vita di relazioni.
Sappiamo inoltre che quanti muoiono per questo virus vengono portati via da casa e strappati improvvisamente agli affetti dei loro cari, affetti che non possono più essere manifestati; diventano da un giorno all’altro persone sole, in mano a estranei ed entrano in un processo medico che, pur curandoli, li fa sentire abbandonati. Quanti uomini e donne ho ascoltato in questi giorni dire: «L’hanno caricato sull’ambulanza, non abbiamo potuto seguirlo, né avere sue notizie fino a quando ci è giunta la comunicazione della sua fine. E poi nessun saluto neppure al corpo morto, ma solo una bara anonima tra tante altre portate via, senza un possibile congedo».
La paura di tanti, soprattutto anziani, è di ammalarsi e morire soli, lontani da chi si ama e senza neppure quei segni religiosi così importanti per chi ha una fede cristiana. Il sentimento che molti conoscono di fronte a questi eventi è certo la compassione, un “soffrire insieme”.
Questa compassione viene però vissuta in modo parziale, e in verità è ridotta a poco più che una semplice afflizione: sentimenti, emozioni, dolore, senza però poter compiere un gesto, senza poter fare nulla di concreto per chi soffre o muore.
Certo, si può anche piangere, ma senza potersi prendere cura di chi muore, in un’impotenza disperante.
Siamo chiamati ad accettare un “non fare” perché qualsiasi gesto ci è impedito, al fine di vincere questo male, di predisporre tutto perché la vita possa vincere.
Dobbiamo assolutamente accettare questa realtà, non esorcizzarla e neppure rimuoverla con espedienti che vorrebbero renderci ciechi e assicurarci un’immunità che non è per tutti. Siamo insieme “sulla stessa barca”, giovani e vecchi, insieme dobbiamo anche stare in silenzio e assumere queste domande mute senza cedere al fatalismo, bensì con la volontà di combattere contro la morte: la morte che deve interrogarci affinché prendiamo sul serio la vita. Pensare la morte, infatti, è pensare la vita, anche se in questo momento fatichiamo a comprenderlo.
Come scrive Fernando Savater: «Si diventa umani quando si assume, anche se mai del tutto, la certezza della morte». Intanto, proprio nello spazio chiuso nel quale in questi giorni siamo costretti ad abitare con quanti condividono con noi la vita, cerchiamo di avere sguardi di tenerezza, di scambiare parole che aiutino la convivenza, di amarci come viandanti che sanno che il viaggio finisce. Perché ciò che davvero conta è come si è percorso insieme il viaggio della vita.

(La Repubblica - 23 marzo 2020)

Dio e la peste

Alberto Maggi

Erano stati ormai quasi dimenticati. Se ne stavano ancora silenti e immobili nelle loro nicchie, confinati nel passato, quei santi che un tempo avevano svolto un ruolo talmente importante da oscurare persino la potenza di quel Dio al quale “nulla è impossibile” (Lc 1,3). Il Padreterno era considerato troppo lontano, i santi erano più vicini. Di Dio si aveva timore, nei santi confidenza. Dal Signore ci si aspettava i castighi, dai santi la protezione. Erano queste le effigie e le statue dei santi protettori, ognuno per la sua specialità, e ognuno per il proprio campanile, spesso in concorrenza tra un paese e l’altro.Alcuni santi sono stati imbattibili nella loro protezione, per esempio è difficile anche solo intaccare il primato assoluto di San Rocco, specializzato per la peste e protettore delle epidemie, alla pari con la “santa dei casi impossibili”, santa Rita da Cascia. Tra questi, in maniera abusiva, si era inserito anche il martire San Sebastiano. Non c’entrava nulla con la peste, ma le ferite causate dalle frecce scagliate nel suo corpo, furono viste come i bubboni provocati dalla pestilenza.E l’elenco è lungo, non c’è malattia che non abbia il suo santo protettore. Affidarsi all’intercessione di questi santi era, per i credenti nei secoli passati, l’unico rimedio per essere protetti da malattie, infezioni, epidemie. Poi a mano a mano che le scoperte scientifiche fecero grandi passi in avanti, (basta pensare l’invenzione, verso il XVII secolo, del microscopio), migliori condizioni igieniche, abitazioni più salubri, la creazione degli ospedali, la scoperta dei vaccini, fecero sì che gradualmente questi santi, pur rimanendo nell’affetto e nella devozione popolare, tornassero gradualmente a riposare nelle loro nicchie, muti custodi di un passato dove religiosità, superstizioni, credenze pagane si mescolavano assieme.Un tempo lontano, dove si faceva più ricorso alla loro intercessione, insieme con quella delle varie madonne, piuttosto che rivolgersi, come Gesù aveva insegnato, direttamente al Padre (“Voi dunque pregate così: Padre nostro…”, Mt 6,9), un Dio che “sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate” (Mt 6,7).
Mentre per pregare Dio occorreva situarsi in un luogo sacro, sinagoga o tempio, per pregare il Padre non c’è bisogno, si può restare nel proprio ambito, “quando tu preghi, entra nella tua camera” (Mt 6,6). Il destino di questi santi è stato identico a quello di una delle celebrazioni più importanti del passato, in un mondo prevalentemente agricolo, dove in aprile si svolgevano le processioni delle rogazioni, pressanti suppliche a Dio perché facesse piovere sui campi. Si dice, un poco irriverentemente, che sono state le irrigazioni a porre fine alle rogazioni… in realtà, con il perfezionarsi del servizio meteorologico, non c’è alcun bisogno di pregare per chiedere che cada la pioggia, basta osservare il meteo; se c’è una vasta area di alta pressione, si può pregare con tutta la fede possibile, ma non cadrà una sola goccia d’acqua. Era quello un mondo, dove tutto quel che accadeva si riteneva provenisse da Dio, sia il bene sia il male. Del resto, come insegnava la Bibbia, “Bene e male, vita e morte, tutto proviene dal Signore” (Sir 11,14), ed era credenza comune che non “avviene forse nella città una sventura che non sia causata dal Signore?” (Am 3,6).Per questo non c’era dubbio che la peste fosse un castigo, una maledizione mandata da Dio contro il popolo peccatore. Il capitolo ventotto del Libro del Deuteronomio, contiene una cinquantina di maledizioni scagliate contro i trasgressori del volere divino, e tra queste si legge che “Il Signore ti attaccherà la peste, finché essa non ti abbia eliminato dal paese” (Dt 28,21). La peste era usata come una minaccia sempre pendente sul popolo se non obbediva (“manderò in mezzo a voi la peste”, Lv 26,25), e quando questa arrivava, erano dolori: “il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato, da Dan a Bersabea morirono tra il popolo settantamila persone”. Poi, per fortuna, “il Signore si pentì di quel male e disse all’angelo devastatore del popolo: Ora basta! Ritira la mano!” (2 Sam 24,15-16). Se era Dio l’autore della peste, l’unico rimedio era mostrarsi pentiti dei propri peccati, digiunare, cospargersi il capo di cenere e vestire di sacco (Lc 10,13), offrirgli sacrifici sperando fossero a lui graditi.
Gesù, “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15), ha presentato un volto completamente diverso del Signore. È un Padre che è amore, e continuamente offre il suo amore agli uomini, indipendentemente dal loro comportamento. Nel Padre non c’è castigo, ma solo perdono. Il suo amore è talmente gratuito da essere “benevolo verso gli ingrati e i malvagi” (Lc 6,35). Sembrava che la comunità cristiana avesse finalmente capito questo, e compreso che in caso di calamità non c’è da rispolverare statue da portare in processione (con il progresso ora questi santi sono persino caricati su aerei che, come se fossero dei canadair, sorvolano il territorio in una sorta di disinfestazione spirituale). No, non c’è da supplicare Dio perché non mandi o arresti i suoi flagelli, perché non è lui l’autore, ma occorre collaborare attivamente con il Creatore, per la realizzazione del suo progetto sull’umanità sapientemente descritto nel Libro della Genesi (Gen 1-2), dove l’autore non descrive un paradiso irrimediabilmente perduto, da dover rimpiangere, ma profetizza un paradiso da costruire, realizzando la piena armonia delle creature con il creato e il suo Creatore.Un appello questo, da sempre pressante e urgente, come scrive Paolo nella Lettera ai Romani, perché “l’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio”, una creazione che “geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,19.22). Non c’è da chiedere a Dio che arresti la peste, ma c’è da rimboccarsi le maniche e liberare nuove inedite energie d’amore e di generosità capaci di arginare il male, nella certezza di essere “più che vincitori” (Rm 8,37), perché “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,5), e mai vinceranno.

(https://www.illibraio.it/dio-epidemia-1336240/)

3P e NPG

PPP e NPG 

Emozione e  gioia

Mentre festeggiamo la memoria del martirio di Padre Pino Puglisi, un amico ci manda questa foto.

Il Beato ha tra le mani una copia di NOTE DI PASTORALE GIOVANILE, e certo non per circostanza...
Siamo andati a verificare nelle annate passate quale fosse il numero della rivista, e abbiamo trovato (da immagine e colore) che era il n. 3 del 1982, con un dossier sull'educazione alla preghiera e - tra le rubriche - il racconto di una esperienza di lotta al disagio giovanile a Foggia.

Qui il link di quel numero. Anche questo è un modo per un legame spirituale con questa luminosa figura di martire e testimone, di educatore e pastore.