Giovani nel digitale

Esercizi di discernimento /8

«Hai visto su Internet?

Confini tra verità

e fake news»

Giacomo Ruggeri


Vero e falso a km zero…

Quando non c’era la televisione, né la radio e tanto meno internet, a far da grancassa e da eco a una notizia era la chiacchiera che passava da una bocca all’altra. Nei piccoli paesi questo fenomeno era (ed è) il pane quotidiano. Ma aveva vita breve, perché il perimetro ristretto del territorio e la conoscenza tra le persone, dava come esito finale lo svelamento della falsità e la rivelazione della verità. Eppure la capacità di ingannare è antica quanto l’uomo, al punto che il primo libro della Bibbia, la Genesi, nei suoi primi capitoli tratta dell’ingannatore, il serpente, e delle sue macchinazioni ingannatrici verso Eva e Adamo.
Questo, allora, vuol dire che non se ne viene fuori dalla menzogna come arte e regola della società? No, ovviamente. È bene dire, invece, che la zizzania cresce in mezzo al grano (Matteo 13). Ed è proprio Gesù, nella parabola, a fermare i servi interventisti che volevano portare via la zizzania, causando come conseguenza lo sradicamento anche del grano. Perché? Perché entrambi sono del medesimo colore, verde, difficile da distinguerli. Per essere riconoscibili e ben distinti tra loro è la maturazione di entrambe che permette di sradicare la zizzania e lasciare che il grano proceda nel maturarsi. Così avviene anche nelle dinamiche digitali: la fretta conduce sempre all’errore, mentre la verità è figlia della pazienza che matura in un passo saggio, giusto, onesto e che mi fa bene esercitare ogni giorno.

Hai visto su Internet che cosa è accaduto a…?

Provo a porre due casi concreti.
1. Primo caso. Un ragazzo del tuo gruppo dell’Oratorio, che conosci molto bene, te lo ritrovi su Internet con grosse accuse. E subito ti chiedi: ma non è possibile, lo conosco bene, so che non è capace di arrivare a tanto e di aver commesso quello che si dice di lui.
2. Secondo caso. I siti on line dei maggiori quotidiani battono la notizia che una suora ha partorito un bambino nascondendo la sua gravidanza all’interno del convento, per tutti i mesi della gestazione.
Ora, nel primo caso ti senti coinvolto fortemente, perché è un ragazzo dell’Oratorio dove fai servizio educativo, per di più è parte del tuo gruppo. Si, sei a conoscenza delle difficoltà che questo ragazzo ha in famiglia, delle sue problematiche legate alla relazione, alla fatica ad integrarsi con i suoi coetanei. Il fatto di dire «lo conosco bene» mi porta a riconoscere che, per quanto sia il suo educatore in Oratorio, non lo ‘possiedo’ educativamente parlando. Possedere nel senso di dire “so chi è”. La frase del salmo 63 «un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso» mi farà bene impararla a memoria per ricordarmi che avrò sempre qualcosa da conoscere in me e nell’altro.
Nel secondo caso, invece, apprendo la notizia così come la leggo. Non conosco la suora (anche se ho sentito parlare del suo Istituto e della sua Congregazione), ma non so nulla del fatto in sé. Mi baso unicamente su quanto leggo.

Che cosa fare in questi casi

1. La regola d’oro nel primo caso è di non rilanciare sui social la notizia senza averla prima verificata. Iniziare a inviare a tanti dei miei contatti la notizia del ragazzo dell’Oratorio con il pretesto di avere info, sapere se altri hanno particolari maggiori, produce l’effetto contrario: di alimentare confusione.
2. Proprio perché conosci bene il ragazzo, contattalo e cerca di capire da lui quali sono i fatti reali e concreti. Andare alla fonte è sempre la via maestra da perseguire.
3. Agli amici del ragazzo (oggetto di accuse da provare e verificare) chiedere quello che chiamo «il silenzio amicale digitale». Ovvero: se vuoi bene a questo ragazzo, e lo consideri tuo amico, ferma ogni forma virale di invio e commento sui social riguardante la sua vicenda. Ciò di cui, ora, ha bisogno è di amici vicini, non di amici che chiacchierano sui social su di lui, solo per capire cosa sia successo realmente. Anche la ricerca della verità ha bisogno di tempo, di verifica, di abbassare i toni, di conoscere i fatti reali e non del ‘si sente dire in giro’.
4. Evitando ogni forma di viralità della notizia, ripeto anche a fin di bene, è un modo concreto per proteggere lui, la sua famiglia, il tuo gruppo dell’Oratorio, il tuo don e gli altri educatori. Iniziare a creare clamore, aumentando la curiosità sui social è come prendere le forbici e tagliare la rete in tanti pezzi.
5. Il tuo amico caduto in disgrazia, invece, ha bisogno di una rete di protezione che non è sinonimo di giustificazione a priori (perché se uno sbaglia, sbaglia), ma ciò che non gli serve in questo momento è attivare una serie di ipotesi senza fondamento, per di più viralizzate sui social.
6. La cosa peggiore che un gruppo di amici può fare, in questo caso, è di far partire sui social una specie di dibattito, confronto, opinioni a ruota libera. L’educatore, in quanto tale, deve aiutare il gruppo si a confrontarsi, ma non sui social e non in rete. Un confronto de visu, faccia a faccia, e anche questo nella misura in cui serve ad arrivare alla verità, sgomberando il campo da illazioni, ipotesi senza fondamento, opinioni per sentito dire passate di bocca in bocca. Dibattiti che si attivano sui social anche tra genitori, non aiuta a fare chiarezza, ma spesso alimenta confusione e dubbio. Educare nel tempo dei social significa anche questo.
7. Se tu vuoi bene al ragazzo, non devi avere fretta di capire tutto e subito. Devi darti tempo e dargli tempo (perché arrivi a consapevolezza di quanto accaduto). La notizia sparata sui social ha l’effetto dinamite, ovvero, «esplodente» con la concausa di creare ulteriori feriti e morti. La curiosità è figlia della chiacchiera e questa è figlia della menzogna.
8. Nel secondo caso, della suora che ha partorito un bambino, quello che leggo è la punta di un iceberg, ovvero: mi baso sulle notizie che leggo. Come faccio a verificarle? Come riesco a capire qual è il confine tra verità, falsa notizia (fake news) e verità a metà? Mi è capitato di una religiosa, con vicende totalmente diverse, che me la ritrovo in rete con determinate accuse. Conoscendo l’Istituto e la Madre generale chiamo direttamente per chiedere lumi in merito. Ebbene: la Madre generale mi dice che questa notizia è la vendetta di una consorella che aveva messo in circolo la fake news creata ad arte, cercandosi una personale forma di rivincita.
9. Come a dire: prendere il telefono e informarsi direttamente con persone attendibili è la via da perseguire. Riportare avvenimenti e fatti nella loro vera collocazione è un modo per disinnescare la bomba del pregiudizio, della diffamazione, della creduloneria facile.

Difficile accettare la realtà? Mi creo la fake news di me stesso/a

Domanda: è realistico pensare che nella coltivazione quotidiana del mio profilo social, stia contribuendo a suon di click e di dita picchiettanti sullo smartphone a creare, passo passo, la fake news di me stesso? Secondo me, si. Una cosa è quello che definisco il «desiderio consapevole digitale» e un’altra è il «bisogno inconscio digitale».
Il desiderio consapevole digitale risponde all’attrattiva che i social network esercitano su di me: esserci, esserci con gli altri, sentirmi dentro e non fuori, farne parte con i prezzi che comporta. In definitiva: la cosiddetta ‘importanza di comunicare’ è come il due coppe quando comanda bastoni! Sono consapevole che più che l’essere nei social conta il «come» esserci in rete. E qui il secondo passaggio: dal desiderio al bisogno.
Il bisogno inconscio digitale, per dirla da non esperto della psicologia, risponde al reale bisogno di mostrare agli altri l’immagine di me che vorrei, ma che non ho; la persona che vorrei essere e non sono; ciò a cui ispiro e invece la realtà è un’altra. L’ingegnere che ha creato il cervello del social network sa bene dove andare a pescare, ovvero nel mio inconscio. In quella terra di mezzo dove sa bene come mietere e fare profitto (soprattutto di soldo sonante a 9 zeri).
Perciò, poiché la realtà di chi sono è difficile da accettare, ne creo una falsata. Divento la fake news di me stesso/a.
È quello che definisco il «profilo social ego-anelato»: è l’io-inconscio di me stesso che tende alla persona che vorrei essere, ma soprattutto la persona che voglio essere per gli altri, per come voglio essere visto/a, apprezzato/a, amato/a.
È il mio io che anela a un diverso da sé. Il prezzo che si paga? Basta citare parole come anoressia, bulimia, bullismo, blue whale, incisività dell’influencer, ecc.

Se lo dicono in tanti, allora… No

Un caro amico, docente all’Università Cattolica di Milano, Giuseppe Riva così scrive nel suo ultimo libro (Fake news, Il Mulino 2018, pp. 195, €14): «La creazione di fake news in grado non solo di modificare la percezione della realtà del soggetto – le fake news sono la realtà – ma di influenzare il soggetto fino al punto da spingerlo a condividerle in tempo reale in maniera spontanea e partecipata» (p. 38). E Riva prosegue affermando che «probabilmente questo è l’elemento che caratterizza principalmente le fake news moderne: la capacità di impattare sui soggetti e sui gruppi social con una velocità e un coinvolgimento mai visti prima nella storia della disinformazione» (p. 38).
C’è un vecchio adagio che dice: se lo dicono in tanti, in molti, allora vuol dire che è vero. Prova a verificare l’effetto di questa frase in una ragazza obesa, sempre nel mirino delle sue coetanee, arrivando al punto di sentirsi sbagliata, con esiti spesso mortali (suicidio). Non solo: pensa alla pervasività e all’incisività ultrapotente della parola “cicciona” viralizzata sui social e accompagnata da emoji di ogni tipo per aggravare la sensazione di malessere. La ragazza adolescente che sa di essere un po’ sovrappeso, rispetto alla norma, si vede viralizzata a suon di nomignoli, vezzeggiativi denigranti con l’intento di fare male, di colpire e premere il grilletto premendo invio sullo smartphone. Nel cervello si scatena il cortocircuito dell’inadeguatezza, dell’essere sbagliata e nel mondo sbagliato. Che fare? Basta falsare la realtà, creandomi un profilo social con un nome di fantasia e con foto che esaltano la bellezza. Mi sono creata la fake news di me stessa.
La realtà appena descritta è evidenziata da papa Francesco nel Messaggio per le Comunicazioni social del 2018, quando afferma che le fake news fanno «leva su stereotipi e pregiudizi diffusi all’interno di un tessuto sociale, sfruttando emozioni facili e immediate da suscitare, quali l’ansia, il disprezzo, la rabbia e la frustrazione».
Esercitare il discernimento nel confine tra verità e fake news è un dovere, non solo un impegno. A maggior ragione, come evidenzia Riva «i social media premiano con maggiore visibilità non tanto le notizie vere ma quelle più popolari» (p. 171).
Invito ognuno di noi, prima ancora di riconoscere la verità o la falsità in una notizia, ad accettare la verità di chi sono e di come lo sono. Potrà anche non piacermi, ma questo sono io (“This is me” è il titolo di una canzone diventata un famoso musical). Accettare non è sinonimo di fallire. Accettare è il primo passo per vivere, per esistere, per capire che il mio posto nella vita, nel mondo, e soprattutto agli occhi di Dio e di chi mi vuole bene, non è in un altro da me o in un altro me falsato e finto, ma in ciò che sono e che posso diventare.