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Le sfide aperte

sulla «casa comune»

L’enciclica oltre le critiche ideologiche

Luciano Larivera 

Qual è la visione del mondo che l’enciclica sociale Laudato si’ presenta ai nostri occhi? Essa appare un contrasto di luci e ombre.
Sullo sfondo di un universo in cui tutto è intimamente connesso, in relazione, e unito da legami invisibili, si dispiegano grandi sfide: appare chiaramente un conflitto tra una umanità capace di bellezza, armonia e solidarietà, e la situazione degradata del pianeta a causa dell’inquinamento ambientale e mentale, prodotta da una cultura dello scarto. La nostra società sviluppata appare «tossicodipendente» da energie fossili, divorata dalla velocità, frustrata da un indebitamento insostenibile, svuotata dal consumismo e dalle ideologie del profitto o del potere salvifico della tecnocrazia o del progresso umano illimitato.
Ma la Laudato si’ non è una forma di puritanesimo che colpevolizza e prefigura scenari apocalittici che ci puniscano. Né eleva l’ambientalismo a religione (gnostica) universale. Invita ad amare ciò che è sotto i nostri sguardi. Ispirandosi a san Francesco d’Assisi, il Papa spera che la sua Lettera enciclica «ci aiuti a riconoscere la grandezza, l’urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta» (LS 15). È annuncio di passione, risurrezione e gioia pasquale.
Si può inquadrare la sapienza dell’enciclica, con i princìpi operativi che indica: sicurezza ambientale, contro la fame, la violenza, le guerre, le mafie ecc.; sviluppo, «il nuovo nome della pace», disse Paolo VI; sostenibilità urbanistica, delle culture e degli stili di produzione e consumo; socialità, cioè destinazione della proprietà privata al bene comune, diritti umani e dei popoli, inclusione educativa, culturale e politica, equità, sobrietà, trasparenza e completezza dell’informazione ecc.; solidarietà con i poveri attorno noi, con le future generazioni, con ogni sistema e creatura vivente; sussidiarietà, dall’associazionismo familiare alle reti sociali di pressione politica, alle autorità statali e a quelle mondiali attualmente incapaci di governare la globalizzazione e la crisi ambientale, punire gli inquinatori e imporre riparazioni; subordinazione: da quella sacra a Dio e alla sua rivelazione che si manifesta anche nel «libro della natura», a quella alle scienze ecologiche sulla dinamica dei sistemi complessi non lineari, al diritto internazionale e alla ragionevole autoevidenza esistenziale della «pervasività e perversità» del paradigma tecnoeconomico.
Questa enciclica ha il primato di essere criticata prima ancora di essere stata letta, specialmente da coloro che ritengono pericoloso per i propri interessi che un Papa si occupi di tematiche ambientali.
È possibile dunque farne una lettura curiosa, attenta e meditata concentrandosi proprio su alcune critiche preventive che abbiamo letto sulla stampa.

La relazione con l’Onu

L’enciclica tratta di politica globale, ma senza adottare il linguaggio della diplomazia e del diritto internazionale. Non si appiattisce sulle Nazioni Unite, e rimanda a pochi documenti dell’Onu.
Ma non banalizza la complessità dei negoziati intergovernativi riducendoli alla misura delle categorie religiose.
Il Papa attira l’attenzione sulle vittime di tratta e schiavitù, che la Santa Sede domanda siano considerate «crimini contro l’umanità».
Anche questa è campagna pro-life. L’opposizione all’aborto (cfr LS 121) impone anche di schierarsi per la decarbonizzazione dell’economia [1].
Ma il Papa non intende proporsi come portavoce di altre religioni davanti all’Onu. O loro interprete autoritativo.
I 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals) e i rispettivi targets, che sono stati proposti alla discussione in vista della loro adozione al Summit dell’Onu di settembre, a cui interverrà Francesco, sono ben presenti nei discorsi diplomatici della Santa Sede [2]. Nei contenuti di fondo, tutti compaiono nella Laudato si’, ma non sono menzionati esplicitamente. Perché l’enciclica, da un lato, riflette sui fondamenti antropologi, religiosi e scientifici dello sviluppo sostenibile e dei suoi mezzi e dei suoi fini e, dall’altro, sottopone a critica radicale le enunciazioni formali (scientifiche o diplomatiche) che possono giustificare un approccio coerente alla conservazione di un paradigma culturale tecno-economico e relativista, come nel caso delle teorie del gender (cfr LS 156 e nota 121), o quando si giustifica l’aborto procurato per difendere la natura (cfr LS 120) o «determinate politiche di “salute riproduttiva”» (LS 50).
Perché «incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni è un modo per non affrontare i problemi» (ivi).
L’enciclica ribadisce gli interventi diplomatici della Santa Sede. L’ineguale distribuzione della popolazione crea ostacoli allo sviluppo e a un uso sostenibile dell’ambiente (cfr LS 50). Ma la crescita della popolazione mondiale non è in sé una minaccia [3]. E la sua decrescita veloce non è né un fine né un mezzo (neppure complementare ad altri). Il calo della popolazione sarà inefficace se non cambiano i modelli di produzione e consumo. Un obiettivo di depopulation rapida può «giustificare» politiche discriminatorie, coercitive o «volontarie», di sterilizzazione o l’impiego massivo dell’aborto tra le popolazioni più povere o l’eutanasia di anziani, disabili e malati terminali.
L’andamento numerico della popolazione, secondo l’enciclica, deve essere l’effetto congiunto sia di libere scelte per una paternità e una maternità responsabili, secondo la dottrina della Chiesa, sia di politiche di sviluppo umano inclusivo. È evidente che la fecondità femminile cala quando si permette alle bambine di studiare fino alle scuole secondarie e terziarie (e in ambienti protetti da abusi sessuali), quando si impediscono i matrimoni precoci, quando le donne non sono sottoposte al dispotismo violento dei mariti, quando possono accedere al mondo del lavoro e non essere confinate in casa.
Se la cura e l’educazione sanitaria si diffondono, e se il rispetto del corpo della donna e la promozione del suo ruolo sociale e politico diventano cultura dominante, allora non soltanto ci saranno meno gravidanze indesiderate, ma pure meno ansie di generare figli per timore che quelli già messi al mondo muoiano precocemente (o perché con pochi figli la propria dignità maschile o femminile viene svilita). Inoltre, se il mondo rurale viene aiutato a svilupparsi in modo sostenibile, «avere figli» non sarà più un modo per avere forza lavoro. E la natalità crescerà in modo tale che si potranno mettere al mondo bambini non destinati alla miseria.
Perché l’«eccesso di natalità» dei poveri nell’Africa Subsahariana, o nell’Asia Centrale e Meridionale, deriva dalla loro emarginazione educativa, sociale ed economica. Quando questa è abbattuta, allora «naturalmente» i genitori fanno scelte di generazione che permettano di dare ai figli prospettive di benessere.
L’enciclica condivide le aspirazioni di fondo delle Nazioni Unite. E, senza menzionarle, articola le sei categorie che il Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha elencato, lo scorso 4 dicembre, nel Synthesis Report on the Post-2015 Agenda («La strada verso la dignità entro il 2030: porre fine alla povertà, trasformare la vita di tutti e proteggere il pianeta»): dignity, people, prosperity, planet, justice, partnership. La Laudato si’ difende i diritti umani, ma la sua pupilla è la dignità umana. In primo luogo quella del lettore dell’enciclica, che è invitato a interrogarsi se vive un vita degna di essere vissuta e se vuole la sobrietà come mezzo («stile di vita») per essere felice.
La cittadinanza è pure una categoria presente nell’enciclica, ma non è centrale e si riferisce a quella nazionale. Non è il connotato principale dell’identità personale, anche se non si inficia il valore della sovranità statale che la cittadinanza presuppone. La Laudato si’ non impiega il termine «cittadinanza globale», neppure quando ribadisce la necessità di un’autorità politica mondiale.
Si limita ad impiegare «cittadinanza ecologica» in riferimento a un’educazione ambientale che però non sia meramente informativa ma riesca a far maturare abitudini corrette (cfr LS 211). Il Papa vuole infatti affermare, prima di tutto, che siamo fratelli e sorelle.

L’educazione affettiva alla sostenibilità ecologica

L’enciclica domanda una profonda conversione, anche di sentimenti e di gusto estetico, che vanno educati (cfr LS 215). Con le frequenti citazioni di documenti di episcopati nazionali, il Papa forma pure all’ecclesialità, perché il suo metodo di riflessione è sinodale.
Ed educa a un sensus Ecclesiae che è anche scientifico, politico ed economico, perché non tutto può essere argomentato e sostenuto biblicamente in modo diretto. Inoltre, l’enciclica mostra, ai non credenti e ai cultori delle discipline scientifiche e umanistiche, l’autocomprensione delle religioni, che include quella del loro ruolo nella politica internazionale [4].
La terminologia usata nella Laudato si’ è al servizio di un triplice percorso di ricerca della verità sulle questioni ecologiche. Si afferma un’ortodossia, un’ortoprassi e un’ortopatia. Dal punto di vista dell’ortodossia, l’enciclica è ancorata al magistero sociale pontificio.
Ripresenta i risultati scientifici meglio certificati. E si appella all’autoevidenza delle esperienze di coscienza retta del lettore. L’enciclica apre le orecchie perché si schiudano gli occhi. Chiede coerenza all’ «azione delle mani» in termini sia operativi (l’ortoprassi) sia liturgici (l’Eucaristia, la preghiera di tavola ecc.). Vuole «conversione ecologica» (LS 217), domanda «leadership» (LS 53) e «virtù ecologiche» (LS 88) contro il peccato e i vizi autodistruttivi.
Un fine non secondario della Laudato si’, che subito emerge dalla lettura, è l’intenzione di nutrire i cuori di sentimenti autentici (l’ortopatia). I temi ritornano in ogni capitolo, e non mancano ordine e sistematicità alla trattazione. Ma l’enciclica, metaforicamente, è anche una lunga respirazione bocca a bocca e un prolungato massaggio cardiaco. Questo entrare nel profondo, ad esempio con i riferimenti, in sequenza, francescani, biblici e a Romano Guardini, è educazione ai sentimenti veri da coltivare e da custodire. Occorre essere giardinieri della propria anima, non meri amministratori, per far fiorire la vera felicità e la pace profonda, che esulano dalle mere competenze professionali. Perché un’educazione che non sia all’amore, non è di qualità. Anche se l’accesso a tutti i livelli di scolarizzazione fosse garantito a tutti in tutto il mondo (magari). Ma ciò è impossibile senza valorizzare il ruolo della famiglia nell’educare all’alleanza tra l’umanità e l’ambiente (cfr LS 213) [5].
Allora l’argomentare di Papa Francesco in termini estetici, evocativi, metaforici e affettivi non è una strategia retorica o un rifiuto del metodo analitico e scientifico, ma l’unica maieutica possibile, in un testo scritto, per risuscitare i cuori induriti dall’indifferenza, per farli battere verso i poveri e gli esclusi, per riprendere a respirare con entrambi i polmoni spalancati sull’ambiente naturale e su quello umano. Soltanto così si diffonderà coraggio e speranza per affrontare l’immensa sfida climatica, senza trascurare le altre, ma insieme.

Il paradigma politico della liberazione

L’enciclica, per la potenza e nettezza che esprime, potrebbe erroneamente essere presentata come un manifesto rivoluzionario, oppure come un programma anarchico. Il Papa menziona la necessità di una «rivoluzione culturale» (LS 114), di una «liberazione» dal paradigma tecnocratico (LS 112), che nutre rapporti commerciali strutturalmente iniqui e falsi miti sui risparmi dalle economie di scala nell’accaparramento delle terre agricole e nell’industria iper-meccanizzata.
Occorre la diversificazione (cfr LS 191). Ma l’enciclica non esalta lo «Stato pianificatore» (LS 195), perché esso non è in grado di affrontare problemi globali che esigono soluzioni internazionali.
L’enciclica carica di significato esistenziale l’esperienza del lavoro.
Attacca l’alleanza potere-tecnica-finanza. Dipinge una sorta di nuovo «proletariato» parlando delle vittime del lavoro schiavista e della tratta dei migranti. Dunque sollecita all’esproprio proletario? L’ideale di Francesco è una trasfigurazione della «post-dittatura del proletariato» di Karl Marx? Abbiamo visto persino indizi di quel che potremmo definire un crescendo paranoico di domande inquisitorie su questa enciclica. Il Papa è un sindacalista rivoluzionario, perché invita alla «resistenza» contro il paradigma della tecno-finanza e chiede all’associazionismo di «fare pressione» e di «fare rete»? Ma queste azioni sono irrinunciabili in una democrazia vera che si basa sul diritto/dovere di partecipazione.
Lancia un grido di battaglia, quando afferma che «non ci sono vie di mezzo» (LS 194)? Non è socialismo o populismo denunciare le ruberie delle grandi corporations capitaliste. Non è «terzomondismo» porre tanta attenzione alle grosse aree urbane e alla progettazione delle periferie.
Non è comunismo scrivere di bene comune globale, di casa comune, di solidarietà dovuta dai più ricchi e inquinatori. Il Papa esprime la dottrina sociale della Chiesa. Egli non vuole «un’ecologia superficiale o apparente che consolida un certo intorpidimento e una spensierata irresponsabilità» (LS 59). E invoca processi educativi che plasmino la coscienza e l’affettività di giovani.
In realtà, la rivoluzione culturale che l’enciclica lancia ha un «alleato» potente e capace di violenza indiscriminata e terroristica: l’effetto serra. Ma il Papa non lo usa come randello per «persuadere» gli avversari ideologici. Neanche menziona nelle sue pagine l’espressione «la natura non perdona». Esige però il dialogo inclusivo, trasparente e onesto, senza abusi di potere e arbitrarietà. Chiede di rallentare la marcia dell’attuale crescita economica globale. E agli Stati più sviluppati propone di fermarsi o addirittura di puntare a «una certa decrescita» (LS 193). Pur non menzionando esplicitamente Washington e Pechino, sembra alludere a loro in quanto alimentano, rispettivamente, bolle finanziare e produttive (cfr LS 189). E di fatto esse sembrano spalleggiarsi per non decarbonizzare subito e drasticamente le loro economie.
Ma innanzitutto l’obiettivo della Laudato si’ è «un consenso mondiale» (LS 164) con il metodo dialogico e quattro princìpi [6].
Non pretende di definire le questioni scientifiche e di sostituirsi alla politica. L’enciclica convoca tutti a un dibattito onesto e trasparente perché le necessità particolari o le ideologie non ledano il bene comune. Anche tra i diversi movimenti ecologisti è chiesto un dialogo aperto e rispettoso (cfr LS 201). La Laudato si’ però offre la contro-ideologia del beato Paolo VI: «la civiltà dell’amore». Rilancia l’economia del dono, della gratuità, della felicità reale (oltre il Pil).
Papa Francesco non è affatto un «anarchico», come alcuni cercano di farlo passare. Infatti offre alcuni esempi di politiche e linee di dibattito pubblico. Allora è un ingenuo idealista? Niente di tutto questo. La dottrina sociale delle Chiesa ha i suoi limiti e la sua metodologia.
Non le bastano i proclami, né si affida solo alla preghiera.
Propone utopie ragionevoli senza però predefinire le migliori strategie o sposare un’ideologia politica, ma esigendo alleanze di bene.
Occorre stare attenti quindi a letture ideologiche della Laudato si’. L’enciclica attesa da milioni di persone. Ma può fare paura, anche perché si temono contrasti e polarizzazioni dentro la Chiesa cattolica.
Certamente condanna i peccati ambientali, impone a tutti responsabilità differenziata per capacità. Ma vuole che ogni persona umana goda di vera felicità e che ogni creatura dia gloria a Dio. E spera nell’indistruttibile capacità umana di riconoscere il bene e di perseguirlo con coraggio, perché ne vale la pena.
Ma non ci sono sconti politici. Il peccato originale c’è. E non sono possibili illusioni. Davanti all’esaurimento di alcune risorse, si affacciano «nuove guerre, mascherate da nobili rivendicazioni» (LS 57). Per questo «si richiede alla politica una maggiore attenzione per prevenire e risolvere le cause che possono dare origine a nuovi conflitti. Ma il potere collegato con la finanza è quello che più resiste a tale sforzo, e i disegni politici spesso non hanno ampiezza di vedute. Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?» (ivi).

Il paradigma dell’economia

Il Papa offre una meta-economia che è riflessione economica, perché critica le ideologie economiche e il sistema tecno-finanziario esistente, in quanto producono una cattiva economia sia teorica sia pratica.
L’enciclica offre una sintesi creativa e interdisciplinare che è rappresentabile come una «revisione di bilancio» della Holding Pianeta Terra. Il Papa propone criteri di corretta contabilizzazione nello Stato patrimoniale (debiti sociali, debiti ambientali, ipoteche delle future generazioni); migliori processi di valutazione degli investimenti in base all’impatto ambientale; una corretta quantificazione dei costi e degli ammortamenti in base all’impatto sociale e alle spese per ripristinare gli ecosistemi (anche umani).
Ma l’enciclica non impiega indicatori alternativi per misurare il benessere equo e sostenibile. Non sposa ad occhi chiusi la corporate social responsibility (cfr LS 194). Né si sofferma sulla finanza innovativa per lo sviluppo, né sulle politiche monetarie espansive. Tutto ciò potrebbe essere funzionale ai paradigmi usuali, limitandosi a dare un spennellata di verde con etichette di sostenibilità. Perciò tutto va verificato nelle circostanze concrete.
Il Papa non riprende in modo organico il tema dell’economia del dono e di comunione, come Benedetto XVI nella Caritas in veritate. Compie un altro passo avanti, sostenendo esplicitamente l’«economia circolare» (cfr LS 22; 192), cioè la progettazione e la realizzazione di prodotti e cicli industriali che non generino rifiuti, ma che sappiano rigenerare ogni elemento, anche gassoso, che entra ed esce dalla catena produttiva [7]. E così implicitamente «sposa» l’approccio della Commissione europea, che a fine 2015 lancerà una più ambiziosa circular economy strategy [8].
L’enciclica, però, stigmatizza un mercato, esteso globalmente, di «crediti di emissione», a cui Bruxelles punta con l’opposizione di Washington, Pechino ecc. [9]. Il Papa non invita esplicitamente a passare dal carbone al gas o al nucleare civile, ma a sostituire i combustibili fossili (cfr LS 26). E sembra criticare la geo-ingegneria, che per ridurre l’effetto serra può produrre danni ambientali peggiori.
Il Papa non è contrario agli ogm e alla chimica in agricoltura, dopo una corretta analisi dell’impatto socio-ambientale. E offre a tutti una check-list di come effettuarla in modo onesto e non fazioso.
L’enciclica è polemica con le grandi corporations che delocalizzano inquinamento e corruzione. Il Papa afferma nuovi titoli di proprietà: per ogni persona, all’acqua ad uso alimentare e igienico personale; per i campesinos, alla terra e a un suo uso sostenibile; per tutti, a un’informazione e a una ricerca scientifica non privatizzate, trasparenti e non in ostaggio di interessi economici particolari. Si ribadisce che il diritto alla libertà economica è tale se è accessibile anche ai piccoli imprenditori, in primo luogo agricoli.
L’enciclica non nega la bellezza di molti prodigi della tecnologia, come i grattacieli e gli aerei; e chiede responsabilità nella diffusione e nell’uso di internet. Francesco non sembra però un alfiere della robotica, perché mira al lavoro dignitoso per tutti. E non apprezza certo gli investimenti nella cyberwar, che non menziona, quando denuncia le nuovi armi ad impatto ambientale, come i virus informatici progettati per fare esplodere impianti chimici, nucleari ecc.
La Laudato si’ domanda una revisione dei bilanci delle corporations, in primo luogo energetiche, che devono scartare l’idea di usare tutte le loro riserve di idrocarburi. Certifica così un altro «bilancio consolidato» dell’ecosfera, perché l’economia (come scienza e come prassi) è tale soltanto se integra l’ecologia umana e ambientale e computa correttamente il valore del tempo (quindi dei prezzi), come non seppero fare il marxismo e il comunismo sovietico. L’enciclica Laudato si’ attesta la prossima bancarotta della Holding Pianeta Terra, se non ci sarà una nuova strategia. Non il semplice fallimento perché ci sono dolo, truffe, ruberie, «distrazioni di capitali».
Alla loro scadenza, tra pochi decenni, i debiti ecologici e sociali non saranno rimborsabili. E le giovani e future generazioni saranno alla fame, alla sete, all’asfissia, alla guerra e alle prese con migrazioni forzate. Chi potrà conservare la sua ricchezza economica? Non ci saranno né eredità né rendite.

Una «rivoluzione culturale»

Non mancheranno i detrattori della Laudato si’ per ammutolirla (o almeno farla presto dimenticare) con pettegolezzi sulla sua stesura, scoop, sterili polemiche, polarizzazioni politiche, facili compromessi intellettuali, informazione noiosa, divulgazione estetizzante o pseudoscientifica. Ma la «rivoluzione culturale» che l’enciclica propone è coerente con la trasformazione dell’Agenda post-2015 delle Nazioni Unite. Entrambe in modi diversi criticano, nelle cause e negli effetti, l’antropocentrismo moderno, dispotico e assolutista.
Chi non si domanda: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo? […] A che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?» (LS 160).
Sono domande centrate sull’uomo, perché a fondamento dell’enciclica non c’è il biocentrismo, che rinnega due valori emergenti del cosmo: la libertà responsabile e l’intelligenza linguistica degli esseri umani.
La Laudato si’ è anche teocentrica. Ma nell’enciclica è centrale la riflessione antropologica: l’umanità è al centro, ma il Creatore è il Centro (ma non «accentratore»!). Non esiste un gruppo sociale centrale.
Tutti siamo periferici, quando gli altri ci tengono lontani dal cuore. E tutti siamo membri irripetibili dello stesso corpo vivente.
Ogni persona e famiglia sono incentrate in una specifica cultura, area abitativa, rete di relazioni ecologiche. Ed è la sussidiarietà a fondare la centralizzazione di alcuni poteri. Non viceversa.
Il discernimento e l’impegno personale non sono delegabili alle leggi. Non esistono meccanismi organizzativi centralizzati che pre-risolvono i guai, come se il vero problema fosse l’incoercibile libertà umana. L’antropologia cristiana non è dispotica, ma liberante.
Non è accentratrice, ma è «dispersa» per servire al sistema integrato naturale-umano e per dare gloria a Dio ovunque. Essa è «casta», «povera» e «obbediente», considerando che la Laudato si’ menziona diverse figure di consacrati con la professione religiosa.
È un’«antropologia casta», perché l’umanità è interpellata a cercare il bene comune del pianeta e non il proprio bene come unico interesse. Questa rettitudine di intenzione ha come test di purezza il rispetto sacro del valore di ogni creatura, che non va brutalizzata, e il rifiuto del consumismo, che manca di pudore.
Inoltre, la sobrietà che domanda il Papa non è avarizia, ma generosità con tutte le creature.
Ad esempio, si afferma il dovere di lasciare corridoi biologici perché gli animali terrestri in pericolo possano emigrare, senza però dichiararlo un loro diritto giuridico.
È una povertà che ci fa ricchi, perché la felicità è piena soltanto se può godere della gioia di chi esce dalla paura e dalla miseria.
L’antropologia dell’enciclica è «obbediente», perché assume il principio della vera subordinazione, ossia di obbedire ai limiti che ogni vera libertà deve darsi, senza ribellarsi ai limiti planetari. L’ambiente locale e globale non può essere sfruttato fino al suo «punto di rottura». Quindi occorre subordinare le scelte degli investimenti al principio di precauzione, che deve essere massima se essi interferissero massicciamente sulla biodiversità e sui servizi ecosistemici, ad esempio sui grandi bacini fluviali come il Congo (cfr LS 38).
Infine, l’obbedienza è mantenere le promesse, è rispettare i patti assunti in sede Onu. I Paesi (ma pure le corporations e le persone) più ricche, anche di capacità organizzative e tecnologiche, si devono assumere una parte significativa del finanziamento per lo sviluppo sostenibile e inclusivo. In particolare servono nuove agenzie internazionali indipendenti, come un Fondo Globale per l’Educazione [10].
L’occasione si presenta subito, dal 13 al 16 luglio ad Addis Abeba, per la Third Financing for Development Conference.

NOTE

1. Cfr «Chanchellor Msgr Marcelo Sánchez Sorondo’s reply to First Thing», in www.endslavery.va 2. Cfr L. Larivera, «L’anno dello sviluppo sostenibile», in Civ. Catt. 2015 I 464-474.
3. Cfr A. Annett, «Sustainable development is about decarbonization, not depopulation (May 4, 2015)», in www.commonwealmagazine.org
4. Cfr L. Larivera, «Religioni e crisi ecologica», in Civ. Catt. 2015 II 579-591.
5. Cfr l’intervento, lo scorso 3 giugno, del segretario di Stato, card. Pietro Parolin, a Parigi per i 70 anni dalla fondazione dell’Unesco, in Oss. Rom., 4 giugno 2015, 4 s. Cfr anche l’humanistic approach in Unesco, «Rethinking Education. Towards a global common good? (May 2015)», in www.unesco.org
6. «La realtà è superiore all’idea» (LS 110); «il tutto è superiore alla parte» (LS 115); «il tempo è superiore allo spazio» (LS 178); «l’unità è superiore al conflitto» (LS 198).
7. Per il caso italiano, cfr Symbola, «Waste End. Economia Circolare, nuova frontiera del Made in Italy», marzo 2015, in www.symbola.net
8. Cfr http://ec.europa.eu/environment/circular-economy
9. «La strategia di compravendita di “crediti di emissione” può dar luogo a una nuova forma di speculazione e non servirebbe a ridurre l’emissione globale di gas inquinanti. Questo sistema sembra essere una soluzione rapida e facile, con l’apparenza di un certo impegno per l’ambiente, che però non implica affatto un cambiamento radicale all’altezza delle circostanze. Anzi, può diventare un espediente che consente di sostenere il super-consumo di alcuni Paesi e settori» (n. 171).
10. Cfr J. Sachs, «Financing Education for All (March 21, 2015)», in www.project-syndacate.org/ Id., «Un nuovo Bill Gates per piani su ampia scala», in Il Sole 24 Ore, 7 giugno, 21; Id., L’era dello sviluppo sostenibile, Milano, Egea, 2015, 497-503.

© La Civiltà Cattolica 2015 III 23-34 | 3961 (11 luglio 2015)

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