Mistero

Inserito in NPG annata 2006.

 

Spiritualità dello studio /6

Armando Matteo

(NPG 2006-07-53)

 

L’etimologia di una parola è spesso la chiave giusta per afferrarne l’esatto significato. Chissà quante volte avrai sentito usare – ed utilizzato tu stesso – il vocabolo «mistero». «È un mistero» si dice, oppure «sono cose misteriose», alludendo in tal modo a realtà che sfuggono alla nostra conoscenza, in qualche modo poste al di là dei suoi limiti e per le quali ogni nostro sforzo di comprensione sarebbe destinato a risultare inefficace. Ma cosa svela l’etimologia della parola «mistero»? Mistero ha radici lontane: deriva dal verbo greco myo (in particolare dalla forma al futuro) che significa chiudere, serrare. Molto probabilmente l’oggetto sottinteso di tale azione sono gli occhi e le labbra: chiudere gli occhi, serrare le labbra. Esattamente come accade ai miopi, quando senza occhiali vogliono vedere qualcosa da lontano e dovendo focalizzare bene l’oggetto chiudono leggermente le palpebre (qualcuno dice che non solo i miopi, ma anche i topi – che in latino sono detti appunto mus – siano «parenti poveri» della parola mistero). Oppure pensa a quel gesto così spontaneo di portare una mano davanti alla bocca per esprime le nostre emozioni di meraviglia e di stupore, allorché ci venga comunicata una gradita e inattesa notizia.
Questa è la strada da percorrere, per decifrare il senso autentico del termine «mistero». Da quanto detto deriva, perciò, che la parola mistero non serve a segnalare qualcosa che sfugga alla nostra intelligenza – se ci pensi bene se proprio sfuggisse alla nostra intelligenza non potremmo neppure dire che esso sfugge alla nostra intelligenza, perché almeno in questo non sfuggirebbe ad essa e cioè per il fatto di poter dire che ci sfugge; piuttosto mistero è ciò la cui vastità (ed inesauribilità) richiede sempre nuovi sforzi di comprensione e di attenzione. È ciò la cui ampiezza e profondità, bellezza e maestosità, impone percorsi di conoscenza più lunghi.
Ma che c’azzecca il mistero con la scuola o con l’università?
Quando un giovane come te inizia l’esperienza dello studio (a scuola e poi all’università) di norma alimenta le ragioni del suo impegno alla meta che legittimamente si propone nella sua esistenza. Lo studio, quindi, viene vissuto come un mezzo che permette di soddisfare legittime aspirazioni in ordine al tipo di vita che si vuole condurre. Pertanto, all’inizio, interpretiamo in modo strumentale l’avventura della conoscenza: studio perché desidero altro, perché ho in mente quello scopo o quell’altro. Ciò, tuttavia, non impedisce di poter gustare, durante il periodo degli studi, momenti di grazia particolare: come l’afferrare un’idea, il cogliere con totale trasparenza il passaggio di un ragionamento, oppure assaporare la sublime fantasia e la delicata precisione di uno scrittore o di un poeta – e cosa dire quando facciamo nostra la sorvegliata attenzione degli inventori e dei ricercatori di ogni specie? Ebbene proprio in tali momenti la nostra anima tocca lo sfondo più remoto e accogliente di ogni conoscenza e di ogni scienza: perché in quegli attimi proviamo «la gioia della conoscenza». La nostra mente è, allora, totalmente afferrata da ciò che ella ha afferrato e lo contempla in sovrana libertà. Non solo. In quegli istanti capita anche di comprendere che abbiamo colto solo un’idea, un pensiero, un passaggio, un paesaggio dello spirito, ma quanti altri potrebbero essere ancora compresi, conosciuti, fatti nostri? Solo con questa riflessione di secondo grado (che ritorna sulla nostra riflessione), la nostra intelligenza «tocca» lo sfondo di mistero, che ci avvolge da ogni lato. Tale sfondo, così percepito, si mostra inesauribile e ampio, e fa vedere che gli spazi della nostra anima e della nostra intelligenza sono molto più estesi di quanto in genere non si tenda riconoscere. È un’esperienza, poi, che svela quanto il percorso di studio fin lì da noi condotto sia solo un piccolo solco in un campo generosamente già abitato da altri prima di noi e nel quale vi è ancora molto possibile cammino da fare. È un’esperienza che rivela, infine, i limiti di una dimensione puramente strumentale e professionalizzante della conoscenza. È solo a questo livello che si può accendere la passione autentica per la verità, da cui sgorga quella sincerità e onesta di stile che contraddistinguono per sempre l’uomo nobile di spirito dal ciarlatano.
Abbiamo già parlato di Socrate. Vorrei ora narrarti un altro episodio della sua vicenda. Un giorno fu chiesto all’oracolo di Delfi chi fosse l’uomo più intelligente della terra e l’oracolo indicò proprio Socrate. Riferita la cosa, il filosofo commentò la notizia, affermando che la motivazione di quell’investitura consistesse nel fatto che egli riconosceva senza alcun problema «di sapere di non sapere». Cosa intendeva Socrate con questa espressione? Desiderava dire che, rispetto all’infinto sapere possibile – al mistero, appunto –, la conoscenza umana resta sempre in cammino, sempre protesa ad ampliare lo spazio delle sue conquiste e delle sue invenzioni. Proprio la consapevolezza di un tale «scarto», che è – è bene ripeterlo – uno scarto positivo, diventa l’origine di ogni vera sapienza, di cui Socrate resta uno dei massimi esempi tra coloro che hanno calpestato il suolo del nostro pianeta.

Per continuare a riflettere

Mi piace farti dono di un testo poco conosciuto. Si tratta di una lettera di san Tommaso inviata ad un giovane monaco, che aveva chiesto al più grande teologo e filosofo che la Chiesa abbia mai avuto qualche consiglio per impostare la sua vita di studio. È passato un po’ di tempo da quando quella lettera è stata scritta, ma mi sembra che abbia ancora qualcosa da dire anche per te. Fammi sapere.

Giovanni, in Cristo a me carissimo, poiché mi hai chiesto in che modo tu debba applicarti allo studio per acquistare il tesoro della scienza, ecco in proposito il mio consiglio: non voler entrare subito in mare, ma arrivarci attraverso i ruscelli, perché è dalle cose più facili che bisogna pervenire alle più difficili.
Questo è dunque il mio parere, che ti servirà di regola. Voglio che tu sia tardo a parlare e restio a scendere in parlatorio: abbi una coscienza pura, non tralasciare di attendere alla preghiera; sii amante della tua cella; mostrati amabile con tutti; non essere per nulla curioso dei fatti altrui; non essere troppo familiare con nessuno, perché la familiarità eccessiva genera disprezzo, e dà occasione di trascurare lo studio; non t’intromettere in nessun modo nei discorsi e nei fatti dei secolari [coloro che non sono monaci]; non divagare su tutto; non lasciar d’imitare gli esempi dei santi e dei buoni; non guardare chi è colui che parla, ma tieni a mente tutto ciò che di buono egli dice; procura di comprendere ciò che leggi e ascolti.
Certificati sulle cose dubbie, e studiati di riporre nello scrigno della memoria tutto ciò che ti sarà possibile; non cercare cose superiori alla tua capacità.
Seguendo queste norme, produrrai fiori e frutti nella vigna del Signore, in tutti i giorni della tua vita. Mettendo in pratica questi insegnamenti, potrai raggiungere la mèta alla quale aspiri. Addio.
(Lettera di San Tommaso a uno studente, riportata in I. Taurisano, La vita e l’epoca di San Tommaso d’Aquino, ESD, Bologna 19912, 199).

Per la preghiera

Ti propongo ora di pregare con l’aiuto dei primi dieci versetti del capitolo 13 del libro della Sapienza. È un testo semplicemente stupendo, per finezza del suo ragionamento e per la delicata forma della sua scrittura. Duemilaseicento anni di vita e non si vedono!

Davvero stolti per natura tutti gli uomini
che vivevano nell’ignoranza di Dio.
e dai beni visibili non riconobbero
colui che è,
non riconobbero l’artefice,
pur considerandone le opere.
Ma o il fuoco o il vento o l’aria sottile
o la volta stellata o l’acqua impetuosa
o i luminari del cielo
considerarono come dèi,
reggitori del mondo.
Se, stupiti per la loro bellezza,
li hanno presi per dèi,
pensino quanto è superiore
il loro Signore,
perché li ha creati lo stesso
autore della bellezza.
Se sono colpiti
dalla loro potenza e attività,
pensino da ciò quanto è più potente colui che li ha formati.
Difatti dalla grandezza e bellezza
delle creature
per analogia si conosce l’autore.
Tuttavia per costoro leggero
è il rimprovero,
perché essi forse s’ingannano
nella loro ricerca di Dio
e nel volere trovarlo.
Occupandosi delle sue opere,
compiono indagini,
ma si lasciano sedurre dall’apparenza,
perché le cose vedute sono tanto belle.
Neppure costoro però sono scusabili,
perché se tanto poterono sapere
a scrutare l’universo,
come mai non ne hanno trovato
più presto il padrone?
Infelici sono coloro le cui speranze
sono in cose morte
e che chiamarono dèi
i lavori di mani d’uomo,
oro e argento lavorati con arte,
e immagini di animali,
oppure una pietra inutile,
opera di mano antica.

Un libro da non perdere
E. Salmann, Presenza di spirito. Il cristianesimo come gesto e pensiero,
Messaggero, Padova 2000