Il servizio civile, risorsa e sfida per la pastorale giovanile

Inserito in NPG annata 2006.

 

Andrea Sebastiani - Federazione SCS/CNOS

(NPG 2006-07-69) 


«Si potrebbe dire che il servizio civile costituisce, nell’attuale momento storico, un segno dei tempi.» Anche la Chiesa intende fare spazio a questa preziosa riserva di energie, collaborando con le Istituzioni civili alla ridefinizione del quadro giuridico entro cui dar vita al nuovo servizio civile. Per tale ragione, i Vescovi hanno voluto ribadirne alcune importanti coordinate, quali la formazione della persona, la scelta preferenziale per i poveri e gli emarginati, la diversificazione delle proposte secondo gli interessi e le attese dei giovani, il rilancio del servizio civile quale contributo al bene comune, l’attenzione alle situazioni locali e a quelle dei Paesi emergenti o segnati dalla guerra. Attraverso la scelta dell’obiezione di coscienza e il servizio civile, si è intensificata la cooperazione tra la Chiesa, i giovani e il territorio. Ciò ha reso possibile, sin dal 1976, la programmazione di itinerari di crescita umana e cristiana con significative e diversificate esperienze di solidarietà».
(Discorso di Giovanni Paolo Il ai partecipanti all’incontro promosso dall’UNSC, 8 marzo 2003)

«Ai giovani voglio ricordare l’importanza di guardare al volontariato, e al servizio civile, come a una scelta di crescita personale, non soltanto come a un’occasione per fare del bene. Aiutando gli altri, aiutiamo noi stessi. Ci arricchiamo di ideali, di esperienze che ci serviranno per tutta la vita».
(Carlo Azeglio Ciampi, Presidente della Repubblica Italiana, 31 dicembre 2003)


37.800 nel 2004, 45.000 nel 2005, sono questi i numeri dei giovani che nel corso degli ultimi 2 anni hanno svolto il Servizio Civile. Una nuova esperienza giovanile che da marzo del 2001 è a disposizione dei giovani del nostro Paese, una proposta di politica giovanile unica (almeno con tali caratteristiche e così articolata) nel contesto europeo. Le riflessioni presenti nell’articolo raccontano un’esperienza specifica, legata al contesto dei Salesiani in Italia, è l’esperienza del Servizio Civile Nazionale che i Salesiani hanno vissuto nei 4 anni precedenti.


BREVE STORIA DELL’OBIEZIONE DI COSCIENZA E DEL SERVIZIO CIVILE

La storia del Servizio Civile è un’esperienza di coraggio e fatica che i giovani si sono conquista contro le leggi dello stato, nel sospetto generale delle comunità cristiane e con la determinazione degli ideali che diventano realtà. Possiamo individuare diverse tappe di questo percorso, che dura da più di 30 anni con esiti non sempre lineari, e che ha visto protagoniste la caparbietà e il coraggio di molti giovani che hanno pagato in prima persona la coerenza alle proprie idee e ai propri valori (D. Sigalini in Educamondo, Ave, 2005).

Il coraggio di quei giovani… (dal dopoguerra agli anni ‘70)

I primi giovani che si dichiarano obiettori di coscienza risalgono ai primi anni Sessanta, in un contesto di grande compattezza ideologica e di tradizione cristiana. Nel contesto italiano appaiono una serie di nuovi fermenti: le lettere di don Milani, don Mazzolari, il filosofo Capitini, l’esperienza del sindaco di Firenze La Pira, i gruppi giovanili missionari. L’obiezione di coscienza conosce momenti di coinvolgimento capillare e di grande fascino propositivo. Le prime esperienze si caratterizzano per essere scelte individuali dettate da motivazioni politiche, ideologiche o religiose. Il primo obiettore «cattolico» sarà Giuseppe Gozzini il quale afferma: «Ho rifiutato di indossare la divisa militare perché il servizio militare contrasta con la mia coscienza di cattolico». Egli e altri giovani, in contrasto con la legge dello Stato che prevedeva come unica possibilità lo svolgimento del servizio militare, scelgono per motivi di coscienza di non voler svolgere tale servizio (subendo il carcere), circondati dal biasimo da parte della comunità politica e, purtroppo, della comunità ecclesiale (cf Caritas Italiana, Obiezione alla violenza. Servizio all’uomo, Ega, 2003).

L’obiezione di coscienza diventa «legale» (dal 1972 al 1985)

Nel 1972 viene approvata la prima legge (672/72) che «concede» la possibilità di optare per una obiezione di coscienza che si traduce in Servizio Civile. In questo periodo nel quale gli enti pubblici e privati non profit stipulano convenzioni con il Ministero della Difesa per l’accoglienza di giovani obiettori di coscienza. Per i Salesiani, le prime convenzioni vengono stipulate dal centro «S. Domenico Savio» di Arese (1974) e dalla «Comunità Strada di Emmaus» di Foggia (1977), 2 centri nati per aiutare minori e giovani in condizioni di disagio ed emarginazione, ad indicare che gli obiettori di coscienza non svolgono soltanto mansioni di routine, ma sono messi alla prova nella loro capacità di relazionarsi con soggetti difficili, di fornire un modello positivo a ragazzi segnati da esperienze negative, sperimentando concretamente la solidarietà.
Ma l’obiezione, come prevista dal legge 672, ha ancora qualcosa di punitivo, restrittivo, nei confronti dei giovani, infatti:
- il Servizio Civile dura più a lungo della ferma militare (18 mesi anziché 12);
- è una concessione e non un diritto della persona: per decidere se un giovane può fare l’obiettore si riunisce presso il Ministero della Difesa un’apposita commissione, il «Tribunale delle coscienze», che verifica e giudica le motivazioni del giovane.
È questo un periodo caratterizzato dalla purezza delle motivazioni, dovuta al fatto che il Servizio Civile costa fatica e sacrificio, un periodo nel quale molti giovani ridefiniscono la propria vita in un contesto di generosità e di esperienza di comunità. In questo contesto l’obiezione diviene sempre meno una testimonianza individuale e acquista una connotazione politicamente motivata (Sigalini, cit.).

La seconda generazione di obiettori: esplosione quantitativa e calo qualitativo (dal 1985 al 2001)

Dal 1985 vi è un notevole incremento quantitativo dei giovani che scelgono l’obiezione di coscienza: si passa dalle 5.600 domande del 1987 alle oltre 100.000 del 1999. Questo è dovuto anche al fatto che diverse sentenze della Corte Costituzionale eliminano alcuni aspetti negativi e restrittivi della legge 672. Lo sviluppo numerico dei giovani obiettori produce diverse conseguenze. L’obiezione diviene un fenomeno di massa rivelandosi una risorsa non trascurabile per la società italiana, e la cultura della non violenza entra nelle pieghe della cultura del paese. Come afferma Mons. Nervo, l’obiezione di coscienza, e in modo particolare l’apporto degli obiettori «cattolici», permette di coniugare: «il no alle armi con il sì al servizio e alla solidarietà». Nello stesso tempo occorre riconoscere che i giovani obiettori non sono sempre chiari nei propri obiettivi e determinati nei loro scopi, sia per mancanza di conoscenze, sia per difficoltà nel prendere decisioni. In questo contesto gli enti e le comunità in cui i giovani sono inseriti, i corsi formativi, gli incontri periodici, aiutano decisamente ad approfondire e a crescere, a chiarire le intenzioni e a motivare le scelte.
È un periodo nel quale, ad uno sviluppo quantitativo, si associa un generale calo della qualità delle motivazioni e dell’impegno.

La fine della leva obbligatoria (2000)

Nel novembre del 2000, il Parlamento approva la legge attraverso la quale il nostro Paese si doterà (a partire dal 2007, anticipata poi al 2005) di un esercito di professionisti. Di conseguenza, viene sospeso (non annullato, perché sarebbe servita una modifica costituzionale) l’obbligo di leva: a partire dal 2007 (divenuto poi 2005) i maschi italiani non saranno più obbligati a svolgere il servizio militare e neppure, di conseguenza, il Servizio Civile legato all’obiezione di coscienza. Questa riforma è passata senza un adeguato dibattito sociale e politico e con un appoggio trasversale da parte di tutti gli schieramenti politici, ma si tratta di una riforma che ha risvolti educativi e sociali non indifferenti, ne indico alcuni:
- attraverso l’obiezione di coscienza i problemi del territorio entravano in rapporto con un mondo di «non addetti ai lavori», di giovani che spesso provenivano da esperienze condotte in altri campi. L’obiezione di coscienza ha rappresentato per moltissimi giovani, anche per quelli con minori motivazioni, l’unica occasione nella propria vita di sperimentare la solidarietà, per scoprire e sperimentare il servizio agli altri, per conoscere la povertà e gli esclusi. Con il venir meno dell’obiezione di coscienza questo patrimonio formativo rischia di perdersi;
- ci saranno giovani (molti, secondo gli ultimi dati) che sceglieranno di svolgere, come loro professione, la carriera militare. Ora è vero che gli eserciti stanno cercando di accreditarsi agli occhi dell’opinione pubblica come corpi di pace, aiuto alle popolazioni, strumento di sviluppo economico e sociale, ma è doveroso riconoscere, con un po’ di onestà intellettuale, che un militare ha connaturata alla sua azione l’uso della forza e della violenza. Un esercito è portatore di una cultura dove il bene primario è l’uso della forza e dove bisogna essere attivi in quegli organismi dove anche la «prepotenza diventa ragione». I recenti avvenimenti della guerra in Iraq purtroppo lo confermano. Per coloro che si occupano di pastorale giovanile questo rappresenta un tema serio di riflessione, se coerentemente si vuole annunciare il Vangelo della pace e affermare che non si possono chiamare «operatori di pace» ragazzi, personalmente innocenti, che muoiono con in pugno le armi della minaccia; che non si può giustificare o, addirittura, benedire chi va ad uccidere. Ne va di mezzo la coerenza al Vangelo e la credibilità della Chiesa;
- una terza conseguenza è data dal risvolto negativo che la mancanza di obiettori avrebbe avuto sul sistema dei servizi sociali. Quando si parla di servizi, non si parla di qualcosa di astratto, ma di bisogni e necessità di persone, molte delle quali in indigenza e in condizioni di esclusione. Con il venir meno degli obiettori, molte strutture a favore di persone bisognose (mense caritas, comunità per minori, ostelli per l’accoglienza,...), ma anche tanti servizi culturali (biblioteche, musei, ...) devono chiudere o limitare le loro prestazioni in modo drastico.

La nascita del Servizio Civile Nazionale

Per tutti questi motivi, e nella fretta di trovare una soluzione almeno parziale, è stata approvata la Legge 64/01: «Istituzione del Servizio Civile Nazionale». È stata così avviata la sperimentazione di un Servizio Civile Nazionale che, dal gennaio 2005, vede coinvolti tutti i giovani tra i 18 e i 28 anni. È un Servizio Civile diverso da quello dell’obiezione: è volontario (i giovani non sono obbligati a farlo, ma è una loro libera scelta), è maschile e femminile, è retribuito.
Queste nuove disposizioni legislative produrranno alcune conseguenze:
- un primo effetto è il ridimensionamento che avverrà per quanto riguarda il numero di giovani che potranno accedere al nuovo Servizio Civile. A fronte delle diverse decine di migliaia di giovani avviati ogni anno al Servizio Civile sostitutivo della leva militare (si è giunti a oltre 100.000 giovani all’anno), il nuovo Servizio Civile «volontario» ha interessato 8.000 (2002), 15.000 (2003), 37.800 (2004) giovani e in futuro, a fronte di un finanziamento statale che consentirà di avviare al servizio circa 40.000 giovani, avverrà necessariamente un contingentamento al ribasso, che escluderà molti giovani da questa esperienza;
- una seconda conseguenza riguarda la necessità, per gli Enti che intendono continuare ad avvalersi del Servizio Civile, di rafforzare i legami con i mondi giovanili e con i mondi adulti in contatto con i giovani, superando un certo atteggiamento di attesa dell’arrivo dei giovani, una tendenza ad adeguare i giovani a richieste preesistenti al loro arrivo, una ridotta attenzione al loro contesto di provenienza.

IL SERVIZIO CIVILE IN AMBITO SALESIANO

Attenzioni educative

Il tema educativo della cittadinanza attiva, dell’impegno solidale, del volontariato sono elementi già presenti nel progetto educativo-pastorale salesiano, si tratta di elementi di una proposta educativa che viene da lontano. In questa prospettiva, quindi, il Servizio Civile rappresenta uno strumento per concretizzare, per dare corpo, ad un’attenzione educativa già presente. Nella lettura educativa che i Salesiani hanno fatto del Servizio Civile, sono stati focalizzati alcuni nuclei formativi centrali:

* un’esperienza che aiuta nella «sperimentazione» della vita adulta: l’adolescenza può essere considerata come una vera e propria migrazione interna che dai «territori» dell’infanzia e della dipendenza conduce il soggetto verso gli orizzonti dell’autonomia. Diventare adulti è un processo che implica, da parte dell’adolescente, l’acquisizione in itinere di capacità previsionali e di ipotesi progettuali più o meno realistiche, più o meno conflittuali, e da parte della comunità degli adulti, la capacità di offrire luoghi e contesti (relazionali e lavorativi) dove potersi sperimentare. Si tratta di un percorso segnato da una serie di riti di passaggio che confermano lo scarto tra una condizione adolescenziale e una adulta. Nella società moderna occidentale i rituali iniziatici all’età adulta sono scomparsi e la comunità degli adulti spesso non è più in grado di offrire occasioni, momenti, persone in grado di accompagnare il passaggio, per cui la cosa che salta più all’occhio è il prolungarsi sine die dello stato di margine e di indeterminazione.
Il Servizio Civile può rappresentare un’esperienza in grado di suggerire e far sperimentare nuove energie per la decisone, nuove chiarezze e coraggio per il futuro, verso l’assunzione di responsabilità.
Sono gli stessi giovani a confermarlo, basta guardare i dati del 7° Rapporto CNESC (dicembre 2005):
- ben 78% degli intervistati considera che il servizio ha svolto un ruolo molto importante per l’ingresso nel mondo del lavoro e consiglierebbe l’esperienza ad altri. L’utilità riguarda, sia le competenze acquisite, sia le relazioni personali, che il servizio contribuisce a costruire;
- a due anni dalla fine del servizio, il 47,3% degli intervistati ha un’occupazione (nel 56% dei casi a tempo indeterminato), il 26,3% è studente e solo il 23% disoccupato, a fronte di una media nazionale del 26%;

* una scelta per sostenere la definizione della propria identità: in una società fluida e segnata dall’incertezza (sociale, culturale, lavorativa), la prima sicurezza che ne risente è quella dell’identità, per la costruzione della quale la fatica è improba. L’identità propria, che ciascuna persona ha cercato di costruire a fatica, quando ci si rende conto che non è più spendibile o nel lavoro o nel campo degli affetti, diventa un peso e si ritiene più utile possedere un’identità che sia in grado di adattarsi alle mutevoli situazioni, un’identità molteplice, un’identità adattabile (Sigalini, cit.).
Il Servizio Civile può rappresentare un percorso che sostiene la costruzione di un’identità matura, e per questo non rigida, attraverso una sua specifica modalità che possiamo definire «relazionale»: l’identità non viene definita in un processo solitario, intimista o alienato dalla realtà, ma si costruisce nel rapporto con le persone, con le cose, con gli avvenimenti. È nella relazione che comprendo meglio chi sono e dove voglio andare.
Se questo è vero, è necessario pensare ad un Servizio Civile che non si riduca a solo pragmatismo, ma che sia in grado di offrire ai giovani spazi e tempi qualificati, che permettano una formazione dell’identità in strati più profondi della professione o delle attitudini;

* un’esperienza per la riscoperta della propria fede: la religiosità giovanile può essere delineata da alcuni tratti salienti (elementi tratti dalla relazione del prof. Garelli tenuta al convegno del 03/01/2001 «I giovani oggi davanti al fatto religioso):
- incoerenza e individualismo: l’ambivalenza e la contraddizione, oltre che nei tratti culturali, sono presenti anche nell’esperienza religiosa dei giovani: si può credere ad alcune verità senza accettarne altre, si può aver fiducia nei confronti della chiesa senza appartenerne in modo vincolante... Per cui, da un parte la fede riflette il clima di diffuso soggettivismo, dall’altra si verifica una rottura generazionale con la tradizione e la memoria, e il singolo con difficoltà si percepisce all’interno di una storia più ampia;
- una religiosità senza istituzione: il giovane crede senza vincolo istituzionale, si percepisce come un credente solitario o appartenente ad un gruppo religioso composto da affini. Il rapporto con le istituzioni religiose è flessibile e ambivalente: le si critica, ma si riconosce loro un valore di senso e di riflessione etica e si dà grande valore all’azione sociale e caritativa svolta dalle chiese;
- religiosità emotiva: la sensibilità giovanile appare refrattaria ad identificarsi in modelli religiosi centrati sull’ortodossia e sull’ortoprassi, mentre risulta più affine alla dimensione identitaria e alle esperienze significative, che determinano un forte senso del noi e dell’appartenenza gruppale.
In questa prospettiva il Servizio Civile, attraverso il contatto e l’inserimento all’interno di comunità di fede educativo-pastorali, attraverso l’esercizio quotidiano della solidarietà, attraverso l’incontro con la povertà e l’esclusione può favorire la riscoperta della fede o comunque offre la possibilità di porsi quelle domande che «aprono» alla ricerca della fede. In questa direzione non è da trascurare il fatto che, come hanno rilevato indagini fatte negli anni scorsi sugli obiettori di coscienza, l’esperienza di Servizio Civile si riveli un’occasione decisiva per la scelta della propria vocazione futura, sia essa intesa in senso lato, come scelta professionale, sia in senso più specifico di vocazione al presbiterato o alla vita religiosa;

* una scuola di cittadinanza: la cittadinanza è il modo di sentire e vivere la città come insieme di singole persone, di famiglie e di gruppi che si costituiscono per vivere meglio, per trovare insieme soluzioni ai problemi che la natura o che la stessa organizzazione sociale rendono necessari. Ma c’è di più; la cittadinanza in un contesto giovanile è:
- la modalità di rendersi partecipi della vita e delle sorti degli altri;
- la capacità di porsi domande e cercare risposte, a volte anche scomode, sui fenomeni dell’ingiustizia e dell’esclusione sociale;
- il sentirsi responsabili di ciò che accade attorno (a livello micro e macro) superando posizioni di chiusura o di delega, sperimentando ed esercitando quanto Don Milani affermava con l’espressione: «Non siamo più sudditi, ma cittadini e cittadini sovrani», cittadini responsabili e per questo partecipi e critici.
Attraverso l’esperienza del Servizio Civile si può offrire ai giovani la possibilità di crescere nella consapevolezza dei valori di solidarietà sociale, di responsabilità condivisa, di partecipazione democratica alle sorti del paese. In altri termini, il Servizio Civile deve favorire la formazione di giovani capaci, non solo di interessarsi delle sorti della propria comunità, ma anche di essere al suo interno coscienza critica. È la visione del Servizio Civile pensato e praticato come «bene pubblico», ossia come bene:
- esteso a tutte le categorie di giovani (studenti, non occupati e lavoratori) e in grado di coinvolgere giovani appartenenti a differenti contesti sociali;
- fruibile da parte di tutti gli enti (pubblici o privati, di piccole o grandi dimensioni);
- da utilizzare per rispondere ai bisogni delle comunità (in termini, sia di problemi sociali, sia di costruzione della cittadinanza);
- da rigenerare, affinché possa essere continuamente messo a disposizione della comunità.

Scelte strategiche del Servizio Civile Salesiano

* Il progetto per la persona e non la persona per il progetto: vi può essere negli enti la tentazione a considerare il Servizio Civile come una risorsa esclusiva dell’ente, che in questo modo può beneficiare della presenza di personale aggiuntivo e per di più a costo zero. Questo si traduce nell’elaborazione di progetti che hanno come finalità principale, non la crescita e la maturazione del giovane, ma le necessità e i bisogni dell’ente; si tratta di progetti e poi di esperienze di Servizio Civile ruotinarie e standardizzate, dove i giovani svolgono mansioni ripetitive a basso contenuto relazionale e propositivo. La scelta metodologica dei Salesiani è di proporre ai giovani, che svolgono il Servizio Civile nelle nostre strutture, esperienze significative dal punto di vista umano e professionale, dove i giovani possano sperimentare la gioia e la difficoltà dell’incontro con l’altro. Esperienze capaci di conferire significati nuovi e validi al percorso di definizione dell’identità personale, alla maturazione della dimensione socio-relazionale, alla crescita della dimensione professionale. In altri termini, per noi il Servizio Civile, prima che un dovere dei giovani nei nostri confronti, è un servizio che noi dobbiamo rendere loro: l’offerta di un «tempo» qualificato e specifico per crescere come uomini e donne del nostro tempo.

* Il progetto al servizio della comunità e del territorio: il volontario non è al servizio della mia attività specifica, del mio singolo centro o struttura, ma, attraverso ogni singolo specifico progetto, è al servizio della comunità nel suo complesso. Ciò comporta l’impegno ad elaborare progetti con un’attenzione particolare ai bisogni del territorio, ad elaborarli in rete con il territorio, ad impegnarsi a diffondere il Servizio Civile nella comunità nella quale si opera. In questo senso il Servizio Civile assume alcuni specifici significati:
- muove dal senso di solidarietà e gratuità, ponendosi al servizio di ogni persona, senza discriminazioni;
- nasce per promuovere la trasformazione della società, contribuire alla rimozione delle cause che generano povertà e ingiustizia, dare una risposta creativa ai bisogni del territorio, dedicando un’attenzione prioritaria ai poveri e agli emarginati;
- riveste un ruolo politico: partecipando attivamente ai processi della vita sociale e favorendo la crescita del sistema democratico. Il Servizio Civile desidera operare in un’ottica di collaborazione con gli Enti Pubblici, non per sostituirsi ad essi, ma per trovare insieme le giuste risposte ai bisogni dei cittadini, per realizzare politiche di inclusione sociale, per superare allarmismi sociali o letture superficiali, per dare «un’anima» agli interventi sociali e umanizzare i servizi alla persona.

* Un’esperienza di pastorale giovanile: nel progetto salesiano è previsto che le di attività e i vari interventi nella pastorale giovanile vengano attuati con una pastorale organica e con una stessa e unica finalità: la promozione integrale dei giovani e del loro mondo. Ciò comporta che il Servizio Civile venga considerato a pieno titolo «pastorale giovanile»; non è e non dovrebbe essere considerato un servizio a sé stante, un’attività tra le altre, un settore separato. Questo principio assume almeno 3 declinazioni operative:
- il Servizio Civile non è attività del singolo responsabile o incaricato, ma è campo di azione della comunità (religiosa ed educativo-pastorale) nel suo complesso;
- il Servizio Civile diventa elemento di verifica, punto di arrivo, cartina al tornasole della pastorale giovanile; consente di valutare se e in che modo i percorsi formativi proposti sono riusciti a far maturare nei giovani scelte improntate alla solidarietà e gratuità;
- il Servizio Civile obbliga la pastorale giovanile a confrontarsi ed entrare in dialogo vero, con le esigenze, la cultura e la sensibilità di giovani adulti, con i loro progetti e orientamenti, con le attese e le paure, con le loro risorse e i loro limiti. In altre parole, il Servizio Civile richiede che i giovani vengono considerati e trattati da adulti e si instauri con loro una relazione paritaria e responsabile.

Per far divenire questi principi una dimensione concreta e operativa, sono stati previsti una serie di passi metodologici:
- sensibilizzazione dell’Ispettoria Salesiana, in tutte le sue componenti (direttori delle comunità, singoli incaricati, responsabili della pastorale), sulle caratteristiche del Servizio Civile, questo perché i giovani vengono accolti e vivono la loro esperienza in una comunità (religiosa ed educativo-pastorale), ed è la comunità nel suo complesso che educa e garantisce la realizzazione di una positiva esperienza;
- coinvolgimento del Delegato e dell’equipe di Pastorale Giovanile nell’elaborazione e nella stesura dei progetti di Servizio Civile;
- collocazione della proposta del Servizio Civile all’interno delle proposte pastorali dell’Ispettoria, in modo organico e continuativo, attraverso un’azione di informazione stabile e strutturata.

* Un elemento qualificante: la formazione. La formazione riveste un ruolo fondamentale nel Servizio Civile Salesiano. È una formazione che si caratterizza per essere:
- formazione ermeneutica: l’accento, più che su contenuti e tematiche specifiche, è posto sulle dinamiche che scaturiscono dalla relazione tra teoria e prassi, esperienza personale e contenuti dell’area «Servizio Civile» e del Servizio Civile Salesiano (conoscenza del carisma, spiritualità giovanile salesiana, sistema preventivo). La formazione abilita il giovane a rileggere e rielaborare le esperienze vissute nel contesto del servizio, per cogliere in profondità i significati, i valori, i rimandi alla propria vita. In questo modo si aiuta il giovane a correggere quel tanto di «romantico», spiritualista o astratto, che, a volte, connota questo tipo di aspirazioni giovanili;
- formazione come accompagnamento personale: non riteniamo sufficiente una formazione organizzata in corsi collettivi od incontri di gruppo: é necessaria una conoscenza del giovane e delle sue motivazioni. La vita ordinaria (nella famiglia, nella comunità, nel gruppo) e l’approfondimento delle motivazioni che la guidano restano le vie migliori per la formazione del giovane. Ciò aiuterà ad ovviare il rischio della sola comunicazione di contenuti teorici o delle «cose da fare». L’accompagnamento personale si traduce operativamente negli incontri bisettimanali di verifica e programmazione tra volontari e responsabile locale;
- formazione alla «cittadinanza permanente»: la formazione, cronologicamente si attua nell’arco dei 12 mesi di servizio, ma è orientata a promuovere nei giovani un cultura e atteggiamenti che li aiuteranno a non fare dell’anno di servizio una «parentesi nella vita», ma un atteggiamento di dono permanente e di crescita vocazionale.

ALCUNE PROVOCAZIONI PER LA PASTORALE GIOVANILE

Dall’esperienza vissuta in questi anni, emerge come il Servizio Civile rappresenti anche una provocazione per la pastorale giovanile.

* Oltre un’impostazione «centripeta» della pastorale giovanile: la pastorale giovanile, così come altri modelli pastorali/educativi, rischia di accentuare in modo eccessivo un’attenzione verso l’interno della struttura o dell’ente. Nell’agire quotidiano le attenzioni, gli interessi, le attività vengono progettate e programmate, in modo prioritario, a partire da coloro che già frequentano o si conoscono, si determinano così dinamiche che privilegiano un modello organizzativo e gestionale che ha il suo focus sulla vita interna dell’ente/struttura. Questa tendenza «centripeta» si manifesta nell’accentuazione del lavoro con i gruppi interni, nella difficoltà ad aprirsi e relazionarsi con il territorio, con le istituzioni civili e con le altre realtà educative siano esse di natura religiosa o laica. Ora, il Servizio Civile obbliga l’ente ad entrare in contatto con il territorio, bilanciando in questo modo la tendenza centripeta. Infatti, se un ente desidera realizzare un serio progetto di Servizio Civile (che non sia ripetizione passiva delle attività che si fanno normalmente), non può fare a meno di:
- interrogarsi sui bisogni sociali ed educativi del territorio, attraverso una lettura pacata e profonda delle condizioni di vita di minori e giovani;
- avviare contatti, stabilire relazioni, definire accordi con le risorse formali e informali presenti nel territorio (basti pensare ai crediti universitari e quindi al mondo universitario, oppure agli accordi di partenariato sottoscrivibile con altri enti e associazioni). Nelle esperienze fatte in questi anni, emerge una decisa difficoltà in questa direzione: gli enti non conoscono cosa c’è nel proprio territorio e manifestano difficoltà a relazionarsi con altre realtà in una prospettiva di collaborazione;
- pensare ai giovani esterni al proprio centro: il Servizio Civile, per sua natura, è una proposta aperta a tutti i giovani e chiunque, nel momento in cui viene emanato il bando, può fare domanda di Servizio Civile e tutti hanno diritto ad essere valutati in modo giusto ed equo. Questo comporta che un ente rifletta, già in fase di elaborazione del progetto, su chi potranno essere i partecipanti e quali caratteristiche debbano avere, in che modo realizzare un’attività di informazione…

* Per una proposta adulta di pastorale giovanile: si riscontra, parlando con gli operatori di pastorale giovanile, una certa difficoltà a coinvolgere nelle proposte pastorali i cosiddetti «giovani adulti», quella fascia di giovani che va dai 22 ai 30 anni. È come se le proposte di pastorale, nelle loro diverse espressioni, segnassero il passo nel momento in cui si rivolgono ai giovani di questa fascia. Finchè si tratta di coinvolgere adolescenti e giovanissimi (molti dei quali esprimono il loro impegno attraverso lo svolgimento di attività di animazione) non vi sono grandi difficoltà, ma alla soglia della condizione adulta, o meglio nel delicato passaggio dalla giovinezza all’adultità (dove si affacciano nuove responsabilità, si impongono nuovi compiti, si delineano nuove definizioni dell’identità), è come se la pastorale giovanile non fosse più in grado di fare proposte per accompagnare la vita e la maturazione (umana e religiosa) di questi giovani. Di fronte a questa situazione, che in parte può essere legata ad alcuni limiti insiti nella metodologia dell’animazione (un’eccessiva enfasi posta sulle tecniche di animazione, una lettura della condizione giovanile datata, che non riesce a cogliere i nuovi processi sociali e culturali, un’incapacità a confrontarsi con altri approcci o prospettive), il Servizio Civile può rappresentare un’opportunità per riallacciare quel legame tra giovani e pastorale giovanile, offrendo la possibilità di riscoprire e ripercorrere itinerari di crescita umana e di fede attraverso la mediazione del lavoro e dell’agire quotidiano. È proprio attraverso un fare pensato, consapevole e critico che i giovani in Servizio Civile si riappropriano del proprio percorso di crescita, approfondiscono le motivazioni del proprio impegno e le scelte sul proprio futuro, acquisiscono una visione complessa della vita e delle dinamiche sociali, riscoprono il senso e il valore della fede nella vita quotidiana e nel dialogo personale e comunitario che si instaura tra in singolo giovane e il contesto (fatto di persone, storie, accadimenti,...) nel quale si è inseriti.

* Mentalità progettuale: la pratica e la terminologia della progettazione e programmazione sono entrate ormai nel vocabolario quotidiano di qualsiasi operatore di pastorale giovanile e questo a tutti i livelli, dal singolo animatore che sa che deve programmare gli incontri con i propri ragazzi, al responsabile che deve pensare alla programmazione annuale o alla programmazione educativo-pastorale, al programma annuale, ai progetti educativi individualizzati (nelle strutture più organizzate), … Da un punto di vista formale, è indubbio che la programmazione è divenuto patrimonio comune degli operatori di pastorale, ma a ben guardare questa dimensione non è stata assunta come cultura e metodo di lavoro ordinario. La progettazione, prima di essere un prodotto specifico, è una modalità di lavoro, di gestione e organizzazione delle risorse che investe tutte le componenti dell’ente, diversamente la si riduce ad un elenco di sterili desideri per il futuro, a documenti che è obbligatorio predisporre, ma che poi restano chiusi nell’armadio. Il Servizio Civile, in questa prospettiva, può rappresentare un’esperienza che «obbliga» gli enti a realizzare un’analisi strategica delle problematiche da affrontare, a programmare le risorse umane, a prevedere scenari futuri.

* L’attenzione alle problematiche sociali: una coerente pastorale giovanile non può fare a meno di confrontarsi e di far confrontare i giovani con i problemi sociali, non solo per sviluppare atteggiamenti solidaristici ma soprattutto per far maturare una coscienza critica nei confronti delle ingiustizie sociali: la giustizia e la carità camminano insieme.
L’impegno per la trasformazione della società e specificamente l’impegno per la giustizia e per la pace, lottando contro tutto quello che favorisce o consente la miseria, dev’essere un impegno stabile e profondo, non occasionale o superficialmente passivo di fronte alle ingiustizie, alle responsabilità sociali, alle «strutture di peccato». Per questo motivo qualsiasi modello o esperienza di pastorale giovanile non può fare a meno di tematizzare e poi definire in percorsi formativi il rapporto tra fede e vita, tra fede e storia. Questo comporta anche educare i giovani ad un rapporto maturo con la storia e le sue contraddizioni, superando un approccio esclusivamente assistenzialista o caritativo. Il rapporto con la «storia» implica:
- lo studio e la comprensione delle ingiustizie sociali e delle loro cause;
- un’adeguata formazione socio-politica;
- un confronto con le grandi questioni sociali legate ai fenomeni della globalizzazione;
- una capacità di leggere e intervenire nel proprio territorio superando tendenze intimistiche, disincarnate, di chiusura nel privato fosse pure del proprio oratorio.
Il Servizio Civile rappresenta uno strumento, anche se non il solo, che può dare una risposta a queste esigenze.

* Un servizio civile per tutti?
È l’ultima provocazione che il servizio Civile pone alla pastorale giovanile: il Servizio Civile è un’esperienza aperta a tutti i giovani? Teoricamente sì, nella realtà no.
Basta guardare i dati dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile (l’80% dei volontari sono diplomati, molti dei quali iscritti a corsi universitari) o le esperienze in giro per l’Italia, per capire che il Servizio Civile si sta configurando come un’esperienza alla quale accedono i giovani con più possibilità di informarsi, maggiormente scolarizzati, in genere universitari, che già frequentano gli enti. Insomma, un Servizio Civile per i giovani migliori. Questo avviene, sia per una serie di norme previste dall’amministrazione che inducono ad operare scelte di tipo efficentista, sia perché gli enti selezionano quei giovani che ritengono migliori (perché con più capacità), in rapporto alle attività da svolgere e agli obiettivi da raggiungere, con l’obiettivo, consapevole o meno, di garantire la migliore realizzazione possibile delle attività previste.
Come Salesiani, ci stiamo interrogando come rendere il Servizio Civile un’esperienza aperta a tutti i giovani, ma a partire da quelli con meno possibilità, quei giovani che si trovano ai margini o a rischio di esclusione sociale (giovani con disabilità, ex-tossicodipendenti, immigrati di seconda generazione, giovani dal basso livello di scolarizzazione), un Servizio Civile che possa essere un’occasione di riscatto sociale, un’opportunità per acquisire autostima, per credere di più in se stesso, nelle proprie possibilità, per scoprire il proprio ruolo nella comunità. Crediamo che questo rappresenti un criterio di verifica della bontà del Servizio Civile e della pastorale giovanile, una pastorale che pensa se stessa a partire dagli ultimi.
È questo un desiderio e una speranza.

IL SERVIZIO CIVILE SALESIANO: ALCUNI DATI

I Salesiani, per l’attuazione del Servizio Civile, hanno dato vita ad un’associazione di promozione sociale, la Federazione SCS/CNOS, che promuove e coordina il Servizio Civile con e per le 9 Ispettorie Salesiane d’Italia e quella delle Figlie di Maria Ausiliatrice del Piemonte.
La Federazione è ente accreditato di I classe, con 502 sedi di attuazione, di cui 43 all’estero.
Gli operatori locali di progetto (responsabili locali) sono 355, i progettisti 19, i selettori 13, i formatori 8.
I progetti presentati riguardano i seguenti settori:
- educazione: 60%
- assistenza: 20%
- promozione culturale: 10%
- estero: 10%
Nel 2005, i giovani avviati al servizio sono stati 843, di cui 31 all’estero.