Il progetto cristiano di famiglia è in grado di affascinare ancora i giovani?

Inserito in NPG annata 2006.

 

Sergio Nicolli * 

(NPG 2006-09-27) 


Il tema della famiglia rimbalza quasi quotidianamente per diversi motivi sulla stampa e nei discorsi di coloro che si occupano di pastorale, di politica e di vita sociale; negli ambienti cristiani la famiglia è citata spesso come il nodo da cui partire per una pastorale efficace. È legittimo e doveroso pertanto, per chi si occupa di famiglia e di pastorale familiare, ma anche per chi guarda ai giovani come al futuro della società e della Chiesa, porsi questo interrogativo: quali sensazioni si muovono nell’intimo di un giovane quando oggi sente parlare di famiglia?
Probabilmente è tutto un sistema di pensiero e di valori che viene coinvolto a catena quando un giovane di oggi sente il termine «famiglia»: non penso ai pochi giovani che frequentano le iniziative delle parrocchie o dei movimenti, ma a quella folla di giovani che vediamo uscire dalle nostre scuole e dalle università al termine delle lezioni. Dire «famiglia» è per molti tentare di restaurare il progetto di un passato ormai superato, un progetto che ingabbia i sogni di tanti innamorati limitandone la libertà e tarpandone le ali in un paradigma ormai divenuto angusto, ingessato e mortificante.

Idee e attese

Se chiedessimo a un certo numero di quei giovani che incontriamo all’uscita degli ambienti che abbiamo appena citato: «Secondo te, come la Chiesa oggi valuta le esperienze che i giovani stanno vivendo come la sessualità, l’affettività, l’innamoramento, l’amore, e quale proposta essa rivolge a chi dall’interno di queste esperienze guarda alla famiglia?», probabilmente avremmo delle risposte lontanissime dai discorsi affascinanti che oggi grazie a Dio generalmente si fanno ai fidanzati che si preparano al matrimonio cristiano. E ci verrebbe spontaneo domandarci se non è imperdonabilmente tardi fare questi discorsi ai giovani (ormai non più giovani) che chiedono di sposarsi in chiesa.
Fino al momento in cui decidono di frequentare un percorso in preparazione al matrimonio, moltissimi giovani pensano che dire «famiglia» oggi sia dire un groviglio di problemi insolubili, una fonte di vincoli e di sofferenze; sono persuasi che la Chiesa propone della famiglia un modello vecchio e superato, stereotipato e idealistico, perché la Chiesa in fondo guarda ancora con sospetto all’amore umano, alla sessualità e all’affettività. Non per nulla il Papa Benedetto XVI ha avuto il coraggio di esplicitare, nella sua prima Enciclica,[1] la preoccupazione per un pregiudizio ancora molto diffuso oggi nella Chiesa: «La Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?».
È legittimo allora mettere a tema quale progetto cristiano di famiglia noi presentiamo ai giovani e come lo presentiamo. Quali contenuti essenziali del «lieto annuncio di Dio sull’amore umano» oggi possiamo far giungere ai giovani come una novità assoluta, non solo rispetto a quella che chiamiamo «mentalità del mondo», ma anche rispetto a quello che essi ritengono essere il pensiero della Chiesa sulla sessualità, sull’amore e sulla famiglia? E in quale linguaggio possiamo tentare di racchiudere la novità di questo messaggio, in quali ambienti farlo risuonare, a quale età, con quali iniziative?
Se la pastorale familiare e la pastorale giovanile non riusciranno a dare insieme delle risposte a questi interrogativi, è probabile che tra qualche anno la Chiesa perda totalmente le sue possibilità di aggancio con il mondo giovanile, e divenga custode di un passato che si rispecchierà efficacemente nell’ultima generazione di persone anziane che ancora frequenteranno le nostre liturgie, come purtroppo avviene già in vaste zone di alcune nazioni europee. Non che l’interesse dei giovani si giochi esclusivamente sulla questione dell’amore e della famiglia, ma è certo che l’esperienza dell’amore e il sogno della famiglia costituiscono anche oggi la chiave di interpretazione e la porta di ingresso nel mondo della fede e prima ancora nella domanda di senso della vita nel suo insieme. Se il Papa Benedetto, il grande teologo portato dalla Provvidenza alla guida della Chiesa, ha ritenuto di dedicare la sua prima enciclica alla questione, prima esistenziale che teologica, dell’amore umano letto alla luce della carità di Dio, dobbiamo assumerne le necessarie conseguenze anche sul piano pastorale.
Nello spazio di un articolo non è possibile rispondere a tutti gli interrogativi sopra formulati; tenteremo almeno di rispondere al tema dei contenuti da offrire ai giovani sul tema del «lieto annuncio» di Dio sull’amore umano e sulla famiglia.

Il «cuore» dell’annuncio

Come racchiudere in parole essenziali il cuore dell’annuncio cristiano sull’amore? «Dio è amore»,[2] ha creato l’uomo per amore, lo ha creato bisognoso di amore e capace di amare. E quando nella sua libertà l’uomo ha cercato di realizzare se stesso al di fuori di questo amore e ha imboccato la strada del peccato, della tristezza e della morte, Dio gli è venuto incontro in Gesù Cristo; egli, assumendo la nostra umanità ferita e percorrendo il nostro stesso cammino dalla nascita alla morte, ci ha condotti a ritrovare nell’amore il progetto originario di Dio e a ritrovare la gioia e la vita.
Rispetto ad un passato non lontano nel quale nella Chiesa si guardava con sospetto, come a una realtà «a rischio di peccato» tutto il mondo connesso con la sessualità e con l’amore umano, oggi – partendo da due fonti: la rivelazione biblica e la visione globale della persona umana – ci è dato di interpretare in modo nuovo e positivo questa complessa realtà. La Bibbia ha della sessualità una interpretazione positiva ma non ingenua: potremmo definirla realistica. La sessualità è il segno più forte della nostra somiglianza con Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò»;[3] il nostro essere uomini e donne, maschi e femmine, è l’impronta più forte che il Creatore ha lasciato in noi. «Non è bene che l’uomo sia solo»:[4] l’uomo non è fatto per la solitudine ma per la relazione, per l’amore e per la comunione, a somiglianza di Dio che non è solitudine ma «famiglia», Trinità.
Quando diciamo che Dio è amore, diciamo che la relazione di amore è l’aspetto più «qualificante» di Dio: l’uomo porta nel profondo di sé la stessa «impronta genetica». Tuttavia anche la sessualità, come ogni dimensione umana significativa, è stata segnata dal peccato ed è divenuta ambivalente: quello che ci è stato dato come luogo e strumento di amore di gioiosa comunicazione può diventare invece luogo di egoismo, di prevaricazione e di asservimento dell’altro, e perciò luogo di solitudine e di tristezza. Non è l’esercizio «spontaneo» della sessualità che percorre la strada della piena realizzazione nell’uomo, ma è una sua «finalizzazione» al bene globale della persona umana.
La famiglia, luogo dell’amore fecondo tra l’uomo e la donna, è nel disegno di Dio la realtà che meglio esprime la potenzialità relazionale dell’uomo e della donna e che incarna nella storia umana l’amore di Dio. L’esperienza dell’amore tra l’uomo e la donna, incontrato e coltivato come scelta definitiva e irreversibile, vissuto come esperienza feconda che toglie dalla solitudine perché fa incontrare l’altro generando vita e speranza, è un’esperienza che racconta l’amore di Dio e lo rende presente in modo vivo e concreto tra gli uomini.
Possiamo dire in un certo senso che la famiglia così intesa è annuncio vivente di Dio, quasi «sacramento naturale» dell’amore di Dio, anche prescindendo dalla fede. Se l’amore umano autentico tra l’uomo e la donna è «immagine di Dio», possiamo dire che ovunque l’uomo e la donna vivono una storia di amore con le caratteristiche dell’unità, della fedeltà e della fecondità, lì Dio si rivela agli uomini nella sua caratteristica fondamentale, costitutiva, che è l’amore. Don Tonino Bello descriveva così la famiglia:[5] «La famiglia è stata pensata da Dio come immagine della Trinità... Non una immagine neutra da incorniciare o da chiudere in un album, ma come immagine provocante. La famiglia, agenzia periferica della ss. Trinità: laboratorio che produce le stesse logiche e vive le stesse esperienze di comunione... La famiglia, proprio perché icona della Trinità, deve divenire il luogo dove si sperimentano le relazioni, e quindi si ricuperano i significati».
Quando poi a vivere la realtà della famiglia sono due cristiani, allora l’esperienza dell’amore fedele e fecondo viene assunta «in Cristo e nella Chiesa» come luogo sacramentale nel quale Dio si rivela agli uomini e manifesta il suo amore fedele e fecondo per ogni uomo, per tutta l’umanità e per la storia umana, chiamata a divenire «storia di salvezza».
Sposarsi in chiesa allora non significa semplicemente coronare un sogno di coppia davanti all’altare per chiamare in causa Dio in una vicenda che oggi più che mai ha i suoi rischi e ha bisogno di protezione, ma significa rispondere insieme in coppia ad una vocazione di servizio nella comunità: gli sposi cristiani sono chiamati ad annunciare il vangelo dell’amore con la loro vita quotidiana, e quindi a proclamare l’amore di Dio per ogni persona e per l’umanità. Quella degli sposi cristiani è una vocazione indispensabile per costruire la Chiesa, tanto quanto lo è la vocazione al sacerdozio ministeriale e alla vita verginale.[6]

Un dono per la comunità

Il sacramento del matrimonio perciò non riguarda soltanto gli sposi che lo assumono e la loro famiglia, ma è un dono per tutta la comunità. Il nuovo Rito mette in luce molto bene questa concezione nuova del matrimonio cristiano, anzi potremmo dire che questa costituisce la novità più sostanziale del nuovo testo rispetto al passato. Gli sposi vengono consacrati con una vera e propria epiclesi, cioè l’invocazione dello Spirito Santo fatta dal sacerdote o dal diacono con le mani stese – come avviene nella consacrazione del pane e del vino dell’Eucaristia, nella ordinazione dei preti e dei vescovi, nella Cresima, nella professione religiosa – in vista di una missione. Con il dono dello Spirito Santo avviene qualche cosa di nuovo: la storia di amore di questi sposi, storia umanissima, ricca ma insieme fragile e povera, diventa il luogo nel quale si manifesta l’amore di Dio per gli uomini, diventa strumento di rivelazione e di incontro con Dio per la comunità. In forza di questa consacrazione questi sposi diventano servitori della comunità: non tanto facendo delle cose straordinarie ma facendo bene gli sposi, vivendo bene la loro testimonianza di sposi e domani di genitori. Per questo oggi, a differenza del passato quando generalmente si preferiva sposarsi in privato invitando soltanto le famiglie di origine e gli amici, gli sposi sono fortemente invitati a celebrare il loro matrimonio in parrocchia e preferibilmente davanti alla comunità: perché quello che stanno celebrando non è un sacramento «privato» ma riguarda la comunità.
Parlando di famiglia, non si possono ignorare i problemi e le fragilità che gravano sulle famiglie concrete di oggi, le sofferenze che le attraversano e i rischi di fallimento che le caratterizzano; ma non possiamo assolutamente non partire da questo sguardo di fede che ci fa intuire, al di là della realtà, il «mistero grande» che segna la realtà della famiglia cristiana e il grande potenziale di ricchezza umana e spirituale che le famiglie, anche le più fragili e problematiche, contengono in se stesse.
Purtroppo oggi la famiglia arriva alla ribalta delle cronache piuttosto per i suoi problemi, per i fallimenti, per le tragedie che si consumano tra le pareti domestiche, per le difficoltà che molte famiglie attraversano nelle relazioni e nella gestione economica. La famiglia è vista prevalentemente come un problema, e forse i giovani guardano al proprio futuro in parte attratti dal sogno di una famiglia, ma in parte sicuramente turbati dalla sensazione di affacciarsi su un orizzonte denso di nubi e di minacce.
Occorre dire con coraggio ai giovani che la famiglia non è soltanto un problema, che non è prevalentemente un problema. Se dopo la grande svolta del ’68 la famiglia è stata per un certo tempo il crocevia di molti problemi che hanno provocato in essa grandi sofferenze, l’attenzione prestata alla famiglia negli anni successivi ha portato a una grande scoperta: molti dei problemi che gravavano sulla società e sulla Chiesa potevano essere risolti soltanto passando attraverso la famiglia; essa si veniva rivelando come il punto di partenza giusto per rinnovare la vita sociale e la vita ecclesiale. La famiglia si è rivelata così la più grande risorsa per lo sviluppo della persona, per il cambiamento sociale e per la missione della Chiesa.
Per lo sviluppo della persona anzitutto. Le scienze moderne, soprattutto la psicologia, la pedagogia e la sociologia, mettono in luce l’importanza della famiglia nel processo di crescita della persona. La vocazione fondamentale dell’uomo è l’amore: «L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore».[7] L’uomo, per sviluppare la sua innata capacità di amare, deve prima di tutto essere amato: la prima esperienza che una persona normalmente vive quando viene al mondo è quella di essere accolta tra le braccia di qualcuno; il contatto e il calore del corpo, il suono della voce, lo sguardo della mamma e del papà sono la prima comunicazione che il bimbo percepisce. Non è ancora in grado di rispondere, ma sperimentare queste sensazioni di benessere gli dà la gioia di essere al mondo e di sentirsi amato, di sentirsi importante per qualcuno. E sono queste esperienze di amore ricevuto che ad un certo momento sollecitano una sua risposta: pensiamo quanto è gratificante per noi adulti vedere i primi sorrisi di un bambino! Quello è l’inizio di una comunicazione reciproca, che si perfeziona poi con il crescere del figlio: egli diventa capace di risposta perché si sente interpellato dall’amore dei genitori.

La famiglia prepara alla famiglia

Ora quale ambiente è in grado di garantire la qualità di questa prima esperienza della vita se non l’ambiente familiare? Ci potranno essere altri surrogati o altri ambienti sostitutivi, ma quando all’inizio dell’esistenza manca questa esperienza di amore ricevuto, la vita si presenta già in salita. La mancanza di una famiglia o le carenze affettive della prima infanzia lasciano spesso un segno irreversibile.
La famiglia poi è una grande risorsa anche per la vita sociale. Essa possiede ancora in se stessa, per sua natura, una grande forza educativa nei confronti della persona anche nella sua dimensione sociale. La famiglia è la prima scuola di socialità: in essa si apprendono quelle virtù sociali che danno fondamento e solidità al vivere insieme con altri. La prima di queste virtù è la solidarietà: esercitata nella famiglia in maniera spontanea e quasi naturale, per il legame forte che lega tra loro i suoi componenti, essa diviene un po’ alla volta, specialmente se accompagnata da un adeguato progetto educativo, una forma stabile di relazione con le persone anche al di fuori della famiglia: «Dalla famiglia nascono i cittadini e nella famiglia essi trovano la prima scuola di quelle virtù sociali, che sono l’anima della vita e dello sviluppo della società stessa».[8]
La famiglia allora ha una grande rilevanza nello sviluppo della società, e contiene in se stessa delle grandi possibilità in ordine al cambiamento sociale; «è urgente quindi aiutare ed educare le coppie di sposi e le famiglie sia a crescere nella coscienza della loro nativa dimensione sociale e del loro ruolo originale nella società, sia a dare il loro contributo per il bene della società e a partecipare democraticamente al laborioso processo della sua evoluzione».[9] Quando si chiede che lo Stato superi l’attuale disinteresse per la famiglia e promuova nuove politiche familiari, non si vuole rivendicare semplicemente un diritto della famiglia, ma si vuole indicare la strada per ricuperare una qualità diversa del vivere sociale.
Infine la famiglia è una risorsa anche per la missione della Chiesa. Se la Chiesa in questi anni si occupa tanto della famiglia, non è soltanto per soccorrerla nei suoi problemi, ma anche e soprattutto perché crede che la famiglia è davvero una «chiesa domestica», che possiede la capacità di educare a quei valori umani ed evangelici che costituiscono il contenuto principale dell’annuncio cristiano. La famiglia quindi non è soltanto la destinataria dell’attenzione della Chiesa, ma ne diviene il soggetto più prezioso per il compimento della sua missione, l’alleata più efficace per il servizio pastorale. È sempre più diffusa la convinzione che la famiglia ha un suo contributo specifico da portare all’interno della parrocchia: non primariamente per quello che essa può fare, per i servizi che gli sposi cristiani possono svolgere nella comunità, ma prima di tutto per quello che essa è, per l’amore che vive nella quotidianità, per la ricchezza che costruisce nelle persone.
La famiglia trova nel nostro tempo un campo originale dove esprimere la sua missione. C’è oggi un grande rischio nella Chiesa, dovuto soprattutto alla scarsità di clero e al superlavoro che investe i pochi preti in servizio pastorale attivo: il rischio di dover organizzare la pastorale secondo i criteri della efficienza; la Chiesa può essere attirata dai criteri manageriali e divenire vittima dell’efficientismo pastorale, riducendosi ad una «agenzia di servizi religiosi». La Chiesa rischia così di perdere la sua capacità di essere luogo e strumento di comunione tra le persone e con Dio: i cristiani delle prime comunità venivano riconosciuti dal fatto che pregavano insieme e si volevano bene al punto da condividere perfino i propri beni; anche oggi la Chiesa è anzitutto esperienza di una comunione accolta gratuitamente dal Signore e condivisa con i fratelli nella vita quotidiana a partire dall’Eucaristia.
Ebbene, dal momento che la vita familiare non può ridursi all’efficientismo – pena il suo fallimento – ma deve, per sua natura, collocare in primo piano il valore delle persone e l’attenzione alle relazioni umane, la famiglia oggi ha qualche cosa da dire alla Chiesa: può farle «memoria» del fatto che senza amore non c’è salvezza, che senza relazione non c’è comunità, che senza gioia di stare insieme non è possibile accogliere la novità del Risorto. Gli sposi cristiani nella Chiesa di oggi potrebbero essere, per loro vocazione specifica, i custodi del bene supremo della comunione che nasce dall’ascolto e dalla contemplazione di Dio e che si espande nelle relazioni con i fratelli.
Non per nulla il grande Giovanni Paolo II, che ha dato un impulso determinante alla riflessione teologica, pastorale e sociologica sulla famiglia, ha indicato nella famiglia «la via della Chiesa»:[10] come a dire che solo ponendo la famiglia al centro della sua azione pastorale la Chiesa potrà riscoprirsi come famiglia di Dio e ritrovare il senso e lo stile della sua presenza tra gli uomini del nostro tempo.
Se la famiglia – guardata alla luce della fede ma anche esaminata nella sua realtà esistenziale – contiene in sé una grande ricchezza, una delle priorità pastorali da proporsi è di aiutare la famiglia a crescere nella consapevolezza della sua identità umana e cristiana: «Famiglia, credi in ciò che sei!» esortava Giovanni Paolo II in un celebre incontro con le famiglie in piazza s. Pietro a Roma.[11] Potremmo allargare questa esortazione dicendo: comunità cristiana, credi in ciò che la famiglia è per te, nel mistero e nella ricchezza che essa racchiude per ogni persona e per la comunità. Ma potremmo estendere con coraggio l’invito ai giovani del nostro tempo: credete che l’ideale della famiglia può riempire la vostra vita, che il vostro bisogno di amore può trovare nella famiglia una strada di santità personale e una forma alta di servizio alla comunità.
Dobbiamo però anche essere attenti a non fare della famiglia una proposta ideologica, a non assolutizzare la famiglia cadendo nel pericolo del «familismo». Nella concezione cristiana della vita l’assoluto rimane la persona, amata da Dio e chiamata ad esprimere totalmente se stessa nell’amore. La famiglia è a servizio della persona, non viceversa. La famiglia è un passaggio indispensabile perché la persona sperimenti l’amore e impari l’alfabeto della comunicazione e l’arte di amare: ma l’amore chiama sempre la persona ad «andare oltre». Andare oltre la relazione di coppia per fare famiglia generando nuove vite, andare oltre le pareti domestiche per «fare famiglia» in una comunità più grande, andare oltre la comunità cristiana per aiutare la grande famiglia umana ad accogliere e a costruire giorno dopo giorno il Regno di Dio.
La chiamata di Dio all’amore per un giovane oggi può concretizzarsi in una bella famiglia, aperta a divenire ricchezza per la comunità; ma la chiamata all’amore potrebbe anche concretizzarsi nella strada della verginità o del celibato come scelte di vita abitate da un amore ancora più grande, ricevuto da Dio e comunicato ai fratelli. In ogni caso è richiesta una grande maturità umana e spirituale che sappiano collocare la propria identità sessuale e la propria affettività all’interno di un grande disegno di vita nel quale l’amore accolto e ricevuto trovi piena realizzazione.
Il Direttorio di pastorale familiare [12]colloca sullo stesso piano le due vocazioni all’amore: «Questa nativa e fondamentale vocazione all’amore, propria di ogni uomo e di ogni donna, può realizzarsi pienamente nel matrimonio e nella verginità: sia l’uno che l’altra, nella forma loro propria, sono una concretizzazione della verità più profonda dell’uomo, del suo “essere a immagine di Dio”; essi sono «i due modi di esprimere e di vivere l’unico mistero dell’alleanza di Dio con il popolo». Il matrimonio e la verginità non sono in contrapposizione tra loro; sono piuttosto due doni diversi e complementari che convergono nell’esprimere l’identico mistero sponsale dell’unione feconda e salvifica di Cristo con la Chiesa».

Una proposta di «vocazione»

Concludo citando la presentazione di un testo che, come Direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della famiglia della CEI, ho curato insieme con il Responsabile del Servizio per la pastorale giovanile e con il Direttore dell’Ufficio nazionale vocazioni.[13]
«Accompagnare i giovani nella costruzione della propria identità sessuale e affettiva è la prima semina vocazionale… C’è oggi chi pensa a diffondere tra i giovani, già dall’adolescenza, una visione apparentemente più comoda e attraente della sessualità e della vita affettiva. Spesso i cristiani su questo fronte sono ancora complessati nei confronti di altre proposte forse più adescanti ma certamente meno fondate dal punto di vista antropologico e scientifico.
Questo ci impone di passare da un certo complesso di inferiorità e da un incomprensibile timore ad un nuovo e più consapevole servizio al vangelo dell’amore riscoprendoci popolo profetico anche nella necessaria “provocazione”; la Chiesa, partendo dal “lieto annuncio di Dio sull’amore umano”, ha un messaggio affascinante e liberante da offrire ai giovani e agli innamorati: non la paccottiglia a sottocosto che luccica e attrae offrendo solo delusione, solitudine e tristezza, ma un tesoro carico di futuro, capace di fondare splendide storie ricche di umanità e di santità per singole persone e per coppie. È necessario però che i cristiani – soprattutto coloro che accompagnano nella crescita adolescenti e giovani – siano convinti di avere una proposta interessante e innovativa che rivela una Chiesa non bigotta e limitante rispetto all’esperienza dell’amore, ma coraggiosa nell’esaltare e nel difendere la qualità di un amore capace di liberare le migliori risorse umane e di realizzare le attese profonde di ogni uomo e di ogni donna. Ed è necessario che si trovino linguaggi e modalità adatti ad esprimere con entusiasmo questa convinzione».

 

NOTE

[1] Deus caritas est, n. 3.

[2] 1Gv 4,8.

[3] Gen 1,27.

[4] Gen 2,18.

[5] La famiglia come laboratorio di pace, Elledici, Leumann (Torino) 1989.

[6] Cf Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1534: «Due altri Sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui; se contribuiscono alla salvezza personale questo avviene attraverso il servizio agli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa, servono all’edificazione del popolo di Dio».

[7] Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis (4 marzo 1979), n. 10.

[8] Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 42.

[9] Conferenza Episcopale Italiana, Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia, n. 64.

[10] Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie (1994), n. 2.

[11] 20 ottobre 2001, n. 3.

[12]  n. 24.

[13] Sergio Nicolli – Enrica e Michelangelo Tortalla (a cura di), Accompagnare nel cammino dell’amore, Ed. Cantagalli, Siena 2006, pag. 7-9. Il testo raccoglie gli Atti di un convegno promosso dai tre Uffici della Conferenza Episcopale Italiana nel giugno 2004 a Grosseto sul tema «Se non avessi l’amore – accompagnare nel cammino dell’amore».

* Direttore Ufficio CEI per la pastorale della famiglia