«Scelgo di fare famiglia»: un progetto significativo per i giovani oggi

Inserito in NPG annata 2006.

 

Domenico Sigalini

(NPG 2006-09-34)



Vedo due fidanzatini non di primo pelo che già da un po’ stanno tubando in tutte le forme possibili e so che hanno amici sposati, chi bene e chi male, e vorrebbero decidersi: la casa c’è, qualche soldo è stato messo da parte, il papà garantisce una rete di protezione, il lavoro per tutti e due è quasi uscito dalla precarietà. Ma non riescono a fare il volo. Sono già più avanti di quei due giovanotti che avevo incontrato in treno di ritorno dall’aver visitato le rispettive fidanzate. Quanti anni avete? Ventisette. Ma non vi sposate ancora? Tutti e due, quasi avessero fatto le prove, alzano le mani e esclamano: Abbiamo la mamma! Sicuramente con una decina di emme, per significare il caldo abbraccio e la furba comodità del materasso e della lavatrice.

Questi invece si vogliono decidere: hanno bisogno di alcune ragioni che danno la spinta. Tre o quattro gliele fornisco io, le altre spero che abbiano amici che gliele testimoniano.

Sì alla coppia

La vita dell’uomo è fatta per vivere in due donandosi amore l’uno all’altra. Da soli si vive un senso di incompletezza, si apre una sete che deve essere colmata. L’altro va cercato e a lui occorre dedicarsi. È da quando sei bambino che vivi l’amore. Qualcuno ha la grazia di avere un fratello o una sorella con cui si litiga, ci si cerca, si bisticcia, ci si confida, ci si coalizza contro i grandi, ci si fanno confidenze, ma che si cerca sempre come l’altra faccia della tua vita. Abbiamo tutti avuto un papà e una mamma, di cui ci siamo sentiti figli, che ci hanno dato amore e a cui abbiamo tentato di offrire il nostro. Da quando siamo nati cerchiamo l’altro, fino a quando scoppia qualcosa di nuovo, che ti destabilizza. È l’altra.
Da che mondo è mondo si è sempre cercato di interpretare quello che ci capita attorno, di dare un senso al come viviamo, di trovare delle ragioni. Abbiamo apposta l’intelligenza. Allora ci diamo da fare per trovare ipotesi, punti di partenza, studiare sequenze logiche, mettere in campo tutti i punti di vista e arrivare a delle conclusioni in una lunga serie di cause e effetti. Ma in questo procedimento razionale scoppia un giorno qualcosa che non quadra, che non sta nello schema. Avevi fatto tutte le tue previsioni, invece interviene qualcosa che sconvolge tutto. Sei un giovane, hai già imparato a calcolare per filo e per segno il tuo tempo, i tuoi obiettivi, hai stabilito tappe, scansione di passi… vedi quella persona, ti senti addosso qualcosa che ti destabilizza, e diciamo per convenzione «cuore», cambi ritmo, tempi, vuoi a tutti i costi incontrare quella persona e ti cambia la vita. Non puoi più non pensare a lei, per lei fai pazzie, non stai più nella pelle. Questa esperienza fuori da ogni logica, questa destabilizzazione degli schemi, questo non prevedibile è il motore stesso della vita. Non è una trappola camuffata, ma la nostra natura, il segreto della felicità.

Hai passato una vita a pensare a te, a goderti tutti i momenti del tempo che scorre senza accorgerti, ti sei detto: «A suo tempo mi impegnerò anch’io, anch’io mi darò da fare per piantare il futuro...», poi tutt’a un tratto ti sembra di aver aspettato troppo, il tempo trascorso ti sembra un’eternità; c’è qualcosa che bisogna fare subito; perché non mi sono accorto prima? perché ho tollerato questa inedia, questo essere neutrale a tutto? Perché non mi sono accorto di avere un cuore vuoto?
È così: quando ti prende la solitudine è sempre a tradimento, è sempre improvvisa, non annunciata, t’accorgi troppo tardi; è sempre insopportabile. Allora ti prende l’ansia, scrivi nel cuore le leggi della fisica e non dell’amore, la legge del tutto e subito, del non c’è niente da fare; del non c’è un cane che mi pensa, anche se sono stato per tanti anni neanche un semplice povero cane per chi mi ha urlato la sua solitudine. E si parte con il piede sbagliato: ansia, timore di restare solo, sentimento di inutilità, paura di rischiare, fatalismo. Invece occorre imparare finalmente a vivere, ad accorgersi degli altri, a pensare a che cosa posso offrire sul piatto della gratuità, senza credere di perdere. Occorre abituarsi alla solitudine con se stessi, a pensare di esistere con dignità solo perché siamo vivi, a contare nel proprio corpo tutte le cellule che invocano l’altro, la pelle, le mani, gli occhi, il corpo, il cuore, la vita, la sessualità. Il paradosso è che la solitudine la sperimenti maggiormente nella massa quando cerchi di catturare l’altro per te, di aggrapparti a lui ad ogni costo; quando non riesci a rischiare di offrire fiducia, di esporti al fallimento.
Allora eccoti alcune mosse, forse un decalogo, per uscire dalla crisi:

1. Restare solo non è una sfortuna, ti aiuta a prenderti in mano l’anima e può essere una vocazione.
2. Cercare l’altro è uscire dal baratto: se io ti do, che cosa ne guadagno?
3. Il colpo di fulmine è come un terno al lotto, a 80 anni qualcuno lo sta ancora aspettando.
4. La sessualità ti è stata data per tenerti in stato di ricerca, non va messa in cassaforte, né esposta al supermercato.
5. Non rifugiarti nel virtuale, Lara Croft non esiste e l’amore non è avere sul comodino una Barbie o un orsacchiotto di pelouche.
6. Troverai l’amore se sarai un imperdonabile sognatore.
7. Le avventure sono i gradini che ti affossano nella solitudine, con l’illusione di avere la risposta dietro l’angolo.
8. Tendi l’orecchio come gli indiani, che ascoltano il cuore della terra: tutti i passi che senti sono di gente che ha bisogno di te.
9. Rischia come l’acrobata, ti tieni sempre troppa terra sotto i piedi: non cadrai mai fuori dalle braccia di un Padre.
10. Solo Dio ha le chiavi del cuore: passa da Lui, non dorme di notte finché non ti sei trovato chi amare.

Questo tempo dell’amore sembra oggi difficile da vivere. È difficile riuscire a mettersi assieme, far diventare dialogo profondo il sentimento, uscire dalla solitudine in cui si è stati troppo tempo, trovare finalmente un’intesa, aiutati dalla forza insopprimibile della sessualità. È difficile districarsi tra quel mare di immagini, di provocazioni, di esperienze, di fallimenti che ti sbattono davanti gli adulti con la loro vita, con i loro interessi e con le loro TV. Ma la strada della felicità passa proprio solo da qui. Diceva Papa Giovanni Paolo II: «È importante rendersi conto che, tra le tante domande affioranti al vostro spirito, quelle decisive non riguardano il “che cosa”. La domanda di fondo è “chi”: verso “chi” andare, “chi” seguire, “a chi” affidare la propria vita.
Voi pensate alla vostra scelta affettiva, e immagino che siate d’accordo: ciò che veramente conta nella vita è la persona con la quale si decide di condividerla».
Non bastano le cose, non bastano i soldi, non ti riempiono la vita le gite, il trekking e gli sport anche quelli estremi. È sempre e solo una persona, e anche quella non in qualsiasi modo.

Sì al sacramento

Finalmente quando ti pare di aver trovato la tua strada per l’amore, per la vita di coppia, ti senti dire (cf il Papa a Tor Vergata): «Forse a voi non verrà chiesto il sangue, ma la fedeltà a Cristo certamente sì! Una fedeltà da vivere nelle situazioni di ogni giorno: penso ai fidanzati e alla difficoltà di vivere, entro il mondo di oggi, la purezza nell’attesa del matrimonio».
Ma che c’entra Dio con il nostro amore! Ci siamo conosciuti per caso sul corso, da quando si sono incrociati i nostri occhi abbiamo cominciato a non star bene se non assieme. Ci siamo cercati; a qualcuno davamo fastidio, ma abbiamo continuato lo stesso; le abbiamo inventate tutte per poterci vedere: complicità, sotterfugi, lotte, delusioni, altalene di sentimenti. Questo amore è nostro, ce lo siamo costruiti noi come abbiamo voluto, non dobbiamo rendere ragione a nessuno di quello che c’è tra noi. E viviamo assieme felici! Non sospettano i due innamorati che i loro approcci, le loro ansie, il loro cercarsi aveva alle spalle uno sguardo d’amore. Non sospettano che quando un uomo e una donna si vogliono bene mobilitano direttamente il Creatore, toccano un nervo scoperto che fa aprire direttamente il cielo, sbalzano dal letto il buon Dio, perché stanno incarnandolo di nuovo sulla terra e imprigionandolo nel loro amore. Quando due fidanzati si incontrano, Dio non sta nella pelle dalla gioia al vedere che due persone lo stanno imitando, gli stanno facendo il ritratto più vicino al vero. E volete che non gli interessi questo ritratto, che lo lasci mettere nella categoria dei porno, che sia riducibile a esercizi di sessualità, che sia una consumazione di pur sani egoismi, ma sempre egoismi, non aperti alla vita? Certo, se tutta la nostra vita fosse solo tentare di star bene senza uno sguardo mistico che la trasfigura e la proietta sullo sfondo della bellezza di Dio, non varrebbero tutti i tentativi di sfruttarla al massimo, di rubare ogni momento quel piacere che è molto imparentato con l’amore, quella soddisfazione a due pur conquistata a fatica. Ma a te Dio chiede di proiettarti su un progetto più grande. L’amore trova la sua pienezza nel matrimonio, e lì nel matrimonio è un amore che non muore, perché ha la forza stessa di Dio. Come può Dio essere estraneo all’amore tra un uomo e una donna se è lì che si fa presente, se è lì che le persone realizzano l’amore di Cristo per l’umanità e per la Chiesa? Veramente il regalo più grande è quello di proiettare l’amore verso l’alto, il bacio più bello è quello di due che si scambiano la presenza di Dio in loro. Quella cena al lume di candela è la cospirazione di due che stanno trovando l’intesa migliore per offrire a Dio l’abitazione più adatta a continuare la forza della vita. Quel ballo appassionato, forse ormai lontano dal chiasso della discoteca quando si muovevano i primi passi di questa bella avventura, è la danza della vita con gli occhi negli occhi, il cuore sul cuore, la vita abbracciata in una tensione di promessa, di impegno e di attesa di qualcosa di definitivo.
Diceva ancora Giovanni Paolo II: «Attenti, però! Ogni persona umana è inevitabilmente limitata: anche nel matrimonio più riuscito, non si può non mettere in conto una certa misura di delusione... Solo Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio e di Maria, il Verbo eterno del Padre nato duemila anni or sono a Betlemme di Giudea, è in grado di soddisfare le aspirazioni più profonde del cuore umano».
E questo lo si impara proprio quando si impara ad amare, quando nel proprio originalissimo amore di coppia si sa vedere l’amore di Dio.

Sì all’amore fedele

La comunicazione di Dio con gli uomini ha una storia lunga, come è lunga la storia della creazione e dell’uomo. Questa comunicazione di Dio ha il suo vertice,la sua pienezza in Gesù Cristo. È Lui la pienezza della comunicazione del Dio invisibile che si è fatto uomo e così ha acquistato, ha accettato una visibilità simile alla nostra. Da quando Maria ha detto il suo sì nel momento dell’Incarnazione, Cristo ha una sua storia tra noi, fra tutti gli uomini e le donne, fra tutte le storie che uomini e donne inventano tra loro, in particolare nella stessa storia di ogni coppia.
Ha una storia con tutti noi, e così il momento di grazia che è Lui è un momento lungo, diversificato, ricchissimo di tanti e diversi momenti.
L’oggetto di questa comunicazione è la sua vita che per una coppia diventa un patto di alleanza: diventare segno dell’amore di Dio nel mondo. Quasi si incarna di nuovo in questo debole amore tra un ragazzo e una ragazza, tra un uomo e una donna per continuare nel mondo la sua presenza, il suo calore per tutti gli uomini.
La realizzazione di questo progetto nella persona esige una nuova ristrutturazione della sua verità più profonda, della coscienza, di quel sacrario intimo del dialogo tra Dio e l’uomo. Essere cristiani è andare al profondo dell’uomo, cambiarlo dall’interno e farlo essere creatura nuova. Ma la stessa cosa sta avvenendo quando si vive una vita di coppia, ci si sta ristrutturando.
L’artista del dono d’amore è lo Spirito, è Lui che delinea nella coppia i contorni dell’umanità di Gesù, che si costituisce come la verità stessa della coppia e la difende nella coscienza di ciascuno. È l’umanità di Gesù, il modo con cui Lui è persona, è uomo, la verità di ogni uomo, di ogni persona. Sono le sue relazioni la verità delle nostre relazioni.
In Gesù Cristo noi riconosciamo un modo vero di realizzarsi dell’umano, tanto autenticamente umano da essere di fatto la misura anche della nostra verità di uomo e di donna, del nostro modo concreto, il più vero, il più autentico, di essere uomini e donne. È lo Spirito che ci fa accettare di essere a immagine di Gesù Cristo, cioè che ci fa accettare che Gesù non è una sovrastruttura della nostra umanità, un soprammobile, un «si fa per dire», un esempio bello, ma impossibile, ma la nostra verità stessa; deve guidare la nostra libertà a confrontarsi con questa stessa verità. E mentre delinea in noi i contorni della figura di Gesù, nella vita di due che si vogliono bene, di una coppia, delinea i contorni del rapporto sponsale tra Cristo e la Chiesa. E come Cristo non ha abbandonato né l’umanità
né la Chiesa quando lo inchiodavano alla croce, così anche ogni matrimonio stabilito nel Signore si conserva come definitivo anche quando è diventato una crocifissione… per incompatibilità di carattere, per malattia, per necessità, per strumentalizzazione, per noia… Per chi crede, Cristo è sempre lì a dare forza, conforto, speranza. Chi si impregna di questo spirito nei giorni felici, potrà continuare a vivere con questa speranza nelle ore difficili.
Riconoscere che lo Spirito è il Paraclito, il Difensore, significa chiedergli che difenda in noi e da noi la figura di Gesù Cristo, non permetta che la vanifichiamo; la difenda da noi stessi, dalla nostra sapienza, dalle nostre metodologie di interpretazione di Gesù, che non lo rendono più il Gesù del Vangelo e della Chiesa, e fanno sì che l’amore di coppia non sia più l’amore di Cristo verso la sua Chiesa, ma lo fanno essere a seconda di come ci fa comodo.
Lo Spirito non ci permette di inventare un altro Gesù Cristo, un altro tipo di amore di coppia costruito secondo il nostro modello di egoismo.

Sì ai figli

Ma perché due sposi che hanno trovato un buon equilibrio tra loro a fatica, un giorno perdono tutto e lasciano spazio a uno, due, tre figli? Ma chi glielo fa fare oggi di spendere la vita? E la parola «spendere» è proprio vera: mentre si desidera il bene dei figli e si aspetta con ansia che crescano, la loro vita si consuma.
È sicuramente ancora l’amore che prende un’altra forma, un altro modo di esprimersi, di configurarsi. Infatti spesso l’amore è pensato solo come lo spazio dell’intesa fra i due che al massimo si augura di essere eterno, ma spesso chiuso, limitato, circoscritto. È il dramma delle nostra cultura odierna che non sa andare oltre. Decidere di mettere al mondo figli esige che l’amore si colori di speranza.

Sperare è vedere oltre.
Sperare è non cedere all’evidenza.
Sperare è allargare gli orizzonti.
Sperare è avere in cuore una attesa certa.
Sperare è vivere di sogni che si realizzano.
Sperare è non dire in nessun caso: ormai.
Sperare è vivere da sentinelle, non da becchini.
Sperare è non aver paura del futuro.
Sperare è non adattarsi a chi ti dice di tenere i piedi per terra.
Sperare è scrollare di dosso il torpore e la depressione.
Sperare è radicarsi nelle promesse.
Sperare è affidarsi alla certezza dell’amore di Dio.
Sperare è dissolvere le nebbie della vita.
Sperare è puntare un laser sull’eternità.
Sperare è lasciarsi prendere oltre le bende svuotate dalla sorpresa di un Risorto.
Sperare è sapere che la vita continua.
Sperare è credere che il seme porta sempre frutto e continua la tua vita.
Sperare è collaborare con Dio per tenere viva l’umanità.
Sperare è una manina indifesa nella mano callosa di un papà.
Sperare è un abbraccio che dà sicurezza.
Sperare è avere qualcuno che ti domanda sempre perché.
Sperare è vegliare di notte sulla sofferenza innocente.
Sperare è far scoppiare un futuro per la vita.

Allora è bello e necessario avere figli e godere della vita che Dio ci ha dato.