Preparare al matrimonio e alla famiglia: processi educativi

Inserito in NPG annata 2006.

 

Luca Balugani, Matteo Cavani, Ivo Seghedoni

(NPG 2006-09-39)

 

Nel contesto della tradizione cristiana e alla luce della Parola di Dio, è chiaro che la vocazione dell’uomo è quella all’amore: il libro della Genesi insegna che l’originario ambiente genitoriale viene abbandonato dall’uomo e dalla donna per iniziare un nuovo cammino di autentica comunione, unione di differenze che stanno nella sessualità e non più nell’appartenere a diverse generazioni. Il progetto di Dio sull’uomo esalta così tanto questa comunione da permettere ai due di divenire una carne sola. E tale unione partecipa dell’atto creativo di Dio, trasmettendo a sua volta la vita.

AMARE: VOCAZIONE DELL’UOMO E DELLA DONNA

Una lettura sociologica

Questo dato antropologico fondamentale sembra oggi essere messo in crisi dalle evidenze sociologiche. Infatti nel mondo contemporaneo le popolazioni a nord dell’equatore appartengono ad una generazione che non genera. I dati demografici sono lampanti con un calo rispetto a mezzo secolo fa tra mezzo punto e uno intero nel rapporto tra madri e figli. Tante sono le conseguenze di questa situazione: lo scollamento tra la dimensione sessuale e la procreazione, l’invecchiamento della popolazione con l’incapacità/impossibilità delle persone di età avanzata a lasciare posto ai figli, l’auto-centrarsi delle coppie su se stesse e/o sulle rispettive carriere lavorative… Il mondo giovanile respira la stessa aria e vive nel medesimo clima culturale: recepisce pertanto le paure dell’adulto a farsi educatore e si scoraggia a pensarsi a sua volta fecondo. Gli adolescenti del 2000 si trovano preceduti da generazioni sterili (anche in senso fisiologico), il che acuisce una delle domande evolutive più cruciali: «Perché proprio io?». Ciò accade anche perché sono divenuti oggetto di consumo emotivo da parte dei loro genitori, serbatoi di gioie che gli adulti non trovano più nell’aver finalmente raggiunto un’identità personale: è per questo che i genitori temono di educare i loro figli, cioè di compiere la faticosa maieutica e di limitarne gli eccessi.
Giovani (e adulti) sono inseriti in una rete di relazioni resa fittissima dalle tante opportunità comunicative e da una variegata offerta di esperienze e appartenenze. Vanno tuttavia evidenziate due specificità del mondo contemporaneo, liquido secondo la definizione di Z. Bauman, perché le situazioni cambiano prima che possa nascere una abitudine (habitus) da parte degli uomini:
* la relazione da taschino: non si cade innamorati, ma si preferisce una relazione conveniente, estratta quando serve. Un tipo di relazione di questo genere chiede perenne attenzione, per evitare che scivoli fuori dal taschino! Fa sempre effetto avere una bella segretaria da mostrare agli altri manager, anche se magari non ci si combina nulla;
* la legge dei grandi numeri: l’importanza di qualunque cosa dipende dai numeri e dalle ricorrenze. Quante copie ha venduto un libro o CD? Qual è stato lo share di un programma televisivo? La stessa fama di attori, cantanti, veline… dipende dal numero di volte che il nome ritorna (diffondendosi di bocca in bocca) e dalla superficie occupata nei giornali/televisioni/film.[1]
Si delinea così il profilo dell’uomo contemporaneo che una compagnia aerea ha definito jetrosexual una persona che tiene una velocità media oraria assai elevata, anche 70 km l’ora (notti incluse): il che significa lasciarsi alle spalle continuamente situazioni e persone inseguendo un futuro per non afferrarlo mai del tutto. In questo ritmo folle, nel quale ovviamente è difficile costruire relazioni che abbiano una certa stabilità, non è agevolato il raggiungimento di una fiducia tale nell’altro, da permettere di scoprirsi a vicenda, di «mettersi a nudo». Per raggiungere la tappa fondamentale del cammino evolutivo che è l’intimità, è necessario oggi navigare contro una corrente che viaggia a velocità jetrosexual. Eppure l’identità dell’Io acquista pieno vigore solo grazie all’incontro con un’altra identità, senza creare né una pericolosa discontinuità con il passato, né una identicità incestuosa.[2] In altre parole: o l’adolescente ha il coraggio di muoversi contro corrente, o la sua capacità di amare conoscerà quel precariato che contrassegna il mondo adulto del lavoro.

Amare: verso dove? Gli obiettivi dell’educazione all’amore e alla famiglia

Allenarsi per andare controcorrente significa armarsi di coraggio per una sana trasgressione. Abbandonarsi alla corrente è al contrario rinunciare a raggiungere un’intimità che sia creativa. La trasgressione ha un ruolo fondamentale nel cammino verso l’autonomia e nell’assunzione di valori e atteggiamenti che siano oltre le convenzioni sociali: l’assunzione di una responsabilità è in se stessa una scelta trasgressiva, perché la scelta di uno stile di vita adulto comporta l’aver dato una risposta personale al perché si vive e ci si comporta in un modo piuttosto che in un altro. L’io nasce dal dialogo con le altre persone, ma anche attraverso una caratterizzazione propria; altrimenti è la «generazione»[3] a decidere per l’adolescente.

Ci sono obiettivi educativi che segnalano il raggiungimento di traguardi importanti per acquisire un’intimità generativa.
* Una trasformazione della ricerca di piacere: il piacere è esperienza primordiale nella vita di una persona, sperimentato già nel primo mese di vita dell’infante. E rimane un nucleo costitutivo dello sviluppo. È necessario però che il piacere sgorghi dall’intimità con l’altro, cioè dallo scambio alla pari di idee, gusti, piaceri; dal superamento delle barriere, soprattutto quelle legate al pregiudizio, alla precomprensione; e dal concedere all’altro una prelazione sulla propria vita.
* Non ancorarsi agli stereotipi maschili e femminili. Condividere un piacere con l’altro implica la capacità di entrare dentro la vita dell’altro, nei suoi gusti, e cominciare a sperimentare cosa suscita piacere nell’altra persona. È l’opportunità concessa all’uomo di poter percepire il piacere della donna e viceversa; l’invidia di freudiana memoria per il sesso opposto è superata. La nostra identità sessuale risente molto delle caratteristiche sociali, che divengono poi stereotipi per cui l’uomo non chiede nulla e la donna si auto-emancipa. Far cadere le barriere è poter gustare la vita con la sensibilità del partner, sensibilità connotata da un approccio alla realtà diverso, dovuto alla dimensione della sessualità.
* Il superamento della convenzionalità: la trasgressione diventa negativa non quando trasgredisce un ordine precostituito, ma se nuoce alla propria persona o agli altri. In quanto tale trasgressione significa uscire da un corso già programmato, quale ad esempio può essere quello delle fantasie dei genitori o di altri adulti significativi, della pressione del gruppo dei coetanei… La trasgressione si rivela poi occasione anche quando viene agita in maniera aggressiva nei confronti degli amici, se questi si rivelano capaci di tollerarla, cioè di voler bene nonostante gli attacchi gratuiti. La presenza di aggressività infatti è tollerata perché inserita in una relazione amorosa che ne argina gli aspetti distruttivi. «Nel piacere come nel dolore, vi è la ricerca di un’esperienza affettiva tanto intensa da cancellare temporaneamente i confini del Sé, un’esperienza che possa dare alla vita un profondo significato, una trascendenza che unisce il coinvolgimento sessuale all’estasi religiosa, un’esperienza di libertà che va oltre le pastoie della vita quotidiana».[4]
* Gestione del conflitto (interiore, prima di tutto). Il distanziamento dalla morale infantile provoca nel mondo adulto la fatica di adattarsi a dialogare alla pari senza poter abusare dell’autorità; ma provoca anche nell’adolescente un lutto, un disincanto nei confronti degli adulti creduti onnipotenti o al contrario svalutati ed etichettati come cattivi. La sfumatura delle categorie di bene e male, la complicazione dei sentimenti con uno spettro emotivo più ricco, la capacità di astrazione e il poter ragionare sulle ipotesi (incluse quelle irrealizzabili) espongono un giovane al rischio di sbagliare e alla delusione. Per una maturazione affettiva ed evolutiva, deve soffrire, imparando a non attutirsi eccessivamente i colpi e a non decolpevolizzarsi a basso costo.
* L’idealizzazione dell’altro a partire dal suo corpo. In una società narcisista quale è da tempo la nostra, ogni persona è in cerca di ammiratori. Un rapporto amoroso ha bisogno della capacità di idealizzarsi e oggi anche di idealizzare il corpo. «Troppo magro», «troppo grasso», «troppo alto» o «troppo basso»: il corpo è spesso oggetto di vilipendio da parte del soggetto stesso e delle altre persone. Un’accettazione del proprio corpo e la capacità di idealizzare quello dell’altro è condizione importante, quasi cruciale, perché si dia integrazione tra tenerezza ed erotismo. L’altro è colui/colei che interpreta e incarna gli ideali dell’Io, a partire da quelli estetici fino al più ricco sistema personale dei valori.
* Il desiderio di sedurre ed essere sedotti. La seduzione dice svelarsi e coprirsi, scoprire e lasciare celato. Lo svelarsi (non solo in senso fisico, ma anche relazionale) seduce solamente quando conserva il mistero. È affascinante ciò che è scoperto pian piano e che si mantiene riservato. Quando qualcosa è immediatamente comprensibile e non conserva nessun carattere simbolico, diventa banale. Ciò vale anche per la relazione di coppia: quando i partners credono di conoscersi totalmente, non si piacciono e non si affascinano più. La seduzione avviene quando ci si fida di una promessa di condivisione non realizzata del tutto, ma per la quale ci si è reciprocamente impegnati.
* L’alternanza tra desiderio di esclusività e di fuggire dalla troppa intimità. Aprire le porte all’altro e al suo affetto, farlo diventare importante, significa non semplicemente offrirgli un po’ di spazio nella propria vita, ma consegnargli «le chiavi di casa». Se da una parte questo dà piacere perché la solitudine diventa abitata, dall’altra si smette di essere padroni indiscussi delle proprie scelte.
Le relazioni intime includono aspetti affettuosi e teneri, ma anche autodifesa e rifiuto.
Al tu è concesso il potere di entrare e interferire con la propria vita, ma contemporaneamente si aggiunge un chiavistello dall’interno per ribadire chi è il padrone di casa. E così l’intimità offerta rappresenta un punto di partenza, ma è anche sempre da riconquistare e da ri-offrire.

VERSO L’AMORE: NON PERCORSI MA PROCESSI

Con-versione o per-versione dell’amore?

Vivere una sana trasgressione significa elaborare non tanto dei percorsi educativi, che risultano spesso teorici, ma dare vita a veri e propri processi che facciano crescere le persone e le coppie. Il problema infatti non è soltanto sapere che cosa è giusto o sbagliato, ma riuscire a costruire una dinamica positiva a partire dalla quale nasce e si struttura un vero e proprio cammino di crescita.
L’educazione all’amore non è né informazione sessuale, né educazione morale, ma è educazione a vivere con consapevolezza le proprie scelte nel superamento di sé («rinnegare se stessi» direbbe il vangelo) per affermare l’amore verso l’altro («perdere la vita» direbbe ancora il vangelo). Viene pertanto indicato un percorso, un dinamismo che necessariamente ha un punto di partenza e un punto di arrivo. Il punto di partenza è costituito dal soggetto (l’io, il sé), il punto di arrivo dall’altro/Altro.[5] In altre parole, parlare di amore significa affermare un superamento continuo e riferendosi al soggetto, dire amore di sé significa in un qualche modo affermare un superamento del proprio io.
U. Galimberti in un modo significativo coglie questa dinamica parlando del desiderio di amare e sostiene che il desiderio di amare si può vivere come chiusura o come apertura all’altro.
«Il desiderio che non desidera il bene dell’altro è un desiderio che non diventa veicolo di trascendenza, ma oggetto della propria immanenza, giocata in quel breve spazio che separa la tensione dalla soddisfazione che la estingue. Quando l’amore non è voluto per se stesso, porta con sé la sua sconfitta, allontanando il bene per l’altro per divenire semplice azione sull’altro. È un’esperienza indivisa perché non condivisa; non lascia il sapore dell’altro, ma solo il sapore della fine. Diventa un’esperienza di morte, invece che di amore e di vita; un isolamento, dove lo spazio per la con-versione all’altro è stato derubato dalla propria per-versione. Infatti ogni amore che si vive senza reciprocità è a suo modo perverso».[6]
È di particolare interesse l’affermazione relativa al fatto che ogni amore o è spazio per la «con-versione» o è spazio per la «per-versione», nel senso che l’amore inteso come superamento di sé è inteso come vita, mentre l’amore inteso come ripiegamento su di sé è inteso come morte.

Criteri per la cura dei processi educativi

In questo senso si possono individuare tre criteri che dicono la costruzione di un processo.

* Il fine verso cui si è incamminati.
Si tratta di avere un orizzonte verso cui si è incamminati. È vero che l’amore è superamento di sé o ripiegamento su di sé, e questo si rivela nella direzione in cui si muove la persona o la coppia. Si possono pertanto individuare tre orizzonti che misurano il superamento di sé che chiameremo autotrascendenza.[7]
Secondo la prospettiva egocentrica, ci si autotrascende per il perfezionamento del proprio io. Si tratta di un’autorealizzazione dell’uomo, che pone al centro il proprio io.
Secondo la prospettiva filantropico-sociale l’obiettivo primario dell’autotrascendenza è il perfezionamento dell’umanità. Ciò non esclude la componente personale, ma al centro c’è una dimensione sociale.
Per la trascendenza teocentrica, l’obiettivo ultimo è Dio; ci si distacca da sé, ci si autotrascende per raggiungere Dio. Dio diventa in questo modo il fondamento e il senso di ogni valore.
Occorre sottolineare che il tipo prevalente di autotrascendenza evidenzia la prospettiva prevalente che il soggetto sta vivendo. Qualsiasi uomo può vivere tutti questi tipi di autotrascendenza; è anzi auspicabile che ciascuno li viva, perché non si dà il livello superiore senza passare per il precedente. Resta vero comunque, in una prospettiva di sviluppo, che i tre diversi livelli indicano un cammino, e la coppia nel suo percorso di crescita è chiamata attraverso le esperienze che vive a crescere in questo cammino, cioè a passare da una prospettiva prevalentemente egocentrica ad una prospettiva di apertura (generatività). Da questo punto di vista non ci si stupisce se un bambino (o un ragazzo) vive in una prospettiva egocentrica, mentre ciò risulta segno di immaturità per un adulto o una coppia di adulti.

* Il criterio della circolarità fra vita e riflessione.
È decisiva la circolarità e il dialogo che c’è fra la vita e la riflessione. Purtroppo deve ancora cadere il mito educativo secondo il quale una volta che si comprende che cosa è giusto di conseguenza lo si vive. La teoria e la prassi, infatti, debbono essere maggiormente in dialogo: infatti i punti di riferimento che si possiedono vengono ridefiniti dall’esperienza che si vive. I valori orientano l’esperienza, ma l’esperienza rinforza, purifica, ridefinisce i punti di riferimento. C’è una vera e propria circolarità fra il vivere e il pensare, e costruire dei processi educativi significa diventare capaci di cogliere tale circolarità e fondare su di essa il metodo educativo. Le coppie, da questo punto di vista, vivono delle vere e proprie tappe di crescita, dove a volte prevale un’esperienza vissuta, altre volte una riflessione frutto di un’esperienza, in modo che tutto sia in un qualche modo raccolto e integrato.
Questo aspetto è decisivo per costruire un’«elasticità» che consentirà poi alla coppia di integrare gli elementi della vita e diventare capaci di riferirli ai valori per elaborare sempre nuove sintesi. La circolarità e il dialogo dicono la non-rigidità, elemento fondamentale perché un processo sia di crescita e non di de-crescita.

* Il criterio della gradualità.
La legge della gradualità, dovuta alla dimensione pratica, è molto ben espressa in Familiaris Consortio, dove si afferma: «Essi [i coniugi], tuttavia, non possono guardare alla legge solo come ad un puro ideale da raggiungere in futuro, ma debbono considerarla come un comando di Cristo Signore a superare con impegno le difficoltà».[8] Il testo è riferito ai coniugi, ma è stato recepito in modo più amplio ed evidenzia che è in corso un vero e proprio processo, e non esiste un’unica via. Si tratta pertanto di cogliere le tappe realmente possibili per il cammino di quella coppia. Non si deve dimenticare che il criterio delle tappe ha tradizionalmente accompagnato il cammino della chiesa per quanto riguarda i sacramenti. Non si può pertanto escluderlo per quanto riguarda il sacramento del matrimonio, non tanto nell’esigenza di fissare alcuni punti univoci, ma nella comprensione che ogni cammino, anche il migliore, è fatto di un passo dopo l’altro.

IDEE E SUGGERIMENTI PER LA FORMAZIONE AL MATRIMONIO E ALLA FAMIGLIA

Maturare verso il «noi» autentico

Il fondamento solido di un progetto di matrimonio o di famiglia non viene posto grazie ad interventi pastorali, benché questi siano mirati e intelligenti. Sono ben noti a tutti giovani che da sempre hanno partecipato a cammini di fede all’interno dei gruppi parrocchiali o associativi, ma che una volta giunti alla scelta del matrimonio non sono stati all’altezza della scelta fatta. Lì, con desolata rassegnazione, abbiamo preso coscienza che anche la più scrupolosa preparazione, perfino quella che chiamiamo «remota», non garantisce dal fallimento.
Per realizzare un progetto di amore maturo, sono anzitutto degli «atteggiamenti» che si devono coltivare lungo tutto il corso della crescita emotiva e affettiva della persona, fin dall’infanzia. E se nemmeno la maturazione di questi atteggiamenti garantisce, certo la loro effettiva presenza è la base su cui edificare un progetto di amore di coppia.
L’amore maturo consiste nella capacità di amore totale, che si esprime nella volontà di rimanere nell’amore.[9] La prima dice una disponibilità di fondo, presente nel giovane, ad amare il «tutto» dell’altro, nella sua grandezza e nella sua fragilità; la seconda indica una capacità di fedeltà fondata sulla decisione che si rinnova quotidianamente. Queste due condizioni (la disponibilità come attitudine fondamentale e la decisione come attuazione continua del progetto) maturano non grazie a percorsi pastorali o a corsi di educazione all’amore, ma in virtù di relazioni sane che - vissute nell’infanzia, nell’adolescenza e nella giovinezza - aiutano la maturazione di una piena capacità di amare. La condizione prima, quindi, per realizzare un progetto di famiglia e di matrimonio è la salute emotiva del giovane, il suo equilibrio affettivo.
Questa capacità di amore totale presuppone l’identità di colui che ama e il riconoscimento dell’altro distinto da sé: occorre cioè aver acquisito una immagine realistica e consistente di sé (dove siano integrate le immagini positive e negative del sé in una sostanziale accettazione della propria identità) e sapersi raffigurare una immagine realistica dell’altro, cioè de-idealizzata e accolta per il suo bello/brutto, ricchezza/limite. In questa capacità di integrazione del proprio e dell’altrui limite, il giovane o la ragazza saranno capaci di instaurare una comunione che non pretende di essere fusione reciproca, e che sa rispettare la differenziazione. È la vittoria sulla pretesa infantile di annullare le «barriere dell’io» per scoprire - al di là della salutare, ma transitoria illusione dell’innamoramento - che l’altro rimane altro, soggetto con una identità verso la quale sono sempre e di nuovo in pellegrinaggio per cercare l’incontro e la comunione. È solo in tal modo che si iniziano e mantenere relazioni mature, che non si presentino come la ripetizione automatica delle relazioni precedenti, e che superino la pretesa di annullare l’ambivalenza che sempre c’è nell’altro.

Ma allora l’azione pastorale cosa può fare?

Lo spazio per l’azione pastorale rimane comunque significativo, soprattutto se si decide di non ridurla ad incontri o a momenti di formazione di tipo frontale. Fin dalla preadolescenza, e soprattutto nel tempo dell’adolescenza e della prima giovinezza, vi sono ampi spazi di manovra per gli operatori pastorali, per favorire una preparazione al matrimonio e alla famiglia, attraverso molteplici interventi.
Proviamo a dare alcuni criteri e a suggerire idee che sembrano feconde.

Smontare i miti bugiardi.
Anzitutto è necessario fare una azione di de-strutturazione di tante rappresentazioni fasulle e ingannevoli, alle quali i giovani (ma anche gli adulti, purtroppo) vorrebbero credere.
- L’idea, per esempio, che innamoramento e amore siano la stessa cosa, dimenticando che l’innamoramento è per sua natura una fase transitoria, benché necessaria, nel cammino di maturazione di un amore di coppia. Questa prima illusione può essere superata educando a comprendere che amare comporta una stabilità e una decisione che l’innamoramento non conosce, e che l’esperienza affettiva attraversa significativi cambiamenti. Se ciò non avviene, si apre un primo spiraglio alle molte minacce di infedeltà, quando l’innamoramento, poco dopo il matrimonio (in realtà spesso prima di esso), esaurisce la sua forza propulsiva.
- La concezione che l’amore sia l’amore romantico, cioè una esperienza fortunata dove finalmente si è trovata la propria stella, colei/colui creato per me e grazie al quale verrò colmato in tutto il mio bisogno di amare e di essere compreso. Questa errata concezione fa coincidere l’amore con la dipendenza, introducendo l’idea che amare significhi rinunciare alla propria autonomia, diventare, per così dire, incapaci di fare da soli, per vivere solo per e con l’altro, anziché rendersi conto che decidere di amare significa scegliere una relazione come criterio di valutazione di tutte le mie altre e numerose relazioni.
- Una idea di libertà come assenza di limiti, con la conseguenza che il segno di essere veramente liberi consista nel non vergognarsi di nulla. La vergogna, infatti, è «inibizione nell’espressione dei propri sentimenti, del proprio desiderio o della propria corporeità».[10] L’area della sessualità ne è naturalmente investita: la vergogna genera dolore nel parlare del proprio amore (il rossore è avvertito come catastrofico perché svela i desideri sottostanti), non lo si può esibire. Come si vede, più che un residuo dell’infanzia, è la crisi che si vive nel passare dalla scena domestica al palco del gruppo allargato degli amici, del contesto sociale. Lo stesso corpo non può venire manifestato come desiderante. Gli adolescenti vengono da un tempo in cui i genitori hanno chiesto loro di non farli vergognare, o scomparendo o vivendo in modo massimamente educato. Così la vergogna si trova sulla rotta di collisione con gli esiti dell’adolescenza: trovare uno spazio sociale e diventare visibili al di fuori della famiglia. Ma la vergogna è anche il segno della serietà e dell’importanza delle cose; rivela gli ideali di una persona e anche la distanza da questi. Tradisce non solo il dolore, ma pure la speranza di poterli raggiungere. Dipende dagli ideali e dalle aspettative personali, che aumentano ed espongono al non essere in grado di restare alla loro altezza.
Si potrebbe continuare a lungo: ma questi pochi esempi bastano a mostrare che una prima azione significativa consiste nello smontare false rappresentazioni che disorientano il percorso affettivo di molti giovani. Questo bagno di realismo apre alla possibilità di instaurare relazioni vere, libere da inganni e auto-inganni, sollecitate a crescere alla ricerca dell’autenticità dell’amore e non dei suoi falsi miti.

Riesprimere in modo nuovo il significato della proposta cristiana sull’amore e la sessualità.
La rivelazione cristiana e la sua offerta di salvezza hanno molto da dire sulla vocazione dell’uomo e della donna all’amore. Molto da dire per l’esperienza affettiva, molto da raccontare sul corpo e la sessualità. Dopo i lunghi anni in cui l’insegnamento morale si è limitato a indicare i limiti e a sottolineare i «no», oggi spesso nella formazione si tende a tacere, forse per l’imbarazzo di spiegare perché «no»…; e quando di nuovo si prende la parola si rischia di cadere ancora una volta in indicazioni casistiche che appaiono agli occhi dei giovani ingiuste e a volte addirittura mortifere.
Si tratta anzitutto e soprattutto di dire qualcosa di nuovo sulla sessualità umana e sulla sua vocazione, sulla sua natura di dono e sul suo limite. I giovani oggi, pur cercando avidamente a volte una pienezza attraverso l’uso della sessualità, appaiono molto più disincantati di quanto non pensiamo, svilendo e disprezzando ciò che la sessualità ha da donare alla vita dell’uomo e della donna. Alla fede cristiana spetta oggi il compito di narrare, anche con audacia, il dono che la sessualità è per l’uomo e la donna nel progetto di amore del Creatore. Solo dentro a questa narrazione della bellezza della sessualità è corretto sottolinearne i limiti. A meno di non decidere che non sia vero che Dio ha fatto una «cosa molto buona» (cf Gen 1,31).
Nella cultura oggi proprio a causa di una eccessiva esaltazione, la sessualità viene ridotta a poco: essa è percepita solo come piacere (mentre è anche sfida, impegno che richiede coraggio!), ma spesso anche come furto (l’altro va usato, anche a costo di ingannarlo e poi va gettato quando non gratifica più). La sessualità è anche identificata come il pericolo, minaccia (alla propria integrità, alla salute). In tutti i casi essa è un pezzo, una parte dell’io, estranea non solo al progetto di vita, ma a volte perfino alle stesse emozioni (significativa è l’espressione molto usata dai giovani «fare sesso», che ha sostituito quella molto più piena di «fare l’amore»).
La visione cristiana può raccontare di una sessualità che è dono per uscire dalla solitudine:
- è una calamita scritta in tutta la carne e nell’anima, volta a spingerci all’incontro, alla relazione;
- è un ricchissimo alfabeto che ci fornisce la possibilità di comunicare con l’altro esprimendoci con molteplici linguaggi e segni;
- è un tesoro nascosto in noi, che ritroviamo solo grazie all’altro e che ci permette di vivere uno scambio di doni attesi, benché sconosciuti;
- è un cantiere aperto per costruire una casa nella quale abitare liberati dall’isolamento e aperti ad un futuro di speranza;
- è un santuario, il tabernacolo che custodisce i più grandi doni di Dio: l’amore, che essa è chiamata ad esprimere, e la vita, che essa custodisce e sa generare… in essa è adombrato il mistero stesso dell’eucaristia, amore e vita dell’uomo.
Queste e altre categorie liberano la sessualità dalla false immagini degradanti, e la possono raccontare ai giovani nella fedeltà alla visione cristiana della vocazione dell’uomo e della donna all’amore.

Utilizzare il linguaggio del simbolo, nella chiarezza e nel rispetto.
Parlare di matrimonio, di amore e di sessualità ai giovani richiede coraggio. Ma un coraggio diverso da quello che spesso immaginiamo. Richiede il coraggio della verità dei contenuti e dell’equilibrio del linguaggio; il coraggio di accettare le provocazioni e di non fermarsi ad esse; di riesprimere in modo alto e rispettoso quello che a volte viene chiamato in modo sprezzante e volgare.
Il mondo della sessualità e dell’amore è simbolico: esso rimanda sempre oltre a sé. Nell’imbarazzo generato dalla inafferrabilità di questo «oltre», la nostra cultura (e non solo i giovani) preferisce cosificare e brutalizzare, per dominare ciò che è invece inquietante. In questo modo, mentre in passato tutto quello che riguardava il sesso era considerato No fly zone, ad eccezione che dentro il matrimonio e secondo canoni precisati, oggi l’assioma recita «si può fare quello che si vuole»: in entrambi i casi la sessualità e il corpo sono cosificati, brutalizzati. Trattati come strumenti che nulla hanno a vedere con l’anima e il cervello, i sentimenti e le intenzioni…
Se invece è vero che «il corpo sono io» e che la sessualità è iscritta in ogni cellula e informa di sé tutta la vita psichica del soggetto, allora essa va trattata con la delicatezza che merita. All’educazione sessuale spetta, quindi, il compito non solo di informare correttamente, ma soprattutto di suscitare l’interrogativo: «che significa? a cosa è finalizzata? perché funziona o, meglio, si esprime così?» e di tentare risposte dove l’oltre della sessualità e dell’amore possano esprimersi e offrire significato alla vita e al suo futuro.
Occorre per questo parlare con chiarezza di sessualità e di amore ai giovani: una chiarezza che è verità dell’informazione, ma anche coraggio di approfondire il senso delle indicazioni morali. Ma occorre anche parlare con rispetto: un rispetto che non è solo quello di non utilizzare mai nella formazione un linguaggio gergale (magari per inseguire i giovani sul loro stesso terreno), ma anche quello del non giudizio per le immaturità, gli errori, le deviazioni di percorso che tanti giovani sperimentano o nelle quali si smarriscono. Quello che forma è raccontare il bene, non descrivere e stigmatizzare il male.

Proporre cammini di crescita.
Non si matura nella capacità di amare se non attraverso un tirocinio, un apprendistato, che si vive grazie alla guida di qualcuno ha abbia qualcosa da trasmettere. La nostra formazione, in tutti gli ambiti pastorali e soprattutto in questo, dovrebbe veramente configurarsi più che come scuola come bottega artigiana, dove si apprende da un maestro come si modella la delicata materia dell’amore, dell’affettività, della sessualità.
Gli educatori dei giovani sono chiamati, quindi, a proporre dei veri e propri tirocini, delle esperienze di crescita, progettate, guidate, verificate. Allo scopo servono tutte quelle esperienze di esercizio di sé nella carità, nel servizio, nel volontariato. Ma questo non basta: ad un educatore deve essere permesso di «metter le mani» (con delicatezza e rispetto) su come nel gruppo si vivono le amicizie, sulla qualità della comunicazione tra i membri, sulle esperienze affettive e di coppia che nascono. Certo, si tratta di un lavoro delicato: ma non si educa se si finge di non vedere, con la scusa che si tratta di cose personali. È chiaro che intervenire in questo campo esige maturità umana e spirituale nell’educatore: una maturità che invoca un discernimento nella scelta di coloro a cui affidiamo la cura degli adolescenti e dei giovani nelle nostre comunità e associazioni.

Qualche suggerimento

* Intersecare i livelli: l’amore riguarda tutta la persona, così come la fede parla a tutte le dimensioni della personalità. Per questo è buona regola formativa non frammentare i discorsi per comodità didattica. È invece importante avere la capacità, se necessario a più voci, di leggere i problemi a livelli diversi, ad esempio di non sganciare mai il discorso morale dall’annuncio o dall’approfondimento psicologico o dall’analisi morfologica della sessualità. Questo fa comprendere che l’annuncio cristiano sull’amore non è estrinseco rispetto all’esperienza, e che legge divina e legge naturale non sono tra loro opposte, ma si interpretano a vicenda.
* Fornire la possibilità di molti accessi al discorso: per parlare efficacemente di amore e di preparazione ad un futuro di coppia è utile utilizzare molte porte di accesso: si possono commentare canzoni e film, ci si può servire di interventi frontali e di domande, è bene utilizzare le testimonianze e i materiali da consegnare, si può lavorare in assemblea e nel piccolo gruppo, anche suddivisi tra maschi e femmine su particolari problemi. È una sinfonia di linguaggi, articolati in un cammino coerente e lineare, che offre ai giovani la possibilità di lasciarsi toccare dalla proposta formativa.
* Formare gli animatori giovanili, per non ridurre la formazione alla sola consulenza di esperti. Anche se è utile e buono godere della competenza antropologica e biblica, medica e psicologica, morale e giuridica di esperti, rimane vero che è più incisivo e quindi importante quanto viene costruito nel piccolo di un cammino feriale rispetto a quanto viene annunciato nel grande di un incontro straordinario. O meglio, il momento assembleare dove vi è un approfondimento autorevole va ripreso nel gruppo, rimesso in gioco in una analisi certamente più semplice, ma che può calare nel vissuto concreto degli adolescenti e dei giovani, affrontando le loro perplessità e domande.

 
NOTE

[1] Cf Z. Bauman, Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Editori Laterza, Bari 2004, pp. 30-52.

[2] Cf H.W. Maier, L’età infantile. Guida all’uso delle teorie evolutive di E.H. Erikson, J Piaget e R.R. Sears nella pratica psico-pedagogica, Franco Angeli Editore, Milano 1983, p. 82.

[3] La generazione generalizza le esigenze avvertite dagli adolescenti, le sintetizza, dà loro legittimità e poi uno strumento di risposta: la moda. E generalmente gli adolescenti pensano di averla vinta sulla generazione e di aver domato la moda collocandola al servizio di un progetto espressivo personale. Non s’accorgono in questo di essersi arresi, di averne accettato la maschera. Ma non è la generazione a cercare l’adolescente: è lui che la cerca e conferisce a lei e alla moda una autorità capace di influire sugli ideali personali. Cf G. Pietropolli Charmet – A. Marcazzan, Piercing e tatuaggio. Manipolazioni del corpo in adolescenza, Franco Angeli, Milano 2000, p. 114ss.

[4] O. F. Kernberg, Relazioni d’amore. Normalità e patologia, Raffaello Cortina Editore, Milano 1995, p. 28.

[5] In realtà questa descrizione è la descrizione di una parte di questo dinamismo, che si può pensare circolare e quindi c’è uno scambio fra il sé e l’altro, fra il soggetto e l’oggetto.

[6] U. Galimberti, «Solitudine», in la Repubblica (21.08.2004), 33 (citazione adattata). Da questo punto di vista si può aggiungere una citazione di Z. Bauman sul piacere e sulla felicità. Egli afferma: «I piaceri hanno vita breve. Non può essere altrimenti. È nella natura del piacere essere volatile, evasivo, impossibile da trattenere. Come si legge nel De vita beata, nel momento di massimo calore i piaceri cominciano a raffreddarsi. La capacità umana di provare piacere è limitata e si riempie in un attimo, dopo di che l’entusiasmo cede il passo all’indolenza e al torpore. La felicità al contrario si può trovare solo nella durata. Non può essere altrimenti, dal momento che la causa ultima della miseria umana sta nell’incurabile brevità della vita umana, nell’imminenza della fine e nel terrore del vuoto che seguirà. Ciò che gli individui evocano nei loro sogni di felicità è l’arresto del tempo, ossia un tempo immune dal passare del tempo, non più vulnerabile di fronte al suo potere di erosione, di polverizzazione e di annichilimento totale. I piaceri cooperano con la morte: abbreviano il tempo. La felicità resiste alla morte: spoglia il tempo dei suoi poteri distruttivi e ripara le devastazioni che esso si lascia alle spalle» (Z. Bauman, La felicità nell’epoca dei piaceri incerti, festivalfilosofia, Modena 2004, pp. 14-15).

[7] Cf L. M. Rulla – F. Imoda – J. Ridick, Antropologia della vocazione cristiana. Basi interdisciplinari, I, Piemme, Casale Monferrato (AL) 1985, pp. 104-109.

[8] Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 34.

[9] A. Manenti, Coppia e famiglia: come e perché, EDB, Bologna, 1993, pp. 176-177. 

[10] G. Pietropolli Charmet, I nuovi adolescenti. Padri e madri di fronte alla sfida, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, p. 181.