Paternità educativa. La lezione di don Bosco

Inserito in NPG annata 2006.

 

Aldo Giraudo

(NPG 2006-09-50)



A distanza di 57 anni il ricordo del doloroso evento è ancora vivo per lui, intensissimo. Disteso sul letto sta il corpo esanime del giovane padre. Tutti escono dalla stanza. La mamma lo chiama con voce sommessa: «Vieni, Giovanni, vieni con me». Lui, determinato, risponde: «Se non viene papà, non ci voglio andare». Poi quelle parole tremende: «Povero figlio, vieni, tu non hai più padre», e la mano che lo accompagna fuori. «Io piangevo, perché ella piangeva, giacché in quella età non potevo certamente comprendere quanto grande sciagura fosse la perdita del padre». È il 12 maggio 1817. Giovanni Bosco compirà due anni il successivo 15 agosto. Questo fatto irrompe nella sua coscienza di bambino e si fissa nella memoria.

Inizia così uno degli scritti autobiografici più efficaci di Don Bosco, le Memorie dell’Oratorio. Come il racconto rivela, l’evento traumatico influisce pesantemente sulla situazione familiare e segna l’esistenza di Giovanni.

Dalla perdita del padre alla paternità educativa

Potremmo far risalire alla precoce perdita del padre due atteggiamenti di fondo, che si riveleranno una risorsa nella vita di Don Bosco.
Innanzitutto egli, fin da ragazzo, manifesta la tendenza a ricercare e instaurare rapporti di amicizia e d’intesa con figure adulte, «paterne». Egli ricorda che durante gli anni della prima adolescenza, incontrando per strada il parroco e il viceparroco, «li salutava di lontano, più vicino faceva anche un inchino. Ma essi in modo grave e cortese restituivano il saluto continuando il loro cammino. Più volte piangendo dicevo tra me, ed anche con altri: Se io fossi prete, vorrei fare diversamente; vorrei avvicinarmi ai fanciulli, vorrei dire loro delle buone parole, dare dei buoni consigli. Quanto sarei felice, se potessi discorrere un poco col mio prevosto» (Memorie dell’Oratorio, I, 4). Il bisogno di un rapporto affettuoso con persone autorevoli lo accompagna per tutta la vita. Durante gli anni della formazione si sforza di entrare in corrispondenza cordiale e di guadagnare la benevolenza di maestri e professori, dei superiori del seminario e di quelli del convitto ecclesiastico, ricambiando le loro attenzioni con apertura di spirito e confidente disponibilità. Più tardi, valorizza ogni occasione per stabilire legami amichevoli con il suo arcivescovo, con gli amministratori della città, i ministri, il re, i cardinali di curia e il papa, offrendo collaborazione, comunicando attività e progetti, sollecitando consigli, approvazione e sostegno. Le tensioni o le incomprensioni che talvolta si verificano con alcuni sono per lui motivo di disagio e fonte di sofferenza. Ma non si ferma a questo rapporto verticistico. Egli tendenzialmente è portato a costruire una rete di rapporti sempre più vasta, a intessere amicizie e corrispondenze, improntate all’immediatezza della relazione familiare, in cui cordialità e affetto costituiscono la piattaforma sulla quale condividere valori, passione educativa e progetti, al fine di coinvolgere nell’impegno operativo mirato all’educazione dei giovani.
In secondo luogo, a partire dalla rielaborazione interiore della propria esperienza di orfano, bisognoso di sostegno e di affetto, Giovanni Bosco riesce a sviluppare un’acuta sensibilità nei confronti di ogni ragazzo carente di paternità e di cura, di sostegno economico, di formazione umana e di guida spirituale, maturando una singolare abilità empatica, un’equilibrata potenza affettiva e una naturale tendenza alla solidarietà. Anche questo è un elemento generatore, caratterizzante della sua missione di formatore e pastore dei giovani. Fin da adolescente egli sa mettere in atto una modalità relazionale tra coetanei che gli attira simpatia e favorisce costruttive amicizie. Soprattutto è portato a farsi carico dei compagni più fragili, bisognosi di appoggio scolastico e formativo. Negli anni successivi, progredendo nell’esperienza educativa e affinando intenzionalità, strumenti formativi e metodo, egli darà pari importanza sia al rapporto personalizzato di paternità-figliolanza con ogni ragazzo – una pedagogia dell’un per uno, che rispetta la singolarità di ciascuno ed elabora risposte individualizzate – che al clima dell’ambiente educativo, improntando le sue istituzioni secondo il tipo di relazioni interpersonali caratteristiche di una comunità familiare, in cui si instaurano interdipendenze umane e amichevoli capaci di favorire un clima di amorevolezza.

Un’esperienza educativa esemplare

Don Bosco intende l’azione educativa come una funzione paterna. La sua metodologia è inconfondibile: si preoccupa in primo luogo di instaurare un rapporto personalizzato e confidente con ognuno dei ragazzi che incontra, a partire dai più poveri e abbandonati, in una tensione educativa via via più universale. Questo gli richiede una dedizione assoluta, generosissima. Dai fatti e dagli atteggiamenti suoi il ragazzo sente di essere amato in un modo intenso e unico, ed è spinto a ricambiare, ad aprirsi e corrispondere. Poi, conquistato il cuore e facendo rispettosamente appello alla ragione, Don Bosco mira a risvegliare gli aneliti di vita più profondi per spalancare orizzonti di senso, convinto che nell’animo di ogni giovane ci sia una grande bisogno di infinito, indotto dall’azione dello Spirito di Dio.
Il sincero e libero legame affettivo che si instaura con gli educandi permette al santo di aprire un efficace canale comunicativo. Così, servendosi della parola e dell’esperienza, del racconto e dell’istruzione, della complicità confidente e dell’amicizia interiore, egli può evocare ideali attraenti, presentare modelli fascinosi e stimolanti, capaci di destare interesse e desiderio, suscitare volontà e impegno.
Nello stesso tempo si preoccupa di proporre cammini fattibili, adatti alla peculiarità di ogni ragazzo. Per questo, innanzitutto, cerca di comprenderne l’indole, di misurarne le capacità e le risorse, scrutandone la potenziale vocazione. In tal modo ognuno è aiutato a crescere: il debole trova una corsia facilitata; quello capace, più coltivato, è stimolato a intraprendere itinerari impegnativi, nella tensione verso l’eccellenza e la «perfezione cristiana». Lungo il percorso formativo la sua presenza paterna offre stimolo e sostegno, istruzione e correzione, illuminando l’intelligenza e plasmando gli affetti, coinvolgendo attivamente nel vivace ambiente educativo che caratterizza le sue istituzioni giovanili, ricche di presenze umane significative, di proposte allettanti e di vitalità gioiosa.
L’esperienza formativa personale gli ha insegnato l’importanza dell’aderenza al quotidiano, l’arte di coniugare dialetticamente accettazione dei limiti e grandi progetti, il valore del lavoro e della costanza, la fiducia nelle risorse dell’animo umano, la potenza rigeneratrice dell’amore oblativo, l’efficacia della fede e della confidenza in Dio, il fascino universale della figura e del messaggio di Cristo, la forza d’attrazione della perfezione evangelica correttamente prospettata, la potenza interiore della preghiera e dei sacramenti per la rigenerazione dello spirito e il consolidamento delle virtù. Il suo è un realismo ottimista. Egli sa che la storia, teatro dell’amore di Dio e dell’impegno umano, è fermentata dallo spirito di Cristo risorto e che ogni ragazzo, anche il più povero, può diventarne protagonista.
Don Bosco si sforza di valorizzare il fascino suscitato dalla sua singolare potenza affettiva e dalla personalità esuberante dei collaboratori (accuratamente scelti e formati tra i giovani stessi, presentati come fratelli maggiori) per aprire gli educandi al dialogo confidente ed intimo e, attraverso di esso, coltivarne l’interiorità. Egli vuole introdurre ciascuno al gusto della vita spirituale, al desiderio della perfezione morale, attraverso un accompagnamento personale e concreto, liberamente proposto. A questo scopo non solo valorizza gli incontri casuali, i colloqui mensili programmati e la celebrazione del sacramento della penitenza, ma stimola la realizzazione di significative relazioni spirituali tra coetanei, propone ritiri ed esercizi spirituali, suscita varietà di proposte culturali, religiose, ludiche e festive che offrano occasione di riflessione, rompano la monotonia dei ritmi quotidiani, creino un desiderio di tensione perfettiva.
Il clima di affetto donato e, insieme, di delicato rispetto per l’originalità e la libertà di ciascuno, non è soltanto un principio di valore, ma il segreto stesso di un processo educativo che mira a suscitare spontanea corrispondenza, serena apertura interiore, generosa collaborazione.
Col passare degli anni e con l’esperienza, l’orizzonte di Don Bosco si allarga sull’intero continente giovanile da «salvaguardare» e sulla società da «rigenerare». Per questo non si dà tregua come educatore e come evangelizzatore, con spiccato senso civile ed ecclesiale, per recuperare e prevenire, educare e rieducare, suscitare vocazioni e plasmare personalità. Le sue «case», nate per la cura dei giovani poveri e abbandonati, per l’accoglienza degli «orfani» fisici o virtuali, si dimostrano un modello per ogni comunità educativa e pastorale, un sostegno e un’integrazione all’azione educatrice della famiglia e della parrocchia, una risorsa per la società civile, un significativo e informale luogo di incontro tra chiesa e mondo giovanile.

La lezione e le sfide

Il magistero pedagogico e pastorale di don Bosco si rivela ancor oggi ricco di stimoli. La sua pedagogia, che dà molta importanza all’impegno degli educatori, ci ricorda quanto sia urgente curarne la formazione.

* Innanzitutto, nella prospettiva del santo, la missione dell’educatore è vista in chiave religiosa e postula necessariamente una scelta di fede e un cammino ascetico e spirituale. Richiede infatti un corredo di virtù peculiari capaci di sostenere il discorso formativo, di caratterizzare le attività e il metodo, di dar loro orientamento ed efficacia. Nel piccolo trattato sul Sistema preventivo nell’educazione della gioventù, egli afferma: «La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di s. Paolo che dice: “La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo”. Perciò soltanto il cristiano può con successo applicare il sistema Preventivo. Ragione e religione sono gli strumenti di cui deve costantemente far uso l’educatore, insegnarli, egli stesso praticarli se vuol essere ubbidito ed ottenere il suo fine». Ogni azione educativa, secondo Don Bosco, va proiettata nell’orizzonte della carità cristiana e, insieme, percepita come un impegno di portata determinante per il futuro dell’umana società. Egli, dunque, ritiene necessario che l’educatore, cosciente della responsabilità etica derivante dalla sua missione, radichi la sua scelta professionale nell’adesione all’evangelo di Cristo e si dedichi con «zelo» al suo compito: egli «è un individuo consacrato al bene de’ suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione de’ suoi allievi».
* In secondo luogo, il primato metodologico che il santo riserva all’affettività, all’esercizio della paternità, all’arte di conquistare il cuore senza forzarlo e plagiarlo, quale via per l’illuminazione della mente, la trasmissione dei valori, la conversione della coscienza e il rafforzamento della volontà, ci rende avvertiti sull’importanza di percorsi formativi integrali per gli educatori-pastori, che vadano oltre le esigenze di una semplice preparazione «tecnico-professionale», quella fornita nell’ambito delle scienze dell’educazione e dei curricoli di pastorale giovanile. Nell’ottica di Don Bosco, quella del formatore – genitore o insegnante, pastore o «educatore» in senso generale e specifico – è una vocazione, orientata ad una missione specifica, che chiede un coinvolgimento totale a partire da un’adesione interiore. È indispensabile dunque un cammino serio e guidato, che inizi col discernimento attitudinale/vocazionale e con un’attenta verifica delle intenzioni, nella coscienza delle responsabilità implicite in ogni ruolo educativo. Va ricordato che la sua esperienza nasce in ambito pastorale, sotto la guida di san Giuseppe Cafasso, eccellente accompagnatore spirituale, e si sviluppa in una comunità di consacrati e di collaboratori laici radicati nei valori religiosi, tutti protesi alla missione educativa, attentamente formati a livello comunitario e personale, invitati alla continua riflessione sull’esperienza, formati ad un seria revisione, con «rendiconto» mensile, della propria azione, degli stati d’animo e delle relazioni interpersonali. Ci rendiamo conto che un’attualizzazione fedele dell’eredità donboschiana, oltre a un processo formativo completo, continuamente monitorato, che curi la maturazione affettiva, morale e spirituale, che alleni alla relazionalità empatica e dialogica e provveda le competenze professionali specifiche, richiede anche l’iniziazione alla revisione di vita, la tensione verso il perfezionamento etico e spirituale, lo sviluppo di una spiccata propensione all’oblatività e al farsi carico personale di ogni singolo educando. Inoltre va attentamente curato il senso di appartenenza ad una comunità educativa e pastorale, la pratica del dialogo e della collaborazione formativa, l’esercizio della razionalità e della flessibilità intelligente.
* Infine, l’importanza attribuita da Don Bosco al modello familiare, inteso come presenza di figure educative complementari, la sua visione dell’educazione come risultato di un impegno corale e collaborativo, come frutto di un ambiente ricco di presenze e di relazioni, di modelli vicini e significativi, richiama la nostra attenzione sulla realizzazione di un’autentica comunità educativa. Contro la tendenza al frazionamento in piccoli gruppi, divisi per età o interessi, affidati ad un unico educatore o a un gruppo ristretto di animatori, siamo inviatati a riscoprire il valore di comunità formative più vaste, in cui esista una pluralità di presenze educative con ruoli complementari, coordinate da un responsabile qualificato e riconosciuto, si dia spazio a momenti corali frequenti e significativi – pur rispettando l’esigenza di percorsi diversificati –, si abituino i giovani alle relazioni inter-generazionali, si curi un più vasto senso di appartenenza alla compagine sociale ed ecclesiale, si renda possibile un coinvolgimento operativo dei ragazzi e dei giovani a vario livello, si dia spazio all’esercizio di quei carismi personali che aprono cammini vocazionali e allenano alla responsabilità e al protagonismo sociale ed ecclesiale.