Lavorare vale la pena

Inserito in NPG annata 2006.

 

Un’esperienza del Centro Orizzonte Lavoro - Catania

Enzo Giammello

(NPG 2006-09-72) 


Anche volendo evitare il rischio della retorica, non possiamo non prenderne atto: chi nasce in famiglie costituite precocemente, devianti o multiproblematiche, e vive in contesti degradati e/o deprivati (povertà economica, culturale, di valori) dove si socializza l’agire illegale, va a finire spesso sul ciglio di un burrone.
È pertanto almeno ipocrita concepire come successo il fatto che un giovane «delinquente» sia stato scoperto e magari assicurato alla giustizia: dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che per la società si tratta piuttosto di una sconfitta.
Perché, prima di diventare scippatori, tanti ragazzi sono stati loro stessi scippati, spesso, di tutto ciò a cui avevano diritto: una famiglia degna di questo nome, un minimo di benessere, una scuola accogliente, il gioco spensierato, ambienti propositivi e stimolanti, un’educazione religiosa, la vicinanza delle istituzioni, un lavoro onesto, …
Se delinquono, sono certamente responsabili. Ma di chi è la colpa?
Ciò che è stato loro tolto o negato, nel momento in cui entrano nel circuito penale, deve essere restituito. Per giustizia, non per magnanimità.
La pena pertanto non può avere carattere afflittivo, contenitivo, di rassicurazione sociale o, meno ancora, vendicativo.
È in tale ottica - convinti con Don Bosco che non esistono giovani irrecuperabili e che tutti hanno almeno un punto accessibile al bene - che la cooperativa sociale «Centro Orizzonte Lavoro» di Catania dal mese di settembre 2004 ha promosso l’attuazione di un progetto denominato «Articolo 27, 3° comma» (della Costituzione italiana, che vuole si punti proprio sulla rieducazione: cf box).
L’attivazione del progetto, con i costi che ha comportato, si è reso possibile grazie alla sensibilità dimostrata dalle autorità competenti della Provincia e del Comune di Catania.
Così come anche Giovanni Paolo II aveva più volte auspicato, parlando di detenuti e di detenzione, è stato avviato un percorso educativo e rieducativo che fa leva su un lavoro onesto, interiorizzato, da creare e gestire in gruppo, corresponsabilmente.
Purtroppo, al di là delle leggi e degli ordinamenti specifici che pure esistono, si punta ancora troppo poco sulla capacità di riscatto che può essere innescata dall’educazione al lavoro e dall’inserimento lavorativo «tutorato». Così in Italia succede che il numero dei detenuti lavoranti sia all’interno che all’esterno delle carceri negli ultimi anni è andato progressivamente decrescendo.
E succede che se trovare lavoro per qualunque giovane oggi è un dramma (a Catania il tasso di disoccupazione giovanile supera il 40%), per chi esce dal carcere, restandone segnato a vita, diventa una vera e propria tragedia.
Avviene così, ancora, che la mancanza di lavoro diventa la causa principale della recidiva: le statistiche dicono che, mentre l’80% degli ex detenuti torna purtroppo a delinquere e finisce nuovamente in carcere, il tasso di recidiva di coloro che escono dal carcere e sono inseriti al lavoro si abbatte al 15%!
Senza opportunità di reinserimento socio-lavorativo, scontata la pena, al giovane non resta (anche perché spesso ha già una famiglia da mantenere) che tornare negli ambienti e con gli amici che lo hanno portato a compiere reati: gli unici ad essere «accoglienti», a dare fiducia, a inserirlo in un contesto dove contare e a offrire un «lavoro».
Quanto detto finora evidenzia l’importanza decisiva di un intervento di prevenzione (secondaria o terziaria quanto si vuole) che valorizzi la parte buona che c’è in ognuno perché, qualunque sia il reato commesso, i giovani restano sempre il terreno più adatto ad un possibile cambiamento.
Se, invece, si lascia che il «vaso» si rompa per una seconda e una terza volta, allora riattaccare i pezzi risulterà sempre più difficile.

Il progetto

Secondo quanto evidenziato nelle premesse e in piena coerenza con lo spirito rieducativo della citata norma costituzionale, il progetto si è prefissato di:
- reperire opportunità lavorative serie, necessarie per consentire ai minori di usufruire dell’istituto della «messa alla prova», alternativo alla detenzione;
- informare chi è già ristretto negli istituti penali minorili sulla legislazione di riferimento, il mercato del lavoro, le agenzie del territorio, ecc.;
- fornire servizi di orientamento finalizzati al reinserimento lavorativo;
- supportare gli utenti coinvolti nella ricerca di opportunità lavorative idonee;
- promuovere lo sviluppo, in ognuno di loro, di autonomia e capacità progettuale (sapersi organizzare nella ricerca del lavoro e volersi scommettere per costituire una propria cooperativa sociale);
- far acquisire una sana cultura del lavoro e del suo valore, con particolare riferimento all’autoimprenditorialità e alla cooperazione sociale;
- sensibilizzare le imprese attraverso l’informazione sulle leggi che incentivano l’assunzione di detenuti ed ex-detenuti e promuovere la conoscenza delle esperienze eccellenti di inserimento lavorativo già realizzate in questi ultimi anni nel circuito imprenditoriale locale.
- in particolare (e costituisce il principale risultato atteso dal progetto) preparare, costituire e immettere sul mercato una cooperativa di lavoro composta anche da minori che vivono in situazioni di disagio familiare, esclusione sociale, devianza o già entrati nel circuito penale.

Il percorso

Effettuate alcune riunioni previe con lo staff della cooperativa per la progettazione esecutiva, il progetto ha preso l’avvio con la presentazione dello stesso alle varie realtà che si era previsto di coinvolgere (enti pubblici e privato-sociale) mettendolo a loro disposizione come preziosa risorsa e chiedendo di partecipare, sia attraverso la segnalazione dell’utenza da inserire al lavoro, che quali partner dell’itinerario progettuale.
Per non restare nel vago, a ciascun ente è stato consegnato un fascicolo contenente una presentazione del progetto e una specifica scheda da utilizzare per la segnalazione e presentazione dei ragazzi.
I risultati, purtroppo, si sono rivelati incredibilmente deludenti: dopo avere contattato, con un consistente lavoro durato più mesi, 85 enti (come si è detto, sia pubblici che del privato sociale) ci sono stati segnalati appena 7 ragazzi. E ciò in una città come Catania che vanta il triste primato della delinquenza minorile!
La cooperativa, lungi dall’arrendersi, si è data da fare e, grazie al decennale radicamento in un quartiere di periferia, ha trovato, accolto e inserito altri giovani. E meno male, perché diversi tra quelli segnalatici, per diversi motivi si sono ritirati.
In atto, la nuova cooperativa di lavoro (i ragazzi l’hanno voluta intitolare a Don Bosco) ha iniziato le proprie attività lavorative come Agenzia di Recapiti. Alla scelta di tale settore merceologico si è giunti considerando l’assenza di competenze professionali nei ragazzi e dal momento che uno studio pur empirico di mercato ha evidenziato bisogni non soddisfatti e la possibilità di abbattere i costi, rispetto ad altre agenzie già operanti in loco.
Con la collaborazione degli stessi utenti si è completata la necessaria fase della formazione iniziale (rinforzo delle motivazioni, formazione al lavoro e all’etica del lavoro, alla cultura imprenditoriale, cooperativa e professionale, alla sicurezza nei luoghi di lavoro, al lavoro in team…), si è studiato il mercato locale e la «concorrenza», elaborato un pacchetto di servizi con relativo listino prezzi e, con il coinvolgimento di tutti, si è promosso il lancio sul mercato della nuova Agenzia di recapiti consegnando al domicilio di potenziali clienti circa 2.500 lettere di presentazione dei prodotti, dei servizi e dei costi, grazie alle quali è stato acquisito un primo portafoglio clienti.
La stesura dello statuto ha consentito ai ragazzi di cominciare a capire come si gestisce una cooperativa e, già a partire dalla stesura, come si giunge a prendere decisioni, allorché si hanno pareri diversi. Il ragionamento sulla cooperazione ha consentito di fare chiarezza sulle motivazioni e gli obiettivi di ciascuno, a partire dalle singole individualità e dalla propria storia personale.
Dopo un ampio e positivo confronto, alcuni sono rimasti «conquistati» dai concetti di condivisione, democraticità, protagonismo, scommessa, decidendo di aderire da soci; altri hanno preferito dare la propria disponibilità in qualità di dipendenti non soci, almeno per il momento. Questa distinzione, che ha rischiato di creare una rottura, si è poi ricomposta in vista del necessario rispetto delle peculiarità e delle scelte personali.
L’inserimento nel percorso di tre tirocinanti, la disponibilità del «presidente» della Cooperativa e la «raccolta fondi» di amici, adulti e giovani, hanno costituito una risorsa di fondamentale importanza.
La trentina di clienti (alcuni dei quali di notevole consistenza) che si è dichiarata disponibile ad affidarci le proprie consegne fa ben sperare in vista del raggiungimento dell’obiettivo. Anche perché è chiaro che, finito il progetto con l’avvio dell’attività lavorativa, i ragazzi saranno ancora seguiti finché necessario.

Conclusione

In chiusura, ci preme sottolineare l’idea madre in base alla quale si è snodato il percorso di inserimento socio-lavorativo posto in essere, che ci sembra abbia conferito carattere innovativo al progetto.
Si è scelto di ribaltare le logiche finora dominanti riguardo l’inserimento lavorativo di soggetti marginali, evitando di produrre situazioni protette, garantite, privilegiate e, al tempo stesso, provvisorie (come le classiche «borse lavoro»): in una parola, assistenzialistiche.
Alla relazione «assistente-assistito» va sostituito un percorso di inclusione sociale basato sul protagonismo, sulla condivisione e sull’acquisizione di strumenti e di abilità: l’emarginazione può essere vinta solo dalla partecipazione.
Infine, perché il «miracolo» avvenga, non può essere sufficiente l’impegno della persona deviante. Occorre il supporto, lungo l’intero percorso, di persone motivate e professionalmente preparate che decidano di com-promettersi nella logica dell’incarnazione. In altre parole, non basta motivare, orientare, formare: bisogna «accompagnare» al lavoro.
Riteniamo infatti che il nuovo nome di una «assistenza» che voglia essere diversa dall’assistenzialismo sia l’«accompagnamento»: farsi, come don Bosco, compagni di viaggio di chi non ce la fa.

ART. 27 della COSTITUZIONE ITALIANA, III COMMA

«Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità
e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Il comma 3 dell’articolo 27 della nascente Costituzione già dava il senso ai successivi intendimenti legislativi che sono confluiti nella legge n. 354/75 e più di recente nella legge n. 193/00, la cosiddetta legge Smuraglia.
Nell’evoluzione legislativa si è poi specificato il trattamento penitenziario e il suo tendere al reinserimento sociale di detenuti ed ex detenuti.
Una delle forme più valide per tale reinserimento, riconosciuta anche dal legislatore, è quella del lavoro. Tanto che la citata legge Smuraglia ha inteso dare nuove regole al lavoro penitenziario, puntando anche sugli incentivi fiscali per chi assume persone svantaggiate.
«Fu allora che io toccai con mano, che i giovanetti usciti dal luogo di punizione, se trovano una mano benevola che di loro si prenda cura, li assista nei giorni festivi, studi di collocarli a lavorare presso di qualche onesto padrone, e andandoli qualche volta a visitare lungo la settimana, questi giovanetti si davano ad una vita onorata, dimenticavano il passato, divenivano buoni cristiani ed onesti cittadini. Questo è il primordio del nostro Oratorio» (Don Bosco, Memorie dell’Oratorio, pag. 127).