Com’è difficile essere adolescenti

Inserito in NPG annata 2006.

 

Eugenio Scalfari

(NPG 2006-09-76)


Chi ha abitudine di leggere mette l’estate e le vacanze a profitto e vagabonda saltando da un libro all’altro, da un romanzo a un articolo di giornale. L’altro giorno è stato da questo punto di vista un giorno fortunato perché l’afa aveva lasciato il campo alla frescura del maestrale e quel sollievo stimolava la curiosità di voltare le pagine e associarne gli spunti. Sicché ho potuto becchettare parecchio: da un’inchiesta di Ilvo Diamanti sui giovani d’oggi son passato addirittura al lungo saggio sul Petrarca di Francesco De Sanctis che non avevo più preso in mano da almeno quarant’anni e che torna oggi d’attualità nell’ottocentesimo centenario dalla nascita del poeta.
Che lo scritto del De Sanctis potesse essermi d’aiuto per meglio capire le ricerche sociologiche di Diamanti non l’avrei mai sospettato, ma tant’è: mi è stato di aiuto. Se non altro per confrontare il sentire dell’oggi verso i giovani con quello di un grande maestro che insegnò e visse con amore in mezzo a loro dedicando all’insegnamento gran parte della sua vita un secolo e mezzo fa, in una Italia appena nata che andava prendendo forma tra molte fatiche, illusioni e altrettante delusioni e speranze frustrate.
Scrive Diamanti che i giovani d’oggi, e soprattutto i giovanissimi «under twenty», non si presentano con un’immagine univoca né la cercano. Piuttosto si abbandonano senza soverchio disagio alle contraddizioni dell’epoca, vivendole tutte e contemporaneamente, in attesa che la vita e la voglia facciano emergere in loro una vocazione, una maniera, un incontro dominante sugli altri.
Attesa che in alcuni suscita ansia e disagio, ma nei più è quasi diventata una modalità della vita che viene accettata come tale e rinviata d’anno in anno. Convivono nella giornata di questi adolescenti l’impegno politico, la passione per la musica, il desiderio di stare insieme e di partecipare insieme, l’interesse per trasmissioni come «Il Grande Fratello» o gli «Amici» di Maria De Filippi: il tutto mescolato in un cocktail il cui sapore noi adulti o vecchi non riusciremmo neppure a immaginare ma che a essi evidentemente deve risultar gradevole, visto che con quei sapori compongono le loro giornate. L’ansia per quelle esistenze ancora indeterminate e prive di forma tormenta se mai i padri e i nonni, ma non loro che vivono con zaino e sacco a pelo in spalla, volenterosamente oziosi e oziosamente disponibili ai lavori che il mercato può offrirgli per un anno, una stagione, una mesata.
Diamanti descrive e quantifica, non giudica e tantomeno esorta, ma si capisce che registra con simpatia e speranza. Questa generazione multiforme gli piace o almeno non gli dispiace.
Il saggio del De Sanctis sul Petrarca fu scritto tra il 1856 e il 1869. E anche se i critici a noi più vicini lo considerano parzialmente superato (Sapegno per esempio), esso resta un punto di riferimento essenziale per comprendere l’opera d’uno dei nostri maggiori poeti.
Nell’introduzione però il De Sanctis slarga volutamente il tema e prima di parlar del Petrarca affronta il problema più generale della forma, di che cosa essa sia non solo nell’arte, ma nella vita: quel bisogno di dominare le pulsioni indistinte, di determinare le potenzialità dell’individuo e insomma di uscire dalla stagione della giovinezza ed entrare in quella adulta della responsabilità.
Dalla critica del Petrarca all’analisi dei giovani del suo tempo che non sono poi così diversi dai giovani d’oggi. «La forma», scrive De Sanctis «è se medesima come l’individuo è se stesso». Ma qui lascio a lui la parola.
«Conosco giovani che a trent’anni non sanno ancora quello che debbano fare della loro vita e del loro pensiero; e senza indirizzo chiaro e stabile nel pensiero e nelle opere, posti a cavallo tra due generazioni, cavalieri erranti spostati, non sanno assimilarsi l’una né precorrere l’altra e vivono come avventurieri, deridendo e derisi... L’indeterminato, il confuso, l’abbozzato, tutto questo non è forma, è il contrario della forma, è l’informe e il deforme, è l’impotenza che rivela velleità, non volontà di produzione... In altri paesi a diciotto anni si è già un uomo e si ha vergogna di esser chiamato un giovane, e si guarda già diritto dinanzi a sé e si prende la via e non si torce l’occhio a dritta e a manca come purtroppo accade in questo paese». Così rampognava ed esortava il De Sanctis i ragazzi del suo tempo, recalcitranti ad assumere una forma definita, esattamente come quelli di oggi e credo di sempre. Se dovessi segnalare una differenza di situazioni, la vedo piuttosto nel fatto che le società di altri tempi una forma definita l’avevano, piacesse o no, e ciò forse aiutava i giovani ad assumere la propria. Oggi la società in quanto tale è informe e i giovani si modellano su di essa. E questo spiega anche il loro attardarsi nella condizione giovanile e le difficoltà che ne derivano.

(L’espresso, 5 agosto 2004)