La «buona notizia»

Lino Dan


«E ora passiamo a una buona notizia...»: non è infrequente nei notiziari radiofonici o televisivi questa espressione, che ha la pretesa implicita di porsi in antitesi, o per lo meno in discontinuità, rispetto a quanto detto in precedenza, essendo caratterizzata dal fatto di essere «notizia» di altro tipo, non necessariamente «cattiva», ma quanto meno legata a tematiche che evocano stati d’animo differenti.
In effetti, la locuzione «buona notizia», su cui cercheremo di riflettere, prima che essere ascrivibile al linguaggio religioso, gode di una sua vitalità propria, ha una concreta presa di interesse nel linguaggio comune, esperienziale. Possiamo affermare con tranquillità che il suo significato è abbastanza chiaro per tutti coloro che parlano la lingua corrente, nel cui contesto essa viene usata.
Il termine «notizia» denota un’informazione che viene data da una fonte, attraverso un mezzo, a un uditore / ascoltatore / lettore.
La modalità più diretta di convogliare una notizia consiste nel linguaggio parlato, quando la fonte è il tramite stesso, ovvero il dialogo uno-a-uno (in linguaggio informatico si parlerebbe di peer-to-peer), in cui una persona dà notizie a un’altra. Le fonti che danno origine a una notizia possono essere differenti. L’esperienza di ciò che accade può essere generatrice di una notizia (e questo forse è il caso più comune), ma anche stati d’animo e riflessioni possono diventare notizie, se chi li vive ritiene che siano comunicabili e di interesse per qualche ricettore. Ovviamente, a livello di fonte, va anche ascritta la possibilità che la notizia sia vera o falsa, che contenga informazioni più o meno corrette, che sia controllabile o meno.
Seguono le generalizzazioni che riguardano il mezzo, ovvero il tramite per la notizia. In questo caso, abbiamo una pluralità di possibilità, che vanno dal tramite umano ai mezzi forniti dalla tecnica: audio, video, carta stampata, web. Qui si innesta la seconda e più profonda apertura riguardo alla notizia: la possibilità della sua comunicazione nella modalità uno-a-molti. Ovviamente anche lo stesso medium umano diventa il motore di un processo di moltiplicazione della notizia, qualora l’uditore si faccia tramite per la sua propagazione ad altri.
Il mezzo di trasmissione, pertanto, assieme alla fonte e al ricettore, è essenziale. È noto che nel vuoto la voce non si trasmette, perché manca l’aria. Così è anche per gli altri mezzi di trasmissione.
La notizia è tale se diventa «nota» a qualcuno, se quindi viene convogliata da un mezzo in grado di renderla conoscibile al ricettore.
Nessuno darebbe notizie o si metterebbe a trasmetterle, se sapesse che non ci sono ricettori in grado di apprenderle. Pertanto, il ricettore è fondamentale per l’esistenza stessa della notizia.
Quando una notizia ricevuta diventa «buona»? In questo caso ci si deve affidare soprattutto a ciò che essa suscita nel ricevente.
Essa diventa comunque una «buona notizia», quando riesce a far risuonare nel ricevente sensazioni di piacere, soddisfazione, gioia, ottimismo, tutto ciò che indica positività, maggiore pienezza, tutto ciò che spinge verso un’apertura agli altri, a una maggiore comprensione e accettazione di se stessi e del mondo circostante e che ci stimola a guardare all’oggi e al futuro con fiducia. In fin dei conti, parlare di «buona notizia» ci costringe a connotare l’aggettivo «buona» con una serie di modalità che hanno a che vedere con i desideri, le aspettative e i bisogni più profondi dell’essere umano.

La «buona notizia» in ambito biblico

L’espressione «buona notizia» in ambito biblico, soprattutto nel Nuovo Testamento, traduce il termine greco euaggelion. Questo sostantivo e il corrispettivo verbo euaggelizomai significano infatti, rispettivamente, «buona notizia» e «annunciare una buona notizia».
Questa espressione, però, risulta a sua volta dall’utilizzo di termini corrispondenti in ebraico. Data l’importanza fondamentale che ha il termine che noi abbiamo tradotto con «Vangelo» e che sta a significare la base della fede cristiana, cerchiamo ora di vedere quale significato, e soprattutto quale portata religiosa, il sostantivo e il verbo assumono nell’Antico Testamento, nella versione della Bibbia dei Settanta (LXX), nell’ambiente greco e infine nel Nuovo Testamento.
Ciò che andremo proponendo segue il Grande Lessico del Nuovo Testamento, a cura di G. Kittel e G. Friedrich, per quanto concerne le voci euaggelizomai ed euaggelion. Tale opera, pur essendo edita negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, non ha perso di validità riguardo alle idee basilari ed è ritenuta fondamentale in campo biblico [1].

La «buona notizia» nell’Antico Testamento

Nell’Antico Testamento è prevalente l’utilizzo del verbo bsr sul sostantivo besora. Il verbo viene usato in connessione all’annuncio di messaggi di gioia (come, ad esempio, in 1 Sam 31,9; 1 Re 1,42; Is 52,7 ecc.), sia di natura politico-militare o religiosa. Questo verbo non ha bisogno di connotazioni sulla bontà dell’annuncio fatto, in quanto già la radice la comprende in sé. Soprattutto nel Secondo Isaia (Is 40–55) ci troviamo di fronte all’annuncio di buone notizie che hanno un connotato religioso e che aiutano a comprendere come tale il significato del termine «Vangelo» che andrà proponendo il Nuovo Testamento.
Nei testi del Secondo Isaia si è in attesa della vittoria del Signore (Yhwh), della sua ascesa al trono, della sua regalità e dell’inizio di una nuova era. Il mebasser (participio sostantivato del verbo bsr), colui che annuncia liete notizie, ha pertanto la massima importanza.
Egli è l’araldo che precorre il popolo sulla via del ritorno da Babilonia. Yhwh ora ritorna a Sion (cfr Is 52,7-10) e ne riprende il dominio. Proclamando ciò, il messaggero proclama l’arrivo della nuova era.
Occorre fare attenzione al fatto che il messaggero non proclama un evento che giungerà, ma qualcosa che è già effettivamente in atto: il regno di Dio è già presente. La nuova creazione e l’era escatologica sono effettivamente presenti, perché sono create attraverso l’atto della predicazione, ovvero il lieto annuncio. E questa buona notizia non è più soltanto per Israele, ma anche per i pagani: va annunciata a tutti i popoli (cfr Sal 96,2-3; Is 66,6).
Anche nel giudaismo palestinese dei secoli successivi, fino ai tempi dell’era cristiana, si mantiene viva la concezione del messaggero di gioia del Secondo Isaia: con l’annuncio fatto dal mebasser ha inizio l’era messianica.
Il sostantivo ebraico legato alla buona notizia, ovvero besora, nell’Antico Testamento ricorre soltanto sei volte, e ha il duplice significato di lieto messaggio (cfr 2 Sam 18,20.25.27; 2 Re 7,9) e di ricompensa per il lieto messaggio (cfr 2 Sam 4,10; 18,22). Questa duplicità di significato ci fa capire che la parola si identifica con il suo contenuto: essa ha un’energia che attua quanto va annunciando.
Analizzando le occorrenze di questo vocabolo nell’Antico Testamento, va però sottolineato che esso non possiede alcun valore religioso.

Ambito greco e i LXX

Ovviamente il mondo greco conosce il verbo euaggelizomai, che viene usato per indicare l’annuncio della vittoria. L’euaggelos, l’annunciatore di liete notizie, «viene dal campo di battaglia per nave, a cavallo […] e annuncia alla città, che attende trepidante, la vittoria dell’esercito, la morte o la cattura del nemico. Spesso la notizia è contenuta in una lettera» [2]. Talvolta la «buona notizia» viene fatta circolare ad arte per dare coraggio alla truppa: quindi, non corrisponde ai fatti. Talvolta l’annunzio di gioia riveste anche funzione sacrale.
In generale, pur essendo lo stesso verbo che verrà utilizzato nel Nuovo Testamento ed essendo simile la base di significato, nel mondo greco non si ha la rispondenza di euaggelizomai con l’utilizzo che ne faranno gli evangelisti nella chiara accezione di annuncio divino.
Per quanto riguarda il vocabolo euaggelion (che non viene mai utilizzato al singolare), oltre che annuncio di buona notizia riguardante vittorie in guerre ecc., esso ha anche a che vedere con il culto imperiale: questo utilizzo presenta affinità non banali con l’uso del termine nel Nuovo Testamento. Nel culto imperiale, l’euaggelion dice che il soter, il salvatore, cioè l’imperatore, è nato, è salito al trono, e che pertanto ora hanno inizio i tempi nuovi, nei quali egli porterà la pace. Insomma, è una vera e propria «buona notizia»! Nella versione greca dell’Antico Testamento dei LXX, il verbo euaggelizomai viene utilizzato come traduzione greca dell’ebraico bsr. Anche qui viene usato per lo più il participio sostantivato euaggelizomenos, traduzione dell’ebraico mebasser. In Is 52,6 i LXX operano un’alterazione rispetto al testo masoretico: «Giungerò come la primavera sui monti, come i piedi di chi annuncia un messaggio di pace, come colui che annuncia felicità». «Qui si parla di Dio, che viene paragonato alle stagioni e al messaggero di gioia. Si vede chiaramente che nei LXX non è stato afferrato quello che il Deuteroisaia intendeva dire parlando del messaggero di gioia in arrivo.
La parola ha perso il suo peso, e l’immagine del regno di Dio che si attua è andata perduta» [3].
Il termine euaggelion nei LXX non si incontra al singolare, e al plurale ricorre poche volte (cfr 2 Sam 4,10; 18,20.22.25.27 e 2 Re 7,9). Spesso la forma viene mutata al femminile. In questi casi, il messaggio di gioia non assume mai valore religioso. Quindi, il Nuovo Testamento non mutua sicuramente il termine euaggelion nel suo significato dai LXX.

Il Nuovo Testamento

Una constatazione che possiamo subito fare, dopo aver dato uno sguardo al mondo ellenistico, è che la ripresa del termine euaggelion da parte dei primi che l’hanno usato nell’ambito neotestamentario (Marco e Paolo) ne costituisce di fatto un neologismo. Inoltre, il «Vangelo» che troviamo nei testi sinottici e paolini ha in sé un’affermazione cristologica: nel confronto con il mondo giudaico, Cristo sostituisce la Torah, essendo Vangelo di Dio nelle proprie azioni e parole, vita, morte e risurrezione. Questo separa la vita dei cristiani dalla tradizione rabbinica in evoluzione (di nessun rabbino è stata scritta una biografia o un Vangelo) [4].
Innanzitutto, se osserviamo le occorrenze sia del verbo euaggelizomai sia del termine euaggelion, vediamo un dato sorprendente: né il verbo, né il sostantivo sono presenti negli scritti giovannei.
Probabilmente l’assenza del verbo deriva dal carattere peculiare del IV Vangelo, nel quale non si trova l’annuncio drammatico e dinamico dell’era salvifica proprio dei Sinottici, dato che per Giovanni l’escatologia è già in atto, mentre il verbo risulta carico del segreto messianico.
Riguardo poi alle occorrenze nei Sinottici e in Paolo, se in Luca possiamo notare una certa preferenza per il verbo, in Marco si registra l’assenza totale del verbo e una decisa accentuazione del termine, messo quasi sempre sulla bocca di Gesù (con l’eccezione di Mc 1,1 e 1,14). In effetti, fra i Sinottici, Marco è quello che usa più spesso il termine euaggelion (8 volte). In ogni caso, certamente è Paolo colui che usa moltissimo sia il verbo sia il termine: 21 volte euaggelizomai e ben 60 volte euaggelion. Il verbo e il termine compaiono sporadicamente nelle lettere cattoliche e nell’Apocalisse.

Il verbo «euaggelizomai»

Concentriamoci innanzitutto sul verbo euaggelizomai. Secondo Mt 11,5, Gesù è il messaggero di gioia che era atteso alla fine dei tempi. Nella risposta che egli dà ai discepoli di Giovanni Battista, che vogliono sapere se è lui «colui che deve venire» o se non c’è piuttosto da attendere un altro, tutto converge verso l’affermazione finale, cioè che «ai poveri è annunciata la buona notizia». I segni del compimento messianico si vedono, la parola stessa attualizza il regno di Dio, l’era messianica attesa fin dai giorni del Secondo Isaia si sta effettivamente realizzando.
Un verbo che all’atto pratico è sinonimo di euaggelizomai è kerysso, cioè il verbo della proclamazione dell’araldo. In Lc 8,1 abbiamo l’accostamento dei due verbi, per esprimere in sintesi l’attività di Gesù.
Ovviamente anche gli apostoli e i discepoli di Gesù diventano, già con lui, coloro che proclamano la buona notizia, in quanto inviati da Cristo stesso (cfr Lc 9,1-6). Ma sarà dopo la Pentecoste che avrà inizio in pieno l’attività missionaria degli apostoli, i quali, come dicono gli Atti degli Apostoli, «non cessavano di insegnare e di annunciare la buona notizia che Gesù è il Cristo» (At 5,42). Il messaggio della buona notizia viene proclamato dapprima ai soli Giudei, poi anche ai Greci (cfr At 11,20). Paolo diventa così l’apostolo dei Gentili (cfr At 14,7.15.21 ecc.). Egli è chiamato espressamente a «evangelizzare». La predicazione ha per oggetto il Vangelo, attraverso il quale Dio stesso parla.
Il verbo euaggelizomai non ha soltanto il significato di annunciare (la buona notizia) e/o predicare, ma anche quello di annunciare con forza e autorevolezza: infatti, all’annuncio si accompagnano segni e miracoli, che in realtà formano un tutt’uno, grazie all’efficacia della parola.

Il termine «euaggelion»

Consideriamo ora il termine euaggelion, che costituisce più direttamente l’oggetto della nostra indagine.

Sinottici. Sebbene il Vangelo di Marco sia quello che più frequentemente presenta il termine euaggelion rispetto al verbo euaggelizomai, pur notando che in questo Vangelo - se si escludono Mc 1,1 e 1,14 - il termine compare sempre sulla bocca di Gesù, sarebbe assai poco significativo cercare di scoprire se in quei versetti si celino detti autentici di Gesù: la critica delle fonti non è in grado di stabilirlo. A noi interessa piuttosto comprendere che cosa il termine euaggelion significa in questo Vangelo, e più in generale nei Sinottici.
Per questo riteniamo interessante fare una rapida analisi di Mc 1,1, in cui viene detto, letteralmente: «Inizio del Vangelo di Gesù Cristo [Figlio di Dio]». Con questa espressione iniziale il redattore evangelico ha voluto dichiarare apertamente che cosa è ciò che segue come testo, ma anche chi è colui che è il protagonista del testo, cioè Gesù Cristo. Marco è molto restio a usare il termine «Cristo», o «Figlio di Dio». Egli pone queste due espressioni, forse non a caso, all’inizio del suo Vangelo (Mc 1,11); poi nel momento della dichiarazione messianica fatta da Pietro in Mc 8,29 (che darà una svolta importante all’andamento del racconto evangelico stesso); e infine nella dichiarazione del centurione sotto la croce in Mc 15,39.
Ciò che inizia con questo racconto è il «Vangelo», ossia quanto è stato detto e fatto da Gesù, il Cristo (cioè l’Unto, il Messia), il Figlio di Dio. Quest’ultimo titolo compare soltanto in alcuni codici, anche se tra i più importanti e antichi. Ma non solo: chi pronuncia questo versetto è colui che proclama il Vangelo, ed è egli stesso il Vangelo: «Inizio del Vangelo che è Gesù Cristo». L’espressione greca, infatti, può avere valore sia oggettivo - cioè «Vangelo di», nel senso di Vangelo proclamato da Gesù -, sia soggettivo - cioè «Vangelo che è», dando enfasi al soggetto come colui che è il Vangelo stesso -.
Già da questa breve analisi possiamo capire che il termine euaggelion si riferisce sia alla predicazione, cioè alle parole e ai fatti che riguardano Gesù Cristo, sia alla persona stessa di Gesù Cristo, che è il Vangelo in persona. Pertanto, il Vangelo di Gesù non è una nuova dottrina, ma la sua stessa persona che si manifesta attraverso ciò che egli dice e fa. Gesù è colui che porta il Regno di Dio, che si attualizza nella sua parola (cfr Mc 1,15).
Ovviamente questo messaggio richiede la fede, perché il suo compimento sembra contraddire ciò che appare. Gesù di per sé, nell’annunciare il messaggio messianico, si limita a Israele; e ai suoi discepoli comanda di non andare al di fuori dei confini d’Israele durante la sua vita terrena (cfr Mt 10,5-6). Ma dopo la risurrezione e l’innalzamento di Gesù a kyrios, allora ha inizio per tutto il mondo il tempo della salvezza (cfr Mt 28,18.20). L’annuncio del Vangelo diventa così annuncio escatologico, che inaugura gli ultimi tempi.

Paolo. Come abbiamo già detto, la maggior parte delle occorrenze del termine euaggelion si trova nelle lettere paoline. All’incirca nella metà dei passi in cui compare, euaggelion viene usato senza specificazione. Questo è un indizio che per Paolo parlare di «Vangelo» era una cosa abbastanza ovvia: cfr Rm 1,16; 10,16 ecc. Per noi, invece, la cosa non è così evidente.
Euaggelion è un termine che descrive l’azione dell’annuncio (cfr Fil 4,3 ecc.), oppure è il contenuto dell’annuncio (cfr 1 Cor 9,14 ecc.). In Rm 1,1, in particolare, si hanno entrambi i significati, mentre la proposizione relativa che segue si riferisce al contenuto del Vangelo.
Quando il termine euaggelion è unito ai verbi che designano il parlare o l’ascoltare, ci si trova abbastanza chiaramente di fronte alla volontà di designare un determinato contenuto: cfr 1 Cor 15,1 ecc.
In particolare, proprio in 1 Cor 15,1-5 abbiamo un riassunto fondamentale di che cosa sia il «Vangelo» che Paolo ha ricevuto e che vuole trasmettere nella sua integrità, riguardo al contenuto. Questi versetti rappresentano un vero e proprio nucleo del Vangelo, in quanto Paolo li fa precedere da una formula («Vi trasmetto ciò che anch’io ho ricevuto») che ne dichiara l’autenticità, l’essenzialità e la non decidibilità come dottrina a cui credere o meno. Il contenuto dell’euaggelion riguarda proprio la morte, sepoltura, risurrezione e apparizione di Gesù risorto. Questo è il kerygma, che coincide appunto con il contenuto dell’annuncio del Vangelo.
Va anche notato che «Vangelo» non significa rottura con l’Antico Testamento, ma piuttosto compimento delle promesse: l’Antico Testamento si innesta nel Vangelo come testimonianza di Cristo.
«Il vangelo non è una nuova dottrina; nuovo è quello che con il messaggio è prodotto e si viene producendo. Volendo riassumere in una sola parola il contenuto del vangelo, si deve dire che esso è Gesù, il Cristo» [5].
Se il Vangelo, per Paolo, è essenzialmente l’annuncio di un vivente, non può essere confinato in una formula dogmatica astratta, ma si presenta come forza vitale. Il Vangelo proclamato è, sì, testimonianza di un evento salvifico, ma esso stesso è un fatto, che penetra nella vita degli uomini e delle comunità e li plasma. È un Vangelo che non risulta comprensibile a tutti, ma che, essendo parola di Dio, invita a prendere una decisione ed esige l’obbedienza (cfr Rm 10,16).
Il Vangelo non è parola vana, ma forza creatrice che mette in opera quanto afferma, poiché viene da Dio (cfr Rm 1,1). Il Vangelo mette insieme, sotto lo stesso giudizio di Dio, Giudei e Gentili, an- nunciando loro la salvezza (cfr Ef 3,6). Attraverso il Vangelo l’uomo peccatore riceve la salvezza e viene giustificato, poiché il Vangelo è manifestazione efficace di Dio. La fede è condizione perché il Vangelo possa operare e nello stesso tempo essa sorge tramite il Vangelo e punta ad esso (cfr Fil 1,27). Il messaggio evangelico contiene e dona la pace (cfr Ef 6,15).
Il Vangelo rende già presente qualcosa dell’avvenire: secondo Col 1,5, diventa evento escatologico giungendo al compimento della speranza.
Il Vangelo rende possibile il superamento della legge, essendo rivelazione di Dio in Cristo e permettendo a ognuno di diventare credente senza passare attraverso la legge di Mosè (cfr Lettera ai Galati).
La polemica di Paolo su questo punto è forte, pur essendo egli stesso giudeo osservante e zelante. La legge mosaica è superata dal Vangelo di Cristo: in esso, e solo in esso, vi è la salvezza.
Rimane da capire perché Paolo usi espressioni diverse riguardo al termine euaggelion, e se esse siano coincidenti o meno come significato.
Soprattutto in Rm 1,1, egli parla di «vangelo di Dio» (espressione che troviamo usata 7 volte in tutte le lettere), mentre in Rm 1,9 abbiamo l’espressione «Vangelo del Figlio suo», che altre volte viene indicato come «Vangelo di Cristo» (se mettiamo insieme queste due espressioni, abbiamo 10 ricorrenze).
Paolo non ha uno schema fisso nell’usare tali espressioni [6]. Occorre comprendere innanzitutto se in questi casi si tratta di un genitivo oggettivo o soggettivo. Nel primo caso, «Vangelo di Dio» o «Vangelo di Cristo» indicano che il contenuto del messaggio evangelico è Dio o Cristo, ovvero il Vangelo che riguarda Dio o Cristo. Nel secondo caso, Paolo vuole mettere in risalto l’autore, la fonte del suo messaggio, cioè il fatto che il Vangelo proviene da Dio, o da Cristo.
In Rm 1,1, si propende per il genitivo soggettivo, perché Paolo vuole sottolineare l’origine divina del Vangelo che egli proclama. In Rm 1,9, invece, si è portati a vedere un genitivo oggettivo, perché «lo si intende come una precisazione del contenuto della predicazione di Paolo» [7]. In ogni caso, va tenuto presente il contesto, il quale sembra dare al genitivo una sfumatura legata a uno dei due casi.
Infine, troviamo in Paolo una terza espressione, che può apparire strana, «il mio vangelo», usata, per esempio, in Rm 16,25 ma anche altrove, sebbene rara. Come afferma A. B. Luter jr., «si è discusso molto […] sulla sua eventuale relazione con l’origine e la natura del concetto neotestamentario più generale di euaggelion.
Senza dubbio, questa espressione può riferirsi a un contenuto specifico che proviene direttamente da Paolo, ma questa non è l’unica spiegazione possibile, soprattutto se si tiene conto di quanto si può dedurre dall’uso più generale di euaggelion da parte di Paolo» [8]. E il suo uso più generale nelle lettere paoline ci riporta appunto ai significati che abbiamo presentato in precedenza.

Il Vangelo: da annuncio a libro

Quando noi parliamo di Vangelo, di buona notizia, spesso ci riferiamo a uno dei quattro scritti che nel Nuovo Testamento hanno preso il titolo di Vangelo.
Il passaggio dalla predicazione orale che compie Gesù a quella degli apostoli e di Paolo che riguarda Gesù è abbastanza chiaro. Ce ne danno notizia gli Atti degli Apostoli e anche alcune lettere di Paolo. Ancora nella 1 Cor 15,1-11 ci viene fornita un’indicazione preziosa sulla predicazione paolina: egli stesso presenta e predica ai fedeli ciò che ha ricevuto.
Che al tempo di Paolo già circolassero alcuni testi scritti, per lo meno «sunti» o formule, è controverso, ma possibile: sicuramente esistevano formulazioni orali riguardanti alcune convinzioni fondamentali su Gesù Cristo. Ad esempio, l’inno cristologico di Fil 2,5-11 è sicuramente anteriore alla predicazione di Paolo, ma viene utilizzato da lui nella sua predicazione. In ogni caso, possiamo dire che, con Paolo, si ha la creazione dello scritto come modo per annunciare il Vangelo. Gli stessi scritti paolini vengono talvolta annoverati da qualche Padre della Chiesa fra i Vangeli, chiamando «Vangelo» l’intero Nuovo Testamento e «Profeti» l’Antico Testamento [9].
Proprio il periodo paolino e post-paolino presenta il passaggio graduale ai testi scritti, sia per poter preservare correttamente il nucleo del Vangelo, in quanto i testimoni oculari cominciano a mancare, sia perché c’è sempre maggior bisogno di scritti da utilizzare nelle diverse comunità in cui il Vangelo si viene radicando.
L’ultimo passaggio riguarda la formazione dei veri e propri «Vangeli» secondo i diversi autori, che la Chiesa ha conservato come canonici. La redazione finale di questi testi, lungi dall’essere un puro e semplice collage di scritti precedenti, vede all’opera i vari evangelisti nelle differenti comunità dove essi operano e per le quali organizzano il testo evangelico [10]. Così vengono a formarsi diversi Vangeli, frutto della predicazione apostolica, dell’elaborazione della comunità credente e dello stesso intento teologico generale dell’evangelista in questione.
Non ci soffermiamo qui sulla questione assai complicata delle dipendenze dei diversi Vangeli: basti sapere che la sensibilità di Marco, al momento il Vangelo più primitivo che abbiamo in forma scritta, è più indirizzata al racconto su Gesù che sana, compie esorcismi e vuole condurre i suoi discepoli alla scoperta del segreto messianico. Da Marco gli evangelisti Matteo e Luca mutuano in generale le narrazioni, utilizzando poi fonti diverse per le parti evangeliche che sono loro proprie. Ogni evangelista possiede un suo intento teologico generale, che si esprime sia attraverso l’organizzazione del materiale comune, sia attraverso l’utilizzo di fonti proprie e di modalità personali di raccontare la buona notizia [11].

Una «buona notizia» per l’oggi

Se ci mettessimo a osservare come il Vangelo, ossia la «buona notizia», riesca a fare breccia in coloro che oggi la ascoltano, probabilmente rimarremmo delusi. Il luogo privilegiato per questo annuncio, ovvero l’assemblea eucaristica domenicale, assai spesso lascia nei partecipanti un senso di indifferenza, o una reazione di fastidio. Non riesce a creare gioia, entusiasmo, desiderio di coinvolgersi con quel Signore Gesù di cui si proclama il Vangelo e che è egli stesso Vangelo.
Che sia l’abitudine ciò che fa sopire la forza dirompente della buona notizia? Oppure le parole utilizzate non riescono a «dire» quella notizia come «buona» per l’oggi, per la vita del credente, per la vita di ogni uomo? E se allora si dovessero usare dei sinonimi, per una maggior comprensibilità di questa «buona notizia», come la si potrebbe proclamare? Innanzitutto sgombriamo il campo da un equivoco: non è vero che l’espressione «buona notizia» non sia comprensibile proprio come sintagma in sé, anche per l’oggi. Semmai il termine «Vangelo», in un contesto del tutto avulso da una pur minima conoscenza religiosa, potrebbe essere reso più comprensibile appunto con «buona notizia». Come abbiamo detto nell’introduzione a questo articolo, ogni persona, anche se dotata di capacità cognitive minime, può affermare che cosa sia una buona notizia, con il solo elencare ciò che ella considera tale. Pertanto non è un problema di comprensione, ma piuttosto di «capacità performativa».
Se guardiamo infatti al contesto neotestamentario, notiamo come la buona notizia annunciata sia legata al fatto che essa suscita una risposta in chi ascolta. Non è - e non può essere - un’espressione su cui si ragiona dottamente, perché in essa è presente non soltanto il racconto di fatti e detti di una persona, Gesù riconosciuto come il Cristo, ma la persona stessa raccontata.
Negli Atti degli Apostoli, in maniera chiara, notiamo che dopo i discorsi di Pietro la folla reagisce, si pone la domanda sulla salvezza possibile che quella buona notizia ha annunciato. E la risposta di Pietro è un programma di cambiamento di vita e di ingresso nella comunità dei credenti attraverso il Battesimo.
Nel Vangelo di Marco, si nota che dopo alcune azioni di guarigione compiute da Gesù, che rappresentano appunto la «messa in pratica» della buona notizia, i suoi interlocutori si pongono la domanda su chi sia costui che compie tali azioni e afferma il perdono dei peccati; si arrabbiano, tengono consiglio per farlo morire. La buona notizia non può lasciare indifferenti.
L’indifferenza può essere figlia di una resistenza dell’ascoltatore a volersi coinvolgere in quella parola proclamata, forse anche a causa di una certa dose di scetticismo sulla reale portata di quell’annuncio.
Probabilmente si ascolta, ma non si crede. Si è abituati ad ascoltare certi brani del Vangelo da tempo immemorabile: il testo però non dice più nulla al cuore e alla vita.
Purtroppo, questa è una situazione che a volte si riscontra nelle assemblee liturgiche, dove anche chi ha il compito dell’annuncio, chi dovrebbe rendere attuale la buona notizia, probabilmente non si sente coinvolto più di tanto. A fare breccia nell’indifferenza potrebbe invece riuscire colui che condivide la propria esperienza di questa buona notizia. Ma il risultato non è mai scontato: anche al tempo di Gesù c’è stato chi, di fronte al suo annuncio, è passato oltre. Ma coloro che si sono coinvolti hanno avuto delle «reazioni».
All’annunciatore della buona notizia per l’oggi viene chiesto non soltanto di essere attento al testo, mettendosi egli stesso per primo in ascolto di esso, senza sostituirgli ciò che sta nella sua testa, ma soprattutto di mettere «vita» in quell’annuncio in cui si coinvolge. Vita come passione personale trasmessa, in presa diretta sulla realtà dell’oggi, nella quale l’annuncio della buona notizia deve risuonare, in modo da toccare le corde del cuore dell’ascoltatore.
Questo può avvenire se e solo se le corde stesse dell’annunciatore sono state toccate, rendendolo realmente portatore di un messaggio non suo. Se l’annuncio non è appello esistenziale, se si limita a un percorso di vita morale (che spesso indulge al moralismo), ha ben poche chances di essere veramente buona notizia. Più che mai oggigiorno si è inclini a valutare negativamente un annuncio che rinvii a doveri, a leggi, a situazioni codificate e incasellate, eccetto quando si cercano sicurezze precostituite (ma che il Vangelo in genere non offre).
Ovviamente, questa vitalità che viene chiesta all’annunciatore della buona notizia diventa tanto più tangibile quanto più egli stesso si lascia coinvolgere, accogliendo e «ruminando» quel Vangelo che deve poi annunciare ad altri. Non si tratta solo di uno studio scientifico (che può aiutare, sia chiaro, ma non basta assolutamente), bensì di una frequentazione orante, continua e silenziosa, di quella Parola che diventa buona notizia per sé e per il mondo. Forse nel passato si cercavano maggiormente «dottori» della Parola; oggi si cercano e si accolgono più facilmente «testimoni» di questa.
Un servizio fondamentale che si rende alla buona notizia è quello di non proporla in astratto, con modelli teologici ben consolidati, ma di lasciarle la libertà di interrogare, di inquietare, di scandalizzare, di stupire, di consolare e di rimproverare. La buona notizia è nata in un contesto di vita vissuta, dove il Signore incontrava le persone così come erano, per portare loro il messaggio di salvezza del Padre [12]. E dalla vita vissuta emergeva, per Gesù, la necessità di un racconto, di un’azione di guarigione, di un «segno», o di una polemica.
Possiamo quindi parlare di una «libertà» della Parola, che va rispettata, che va offerta nel contesto della vita concreta di chi è invitato all’ascolto. Sicuramente questa modalità richiede innanzitutto che colui che porge la Parola si ponga in ascolto del contesto in cui è inviato, non giungendo già con risposte prefabbricate, che peraltro la Parola non ammette. Solo dopo aver compreso la realtà di coloro che ricevono la Parola, sarà possibile un annuncio che sia buona notizia per quelle persone, per quel luogo, per quella cultura.
Forse questa è una delle condizioni oggi essenziali per una proposta evangelica efficace. Non siamo più ai tempi di conversioni di massa, ma di persone che vengono «toccate» nella loro vita e che reagiscono alla buona notizia. E dove si viene toccati e messi in grado di reagire se non in ciò che è veramente vitale, veramente essenziale? Ovviamente non si tratta di piegare la Parola, per un utilizzo ad hoc, ma piuttosto di rendere i cuori della gente capaci di accogliere efficacemente e di far risuonare nella loro vita quella Parola che ascoltano in un certo luogo, in un certo tempo e in una certa condizione di vita.
Perché la buona notizia riesca ancora a essere presente e operante negli uomini e nelle donne di oggi, occorre infine che si abbia il coraggio dell’inventiva nella proposta. E in tal caso non bisogna avere paura di modalità espressive, comunicative e operative nuove, che vengono sperimentate.
In questa continua ricerca di modi con i quali rendere attuale e significativa la buona notizia, probabilmente il rischio maggiore non è fare male alla Parola, ma piuttosto l’ansia di protagonismo di cui alcuni annunciatori, anche ben intenzionati, rischiano di diventare vittima. Con il risultato di «fermare a sé» la Parola, in virtù della loro capacità di affabulazione, invece di mettersene al servizio per «indicare» il Signore Gesù da seguire [13].
Tale è il rischio della «risposta unica», che può accadere nel gruppo o nel movimento che «a una sola voce rispondono» a quella Parola che tocca la vita. Un rischio che può portare all’esclusivismo della Parola, alla presunzione (soprattutto, magari, facendo leva sui numeri) di essere i portatori autentici del pensiero di Gesù; alla presunzione di essere i detentori dell’ortodossia, anche nell’ambito ecclesiale.
Ancora una volta, solo un ascolto autentico ed esistenziale può offrire gli anticorpi a queste posizioni.
L’inquietudine, il «già e non ancora» che mette in pista, l’interrogarsi circa il proprio assenso di cuore e di vita alla buona notizia, cioè il Cristo vivo e presente con il dono del suo Spirito, forse questo è il modo che ognuno di noi ha a disposizione per percepire sempre «in divenire» la propria risposta all’annuncio evangelico. Ed è anche il modo per potersi ancora meravigliare, stupire di quei doni che la buona notizia può offrire a tutti coloro che con cuore sincero vogliono accoglierla.

NOTE

1. Cfr G. Friedrich, «Euaggelizomai, euaggelion, euaggelistes», in G. Kittel-G. Friedrich (eds), Grande Lessico del Nuovo Testamento, vol. III, Brescia, Paideia, 1967, 1023-1106.
2. Ivi, 1032 s.
3. Ivi, 1038.
4. Cfr R. A. Burridge, Che cosa sono i vangeli, Brescia, Paideia, 2008.
5. Cfr G. Friedrich, «Euaggelizomai, euaggelion, euaggelistes», cit., 1086.
6. Cfr G. F. Hawthorne - R. P. Martin - D. G. Reid (eds), Dizionario di Paolo e delle sue Lettere, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 1999, 1597.
7. Ivi, 1598.
8. Ivi, 1596.
9. G. Friedrich, «Euaggelizomai, euaggelion, proeuaggelizomai, euaggelistes», cit., 1101.
10. Per un approfondimento di quanto brevemente accennato, rimandiamo al testo di G. Segalla, Evangelo e Vangeli, Bologna, Edb, 1992.
11. La questione assai complessa delle dipendenze dei vari Vangeli, in termine tecnico chiamata «Questione sinottica», è assai complicata da trattare ed esula da un lavoro come il presente. Sull’argomento, si può consultare la voce «La questione sinottica» in R. E. Brown - J. A. Fitzmyer - R. E. Murphy (eds), Nuovo Grande Commentario Biblico, Brescia, Queriniana, 20022, 765-775.
12. Pur non potendo affermare che detti e fatti di Gesù e su Gesù siano esattamente, interamente ed esaustivamente quelli riportati dai Vangeli, tuttavia è assai difficile sostenere che il materiale su cui si basano i Vangeli sia esclusivamente frutto della riflessione delle prime comunità cristiane. Anche qui, per approfondimenti, rimandiamo ad alcune voci del citato Nuovo Grande Commentario Biblico, in particolare alle voci «La critica moderna del Nuovo Testamento», 1487– 1507; «Ermeneutica», 1508–1534; «Gesù», 1730–1746.
13. La figura biblica che offre il maggior aggancio per l’annunciatore della Parola è, oltre all’apostolo, quella di Giovanni Battista, il quale indica ai suoi discepoli - secondo Gv 1,35 - proprio quell’Agnello di Dio da seguire. Più oltre, in Gv 3,30, il Battista affermerà proprio che «lui [Gesù] deve crescere, io, invece, diminuire».

© La Civiltà Cattolica 2014 III 235-250 | 3939-3940 (2-16 agosto 2014)