Gli occhi della fede

Diego Javier Fares


«Insegnaci a guardare con gli occhi di Gesù,
affinché Egli sia luce sul nostro cammino»
(Lumen fìdei, 60)

Papa Francesco, nella Lumen fidei (LF), ci dice che «la fede, non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere» (LF 18). Prendiamo questa frase come spunto per una riflessione serena, nel senso che «un guardare dal punto di vista del Signore» ovviamente non può essere un semplice guardare, qualcosa come «gettare uno sguardo» o «dare un'occhiata». Per addentrarci in ciò che significa questa «prospettiva del Signore», può esserci di aiuto fare una lectio sul brano della Trasfigurazione.
Quello che Giovanni, nella sua Prima lettera, afferma della visione del Signore in cielo - «Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2) - era stato anticipato nella Trasfigurazione. A noi interessa concentrarci su come l'irradiazione della Gloria di Gesù non soltanto offra ai discepoli un «contenuto da contemplare», ma modifichi i loro occhi, li renda simili ai suoi, nel vederlo quale egli è. Ci interessa, perché non soltanto il contenuto, ma anche questa prospettiva può essere comunicata. Che cosa vuol dire che la prospettiva può essere comunicata? Essa influisce forse sui nostri occhi spirituali allo stesso modo per cui, nel vedere sensibile, il fatto di collocarci nel luogo dal quale l'altro guarda fa sì che la luce modifichi in maniera sostanziale i nostri occhi?
Leggiamo in Marco: «Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: "Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia". Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra, e dalla nube uscì una voce: "Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!". E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti» (Mc 9, 2-10).
Diversi anni dopo, probabilmente ricordando la grazia specialissima della Trasfigurazione, Giovanni scriverà: «La vita infatti si manifestò, noi l'abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi; quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (/ Gv 1,2-3).
Quello che ci interessa sottolineare è la relazione tra manifestazione, comunione di amore e trasformazione degli occhi: come una irradiazione unica della Gloria di Dio può entrare nel cuore attraverso gli occhi ammirati dei discepoli, e dal cuore così «toccato» può poi rafforzare i loro occhi, affinché, senza avere ancora davanti Gesù glorioso, possano contemplare la sua gloria nascosta in tutte le sue azioni e trasmettere questa esperienza. In effetti, basta vedere una volta il fondo del cuore di una persona per poi vederlo in tutti i suoi gesti. Questo si verifica forse soltanto con Gesù, o con lui avviene, in grado maggiore, qualcosa che è proprio di ogni vedere umano, che consiste nel vedere in primo luogo la «figura intera» e poi i dettagli?
E soprattutto ci interessa considerare come questo vedere della fede possa essere trasmesso, comunicato. Questo poter rendere partecipi altri non soltanto di un contenuto, ma del proprio modo di vedere, è la grazia della fede che guarda in quanto mossa dall'amore.
Non soltanto viene comunicato il concetto astratto di una cosa che colui che ha visto in forma diretta possiede in modo privilegiato e che poi, nell'atto di comunicarlo, può subire una sorta di deterioramento, ma questo contenuto è di natura tale (la Gloria di Cristo trasfigurato) da trasfigurare anche gli occhi di tutti coloro che credono grazie alla testimonianza dei primi credenti.
Il Papa afferma che attorno a questo punto si articola la problematica moderna di fronte alla fede. Oggi si svalorizza la fede come tale, in quanto luce: la si intende «come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino» (LF 3). Dietro a questi pregiudizi si nasconde una concezione antropologica dello sguardo umano molto parziale. Inoltre, la luce della fede non è una luce tra le altre. Infine, tutte le luci sono differenti gradi di partecipazione alla Luce della Fede.

«La vita si manifestò»

La prima cosa che colpisce, sia nella Trasfigurazione sia nel ricordo che poi ne ha Giovanni, è l'oggettività del dato: «apparvero loro», «la vita si manifestò». Di quale tipo di oggettività si tratta? È dimostrabile a livello scientifico? La scena si sarebbe potuta forse filmare, e si sarebbe visto «qualcosa» di questa gloria di Gesù? Perché il Signore si è manifestato soltanto ai tre discepoli, e non a tutti?
Colpisce anche la sequenza nel ricordo dell'episodio. Giovanni unisce queste quattro affermazioni: «la vita si manifestò»; «noi l'abbiamo veduta»; «diamo testimonianza»; «annunciamo la vita eterna». L'ammonimento del Signore ai discepoli di non raccontare ciò che avevano visto fino a che egli non fosse risorto fornisce la spiegazione di tale sequenza. Mostra con chiarezza l'intenzione con cui la vita si manifesta: affinché essi la vedano, siano testimoni e annuncino a tutti il Risorto (la vita eterna).
A una prima lettura dell'episodio, potremmo dire che la dinamica della Trasfigurazione si rivela come un rafforzare gli occhi dei discepoli con una manifestazione unica e assolutamente piena, gloriosa. Questo ci induce a pensare che la rivelazione non vada nella direzione di «ripetere un fatto» per gli occhi impreparati di tutti, ma in quella di «aprire in modo totale» gli occhi dei tre discepoli, perché poi essi vedano con tali occhi il Crocifisso-Risorto e rivedano tutta la sua vita con tali occhi, e possano quindi essere costituiti testimoni della risurrezione per mezzo dello Spirito.
Noi diciamo che la grazia presuppone la natura, e qui ci si accorge che lo Spirito rafforza un lungo processo nel quale il contatto con Gesù in carne e ossa ha preparato a poco a poco gli occhi dei testimoni perché potessero contemplare e dare testimonianza della sua Gloria.
Nell'episodio dei discepoli di Emmaus, Luca spiegherà che è il Signore stesso che, in qualche modo, vela gli occhi dei discepoli mentre li accompagna lungo il cammino: «i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,16). Poi, con il gesto dello spezzare il pane - gesto rivelatore -, Gesù si manifesta loro in modo tale che «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24,31). Quando i discepoli si rendono conto di quello che hanno visto, la prima cosa che ricordano è l'«ardore» che le parole di Gesù avevano a poco a poco destato nei loro cuori. E come se ciò che velava i loro occhi non si fosse dissolto soltanto per effetto di un'azione rivelatrice esterna - il gesto dello spezzare il pane -, ma anche per una forza che le parole di Gesù suscitavano dentro di loro: la luminosità senza immagini dell'ardore.
Per Paolo, avverrà una dinamica simile: egli rimarrà cieco, e poi cadranno dai suoi occhi «come delle squame» (At 9,18).
Questa dinamica di «trasformare gli occhi»; di far sì che essi si chiudano mentre la Parola opera all'interno; di splendere in modo tale che essi si aprano in un attimo e vengano illuminati; e di far sì che scompaia esternamente l'oggetto visto perché si consolidi un modo di vedere interiore che trasfigura la realtà quotidiana, è la dinamica propria della fede. Paolo dice agli Efesini: «Rendo grazie per voi, ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo .] illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati» (Ef 1,16-18). Il Signore illumina per la speranza di una luce più grande - la luce del suo volto -, non per utilizzare questa luce per cose minori.
Lo scomparire del Signore in quanto «oggetto» (la sua ascesa al cielo, all'intimità del Padre) non si rivela forse come qualcosa di assolutamente necessario per la nostra epoca, che trasforma tutto in «oggetto delle ipotesi e delle manipolazioni metodiche» di ogni scienza? Non è forse il modo proprio del Signore quello di difendere il suo invito a un amore più intimo e personale da quella fredda curiosità delle scienze, il cui occhio scrutatore vuole vedere tutto, non sempre per amare e rispettare, ma per consumare, usare e gettare via? Se la Trasfigurazione si fosse «oggettivata», se il Signore risorto non si fosse «allontanato dalla nostra vista», potrebbe egli essere sperimentabile per gli occhi della fede di ogni generazione? Perfino le poche immagini che ci sono state trasmesse del Signore risorto hanno subìto lo spietato e feroce tentativo di «demitizzazione», fino a essere disprezzate come frutto di occhi di gente del popolo, che ha visioni e immagina tante cose... In contrasto con ciò, c'è l'esultanza e la gioia di Gesù e la sua benedizione al Padre perché rivela le sue cose ai piccoli (cfr Mt 11,25) .

Dialogo di prospettive

Ora ci interroghiamo su questi occhi semplici, occhi di pescatori e di donne del popolo: con quali occhi i discepoli e le discepole «vedono»? La Lumen fidei dice: «Nella fede, l'"io" del credente si espande per essere abitato da un Altro, per vivere in un Altro, e così la sua vita si allarga nell'Amore. Qui si situa l'azione propria dello Spirito Santo. Il cristiano può avere gli occhi di Gesù, i suoi sentimenti, la sua disposizione filiale, perché viene reso partecipe del suo Amore, che è lo Spirito» (LF 21). «Per chi è stato trasformato in questo modo, si apre un nuovo modo di vedere, la fede diventa luce per i suoi occhi» (LF 22).
Che cosa significa dunque «avere gli occhi di Gesù»? Significa forse che tali occhi sostituiscono quelli del cristiano? Niente affatto. Riteniamo che questo punto meriti una particolare attenzione. Vedere con gli occhi di un altro è un modo per dire che vediamo dal punto di vista dell'altro. La capacità di prospettiva è una caratteristica propria della vista. Vedere implica aggiustare la vista, avvicinarsi e allontanarsi, concentrarsi su un punto, cambiare posto... Integrare lo sguardo di un altro è, pertanto, qualcosa di connaturale alla visione, poiché la persona stessa relativizza i suoi punti di vista per vedere meglio. Ne consegue che «vedere con gli occhi di Gesù» va inteso come un vedere dialogando, domandando come vede il Signore, manifestando come uno vede, e aggiustando amorosamente le prospettive.
In questi dialoghi e aggiustamenti di prospettive consiste l'intero Vangelo. Essere evangelizzato significa ricevere una nuova prospettiva con cui dialogare riguardo a ciò che vediamo. La buona notizia - il Vangelo - non è soltanto un contenuto essenziale che una mentalità forse molto europea va man mano ripulendo, come se rimanere con meno parole fosse più autentico. In una buona notizia c'è qualcosa di più, e consiste nell'enfasi con cui qualcosa ci viene raccontato, nel luccichio convinto degli occhi, che ci permettono di guardare dentro di essi e con essi; nel racconto c'è qualcosa che è musica e ritmo e, soprattutto, c'è una parola aperta alle nostre parole. Non si tratta di un'ideologia che ci viene imposta, ma di una storia di salvezza che ci viene raccontata e alla quale siamo invitati a partecipare, raccontando le nostre esperienze.
Così abbandoniamo il pregiudizio molto grossolano, ma molto diffuso, secondo il quale vedere con gli occhi di un altro attenterebbe all'autonomia del vedere da noi stessi. Quando eravamo bambini, abbiamo imparato a leggere con la nostra mamma, che ci si metteva accanto e ci indicava con il dito le lettere mentre pronunciava le parole, in modo tale che la sua prospettiva conteneva e metteva a fuoco la nostra. D'altra parte, nel mondo virtuale in cui siamo immersi, le immagini ormai vengono caricate di significato e orientate dal punto di vista di chi le filma e le pubblica perché le vediamo. Vedere è vedere in prospettiva e in uno scambio dialogico di prospettive.

Alterità

In questo modo ci rendiamo conto che il concetto di «alterità» è essenziale al vedere. Perfino per un vedere che desidera dominare e possedere l'oggetto, vedere è sempre vedere l'altro. Non crea problema, pertanto, il fatto che la luce venga dall'altro (questo è esattamente ciò che desideriamo). Non fa problema che tale altro non sia un oggetto neutro, ma Qualcuno dotato di luce propria, che irradia la sua luce in modo tale da attrarre irresistibilmente il nostro sguardo, come avviene con ogni opera d'arte bella. E neppure fa problema che un Altro orienti il nostro sguardo, ci aiuti a metterlo meglio a fuoco, ci presti una lente, se si tratta di un vedere sensibile, o ci trasmetta la sua intensità, la sua forza di penetrazione intellettuale, la sua capacità di abbracciare differenze, la sua capacità di graduare la luce per non nascondere le sfumature... Vedere è sempre questione di alterità: vedere l'altro. Questo include l'altro, dall'altro e con l'altro.
E quando uno vede, vede se stesso. Colui che vede, non si rammarica che l'aiuto dell'altro sminuisca l'esperienza di vedere da se stesso, di ricevere la luce e di accogliere per conto proprio e di far suo quanto ha visto. Non importa da dove provenga la luce: quando uno vede, vede e si appropria di ciò che ha visto.
Questi occhi trasformati si rinnovano da fuori - per la forza espressiva della luce di Cristo, che si trasfigura e «apre le pupille» con la sua bianchezza e splendore - e da dentro - dal cuore del discepolo toccato dall'amore di Dio. Ma, piuttosto che dire «da fuori e da dentro», è meglio dire «da un Altro». Tale Altro è, da un lato, Cristo, che si trasfigura e «attira» e «dilata» lo sguardo degli apostoli quale fonte di «luce esteriore», che egli rivela come aiutata dal Padre, il quale misteriosamente ci attira verso suo Figlio; e, d'altro lato, è anche lo Spirito Santo, il quale «spinge» e «dilata» lo sguardo degli apostoli quale fonte di «luce interiore». Tre prospettive dunque agiscono in modo attraente sugli occhi del credente. Di qui la forza irresistibile della fede, una volta che ci si dispone liberamente a guardare da questa prospettiva del Dio Uno e Trino.

Prospettiva e amore

Paolo ci dice che «con il cuore si crede» (Rrn 10,10). Non chiudendo gli occhi, ma aprendoli in modo nuovo, speciale, all'amore che ci spinge a vedere le cose con chiarezza. La Lumen fidei esprime molto bene questo rapporto tra fede e amore: «Il cuore, nella Bibbia, è il centro dell'uomo, dove s'intrecciano tutte le sue dimensioni: il corpo e lo spirito; l'interiorità della persona e la sua apertura al mondo e agli altri; l'intelletto, il volere, l'affettività. Ebbene, se il cuore è capace di tenere insieme queste dimensioni, è perché esso è il luogo in cui ci apriamo alla verità e all'amore e lasciamo che ci tocchino e ci trasformino nel profondo. La fede trasforma la persona intera, appunto in quanto essa si apre all'amore. È in questo intreccio della fede con l'amore che si comprende la forma di conoscenza propria della fede, la sua forza di convinzione, la sua capacità di illuminare i nostri passi. La fede conosce in quanto è legata all'amore, in quanto l'amore stesso porta una luce. La comprensione della fede è quella che nasce quando riceviamo il grande amore di Dio che ci trasforma interiormente e ci dona occhi nuovi per vedere la realtà» (LF 26).
Ebbene, che cosa vuol dire che «riceviamo il grande amore di Dio», e che tale amore «ci dona occhi nuovi»? Si tratta forse di qualcosa di simile a ciò che sperimentiamo quando qualcuno ci ama e questo fa sì che noi confidiamo in ciò che ci dice? Questa immagine non ci è molto utile, perché avvertiamo che, sebbene crediamo che Dio ci ama, non comprendiamo tutto quello che ci dice e, per di più, diffidiamo di ciò che ci dice la Chiesa. La fede diventa per noi questione di credere con il sentimento, a dispetto dell'oggettività delle argomentazioni della scienza, che non ci sembra sufficientemente dimostrata. È qui che Gesù ci «tende la mano» e ci salva dalle onde che ci inghiottono (cfr Mt 14,31). Egli concentra la nostra attenzione sullo Spirito, che è Colui che viene in nostro aiuto. Lo Spirito è Colui che ci ricorda continuamente «tutta la verità» (Gv 16,13).
Prima di esaminare in che cosa consista questa totalità, è bene riflettere sul fatto che lo Spirito si mette al nostro fianco come Paraclito, come Altro. Questo Altro ci offre la sua prospettiva divina di fronte a ogni situazione. La sua prospettiva è quella della totalità. Ma «tutta la verità» non vuol dire che lo Spirito ci rivela una sorta di trattato completo di teologia, bensì che, in ogni situazione specifica, ci fa vedere l'intima e meravigliosa coincidenza tra quello che Gesù dice nel Vangelo e l'anelito più profondo che il Padre suscita nel nostro cuore. Tutta la verità non è un concetto astratto, né un trattato ben articolato, ma piuttosto la prospettiva una e trina, totale del puro amore gratuito di Dio, con il quale possiamo dialogare.
La coincidenza delle prospettive di Gesù e del Padre viene rivelata dallo Spirito come frutto di un amore che ci convince e ci invita, e le conferme che la fede trae come frutto la rafforzano.

La vita luminosa di Gesù attira e rapisce i nostri cuori

A questo punto è importante che ci rendiamo conto del fatto che i nostri occhi si adattano e si assimilano a ciò che vedono. Nell'atto di vedere, la luce che illumina un oggetto illumina anche l'occhio, e questo si modifica diventando simile all'oggetto che ha visto. Così avviene anche nella conoscenza intellettuale, come afferma san Tommaso nel De Veritate [1]. E quando la bellezza di ciò che vediamo è abbagliante, è in grado di aprire il nostro sguardo e di far sì che mettiamo a tacere i nostri desideri per lasciarci attrarre da ciò che irradia. Così avviene con la conoscenza della fede: la luce di Cristo modifica i nostri occhi, che si assimilano a ciò che vedono.
È importante l'insistenza dell'Enciclica sull'aspetto materiale della fede: «La luce della fede, in quanto unita alla verità dell'amore, non è aliena al mondo materiale, perché l'amore si vive sempre in corpo e anima; la luce della fede è luce incarnata, che procede dalla vita luminosa di Gesù» (LF 34). «La luce della fede è quella di un Volto in cui si vede il Padre. Infatti, la verità che la fede coglie è, nel quarto Vangelo, la manifestazione del Padre nel Figlio, nella sua carne e nelle sue opere terrene, verità che si può definire come la "vita luminosa" di Gesù. Ciò significa che la conoscenza della fede non ci invita a guardare una verità puramente interiore. La verità che la fede ci dischiude è una verità centrata sull'incontro con Cristo, sulla contemplazione della sua vita, sulla percezione della sua presenza. In questo senso, san Tommaso d'Aquino parla dell'oculata fides degli Apostoli - fede che vede! - davanti alla visione corporea del Risorto. Hanno visto Gesù risorto con i loro occhi e hanno creduto; hanno, cioè, potuto penetrare nella profondità di quello che vedevano per confessare il Figlio di Dio, seduto alla destra del Padre» (LF 30).
Il brano della Trasfigurazione è la chiave per comprendere meglio quello che dice il Papa. L'effetto sortito dalla Trasfigurazione sugli occhi dei discepoli è stato travolgente, abbagliante: mai nessuno aveva visto nulla di simile a come si è mostrata quel giorno la Gloria di Gesù. E noi possiamo «vedere» che ciò che essi videro quel giorno fu qualcosa di diverso da tutto. Questo poter «vedere» nel volto e nei gesti di «coloro che videro» qualcosa di unico è la potenza della fede.
Ma per dissipare alcuni pregiudizi, dobbiamo riflettere un po' su che cosa significa il vedere sensibile e naturale.

Il vedere umano

Romano Guardini fa alcune considerazioni molto belle riguardo al vedere e ai nostri occhi [2]. Ricordiamo alcune delle riflessioni contenute nel suo scritto. In primo luogo, colpisce il fatto che egli sottolinei che il vedere, per Israele, non è un vedere come il nostro, che separiamo ciò che è sensibile da ciò che è intellettuale. Quando la Bibbia dice «vedere la Gloria di Dio», si tratta di un vedere integrale, con i sensi e con lo spirito: con tutto il cuore.
Le riflessioni di Guardini muovono nella direzione di mostrare come i nostri occhi vedano più di quello che crediamo. «Che cosa vedo, quando guardo una pianta o un animale? Una forma significativa (Sinngestalt), e precisamente quella di un organismo che ha in sé il proprio centro strutturale e funzionale, e di lì costruisce e afferma se stesso, entra in relazione con l'ambiente, influenza e viene influenzato, vale a dire "vive"».
Il nostro occhio vede tale vita; non vede dati sensibili isolati, ai quali poi noi uniamo il concetto di vita. Noi vediamo l'organismo vivente, e lo distinguiamo immediatamente da ciò che non è vivente. Il fatto che una pianta sia viva e germogli in primavera, o sia secca, è qualcosa che vediamo a un semplice sguardo, non qualcosa che deduciamo con un giudizio astratto.
Possiamo dire che noi vediamo ciò che è vitale anche prima di altri dati secondari. Quando guardiamo qualcuno negli occhi, vediamo già la sua anima, il centro della sua persona, a partire dal quale egli è consapevole di se stesso e del nostro sguardo, e sceglie di aprirsi o di nascondere la propria intimità. In un volto noi vediamo innanzitutto l'approvazione dello sguardo, o il distogliere lo sguardo, oppure lo sdegno.
È così, non soltanto perché guardiamo in maniera soggettiva, ma perché anche l'altro esprime la sua intimità, facendo notare che ci ama, oppure ci odia. La sua manifestazione modifica la nostra visione, così come l'intenzione con cui guardiamo modifica anch'essa ciò che vediamo.

Non vediamo come una macchina fotografica

Che questa intimità sia visibile e che sia impregnata di spiritualità, lo si nota facilmente facendo un confronto tra la visione dell'occhio umano e quella di una macchina fotografica. L'occhio umano «si sbaglia e si corregge», si orienta, sceglie e scarta; la macchina fotografica no. Ci sono cose che non vediamo o che falsiamo per l'intensità del nostro desiderio o della nostra avversione. Questo non lo può fare la macchina, che fotografa con oggettività quello che ha davanti a sé. Le fotografie non si sbagliano, perché congelano la realtà in un istante (e, se si tratta di un film, in vari quadri al secondo). Ma l'occhio umano capta infinitamente di più, perché si modifica nel momento stesso in cui si modifica l'essere che gli è davanti e che si esprime. Per questo ci emoziona di più vedere qualcuno dal vivo piuttosto che vederlo in televisione; sebbene non ce ne rendiamo conto, la quantità di informazione - soggettiva e oggettiva - che scambiamo in un incontro reale è infinitamente maggiore rispetto a quella che riusciamo a cogliere attraverso la tv.
Guardini afferma che, quando vediamo un uomo, vediamo la sua anima prima del suo corpo, la vediamo con più forza e in modo decisivo. Quando qualcuno ci si avvicina affabilmente, questa è la prima cosa che percepiamo, e le singole parti le vediamo in seguito, integrandole con quel sorriso che ci comunica intatto un affetto interiore. Il nostro occhio è più di una lente fotografica. È il nostro cuore, in quanto colpito dalla luce e che risponde alla luce, alla forma e al colore, nei quali si manifesta un altro cuore.
Ogni realtà vivente si dà nella modalità della espressione: in quello che viene espresso «appare» ciò che è più intimo. Con lo sguardo, una persona comunica le proprie intenzioni, e l'occhio dell'altro le percepisce. Se il nostro occhio non prolunga la sua visione fino a questo punto, ciò che abbiamo è una macchina fotografica. E neppure questo, perché, se non guarda l'essenziale, il nostro occhio perde anche i dettagli, cosa che non avviene invece in una macchina fotografica.
Vedere, nel senso pieno della parola, è introdursi nel campo di forze di un altro essere. Vedere implica una decisione: quella di fare violenza all'altro con il nostro sguardo curioso e scrutatore, che lo guarda con il fine di usarlo; oppure quella di aprirci in modo umile e servizievole a ciò che l'altro voglia mostrarci e farci vedere.

Riduzioni ed estrapolazioni del vedere scientifico

Il vedere mosso dal desiderio di dominio di solito utilizza due mezzi: uno consiste nel «ridurre» quello che di speciale è presente nell'altro a categorie comuni che interessano a noi, come quando si fa un'intervista di lavoro. L'altro mezzo consiste nell'«estrapolare» paradigmi, ad esempio interpretare ciò che è biologico a partire da ciò che è meccanico, ciò che è spirituale a partire da ciò che è biologico, e così via. Questo fa sì che emergano cose importanti, ma che se ne perdano altre specifiche: per esempio, che un innamorato veda molti segni di amore nell'altra persona che gli dice che non lo ama, e non veda, non voglia vedere, la sua libertà.
Vedere la potenza del Creatore nella creatura
E se di una persona avessimo visto tutto, tutte le analisi, le foto, i filmati da ogni prospettiva possibile, non ci sarebbe più nulla da vedere? Continuerebbe a esserci un di più. Vedremmo con meraviglia il fatto che le cose sono state create, vedremmo in esse la potenza creatrice di Dio. Possiamo addirittura affermare che questa è la prima cosa che vediamo. Vediamo che questo paesaggio, questa persona sta lì, come a dire: «Non mi sono creata da sola, sto ricevendo l'essere da un Altro».
Guardini afferma che questo fatto «si vede». Il nostro occhio dice: «Vedo il mistero, vedo la condizione di creatura. Lo vedo nell'energia spirituale che affiora da un sorriso puro e nella caducità della pelle del viso che inizia a riempirsi a poco a poco di rughe».
Come dice san Paolo: «Ciò che di Dio si può conoscere è loro [agli uomini] manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute» (Rm 1,19-20). Come possiamo distinguere a prima vista tra una pietra naturale e un manufatto artificiale, così pure la Gloria di Dio splende di luce propria nelle cose, e uno «vede» ciò che è miracoloso.
Ma, poiché l'occhio è radicato nel cuore, può capitare che uno «veda Dio in tutte le cose» e un altro «non veda nulla». E per purificare il nostro cuore e far sì che da dentro si purifichino gli occhi, è necessario che Dio risplenda e ci faccia sentire il suo amore. Questo è ciò che è avvenuto nella Trasfigurazione. Il Signore ha manifestato la sua Gloria, affinché gli occhi dei suoi discepoli restassero per sempre aperti alla prospettiva trinitaria che dà la luce della fede, e non si oscurassero per il buio della croce, né alcuna routine potesse oscurarli.
Queste riflessioni sulle caratteristiche meravigliose della nostra visione naturale possono aiutarci a mettere in questione alcuni pregiudizi, che, senza che ce ne accorgiamo, sminuiscono troppo il valore immenso della Luce della fede.


NOTE

1. «Ogni conoscenza si compie attraverso l'assimilazione del conoscente alla cosa conosciuta, così che l'assimilazione è detta causa della conoscenza, come la vista, per il fatto di essere disposta secondo la specie del colore, conosce il colore» (De Veritate 1,1).
2. Cfr R. GUARDINI, «L'occhio e la conoscenza religiosa», in ID., Scritti filosofici, vol. 2, Milano, Fabbri, 1964, 141-155.

(La Civiltà Cattolica 2013 IV 530-542 | 3924 - 21 dicembre 2013)