La gratitudine,

molto più che

un'emozione

Luis López-Yarto


La riconoscenza è una «virtù» indispensabile alla persona normale. I fondatori di religioni e i grandi conoscitori della persona si sono occupati della dimensione «gratitudine-ingratitudine» molti secoli prima che lo facesse la scienza. Cervantes, senza saperlo, già nel 1615 enumerava gli elementi fondamentali della riconoscenza: «Sebbene alcuni pongano la superbia fra i più grandi peccati commessi dall'uomo, io invece ritengo più grave l'ingratitudine, attenendomi al detto comune che di ingrati è pieno l'inferno. Questo peccato, per quanto mi è stato possibile, ho sempre cercato di fuggirlo fin dal momento in cui ho avuto l'uso della ragione; e se non posso contraccambiare i benefici che ricevo con altri benefici, pongo al loro posto il desiderio di contraccambiarli e, quando questo non basta, li rendo noti». [1]
Accade per la gratitudine come per la psicologia: ha un passato molto lungo, ma una storia molto breve. Il pensiero, la letteratura e soprattutto la religione si occupano da sempre della gratitudine (dal latino gratia), come di «una attitudine che nasce dalla coscienza di aver ricevuto qualche cosa in modo gratuito»: uno stato d'animo che si manifesta con azioni o con parole (le «buone azioni», o almeno il «parlare pubblicamente» di ciò che si sa di aver ricevuto gratuitamente, come diceva Don Chisciotte). Non sono pochi gli autori che, quando intendono fare scienza positiva, incominciano a parlare della riconoscenza facendo allusione al libro dei Salmi [2], ai fondatori di religioni o agli Esercizi spirituali di sant'Ignazio [3], mentre si lamentano del ritardo nella pubblicazione di studi scientifici sulla gratitudine nell'ambito della psicologia [4].
Soltanto negli ultimi anni molti psicologi si sono preoccupati di dimostrare che la gratitudine è qualche cosa di fondamentale per l'integrità personale, e molti di più si occupano di mettere in relazione la gratitudine con la maturità globale e con il miglioramento dei rapporti interpersonali [5], o anche con la felicità. Non sono molti quelli che chiariscono quale sia la condizione psicologica della gratitudine nel funzionamento della personalità, o quale possa essere il suo polo opposto, per precisare di quale materiale umano sia fatta.

Molto più che un'emozione passeggera

È stato detto che la gratitudine è «il sentimento acuto e intenso che sperimentiamo quando sappiamo di essere destinatari dell'azione benefica e disinteressata di un'altra persona». Ma un sentimento è passeggero e può non lasciare una grande traccia. Un sentimento sperimentato occasionalmente non consente di dire se una persona sia in modo stabile riconoscente o no. Perché questo sia possibile, la gratitudine dev'essere uno stato costante della personalità: un modo di essere che predisponga la persona a prendere coscienza con stupore di aver ricevuto un dono non cercato, da qualcuno che non si attende nulla in cambio; un dono che provoca uno stato emotivo che la libera da risentimenti e la conduce a reagire, a sua volta, in modo positivo e altruista con gli altri.
Le attitudini - predisposizioni apprese - implicano il pensiero, l'affetto e l'azione. Chi è riconoscente si è reso conto di aver ricevuto qualcosa da un donatore disinteressato; è in grado di valutare positivamente il dono ricevuto e di commuoversi per una gratuità che non richiede reciprocità né alcuna obbligazione; e si sente spinto a operare il bene, non per cortesia o per una pressione esterna, ma per una sincera e profonda motivazione a rispondere al bene con il bene.
La gratitudine attribuisce spontaneamente un carattere atemporale alle buone azioni. La nostra memoria opera spesso alimentando l'attitudine di riconoscenza in modo stabile; così siamo capaci di rendere omaggio, molti anni dopo la sua morte, allo scopritore degli antibiotici, o a chi ha dato la vita per la patria, perché la gratitudine rimane tenacemente nella memoria collettiva [6].
È molto importante per la gratitudine riconoscere che il dono ricevuto è segnato dal disinteresse dell'altruismo, una cosa a prima vista incredibile; essa deve infatti combattere la convinzione inculcata dalla psicologia dinamica che ogni azione umana è egoista, e la convinzione comportamentale che nessuna azione senza rinforzo può essere stabile. Perciò nell'attitudine riconoscente c'è un senso di stupore: non solo «perché a me?», ma soprattutto «come è possibile questa generosità?».
Ricaviamo due conseguenze. In primo luogo, la vera gratitudine è impossibile in coloro che sono incapaci di empatia, di farsi carico dei sentimenti degli altri. Essi tendono a vedere nel vero altruismo intenzioni truffaldine. In secondo luogo, la gratitudine è indipendente dal risultato del favore che ci viene fatto. Nell'episodio di un bambino misteriosamente scomparso c'è un esempio di grande riconoscenza verso tutti quelli che hanno partecipato generosamente, giorno e notte, alla ricerca, anche se purtroppo il bambino non è stato trovato [7]. Noi viviamo una vera gratitudine non soltanto quando riceviamo un beneficio da un'altra persona, ma anche quando siamo capaci di riconoscere il suo sforzo disinteressato in nostro favore, senza attendere nulla in cambio. A volte il suo sforzo altruista non giunge a buon termine. Forse perché siamo incapaci di ricevere quello che ci viene offerto.

In principio era il narcisismo

Un'attitudine essenzialmente interpersonale come la gratitudine è impossibile nelle tappe iniziali della vita, quando i confini tra il bambino e il suo mondo sono così sfumati da rendere impossibile una vera relazione di alterità.
Durante una lunga tappa della nostra vita siamo stati al centro del mondo, con l'indiscutibile onnipotenza di chi con due lacrime mette al suo servizio l'umanità intera (che si riduceva all'onnipresenza della madre). Soltanto il continuo scontro con la dura e deludente realtà fisica, prima, e con la volontà altrui diversa dalla nostra, dopo, ci fa prendere dolorosamente coscienza dei nostri limiti; ci insegna che cosa voglia dire dipendere dagli altri per la nostra crescita e per la nostra realizzazione. Perciò il narcisismo iniziale, che tante volte continua nell'età adulta, è il grande nemico della gratitudine. Il narcisista non può vivere una vera riconoscenza, perché nella sua onnipotenza non si rende mai conto di aver ricevuto qualche cosa da un altro gratuitamente; vive in un mondo indistinto, dove non c'è posto né per un altro, né per il dare disinteressatamente. Al narcisista, che regna da solo in un mondo senza dialogo, tutto è dovuto.
La gratitudine, superata la fase narcisista, nasce per facilitare la relazione di intimità: se non sono onnipotente e se la mia capacità di crescere dipende da altri, si apre davanti a me l'orizzonte meraviglioso di poter ricevere e dare aiuto, e anche di essere circondato dalla ricchezza inattesa di quanti agiscono verso di me in modo altruista, senza condizionarmi con la loro generosità. La gratitudine non è possibile finché non siamo capaci di accettare consapevolmente che abbiamo bisogno di altri, che la vita è dare e ricevere, che è necessario sopportare la delusione dei propri limiti, per poter godere di un mondo immenso di possibilità che si estende al di là di noi.
Il sorgere di questo «rendersi conto» si osserva già in alcuni primati, trascende le culture e probabilmente si sviluppa indipendentemente dal linguaggio [8]. Se questo è vero, si può affermare che la gratitudine ha come funzione principale rendere possibile che si moltiplichino gli atti di altruismo reciproco. Perciò possiamo dire che il narcisista, vero rovescio della medaglia di chi è riconoscente, è una persona nella quale questa funzione è rimasta atrofizzata. Incapace di riconoscere il disinteresse degli altri, neppure lui può agire senza guardare al proprio interesse.
Caravaggio ha dipinto un bel Narciso amabile, che contempla estasiato e innocente la sua immagine nel lago, scrutando quello che pensa e sente questo altro «io» che lo guarda dal fondo. La sua è una visione molto ingenua. Il narcisista è incapace di sentire empatia: semplicemente non può riconoscere, e tanto meno identificarsi con i sentimenti di nessun altro che appaia al suo orizzonte [9]. Il narcisista, immerso nelle sue «fantasie grandiose» di autosufficienza, può avere successo nella società e anche essere molto efficiente [10]; il suo problema è che metterà sempre il suo successo al servizio dell'esibizionismo, e lo considererà una garanzia di approvazione da parte degli altri.
J. Hougan osservava, già nel 1975 [11], che la consapevolezza di vivere in una società senza futuro e nella quale ha senso soltanto il godere del momento presente, volgendo lo sguardo a ciò che viene a me e a ciò che esce da me, rendeva particolarmente difficile uscire da una situazione narcisista. Forse questa affermazione è divenuta più vera in questo inizio del secolo XXI, quando un forte sentimento di una possibile catastrofe, fondato su notizie di squilibri sociali, economici e politici, unito alla realtà di una tecnica molto progredita, capace di controllare tutto, alimenta le esperienze simultanee di onnipotenza e di impotenza.
Se questo è vero, oggi è più che mai necessario il lavoro di tirocinio e di maturazione delle attitudini opposte al narcisismo, che possano ristabilire l'equilibrio personale perduto. La gratitudine è senza dubbio una di quelle. Negli ultimi tempi si sono ripetuti gli esperimenti di laboratorio nei quali si dimostra con sufficiente precisione che la capacità di provare riconoscenza verso altre persone è inversamente proporzionale al narcisismo [12].
Se questo è vero, che cosa c'è di strano che alcuni direttori di Esercizi si lamentino della crescente difficoltà a far vivere in profondità la prima settimana degli Esercizi? Può darsi, come pensano alcuni [13], che nell'era del narcisismo questa difficoltà sia dovuta all'impossibilità di far fronte con realismo a tutto ciò che riguarda la propria limitatezza. Se è così, l'esercitante, che vede minacciata la sua immagine quando ammette limitazioni ed errori, difficilmente tre settimane dopo riuscirà a concepire sentimenti di riconoscenza davanti a una realtà di cui non sa godere e che, invece di elevarlo gioiosamente, lo rimpicciolisce.

Gratitudine e maturità umana

Nel corso del XX secolo si sono moltiplicate le pubblicazioni che trattavano delle miserie dell'essere umano. La prima rivista scientifica che si è occupata seriamente delle relazioni tra le persone si chiamava all'inizio Journal of Social and Abnormal Psychology, dando per scontato che l'entrare in relazione sottopone a grandi rischi gli adulti normali. A poco a poco, e soprattutto a partire dal 1980, la situazione cambia. Il volume di quell'anno di Psychological Abstracts contiene già 780 titoli di articoli su «benessere», «felicità», «soddisfazione vitale», «altruismo» e altre variabili positive. Non passa molto tempo, e Seligman inaugura il decennio della «Psicologia positiva» [14]. Da allora gli studi si moltiplicano, e molti di essi parlano esplicitamente di gratitudine, concentrando l'interesse su di essa. È giunto il momento di poter constatare empiricamente che il dare con altruismo e il ricevere con riconoscenza fanno parte del nostro pieno sviluppo.
Più volte si ripetono le prove [15]. La gratitudine è strettamente collegata a quella che è stata chiamata «soddisfazione vitale». Le persone che hanno sviluppato una vera capacità di essere riconoscenti sono anche in grado di perseguire con gioia gli obiettivi che si sono proposte, e sopportano meglio le difficoltà che la vita presenta ad esse. Così la psicologia si convince che lo studio della gratitudine è sempre più necessario, se si vuole comprendere a fondo che cosa vuol dire essere felici e dare un senso alla vita [16].
Chi è riconoscente è una persona che non si sente defraudata della propria storia o, detto in forma positiva, è una persona consapevole di possedere una ricchezza interiore inalienabile. Chi è riconoscente apprezza in modo superiore alla media ciò che gli altri hanno fatto per aiutarlo a essere quello che ora è. È interessante constatare che le persone riconoscenti mostrano una notevole tendenza ad apprezzare le piccole soddisfazioni e i piccoli piaceri che di solito sono alla portata di tutti e che molti non avvertono.
Negli ultimi anni si è diffusa la comprensione della personalità attraverso cinque fattori fondamentali [17]: apertura versus chiusura all'esperienza; responsabilità vs irresponsabilità; estroversione vs introversione; amabilità vs ostilità; stabilità emozionale vs nevrosi. Ebbene, la persona capace di riconoscenza appare costantemente più estroversa, più aperta, più responsabile e più amabile e, come si poteva facilmente prevedere, meno nevrotica.
A partire da questi dati così positivi, risulta immediatamente che in ogni processo di crescita personale e nella elaborazione di una personalità matura è molto importante fare esperienze autentiche di gratitudine, che giungano a costituire nella persona un atteggiamento stabile di gioiosa riconoscenza. In base alle descrizioni precedenti, questo implica la necessità di imparare a renderci conto che qualcuno è stato capace di farci un dono altruista, e questo implica l'elaborazione da parte nostra di una determinata immagine degli altri come capaci di non operare per il proprio interesse; implica la capacità di ricevere il dono, che ci viene dato a queste condizioni dagli altri, con una gioia libera dal sentirsi obbligati o in colpa, e la capacità di reagire senza risentimento. Per questo occorre ricordare qui i pericoli che minacciano la nascita di una vera gratitudine.

La gratitudine non è facile

Anche gli autori che ritengono necessario l'esercizio della gratitudine, perché è la fonte di futuri atti altruisti, mettono in guardia contro reazioni che capitano frequentemente dopo aver ricevuto un favore. L'espressione spesso ripetuta «A buon rendere» desta sempre sospetto, perché indica un senso di obbligazione e di sottomissione che deteriora una gratitudine assolutamente libera [18].
Esistono norme sociali che orientano e dirigono la nostra interazione con gli altri, la rendono più facile e prevedibile, e si impongono come linee di condotta universali. Una di queste norme sociali che ci interessa in questo momento è la cosiddetta «norma della reciprocità». È possibile che si mantenga stabilmente la relazione con una persona che non risponde mai con favori ai favori ricevuti? La norma della reciprocità sembra imporre per lo meno che «siamo obbligati ad aiutare quelli che ci hanno aiutato, e che non dobbiamo fare il male a chi ci ha fatto un bene» [19].
Se questo è vero, è facile dedurre che, dopo aver ricevuto un dono, posso veder nascere in me sentimenti di obbligazione, un'esigenza di corrispondere e, nel peggiore dei casi, un senso di impotenza per non essere capace di farlo. È prevedibile un certo rammarico, che può condurmi, come ogni situazione spiacevole, a costruire difese che alterano la realtà stessa di quanto è accaduto. In tono drammatico si può dire che la reazione della gratitudine corre sempre il pericolo di essere annullata dalla dimenticanza difensiva, o di essere deformata da un problematico senso di colpa.
Due esempi possono illustrare quanto diciamo. Uno è tratto dalla vita accademica, e possiamo chiamarlo «la sindrome del borsista». Ricevere una borsa di studio può essere così importante per la vita da mettere davanti a un grave dilemma. O il borsista restituisce «il favore» dedicandosi intensamente allo studio, forse fino all'esaurimento, o elabora piccole teorie che lo dispensano da ogni obbligazione: «Ho ottenuto» una borsa di studio (il merito è mio, e scompare il donatore); «Ti chiedono tanto lavoro che ci riesci a fatica» (è un puro compenso di uno sforzo personale). A volte, è vero, il borsista deve liberarsi da un sentimento penoso.
Il secondo esempio, più studiato dalle persone stesse implicate, è quello dell'aiuto, a volte molto consistente, a gruppi sociali bisognosi da parte di associazioni ricche che operano con grande generosità e disinteresse. Alcuni gruppi, tradizionalmente molto benefici, osservano che le persone da loro aiutate non sono in alcun modo riconoscenti; piuttosto hanno manifestato sentimenti schizofrenici o sospettosi: «Che cosa pretendono da noi?»; «Non possiamo lasciarci manipolare»; «Sarà una nuova forma di sfruttamento». Curiosamente, si è osservato che il caso più frequente era sospettare delle motivazioni che aveva il donatore [20]. Qualcuno che si presenta come «un soccorritore che non chiede nulla in cambio» è considerato «machiavellico» o ingenuo.
Quanto segue ci consentirà forse di fare alcune affermazioni di ordine superiore, che devono essere tenute presenti da coloro che annunciano il Donatore per eccellenza, che crea tutto dal nulla, e il Figlio che dona la sua vita senza chiedere contraccambio. L'affermazione è la seguente: sul sorgere di un'autentica e stupenda riconoscenza influiscono in modo decisivo l'immagine che presenta il donatore e la cornice in cui si realizza il dono. Cioè, a nessuno basta sapere che un altro ha fatto qualche cosa di buono per lui, ma deve formarsi un'immagine esatta di questo altro e rendersi conto della cornice in cui questo altro ha fatto il suo dono.
Si può citare come esempio un esperimento realizzato tempo fa [21]. Si cercava di mostrare la reazione di chi riceve un favore importante. Il favore proveniva da un «soccorritore generoso», il quale a volte era presentato come uno «così ricco di mezzi che non gli costa nulla fare questo favore», altre volte come una persona «che fa un vero sacrificio concedendo questo favore». L'esperimento era costruito in modo tale che il favore a volte si faceva «a fondo perduto», perché non esigeva niente in cambio, né comportava il rendere favore per favore; altre volte si faceva «perché fosse restituito con interessi». Altre volte il donatore chiedeva soltanto, appena possibile, il risarcimento della sua perdita «senza alcun interesse».
Quando si considerò lo stato d'animo di coloro che avevano ricevuto tali favori, risultò che ad apprezzare veramente il loro benefattore e a provare un'autentica riconoscenza erano quelli che capivano che il dono veniva a loro da chi «si privava del suo» ed era una persona a cui si poteva restituire quanto ricevuto «senza preoccuparsi di interessi». Il benefattore a cui non costava nulla fare un dono suscitava pensieri di sfiducia e di sospetto.
Il fatto di dare e ricevere mette in gioco un complicato processo percettivo. Nel momento di ricevere qualche cosa da un altro sorge una immediata riflessione, nella quale chi riceve elabora un'immagine della persona che gli fa un dono, di ciò che per quella persona significa donare, e delle obbligazioni che questo dono comporta per il ricevente. La reazione autenticamente riconoscente avviene quando sappiamo che l'altro è veramente coinvolto nel suo dono, e quando ci è possibile rispondere secondo le nostre possibilità, senza che ci venga imposta nessuna obbligazione speciale.
Chi è questo «altro»? E che cosa comporta la sua generosità per me? Devo sapere se mi aiuta con una intenzione sincera, e se questo aiuto, di cui io nella mia limitatezza e miseria ho bisogno, mi spinge ad avanzare nella crescita della mia persona. Perché sempre viene prima la consapevolezza della mia necessità; io autonomo, ma bisognoso di aiuto; io di fronte a un altro, da cui mi separa una distanza e al quale mi avvicina la mia insufficienza.
Forse questa realtà spiega perché la gratitudine verso le persone della propria famiglia sia meno forte di quella verso le persone che non appartengono ad essa. Le persone del nostro sangue formano, psicologicamente, una parte di noi stessi, e noi consideriamo la loro generosità un dovere più che una generosità [22].
Quando parliamo della nostra riconoscenza a Dio come al grande Altro, datore di ogni bene, dobbiamo chiederci quale profilo gli attribuiamo, quale immagine ci formiamo di lui. Come intendiamo la sua onnipotenza e insieme la sua vicinanza? E, soprattutto, come concepiamo la misteriosa e gratuita relazione che egli ha con l'uomo?

Il cammino verso la gratitudine

Nel 2009 è uscito un piccolo volume di Sarah Breathnach dal titolo Simple Abundance (Semplice abbondanza). Con la retorica pratica che i suoi libri sono soliti mostrare senza altra pretesa che l'aiuto personale, l'autrice propone al lettore una formula per giungere alla pienezza vitale: gli suggerisce di scrivere un «diario quotidiano di gratitudine» (a daily gratitude diary).
Qualche critico ha parlato di questa curiosa riscoperta dell'esame di coscienza ignaziano come della «più appassionante forza di trasformazione» che abbia mai conosciuto. La pretesa grande scoperta della Breathnach non fa che sottolineare l'importanza di prestare attenzione ogni giorno ai motivi che ciascuno ha per essere riconoscente agli altri, alla vita e a Dio.
Dopo la sua pubblicazione, questo tipo di diario, che suggerisce semplicemente una normale forma di introspezione, è diventato uno strumento di sperimentazione, di cui si servono gli studiosi della gratitudine come attitudine sociale, specialmente quando studiano l'efficacia delle esperienze di gratitudine nel cammino personale verso la maturità.
Dobbiamo riconoscere che l'introspezione, a cui ci ha abituato per quasi un secolo la psicologia del Novecento, è stata segnata dalla parola «trauma». La scoperta definitiva che esistono in noi processi inconsci, e che dolorose esperienze infantili hanno avuto un'importanza decisiva per la formazione della nostra personalità, ha dato impulso con straordinaria intensità a un'attività di analisi del profondo, che in teoria doveva condurre alla scoperta delle «ferite inevitabili» che si trovano alla base dei nostri comportamenti.
Se riuscissimo a conoscere senza timore i traumi fondamentali della nostra storia personale, giungeremmo a «trasformare le nostre miserie nevrotiche in un infortunio ordinario» [23], perché l'essere umano non può sperare molto di più. Infatti la persona, con il suo debolissimo io, sempre sottoposto al demone ardente degli impulsi e al demone freddo della ragione, fatica a uscire incolume dalle ardue crisi che tutta la vita umana presenta, e può aspirare soltanto a vivere consapevolmente e senza ingenuità il suo dramma personale.
Dietro la ricerca di un passato traumatico si nasconde sempre la concezione pessimista di un essere umano debole, sempre minacciato e sulla difensiva, destinatario passivo più di colpi che di carezze, segnato da cicatrici ben poco gloriose.
Per questo, fissare l'attenzione sui motivi per la gratitudine presuppone una reazione molto importante: significa riconoscere che la storia personale è fatta, anche e soprattutto, di apporti benevoli di carattere tanto fondamentali per la nostra personalità, quanto lo sono i traumi iniziali. Vuol dire che la persona nasce e si forma a partire dall'altruismo di altri (e nel suo primo inizio, di un Altro), i quali senza cercare il proprio interesse hanno messo a sua disposizione gli strumenti necessari per poter giungere a superare se stessa e a rilanciare la propria energia creativa sui propri simili.
Riconoscere con gratitudine che tratti molto importanti di una persona hanno origine in qualche cosa ricevuta gratuitamente - ma che non produce obbligazioni o vincoli, bensì stupore e gioia inesprimibile - significa che l'obiettivo di ogni crescita personale non è semplicemente uscire dalla miseria nevrotica per raggiungere la normale infelicità, bensì uscire dall'ignoranza narcisista per scoprire la possibilità di una feconda relazione altruista.
Il cammino verso questa soluzione finale non è facile. Diversi autori suggeriscono di praticare pazientemente strategie che possano trasformare i piccoli atti di riconoscenza quotidiani in uno stato di gratitudine sostenibile [24]. Tuttavia tutti concordano sulla necessità di alcuni passi indispensabili:
a) anzitutto occorre mobilitare l'attenzione. I motivi per la gratitudine sono molto meno percepibili delle realtà traumatiche. Essi tendono ad apparire come presupposti naturali dell'esistenza umana, e di solito sono bloccati da pensieri di carattere vittimista («mi merito tutto questo»), che a loro volta passano come inavvertiti. Occorre dunque un'attenta riflessione su ciò che si riceve e su ciò che impedisce di rendersi conto della propria esistenza.
b) È indispensabile mettere in movimento la memoria del cuore. Il carattere relazionale della gratitudine esige di essere attivamente presenti a coloro senza dei quali non sarebbero possibili diversi aspetti della nostra esistenza. La memoria del cuore si coltiva ripetendo pensieri e sentimenti che ricreano l'esperienza di ricevere benevolenza. La necessità di mantenere la memoria del cuore è forse uno dei motivi psicologici per cui in molte religioni esistono litanie di ringraziamento.
c) Infine la realizzazione di atti di altruismo reciproco e verso terzi [25]. L'attitudine della gratuità non può essere una tattica per ignorare le tragedie della vita. In realtà soltanto chi giunge a sviluppare la capacità di fare il bene non a chi gli ha fatto qualche favore, ma ad altri bisognosi che non hanno alcuna relazione con il bene ricevuto, può dirsi veramente una persona riconoscente. Raggiunge la pienezza di questa attitudine sociale chi sa estendere il suo altruismo a coloro che non sanno essere riconoscenti.

Modelli di identificazione

Il Vangelo di Matteo (11,25-27) mostra uno dei più vivi esempi di cuore riconoscente che si possano incontrare. Gesù, che ha appena provato un profondo dolore per quelli che non comprendono la realtà, erompe nel canto che incomincia: «Ti rendo lode, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti».
Questi versetti manifestano uno stato di esaltazione che non nasce da nessuno stimolo concreto. Nulla di ciò che precede giustifica il canto che segue: esso scaturisce senza dubbio da uno stato permanente, pieno di stupenda riconoscenza, che va al di là di un sentimento momentaneo. È uno stato di gratitudine che viene da lontano, e che i tradimenti e le infedeltà di intere città come Corazin e Betsaida non sono capaci di offuscare.
Si tratta di una gioia riconoscente che non comporta alcun dovere particolare, né alcuna obbligazione: Gesù semplicemente si rallegra per la generosità gratuita di Colui con il quale parla, e per il bene che ricadrà su altre persone che andranno dietro a lui.
C'è un'esperienza profonda di un Padre benevolo, con cui si può parlare a tu per tu, come parlano due amici vicini. «Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio» (Mt 11,27). Si parla di una vera relazione di alterità, che consente a Gesù di parlare di un dono venuto da fuori, di una generosità che non si può spiegare, e di fissare lo sguardo su un orizzonte in cui ogni persona e ogni cosa acquistano un profilo personale irripetibile.
«Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza» (Mt 11,26). Si fa carico di ciò che pensa e sente l'altro soltanto chi è capace di empatia. Chiaramente non ci sono di mezzo interessi personali, e non c'è alcun motivo per l'interpretazione o per il sospetto, ma rimane soltanto un cuore riconoscente.
«Hai rivelato queste cose - le sole veramente importanti - ai piccoli», a coloro che sono liberi da ogni orgoglio narcisista e da ogni vittimismo. Quando essi si renderanno conto di quanto hanno ricevuto, tutto questo non si cancellerà mai dalla memoria del loro cuore, e diventeranno anche loro una buona parola disinteressata per molti compagni di strada.

 

NOTE

1. M. DE CERVANTES, Don Chisciotte della Mancia, Milano, Mondadori, 2003, 1.084 s.
2. Cfr G. Cucci, «La gratitudine radice del ben-essere», in Civ. Catt. 2008 IV 466-473.
3. Cfr A. R. EMMONS - C. A. CRUMPLER, «Gratitude as a Human Strength. Appraising the Evidence», in Journal of Social and Clinica! Psychology 1 (2000) 56-69.
4. Cfr D. G. MYERS - DIENER (eds) «Who is happy», in Psycholoqical Science 6 (1995) 10-90. Gli autori lamentano che fino al 1980 fossero scarse le pubblicazioni sul tema.
5. A. R. EMMONS - C. A. CRUMPLER, «Gratitude...», cit., 51.
6. Cfr T. CAYCHO, «El concepto de gratitud desde una perspectiva psicológica», in Revista de Psicologia Trujillo 13 (2011) 105-112.
7. Cfr R. S. LAZARUS - B. N. LAZARUS, Passion and reason. Making sense or out emotions, New York, Oxford University Press, 1994.
8. Cfr M. E. McCULLOUGH, «An Adaptation for Altruism?», in Current Directions in Psycbological Science 17 (2008) 281-284.
9. Cfr J. L. TRECHERA, Que es cl narcsismo?, Desclée de Brouwer, 2001, 120. L'Autore indica tre aspetti principali del narcisismo: un'immagine distorta di sé, un notevole esibizionismo, una considerevole incapacità di empatia.
10. Cfr O. F. KERNBERG, «Borderline personality organization», in Journal of the America,, Psychoaualytic Association 15 (1967) 661-685.
11. Cfr J. HOUGAN, Decadence. Radical Nostalgia, Narcissism and Decline in the Seventies, New York, Morrow, 1975.
12. Cfr L. FERWELL - R. WOHLWEND-LLOYD, «Narcissistic processes. Optimistic expectations, favorable self-evaluations and self-enhancing attributions», in Journal of Personality 66 (1998) 65-83.
13. Cfr T. WOLFE, «The "Me Decade" and the Third Great Awakening», in ID., The Purple Decades. A Reader, New York, Straus & Giroux, 1982, 265-296. Nel 1976 l'autore parlava della «decade dell'Io», che divenne presto l'era dell'Io.
14. Cfr M. SELIGMAN - M. CSIKSZENTMIHALYI, «Positive Psychology. An introduction», in American Psychologist 55 (2000) 5-14.
15. Gli studi empirici sono molti. Cfr una presentazione in A. M. WooD, «Gratitude uniquely predicts satisfaction with life. Incrementa! validit above the domains and facets of the five factor model», in Personality and Individuai Di cacnccs 45 (2008) 49-54.
16. Per giungere a formulare conclusioni di questo tipo, è stato necessario impiegare strumenti di misurazione, generalmente «scale di attitudini di tipo Likert», per determinare in che misura una persona si può considerare più o meno «riconoscente» o «incline alla riconoscenza». Soltanto risultati ottenuti in questo modo si possono utilizzare per un confronto statistico con altre variabili. Hanno pubblicato scale di attitudine alla riconoscenza, fra gli altri, PH. C. WATKINS, «Gratitude and happiness: development of a measure of gratitude, and relationships with subjective well-being», in Socia' Bchavior and Pcrsonality 31 (2003) 431-452; e J. J. FROH, «Measuring Gratitude in Youth», in Psychological Assessment 23 (2011) 1-38. Le domande rivolte al soggetto sono di questo tenore: «E molto quello di cui devo essere riconoscente alla vita?»; «Guardo con riconoscenza molte persone per come si sono comportate con me?»; «Quando osservo il mondo che mi circonda, trovo molte cose per le quali possa provare riconoscenza?».
17. Cfr R. R. MCCRAE - P. T. COSTA, «A five factor theory of personality», in L. PERVIN (ed.), Handbook of personality. Theory and Research, New York, Guilford Press, 1992', 139-154.
18. M. E. McCULLOUGH, «An Adaptation for Altruism? The Social Causes, Social Effects and Social Evolution of Gratitude», in Current Directions in Psychological Science 17 (2008) 281-284.
19. Cfr G. C. HOMANS, Social Behavioin: Its elementary forms, New York, Harcourt Brace, 1961.
20. Il sorgere del sospetto è stato studiato in modo convincente dal SCHOPLER - V. D. THOMPSON, «The role ofattribution processes in mediating the amount of reciprocity for a favour», in Journal of Personality and Social Psychology 10 (1968) 243-250.
21. Cfr K. J. GERGEN - P. C. ELLSWORTH - C. MASLACH - M. SEIPEL, «Obligation, donor resources and reactions to aid in three cultures», ivi, 31 (1975) 390-400.
22. Cfr M. E. CULLOUGH, «An Adaptation...», cit., in Current Directions in Psychological Science 17 (2008) 283.
23. Questa citazione è tratta dall'ultimo paragrafo de «La psicoterapia dell'isteria» (1895) di Freud.
24. Cfr R. A. EMMONS, «Queen of the Virtues? Gratitude as a Human Strength», in Reflective Practice Formation and Supervision in Ministry 32 (2012) 49-62.
25. Il termine espressivo «altruismo controcorrente», come ultimo passo nell'evoluzione della gratitudine, è usato da M. NOWARK - S. ROCH, «Upstream reciprocity and the evolution of gratitude», in Proceedings of the Royal Society of London, Series B: Biological Sciences (2006, 605-609).

(La Civiltà Cattolica 2013 II 428-441 13911 - 1 giugno 2013)