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Bibbia e pastorale giovanile

 

Intervista a Cesare Bissoli

a cura di Giancarlo De Nicolò

(NPG 2008-07-18)


Premessa

Le domande postemi intrecciano fra loro tre fattori: Bibbia intesa come Parola di Dio, il destinatario (giovanile), il processo educativo che li collega.
È facile notare l’attenzione su due poli:
– il concetto di pedagogia ed educazione così come si può ricavare dalla Bibbia in quanto fonte di rivelazione, cioè alla luce della Parola di Dio;
– l’applicabilità effettiva di ciò alla condizione giovanile. Vi è dunque un momento epistemologico e uno pastorale, dove il primo è necessario per fondare legittimamente il secondo.
Necessariamente la mia risposta è soggettiva, in rapporto alle idee acquisite in tanti anni di studio e di esperienza pastorale.
Sarà un intervento essenziale, e dunque anche breve, senza citazioni di autori, che pur stanno alla base di queste riflessioni. Inevitabile sarà il contatto tra le diverse risposte.


Domanda. Il titolo del suo dottorato, ormai più di 20 anni fa, è «Bibbia e educazione», un lavoro storico e critico sul rapporto tra due realtà che sembrano poste su piani diversi e non comparabili: una appunto di natura rivelata, come la Parola di Dio, l’altra tipicamente «una realtà terrena», laica, che richiama la fatica dell’uomo di costruirsi (e di costruire i suoi figli).
Certo, è lo studio di un rapporto per lei provocante: entrambe le realtà la appassionano, l’una come biblista, l’altra come salesiano, dunque educatore.
Ed è un tema che interessa costitutivamente anche la pastorale giovanile.
Come e perché è stato posto storicamente il problema? E soprattutto come si pone oggi?

Risposta. In ambito cristiano la prassi educativa, almeno in linea di principio, si è sempre ispirata alla Parola di Dio, data anche la sua forte incidenza nella vita di ogni giorno.
Il richiamo al IV comandamento, la vita dello stesso Gesù ragazzo e il suo insegnamento morale, i premi e i castighi della Bibbia, il comandamento dell’amore… hanno illuminato i grandi pastori ed educatori, da Ireneo, a Clemente Alessandrino, Filippo Neri, Ignazio di Lojola, Giovanni Bosco, Gemma Galgani, e tanti altri fino ai giorni nostri…
In maniera riflessa, la questione è diventata oggetto di attenzione scientifica nel sec. XVIII-XIX, in particolare nel mondo tedesco, segnatamente evangelico, alle prese con il tema della pedagogia di Dio nel contesto del razionalismo illuminista, disponendo a questo scopo dell’ esegesi scientifica allora incipiente.
Oggi si propone con la stessa urgenza pratica, dato il bisogno di ispirazione della fede, ma anche di fondazione scientifica, secondo dunque una corretta epistemologia, contro la duplice tendenza del fondamentalismo deduttivo (l’educazione derivata dalla Scrittura), che è cosa comunque di pochi; e contro la tendenza più diffusa del disinteresse biblico, a sua volta motivato dalla perdita del senso religioso dell’educare, anzi del senso stesso di educare.

UNA COMPRENSIONE CREDENTE DELLE REALTÀ UMANE

D. Questo è un problema generale anche rispetto ad altre realtà umane, quando si riflette su di loro in termini di comprensione credente, appunto perché la radice e il fondamento di ogni «teologia» sta nella parola di Dio. Come si può impostare una riflessione credente sulle realtà «laiche», umane, frutto della fatica intellettuale ed etica dell’uomo?

R. Il punto di partenza della visione cristiana sta in questo: ciò che è umano, ossia esistenzialmente significativo per la persona, non è estraneo alla Parola di Dio: trova nella Scrittura, esplicitamente o implicitamente, delle luci importanti.
L’educazione umana trova un ampio riferimento pratico nella Bibbia, dove è ben conosciuta una cura attenta delle giovani generazioni (poteva essere diversamente in una religione della promessa, così aperta al futuro grazie al dono del figlio? cf Gen 15; 22): si pensi al rapporto padri e figli nelle catechesi pasquali (Es 12, 26, Deut 6, 20-25), nella tradizione sapienziale (cf Prov 10, 1), nelle prime comunità cristiane del NT (Ef 6, 1-4). Non manca una certa motivazione teoretica: si parla di una educazione da parte di Dio verso il suo popolo (si veda il Deuteronomio; l’azione di Gesù Maestro con i discepoli; la paideia del Signore in Ef 6, 4).
Dunque l’educazione interessa Dio nei confronti del suo popolo, come Gesù con i suoi discepoli, e consequenzialmente il padre/madre con i figli, il maestro con gli alunni… mediante una azione sinergica e interagente, ove ciascuno, Dio e l’uomo, Cristo e il discepolo, il padre e il figlio… mette il proprio contributo.
Tutto ciò si fonda sul mistero dell’Incarnazione della Parola di Dio (al vertice Gesù di Nazaret), per cui l’azione di Dio e dell’uomo, qui in terra, si incontrano e interagiscono, nel rispetto della loro continuità all’interno delle loro differenze. Altro è dire «Dio educa», altro è dire «l’uomo educa». Eppure entrambi partecipano all’impegno educativo, in quanto compito altamente umano, ciascuno secondo le proprie energie e obiettivi, nell’unità di un progetto di salvezza proposto da Dio.
Dire educatore, maestro, formatore, pedagogista… nella visione biblica, vuol dire sempre una identità (una ricerca, dei risultati…) che viene da Dio, sempre che si segua la sana ragione, se ne valorizzino le risorse e se ne riconoscano i limiti. Penso che il Signore abbia nella biblioteca del cielo un settore ampio dedicato a pedagogia e educazione, e che passi periodicamente in rassegna tutti i libri e riviste di pedagogia, che andiamo scrivendo qui in terra, tanto gli stanno a cuore gli elementi giovanili e la loro crescita. Non so però se è sempre contento di ciò che legge e vede.

Contro il fondamentalismo

D. Si può ricavare una pedagogia, una modalità di pensare l’educazione e di praticarla, dalla parola di Dio?
Oggi ha acquisito cittadinanza un certo fondamentalismo religioso che applica categorie o modelli pedagogici direttamente al fatto umano. Ha una certa ragione di essere? E non è un rischio sotteso anche ai concetti di pedagogia di Dio, di sequela di Gesù Maestro, della legge e dei comandamenti come strutture minimali all’interno delle quali pensare e progettare l’educazione (la legge come pedagogo)?
In che modo dunque accedere all’esperienza dell’uomo biblico e alla Parola di Dio per riflettere e impostare una riflessione e azione pedagogica?

R. Dalla Parola di Dio (Bibbia) si può ricavare una pedagogia, intesa però non come un insieme di indicazioni specifiche eguali per tutti (insomma delle ricette pronte all’uso), bensì come una modalità globale, o meglio uno spirito, delle motivazioni fondanti, dei perché profondi con cui pensare e fare educazione. Ciò vale del resto anche per le cosiddette «realtà terrestri», quali il potere politico, la polis e il suo governo, l’economia, la bioetica, ecc. Non dunque come si educa, ma perché si educa, sta al cuore della rivelazione biblica.
Si è sempre dato un certo fondamentalismo educativo, che a mio parere, oggi appare ristretto a certi gruppi e movimenti (dilaga piuttosto il «fondamentalismo del rifiuto educativo»). Può trovare una «certa ragion d’essere» nella trascuratezza e dimissione educativa di tanti adulti anche tra i cristiani, ma non è una buona strada, perché mette in crisi la doverosa sinergia tra azione di Dio e del