Nel bene e nel male, orientano la riflessione e l'agire umano

Elogio delle passioni

Silvia Vegetti Finzi

 

Per affrontare un argomento così complesso, che coincide con la storia della civiltà, ho scelto un brano, tratto dal racconto L'artefice di Borges, perché, come riconosce Freud, sulla via della verità i poeti ci precedono sempre.
Lo spettacolo sorprendente che Borges mette in scena può essere considerato un'allegoria delle passioni viste nel loro costante intrecciarsi con le istanze antipassionali, con le funzioni ordinatrici e normalizzatrici della società e della cultura. Per cui si può dire che le passioni, allo stato puro, non sono mai esistite se non nel mito e nel sogno.
Eppure, con regimi diversi a seconda delle epoche, dei luoghi e dei temperamenti, esse innervano da sempre la vita individuale e collettiva, lasciando dietro di sé un filo rosso a indicare la continuità nella differenza.
Scrive Borges: luogo era la facoltà di Lettere e Filosofia; l'ora, il crepuscolo. Tutto (come suole accadere nei sogni) era indistinto; le cose erano leggermente alterate e come ingrandite. Leggevamo auctoritates... Bruscamente, ci stordì un clamore di manifestazione o di musici ambulanti. Grida umane e animali giungevano dal basso. Una voce gridò: "Vengono!", e poi "Gli dei! Gli dei!".
Quattro o cinque esseri uscirono dalla turba e occuparono la pedana dell'aula magna.
Tutti applaudimmo, piangendo: erano gli dei che tornavano dopo un esilio di secoli. Ingigantiti dalla pedana, la testa gettata all'indietro e il petto in fuori, ricevettero superbi il nostro omaggio. Uno reggeva un ramo, che senza dubbio si addiceva alla semplice botanica dei sogni; un altro, con largo gesto, protendeva una mano che era un artiglio; una delle facce di Giano guardava con diffidenza il becco ricurvo di Thoth.
Forse eccitato dai nostri applausi, uno, non so quale, proruppe in uno strido vittorioso, incredibilmente aspro, qualcosa tra il gargarismo e il fischio.
Le cose, da quel momento, cambiarono.
Tutto cominciò col sospetto (che forse era eccessivo) che gli dei non sapessero parlare. Secoli di vita fuggitiva e ferina avevano atrofizzato quello che in essi c'era di umano; la luna dell'Islam e la croce di Roma erano state implacabili con questi profughi.
Fronti basse, denti gialli, baffi radi... e musi bestiali rendevano evidente la degenerazione della stirpe olimpica. Le loro vesti non corrispondevano a una povertà decorosa e onesta, ma al lusso deplorevole delle bische e dei lupanari...
Bruscamente, sentimmo che giocavano l'ultima carta, che erano astuti, ignoranti e crudeli come vecchi animali da preda e che, se ci fossimo lasciati vincere dalla paura o dalla compassione, avrebbero finito per distruggerci.
Estraemmo pesanti rivoltelle (d'improvviso ci furono rivoltelle nel sogno) e gioiosamente demmo morte agli dei».
Gli dei hanno rappresentato per secoli le passioni dell'umanità: l'amore, l'odio, l'ira, la gelosia, la paura, la superbia e il coraggio.
La loro virtù consisteva proprio nel portare la passione sino al limite estremo, nel virtuosismo della passione.
Nel mondo olimpico ogni divinità incarna una passione portata a compimento senza remore, dubbi, misconoscimenti: nessuno è più iracondo di Giove, più erotico di Venere, più geloso di Giunone.
Qui sta il senso della festa olimpica, la sua gioiosa convivialità.
Ma con i Pitagorici prima e con Platone poi, la virtù non coincide più con la capacità di esaudire il mandato passionale. Poiché le passioni vengono considerate eccessive, inopportune, ingestibili in un civile consesso, la virtù viene a coincidere piuttosto con le istanze antipulsionali, con l'adesione alle norme morali.
Il mito diviene allora, alla luce di uno sguardo ordinatore, il luogo dell'immoralità.
Il dispiegamento delle passioni verrà considerato dagli stoici il peggiore dei mali e la virtù coinciderà con la loro negazione, nell'atarassia del saggio.
Mentre la morale pagana auspica la pratica del limite, della moderazione, quella cristiana propone l'ideale ascetico che, svalutando il mondo, concentra ogni passione nell'amore di Dío e nell'attesa di un'esistenza ultraterrena.
Se valutiamo l'incidenza delle diverse ingiunzioni antipassionali messe in atto nella nostra storia, dobbiamo riconoscere che l'intervento più efficace è stato l'interiorizzazione dei conflitti passionali e delle norme censorie, il sequestro nella mente del potenziale destabilizzante ed eversivo delle passioni. La pratica plurisecolare della confessione e della penitenza è stata determinante in questo senso perché ha elaborato dispositivi di conoscenza e di controllo degli stati passionali che ne hanno modificato l'economia. Le figure che li determinano vengono infatti intercettate a monte, prima della loro realizzazione, attraverso un accurato esame di coscienza delle fantasie, dei desideri, delle intenzioni, di tutte quelle rappresentazioni che danno forma e motivo all'urgenza delle pulsioni. Condannate dalla coscienza morale, le figure della passione restano così prigioniere della fantasia e del sogno, mentre il loro potenziale energetico viene indirizzato verso fini socialmente valorizzati.
Ma, come più tardi mostrerà la psicoanalisi, vi è un processo antipassionale ancor più radicalerispetto alla condanna morale. Nella mente dell'uomo occidentale lavora infatti una continua censura che impedisce alle pulsioni, forze amorose e ostili, di oltrepassare i confini dell'inconscio. La rimozione inibendo, non solo l'azione, ma anche il pensiero, cerca di salvaguardare la coesione e la sicurezza della società mettendola al riparo dalle perturbazioni dei conflitti individuali.
Negate agli uomini reali, le passioni hanno trovato la massima espressione sulle scene del teatro tragico: Eschilo, Sofocle, Euripide e poi Shakespeare e via via sino all'opera lirica ottocentesca, l'ultima grande rappresentazione popolare del repertorio passionale.
All'inizio del '900 infatti assistiamo a una improvvisa inversione: il teatro intimistico borghese prende il posto della scena regale del teatro classico. I sentimenti, implosi, sussurrati, bloccati dall'incomunicabilità, si sostituiscono alle grandi manifestazioni passionali della tradizione.
Ibsen e Pirandello esprimono, con le pause, i silenzi, le grida soffocate dei loro personaggi, l'impossibilità di accogliere ed esprimere il mandato passionale. Lincomprensione che caratterizza lerelazioni tra i personaggi segnala la difficoltà di convincere gli altri, di cambiare i rapporti di forza, di risolvere i conflitti. Impossibilità propria di un mondo che ha perduto la dimensione comunitaria e di soggetti che, contrariamente alle figure regali del teatro drammatico, non detengono più il potere né sugli altri né su se stessi perché non sanno più chi sono: uno, nessuno, centomila?
Come osserva Cacciari, con l'avvento del moderno sparisce la forma tragica.
All'inizio del '900 così Hofmannsthal, commenta il teatro di Ibsen: «I suoi protagonisti hanno un'esistenza spettrale, non vivono azioni, cose concrete, ma quasi esclusivamente pensieri, stati d'animo, eccitazioni. Vogliono poco, non fanno quasi nulla. Riflettono sul pensiero, si sentono sentire, si analizzano da soli. Sono per se stessi un bel tema di declamazione sebbene siano realmente infelici». E ancora: «I drammi di Ibsen non hanno parti: hanno uomini, uomini vivi, uomini singolari, difficili a capirsi. Uomini di piccoli mezzi e di grandi pensieri; uomini con condizioni di vita di ier l'altro e problemi di doman l'altro: con un destino da giganti in una cornice di bambole».
Eppure le passioni, seppure perseguitate dalla morale, colpevolizzate dal diritto, controllate dall'educazione, curate dalla psichiatria (non a caso quella positivista contemplava nel suo repertorio diagnostico le "sindromi passionali") non possono essere sparite perché un potenziale passionale fa parte, in modo più o meno rilevante, della dotazione di ciascuno, del suo patrimonio emozionale. Mai, come quando stiamo vivendo una passione, ci sentiamo così vivi e veri e, pur soffrendo, non vorremmo non averla vissuta.
Soltanto che nella società tardo moderna la loro espressione si è fatta così sotterranea da richiedere, per essere stanata, l'"occhio in più della psicoanalisi". Venuta meno la dimensione comunitaria della vita, svanite le forme culturali del tragico, ammutolito il lessico degli stati passionali, frenato l'impeto comunicativo, le passioni vivono ora nella psiche di ciascuno, nella sua interiorità.
Sono per lo più passioni individuali, soggettive, personali, segrete. Come tali trovano ben pocherappresentazioni culturali, forme di condivisione, di com-passione.
Eppure mi sembra di individuare, pur nella cangianza degli stati passionali contemporanei, un minimo comun denominatore: la passione di sé, della propria realizzazione, della propria personale esistenza.
Come racconta il mito, l'interrogazione che Edipo rivolge ad Apollo «Chi sono io?» riguarda l'identità, intesa come origine, biografia, ma anche come senso, scopo, fine della vita. Ciò che spinge il giovane principe ad interpellare la divinità è il fatto che sia stata messa in dubbio la sua discendenza dal re di Corinto, di cui si crede figlio. Crolla il mondo intero quando l'autorappresentazione non trova conferma.
Nella Fenomenologia dello spirito Hegel mostra che il desiderio fondamentale dell'uomo è quello di essere riconosciuto. E, dato che nessuno si identifica e si valorizza da solo, il desiderio di riconoscimento costituisce il motore che fonda l'apertura all'altro, che motiva la necessità di esporsi alla relazione. Chiedendo all'altro di riconoscermi sono costretto a riconoscerlo a mia volta, non solo come interlocutore, ma anche come detentore di una conferma senza la quale la mia identità si dissolve.
L'identità è quindi sempre comunicativa, interattiva: interfaccia tra l'"io" e l'"altro" vive nel perenne squilibrio tra il desiderio di riconoscimento e la paura del disconoscimento.
La famosa battuta «Lei non sa chi sono io!», pronunciata da Totò o da Alberto Sordi, ci diverte ogni volta perché mette in scena la precarietà della nostra supponenza, l'insopprimibile dipendenza dal giudizio altrui per cui, paradossalmente, nel momento stesso in cui minacciosamente proclama il proprio potere, il superiore si sottopone al consenso di chi ritiene inferiore.
In ogni caso il bisogno di riconoscimento non si appaga mai e tende anzi ad espandersi progressivamente, dalla famiglia alla società e dalla società all'universalità del giudizio morale secondo la formula kantiana: il cielo stellato sopra di me, la Legge morale in me.
Ma, nonostante questo itinerario ideale, la domanda «Chi sono io?» si è fatta al tempo stesso straordinariamente urgente e particolarmente ardua, sino a costituire un vero e proprio "stato passionale".
Urgente perché sono venuti meno gli stampi collettivi dell'identità che, sino al secolo scorso, hanno dato forma alla personalità individuale.
Con la caduta del muro di Berlino sono definitivamente scomparsi i partiti che hanno "incendiato" il Novecento e appaiono ormai incenerite le loro passioni.
Alludo, per utilizzare la cromo-grafia di Remo Bodei, alle passioni "nere" del nazifascismo e alle passioni "rosse" del socialismo e del comunismo.
Passioni del passato, della nostalgia e della restaurazione le prime, passioni del futuro, del compimento della storia le seconde. Dando per scontata una profonda differenza tra i due campi, mi limito a osservare che entrambe hanno convogliato in attese utopiche il patrimonio passionale di intere generazioni.
Aderire alla loro ideologia significava trovare uno scopo e un senso della vita, una organizzazione, una forte appartenenza, uno stile, un lessico, una poetica delle passioni. La loro scomparsa lascia un vuoto che annebbia il futuro e consegna la politica alla pratica dell'amministrazione e alla salvaguardia del consenso.
Anche la fede religiosa in un futuro trascendente, in una realtà ultraterrena, risulta quanto mai indebolita in una società sempre più secolarizzata, nonostante l'esistenza di movimenti ecclesiali d'intensa spiritualità.
Inoltre, per una progressiva disgregazione delle forme tradizionali di convivenza, si è diluita anche l'identità familiare.
Nelle società premoderne, alla domanda «Chi sei?» si rispondeva: «Sono figlio di...».
Ciascuno trovava nel lignaggio e nella collocazione generazionale un punto di riferimento.
Ora le forme familiari sono così varie e mutevoli che non possono più costituire una costellazione che indica e orienta il percorso della vita.
Persino il lavoro, che nella società moderna rappresentava un fondamentale marcatore d'identità, sembra aver perduto la sua funzione segnaletica.
Sino agli anni '80 alla domanda «Chi sei?» si rispondeva facendo riferimento alla professione: sono un operaio, un insegnante, un impiegato, un medico, un agricoltore.
Ma ora le forme professionali e le modalità dei rapporti di lavoro sono divenute così poliformi, precarie e sostituibili che non sono più in grado di agganciare l'identità dei nuovi lavoratori. Solo pochi sono destinati a far parte di grandi istituzioni come l'azienda, la scuola, l'ospedale. Per molti l'attività lavorativa non avrà un luogo di aggregazione, frequentazioni precostituite, progressioni di carriera, garanzie previdenziali. La nuova economia comporta che ognuno divenga l'imprenditore di se stesso con tutto quello che ne deriva in termini di isolamento, di mutamento, di disgregazione sociale ma anche di invenzione e di autogestione. In questi casi le persone saranno portate a identificarsi e aggregarsi più in base alle passioni che alle funzioni. Vi saranno quelli che diventano amici perché condividono la passione per i viaggi, il gusto della musica, l'interesse per la filosofia o la curiosità per la cultura alternativa. Per loro il tempo libero sarà più qualificante del tempo di lavoro. Come prevedeva Gramsci, scrivendo i Quaderni dal carcere, ognuno sarà chiamato a diventare l'intellettuale di se stesso, operando scelte personali nell'ambito di una variegata offerta culturale.
Come ultima cosa vorrei citare le identità sessuali che, sbiaditi gli stereotipi tradizionali della mascolinità e della femminilità, richiedono ora una diversa, più complessa formulazione ove ciascunointegri l'identità sessuale fondamentale con elementi di quella complementare.
Nel frattempo la relazione tra i sessi si è fatta inquieta, contraddittoria, conflittuale, impegnando i partner in una riedizione dell'amore e in una ricontrattazione della vita comune. La felicità e l'amore sono diventati temi dominanti della cultura perché al tempo stesso recepiscono aspirazioni e impossibilità.
Molti malesseri della vita contemporanea (depressione, disordini alimentari, malattie psicosomatiche, stati di ansia e di apatia) sono appunto da riportare alla solitudine esistenziale dell'uomo tardo-moderno che, uscito dal guscio protettivo, anche se talora oppressivo, delle identità precostituite, delle strutture comunitarie, si trova di fronte il difficile compito di costruirsi da sé. Un compito che spaventa perché ci commisura con tutte le nostre incapacità, mancanze, debolezze, privazioni. È più facile dire «non posso» piuttosto che «posso», autorizzarsi da soli a esistere, a fare, a contare qualche cosa per sé e per gli altri.
In assenza di una morale impositiva, si tratta di mobilitare capacità inventive, creative di tipo artistico, di imparare l'arte della vita anche nel senso estetico del termine.
Di farsi narratori e protagonisti della propria storia che, non essendo ancora scritta da nessuno, si apre dinanzi ai più giovani come una pagina bianca, con il senso di vertigine che il vuoto comporta, con la paura, come dice Fromm, che ci fa fuggire dalla libertà.
Per far questo ci vogliono non solo coraggio, forza d'animo, ma anche orecchio musicale inteso come succedersi dei tempi, dei toni, delle intensità emotive.
E, se non si vuole cadere nella sterilità dell'individualismo narcisistico, dell'edonismo consumistico e dell'egoismo proprietario, occorre anche aprire le barriere dell'"io" e del "mio" contemplando, accanto alla propria realizzazione, anche quella degli altri.
Senso della giustizia quindi, considerata come consonanza collettiva dove l'uno e il tutto non si contrappongono rigidamente ma si fondono nell'armonia delle parti.
Non intendo una giustizia astratta e impersonale, affidata a un utopico domani, ma, come ben sanno le donne, una giustizia quotidiana, concreta, utilitaristica perché è impossibile essere felici, e neppure avere una buona vita, una vita alla quale si possa dire "sì", senza tener conto del contesto, degli altri, delle loro necessità, dei loro desideri.
Il termine "altri" include qui non soltanto il prossimo ma anche chi è lontano e persino chi non è ancora nato e non ha altri diritti che quelli che noi gli concediamo.
I nuovi problemi, anzi i nuovi dilemmi morali suscitati dal progresso delle biotecnologie, mettono infatti in discussione non solo la malattia, il corpo, la filiazione, la vita e la morte, ma il contratto sociale che stipuliamo tra noi e con le generazioni a venire.
Molti giovani hanno capito che non esiste "io" senza "tu" e "noi" senza "voi" e affiancano alla cura di sé un investimento altruistico che va ben al di là del volontariato organizzato, rilevabile statisticamente, perché si esprime nella capillarità della vita quotidiana: nell'aiuto a una vicina di casa sola e ammalata, a una compagna di scuola in difficoltà, a un handicappato bisognoso di compagnia e di assistenza, a un bambino chedev'essere accudito in assenza dei genitori e così via. Penso, ad esempio, alle adozioni a distanza che rivelano la capacità di coniugare vicinanza e lontananza, somiglianza e differenza, auto ed etero realizzazione.
Penso alla sensibilità dei ragazzi, per l'ecologia, i problemi ambientali, alla consapevolezza diffusa, sin dall'infanzia, che viviamo in un ecosistema sofferente, che deve essere sostenuto e tutelato perché la natura non è onnipotente ma ha bisogno di noi, che per altro ne siamo parte.
Penso alle passioni sorte intorno al tema epocale della globalizzazione e dell'iniqua distribuzione delle risorse tra emisfero nord e sud del mondo. Passioni non più partitiche ma comunque politiche se si tiene conto che la "polis" ha ora una dimensione universale.
Alla mondializzazione del mondo corrispondono spinte antagonistiche alla particolarità, alla salvaguardia delle identità storiche e territoriali, anche queste parimenti passionali in quanto sorgono a tutela dell'"io" e del "noi" quando si sentono minacciati dall'indifferenza e dall'anonimia.
Vorrei notare infine che il difficile compito di articolare identità e alterità, interessi personali e generali è ostacolato da una cultura che tende alla omogeneizzazione delle differenze, al pensiero unico, a un'adesione acritica a valori dati come scontati e indiscutibili. Spesso valori che corrispondono all'opinione pubblica più diffusa, a pre-giudizi, a gradimenti irriflessi che i sondaggi trasformano da quantitativi a qualitativi, da descrittivi a normativi.
Ma soprattutto alludo all'influenza dei mass-media che in forme talora dichiarate, talora subdole, manipolano l'immaginario, le convinzioni, i desideri dei cosiddetti utenti.
È difficile per tutti sottrarsi alle suggestioni della pubblicità, figurarsi per i più indifesi, come i ragazzi.
La celebre battuta «No Martini, no party» ad esempio, non è cosi innocua come si potrebbe pensare perché sostituisce il prodotto alla vita, come se l'essenza della festa fosse il consumo della merce, non il piacere di stare insieme. Merce che non viene più presentata come un'espressione dell'avere o del fare ma dell'essere. Secondo l'antinomia, o sei così o non esisti neppure.
Molti disagi giovanili nascono appunto dal divario tra il sé reale e il sé ideale, tra come sono e come vorrei essere. Per cui inconsapevolmente si affida al corpo, smagrito o ingrassato, trafitto dal piercing, tatuato, colorato, tagliuzzato, esposto al pericolo e allo sballo il compito di esprimere il malessere dell'anima.
Le ultime passioni, quelle che turbano particolarmente l'opinione pubblica sono quelle che investono i più giovani: l'ira e la vergogna. Eppure hanno un cuore antico perché, in modi diversi, sono ancora quelle che caratterizzavano il mondo arcaico, l'universo omerico. Chi non ricorda i versi che inaugurano la nostra cultura: «Cantami o diva del Pelide Achille l'ira funesta...».
L'ira rivolta contro di sé o contro gli altri esprime l'incapacità di tollerare il limite, la frustrazione, l'attesa, il rinvio.
Poiché si sente la tensione come intollerabile, la si scarica motoriamente, nel gesto passionale, secondo le modalità di comportamento più immature e rudimentali, quelle del neonato che tenta, strillando e scalciando, di proiettare fuori di sé la sofferenza.
Emerge poi, soprattutto tra gli adolescenti, la vergogna della propria esistenza, della propria incapacità di essere all'altezza di un ideale che non si sa neppure da dove provenga perché ci giunge nei modi impersonali della comunicazione mass-mediatica, che si rivolge a tutti e a nessuno, nello spazio e nel tempo immobili e assoluti della fiaba.
Di fronte a un mondo evanescente che affida all'individuo il compito di darsi forma e di narrare il proprio destino, vi è sempre più diffusa la tentazione di uscire dal gioco e di abbandonarsi inerti al corso degli eventi, senza chiedere nulla né a sé né agli altri. Vi è l'illusione che, spegnendo ogni passione, ci si metta al riparo dalle intemperie della vita, dai rovesci di fortuna, si eviti la paura e il dolore. Ma non è così perché il patrimonio passionale, se non viene elaborato dal pensiero ed espresso nel mondo esterno, implode nella mente dando luogo a quei sensi di noia che corrispondono a un troppo pieno piuttosto che a un troppo vuoto. Pieno di possibilità inespresse e inevase che si trasformano in impossibilità opache, pieno di sensi di onnipotenza che, essendo ingestibili, si risolvono in stati d'impotenza.
Vite che, per avere tutto, si riducono a niente.
Eppure la libertà che ci è concessa, dopo secoli di morale eterodiretta, di norme prescrittive, può essere considerata non una condanna o un rischio ma una risorsa, una potenzialità da realizzare con un buon uso delle passioni, con un'arte della vita, con originalità, capacità di sottrarsi al conformismo perché, come canta una poesia, erroneamente attribuita a Pablo Neruda ma in realtà scritta da Martha Medeiros: «Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia lamarcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi nonascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità». 

(Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, 129/2015, pp. 158-163)