Voci segrete che sgorgano dalla più profonda interiorità

Nel silenzio del cuore

Eugenio Borgna 

Il silenzio lascia intravedere ombre di mistero e di oscurità, di fascinazione e di speranza, e le parole nascono dal silenzio e muoiono nel silenzio in una circolarità senza fine. Sono molti i modi con cui il silenzio e la parola si intrecciano: c'è il silenzio che rende palpitante e viva la parola dilatandone le emozioni; c'è il silenzio che si sostituisce alla parola nel dire la gioia e il dolore, la speranza e la disperazione; c'è il silenzio del cuore che nasce dagli abissi della interiorità, e che testimonia della condizione umana; ma c'è anche il silenzio che si chiude in se stesso, e non sa ridestare risonanze emozionali dotate di senso. Ogni silenzio ha un suo linguaggio che in psichiatria, ma anche nella vita di ogni giorno, dovremmo sapere analizzare e decifrare nei suoi significati, senza interromperlo magari con parole leggere e dissonanti. Quante volte nell'incontro fra medico e paziente, ma anche in quello fra genitori e figli, fra insegnanti e allievi, non si tollera il silenzio, non lo si accoglie nel suo mistero, non lo si rispetta, e si cerca solo ostinatamente di interromperlo; e questo anche perché non si ha tempo di accostarci al silenzio, a quello che si nasconde nel silenzio, con l'attenzione, e la pazienza, con la sensibilità, e la delicatezza, che sarebbero necessarie al fine di coglierne gli orizzonti di senso, e di ricondurlo alle sue sorgenti che sono quelle del cuore.
Sì, il cuore come una metafora, come una immagine, come uno specchio, della conoscenza emozionale, della conoscenza alla quale si giunge solo sulla scia della intuizione, così diversa dalla conoscenza razionale, che non conosce l'indicibile e l'invisibile che sono nella vita. Ci sono le ragioni del cuore in Pascal, e c'è il cuore che Etty Hillesum diceva essere «una chiusa che arresta un flusso ininterrotto di dolore».

Le parole e ii silenzio

Il silenzio è una forma di esperienza, una forma di vita, che tendiamo ingiustamente a considerare come negativa nei confronti di quella delle parole alle quali attribuire la sola modalità di espressione e di comunicazione. Ma il linguaggio del silenzio dovrebbe vivere nel cuore di ciascuno di noi, e dovrebbe alternarsi al linguaggio delle parole e al linguaggio del corpo vivente, del volto, del sorriso, delle lacrime, che si esprime anche in un gesto apparentemente banale, come è quello di una semplice stretta di mano, sulla quale ha nondimeno scritto cose bellissime un grande filosofo francese: Maurice Merleau-Ponty.
Le parole e il silenzio sono dimensioni essenziali della comunicazione e della vita, e a questo riguardo vorrei ricordare le cose che Etty Hillesum ha scritto sul silenzio nel suo bellissimo diario che non si può leggere se non come una lunga arcana preghiera. Queste le sue parole: «In me c'è un silenzio sempre più profondo. Lo lambiscono tante parole che stancano perché non riescono ad esprimere nulla». Le parole sono creature viventi, ma ci sono parole inutili e insignificanti che non nascono dal cuore, e che dovremmo conoscere, ed evitare, perché fanno del male a noi che le diciamo, e alle persone che ci ascoltano. Come ancora dice Etty Hillesum: «Bisogna sempre più risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche parole che ci sono necessarie, per riconoscerci e per riconoscere cosa c'è nell'altro. Questa nuova forma di espressione deve maturare nel silenzio». Ma ci sono altre esperienze umane che non possono svolgersi se non nel silenzio del cuore; come ci dicono ancora le sue parole: «Mi piace aver contatto con le persone. Mi sembra che la mia intensa partecipazione porti alla luce la loro parte migliore e più profonda, le persone si aprono davanti a me, ognuna è come una storia, raccontatami dalla vita stessa. E i miei occhi incantati non hanno che da leggere. La vita mi confida così tante storie, dovrei raccontarle a mia volta, renderle evidenti a coloro che non sono in grado di leggerle direttamente. Mio Dio mi hai concesso il dono di poter leggere, mi daresti anche quello di poter scrivere?».
Sono parole scritte nel campo olandese di concentramento di Westerbork, dal quale Etty Hillesum veniva poi portata, insieme ai suoi genitori, a morire ad Auschwitz nel 1943. Sono parole che sgorgavano dal silenzio del cuore e dalla preghiera a Dio, che il dolore e la fatica di vivere nell'angoscia le facevano riscoprire nel suo insondabile mistero ma nella sua presenza vivente.

In ascolto del silenzio

Cosa si nasconde nel silenzio di una paziente, e di un paziente, che chiedono aiuto, e non abbiano le parole che dicano la loro inquietudine e la loro angoscia, le loro paure e le loro illusioni, la loro tristezza e il loro desiderio di morire? Non è facile, e talora è impossibile, decifrare i significati che il silenzio ha in sé e che riemergono solo quando l'intuizione, la grazia dell'intuizione, ci aiuti a coglierli nella loro nascosta ragione d'essere; e l'intuizione è una inclinazione del cuore che non ha a che fare con la cultura e la formazione professionale di una persona ma con la sua sensibilità e la sua fragilità.
Il silenzio, non solo quello delle sirene (la parola sfolgorante di Franz Kafka: «Ma le sirene hanno un'arma ancora più terribile del loro canto, ed è il loro silenzio. Non è mai accaduto, ma forse non è del tutto inconcepibile, che qualcuno si possa salvare dal loro canto, ma dal loro silenzio certo no»), lascia intravedere ombre di oscurità e di mistero, di fascinazione e di sfida, di disperazione e di salvezza, che dovremmo sapere ascoltare. Come distinguere, in particolare, il silenzio che nasce da una profonda depressione, nella quale gli orizzonti della vita si spengono, risucchiati dal richiamo insondabile della morte volontaria, dal silenzio che nasce invece dalla timidezza e dal desiderio di solitudine, come la sola zattera sulla quale imbarcarsi? Come distinguere ancora il silenzio che nasce dal deserto delle emozioni, dal silenzio che rinasce dalla nostra incapacità di ascoltare e di creare una relazione di cura dotata di senso? Certo, non dovremmo mai lasciarci trascinare dalla impazienza e dalla fretta, dalla noncuranza e dalla leggerezza, e aggredire il silenzio senza cercare di intenderne le motivazioni; e dovremmo anche guardarci dalla tentazione di parlare e di riempire gli apparenti vuoti del silenzio senza renderci conto che talora è necessario attendere, e tacere, non fare magari nulla e scambiarsi qualche sguardo, senza incrinare la soglia del silenzio.
Nel silenzio, e non solo ovviamente in psichiatria, si possono ascoltare voci segrete che giungono da un altrove misterioso, voci dell'anima, che sgorgano dalla più profonda interiorità, e che portano con sé, sia nel mondo altro della sofferenza e dell'angoscia, sia nel nostro mondo, risonanze emozionali palpitanti e vive.

Educarsi al silenzio

Il silenzio è dentro di noi nella sua fragilità e nella sua vulnerabilità, ed è necessario farlo rinascere dal cuore, liberarlo dagli steccati che lo imprigionano, lasciargli intorno uno spazio vitale, e non spegnerlo. Così, dovremmo educarci al silenzio, lasciarci educare al silenzio, e ci si educa al silenzio, a fare silenzio, anche nelle tempeste del cuore e nelle inquietudini dell'anima, quando si incomincia a tacere, a fare tacere le parole, che diciamo ogni giorno, e le parole inespresse che talora risuonano ancora più chiassose nella nostra vita interiore; ma questo non basta: fare silenzio non è solo non parlare e non dare voce alle tempeste interiori, che si agitano negli abissi del cuore. Nel suo ultimo orizzonte di senso il silenzio è sempre un modo di morire a se stessi e al mondo, recuperando le radici più profonde del nostro vivere e del nostro morire.
La parola e il silenzio sono la sistole e la diastole della nostra vita: il suo aprirsi e il suo chiudersi, il suo sbocciare e il suo sospirare; ma in forme che mantengono una loro propria donazione di senso.

Il silenzio in Leopardi

Il linguaggio della poesia è un linguaggio nel quale le parole sono immerse nel silenzio che ne è una indicibile componente. Questo avviene nel linguaggio della grande poesia nella quale risplendono le parole che nascono dal silenzio, e parlano del silenzio.
L'infinito di Giacomo Leopardi, fra le più belle e le più alte poesie di tutti i tempi, ci dice mirabilmente il fascino stregato e il mistero del silenzio: del silenzio del cuore.
«Sempre caro mi fu quest'ermo colle, / e questa siepe, che da tanta parte / dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. / Ma sedendo e mirando, interminati / spazi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo; ove per poco / il cor non si spaura. E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando: e mi sovvien l'eterno, / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei. Così tra questa / immensità s'annega il pensier mio: / e il naufragar m'è dolce in questo mare».
Il discorso leopardiano si svolge sulla scia di immagini dolci e strazianti che riflettono lo scorrere e il ripetersi delle cose, del vivere e del morire, dell'infinito silenzio, e della voce del vento che lo infrange. Nelle scansioni tematiche della poesia mi sembra di intravedere la presenza dell'angoscia che spaurisce il cuore, immergendolo nelle acque agitate e trafitte dall'immagine della morte; ma anche quella della memoria ferita, delle stagioni che sono state, e ora non sono più, con le loro scie di nostalgie dolorose e di tenerezze salvaguardate. Il timbro del silenzio è nondimeno la tonalità più alta della poesia: un silenzioinfinito che a nulla può essere confrontato se non alla voce leggera del vento che si ode stormire fra le piante, e che ha in sé il presagio dell'eterno. Una poesia che nasce dal silenzio e si nutre di silenzio: una poesia che si può leggere e ascoltare solo nel silenzio del proprio cuore; una poesia che si conclude nel dolce naufragare in un mare di stupefatto silenzio che riempie di sé l'interiorità del poeta.

Il silenzio In RIlke

Dalle poesie di Rainer Maria Rilke, che fanno parte del Libro delle immagini, vorrei stralciarne una (li silenzio) nella quale la parola tematica è quella del silenzio. Come ogni altra sua poesia, anche questa non può essere letta se non quando il nostro cuore sia sigillato dal silenzio, e dall'attesa dell'infinito. Sono versi quasi impalpabili nelle loro immagini, che sembrano disfarsi nella loro fragilità: farfalle luminose e inafferrabili nei loro colori, farfalle trafitte dalle parole e dagli sguardi che non siano intessuti di silenzio.
Nella traduzione di Giacomo Cacciapaglia il testo è questo.
«Ascolta, Amata, io sollevo le mani – / Ascolta: nasce un suono... / Ha il solitario un gesto che non sappiano / le molte cose in ascolto, scoprire? / Ascolta, Amata, io abbasso le palpebre, / e anche questo è un rumore che giunge fino a te. / Ascolta, Amata, torno a sollevarle... / ... ma perché non sei qui. // Ogni mio minimo movimento lascia / nel serico silenzio un'impronta visibile; / l'emozione più lieve s'imprime incancellabile / sul teso schermo della lontananza. / Al ritmo del mio respiro si alzano / e abbassano le stelle. / Alle mie labbra s'abbeverano i profumi / e riconosco i polsi / di angeli remoti. / Solo quella che penso: solo Te / non vedo».
Solo nel silenzio si può ascoltare il suono delle mani che si sollevano, e quello di abbassare le palpebre. Ogni minimo movimento si rende visibile nel silenzio, così come la più impalpabile emozione non si lascia cancellare dalla lontananza; e solo nel silenzio è possibile ascoltare la corrispondenza fra il respiro e il movimento delle stelle, e riconoscere nella lontananza i polsi degli angeli, immagini di una insondabile bellezza, e di un indicibile stupore nel cuore (gli angeli rilkiani, quelli delle Elegie duinesi, sono le creature in cui la metamorfosi del visibile in invisibile si compie definitivamente; ma noi siamo ancora legati al visibile, l'invisibile apparendoci "tremendo". Gli angeli, coscienza assoluta, sono sottratti all'umano destino della caducità e della morte).

Il grande silenzio

Si muore nel silenzio, ma si vive anche nel silenzio, e del silenzio del cuore: come avviene nella Grande Chartreuse, in questo monastero certosino nell'Alta Savoia francese, non lontano da Grenoble, fondato da san
Bruno quasi mille anni fa, che il film di Philip Groening (Il grande silenzio) ci fa conoscere nella vita quotidiana di preghiera e di lavoro dei monaci. Il film è un invito a bruciare in noi i vascelli delle nostre quotidiane preoccupazioni e ad immergerci nei modi di vivere dei monaci, nel loro dialogo silenzioso con la loro vita interiore e con il Dio vivente, che fa parte della loro vita e della loro fede. La parola tace, è come sospesa nell'atmosfera tersa e luminosa del monastero, ma non è cancellata dalle pietre vive del silenzio, è una parola che si illumina d'immenso negli sguardi e nei gesti dei monaci, e che ci fa meditare sul mistero del vivere e del morire, della rinuncia alla esteriorità, e della preghiera, come dialogo infinito con Dio.
Il silenzio è solo interrotto dai canti dei monaci e dal suono delle azzurre campane, come le avrebbe chiamate Georg Trakl, il grande poeta austriaco, che per un attimo infrangevano il silenzio che immediatamente dopo rinasceva stupefatto e temerario. Ai canti e ai rintocchi delle campane si aggiungeva il mormorare talora leggero e talora tumultuoso del vento che scuoteva gli alberi e che accompagnava il lavoro dei monaci impegnati all'aperto nell'antico lavoro dei campi.
Il tempo, il tempo scandito dall'infinito silenzio, che è nel cuore e nella preghiera dei monaci, e che vive nella grande certosa dilatato dalla solitudine, dalla solitudine dell'anima e dalla solitudine del paesaggio, sembra oltrepassare e fondere in sé le dimensioni agostiniane del presente, del passato e del futuro, immergendole nella esperienza della infinitudine mistica che è stata quella di san Juan de la Cruz e di santa Teresa d'Avila.

Le ultime parole

Non si può ascoltare e interpretare il silenzio di una persona, malata o non malata, senza tenere presenti le molte stratificazioni semantiche ed emozionali del silenzio, e in particolare il suo sconfinare dall'angoscia alla tristezza, dall'inquietudine del cuore alla nostalgia della solitudine, dal rifiuto della comunicazione al desiderio lacerante della comunicazione, dalle ceneri della disperazione alle braci della speranza, dalla sofferenza alla contemplazione mistica. Ascoltare e interpretare il silenzio è la premessa ad ogni colloquio, anche a quello terapeutico; e vorrei concludere queste mie riflessioni sul silenzio, sul silenzio del cuore, ricordando alcune bellissime parole di Jean Guitton, un filosofo francese, che è stato sempre estremamente sensibile alle problematiche del cuore, come forma di conoscenza e di interpretazione della vita.
Le sue parole, nelle quali il silenzio si intreccia mirabilmente alla solitudine e alla contemplazione mistica, sono queste: «Un monastero invisibile, costruito con le pietre del silenzio, si eleva in ogni solitudine». Sono parole che dovremmo tenere sigillate nel nostro cuore e che ci aiutano a guardare al silenzio come ad una esperienza umana che ci distoglie dalle dilaganti banalità quotidiane e ci aiuta a seguire il cammino misterioso che ci porta alle regioni luminose e segrete della nostra interiorità.
Sono allora infiniti i volti del silenzio, e del cuore, che ha la sua patria elettiva nel silenzio, e il mio discorso ha cercato di farli riemergere nelle loro luci e nelle loro ombre.

(Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, 129/2015, pp. 154-157)