Frammenti di speranza

per un nuovo umanesimo

Giuseppe Savagnone

 convegno scuola

A partire da una contraddizione di fondo...

Al termine di questo itinerario, dobbiamo tornare a porci la domanda da cui siamo partiti e che ha continuato a sollecitare tutto il corso della nostra riflessione: È davvero possibile un nuovo umanesimo?
La prima, spontanea risposta sarebbe "no". Il quadro classico appare, alla luce di quanto abbiamo registrato nel clima della cultura contemporanea, irrimediabilmente frantumato. Si può ancora difenderlo, come alcuni soldati giapponesi per anni, dopo la fine della seconda guerra mondiale, rimasero a fare la guardia ai loro bunker, ma è una battaglia che sarebbe non meno sterile e patetica della loro. Si può indignarsi, si può gridare allo scandalo, ma queste proteste non hanno mai fermato l'inesorabile avanzare di una nuova cultura, quando essa ha trovato le sue basi negli sviluppi concreti della tecnica. Platone, che ha messo in evidenza, con tutta l'efficacia della sua intelligenza e della sua arte comunicativa, i pericoli della scrittura e i motivi per non avvalersene, non ne ha potuto impedire l'affermazione. Anzi, le sue stesse critiche – come del resto tutto il suo pensiero – ci sono pervenute perché le ha messe per iscritto. E sappiamo che, al di là degli strumenti, era in gioco una visione dell'essere umano che stava cambiando.
La peculiarità del momento che stiamo vivendo è che, invece di assistere alla sostituzione di un umanesimo con un altro, per la prima volta, forse, nella storia, viene negato alla radice lo stesso ideale umanistico. Piuttosto che proporre una diversa visione dell'essere umano, si avanza seriamente, e da più angolazioni, il progetto di superarlo e, in definitiva, di eliminarlo. Ciò che abbiamo registrato nell'ultimo capitolo, espressamente dedicato al postumanesimo, non è altro che l'estrema e più esplicita versione di un'idea che nei capitoli precedenti era già stata variamente declinata in riferimento alle singole tematiche affrontate.
Al cuore di questa idea sta il rifiuto del concetto di natura umana. La si è omologata a quella di tutte le altre specie animali, negandone la peculiarità e sottolineandone l'appartenenza senza residui all'universo fisico e ai suoi meccanismi selettivi (o, in forma minoritaria, al suo pan-psichismo vitalistico). La si è svalutata come mero dato biologico, privo di qualunque contenuto valoriale, e contrapposta alla persona, riducendola a mero oggetto di una manipolazione tecnica illimitata. La si è dissolta nell'insieme delle sue relazioni, negandone l'autonoma sussistenza. Si è negata la sua intrinseca bi-polarità maschile e femminile, trasponendo la sessualità dalla sfera biologica dei sessi a quella meramente psicologica e soggettiva del genere.
Il tema finale del postumanesimo viene solo a riassumere e a portare alle sue logiche conseguenze tutto questo ribollire di contestazioni del modello tradizionale di uomo e a dire, chiaramente, che esso ha esaurito il suo compito storico. L'umanesimo non è più possibile, per il semplice motivo che non esiste l'uomo, o, meglio, che forse non è mai esistito.
Abbiamo fatto presente, sotto varie angolazioni, la contraddizione performativa che sta dietro questa affermazione, che non avrebbe alcuna possibilità di sussistere se non ci fossero uomini che la propongono. Chi dichiara di non esistere sta violando, prima ancora che la verità, le regole della logica.
Così, abbiamo evidenziato, a proposito della prima tematica, che è precisamente l'ecologismo a dimostrare irrefutabilmente l'emergere qualitativo dell'intelligenza, della volontà e della sensibilità dell'uomo rispetto all'ambiente naturale di cui egli si prende sempre più cura. Solo perché gli esseri umani sono abbastanza poco "naturali" da saper andare oltre se stessi, ci sono i movimenti ecologisti. Così come non ci sarebbero animalisti se ci fossero solo animali non umani, che l'evidenza ci dice incuranti delle sorti delle altre specie.
Per quanto riguarda la tecnica, un'indagine sulle sue condizioni di possibilità e sulle ragioni del suo affermarsi ci ha fatto capire che essa può svilupparsi solo da un essere umano costantemente aperto a una molteplicità di stimoli e, a differenza degli animali e delle macchine, non determinato a una particolare reazione istintiva alla pressione di questi stimoli. Nella misura in cui la tecnica distruggesse questa apertura, che costituisce la natura dell'essere umano, si suiciderebbe.
Così pure la dissoluzione del singolo nelle sue relazioni costituisce una risposta sbagliata alla giusta esigenza di superare l'individualismo imperante, perché non consente di mantenere un soggetto capace di relazionarsi e che sia il titolare unitario e permanente delle sue molteplici relazioni. Senza l'io non c'è più neppure quella relazionalità che si voleva valorizzare. Né può essere probante, agli occhi del credente, il modello trinitario, che va assunto sempre nel rispetto della differenza analogica che separa il Creatore dalla creatura e che, come in molte altre questioni, esclude il passaggio automatico e univoco da un piano all'altro.
Per quanto riguarda la differenza sessuale, abbiamo notato che il misconoscimento del ruolo del corpo, nel suo spessore biologico e morfologico, porta alla fine, più a che evidenziare quella differenza, a eliminarla, contraddicendo l'esigenza iniziale, che era il rifiuto di un modello rigidamente monolitico di "maschio" e di "femmina". Senza i corpi – e dunque senza la natura umana – le identità sessuali si inabissano nel brodo di coltura indifferenziato da cui potranno emergere solo come orientamenti soggettivi e arbitrari, del tutto mutevoli a seconda delle circostanze. Un soggetto umano sempre disponibile a tutte le possibilità non si distingue più da ogni altro che si trovi nella stessa condizione. Alla fine le differenze svaniscono.
E infine, abbiamo osservato che non ci sarebbe il postumanesimo senza uomini che lo sostengono e lo promuovono, forti della loro umanità, sulla base della loro umana storia, proiettando sul futuro i loro umani sogni e le loro umane speranze, elaborando i loro umani argomenti.
Non si tratta di giocare con i paradossi logici, ma semplicemente di constatare che le teorie non possono prescindere dalla realtà più evidente e meno negabile, quella dell'uomo stesso che è il vero, solo protagonista di tutto questo dibattitto. È l' ebermensch che non esiste o, per meglio dire, che esiste solo come una versione culturalmente determinata – quella della nostra presente civiltà – dell'essere umano così com'è. Ed è come si è determinato nel processo evolutivo, con una sua struttura e una sua identità, che non sono eterne, ma che, da quando siamo in grado di ricordare e per quanto siamo in grado di prevedere, hanno sufficiente stabilità da permetterci di dire che cos'è un uomo e che cosa non lo è. Obiettare a Primo Levi che il titolo «Se questo è un uomo» non tiene conto dell'evoluzionismo sarebbe, oltre che un favore fatto al nazismo e a tutti i suoi emuli, una stupidaggine.

... Un messaggio da raccogliere

Ciò non significa, come insinua qualcuno, che la problematica di fondo in cui ci siamo imbattuti, nelle sue varie manifestazioni, sia frutto di menti malate o, almeno, di fatue mode passeggere. Le questioni poste nascono da reali lacune degli umanesimi del passato. E, se si è giunti fino a negare l'uomo, ciò non è senza una loro responsabilità culturale (talora anche morale) nell'aver elaborato un modello di "natura umana" unilaterale e fonte di molte ingiustizie.
Così è stato nel caso del rapporto tra l'uomo e la natura e tra l'uomo e gli animali. Avere fatto del primo un dominatore incontrastato, riducendo gli altri a puro e semplice materiale informe da manipolare senza limiti, ha finito per mettere a rischio la sopravvivenza del nostro pianeta e, in ultima istanza dell'uomo stesso. Così pure, le crudeltà inflitte agli animali su larga scala sono una ferita anche per l'uomo che ne è il responsabile. La reazione a questo suicidio va presa, perciò,malgrado le sue esagerazioni, molto sul serio. E, se di follia bisogna parlare, non sono certo il movimento ecologista e quello animalista, ma le pratiche che essi denunziano. Tanto più che, come abbiamo cercato di evidenziare, la violenza nei confronti della natura e degli animali si inseriscono, per quanto riguarda l'ambito strettamente umano, in un contesto di sopraffazione dei ricchi nei confronti dei più poveri. Un nuovo umanesimo non può essere, perciò, un mantenimento del presente o un ritorno al passato, ma deve costituire una profonda trasformazione rispetto al modello umano fino adottato.
Anche il ruolo della tecnica esige una più profonda comprensione, per un rinnovato umanesimo. La diffidenza nei suoi confronti è stata alimentata da un'idea di natura umana che non è quella dei grandi pensatori pagani e cristiani da cui essa è stata elaborata. Per Aristotele e per Tommaso d'Aquino non si tratta di un cristallo perfetto e intangibile, o di un codice già scritto a cui uniformarsi pedissequamente, ma di una realtà dinamica, in continua trasformazione, e la cui identità con se stessa si realizza proprio nel suo continuo divenire. Il dualismo, spesso posto in passato, tra un'essenza di uomo immutabile, costituita una volta per tutte, e un intervento artificiale che può solo inquinarne e deturparne i lineamenti, è falso. La stessa natura umana implica il ricorso alla tecnica, sia nei confronti del mondo esterno che per integrare e perfezionare l'uomo nel suo incessante sviluppo.
Questo non comporta la legittimità di qualunque intervento tecnico. C'è un limite insuperabile che è la stessa identità umana da cui la tecnica scaturisce e dal cui progresso è motivata. Ma un umanesimo integrale – per usare la bella espressione di Maritain – non si può inaugurare se non valorizzando finalmente la vocazione tecnologica dell'essere umano.
Altrettanto importante è, per delineare il volto di una nuova umanità, il dibattito tra primato dell'individuo e primato della relazione, col superamento di entrambi in nome della dimensione relazionale della persona. Con questa formula intendiamo ricomporre due poli che, separati e contrapposti, risultano entrambi insufficienti, ma che è stato importante cogliere in tutta la loro forza: quello dell'autonoma consistenza del singolo, col suo mondo interiore, con la sua incomunicabile ricchezza, con la sua libertà; e quello per cui egli è sempre in qualche modo legato ad altri a cui deve quello che è e che, a loro volta, gli sono debitori. In una società dove l'individualismo e la massificazione sono due facce della stessa medaglia, distruggendo l'autentico rapporto tra le persone e, al tempo stesso, cancellando l'originalità unica e irripetibile del loro volto, è urgente mettere a fuoco la necessità di recuperare il senso della verità di questo volto proprio attraverso le relazioni con quello altrui e, reciprocamente, il valore umano di queste relazioni grazie all'approfondimento della interiorità e dell'incomunicabilità dei singoli che le intrattengono.
Anche il dibattito sui sessi promosso dal femminismo e dal movimento LGTB non può essere considerato il segno di una pura e semplice aberrazione, come vorrebbero alcuni. Non è forse vero che l'identità biologica delle persone ne ha per secoli – sarebbe meglio dire per millenni – determinato automaticamente il destino, lasciando nell'ombra il problema delle loro esigenze, delle loro speranze, delle loro libere determinazioni? Il nascere donna o uomo non è stato l'avvio di un percorso obbligato, quali che fossero le attitudini, gli interessi, le potenzialità dei singoli? E, in particolare, l'essere biologicamente e morfologicamente femmine non ha confinato le donne nel ruolo di oggetto di piacere e/o di addette alla generazione di figli in funzione degli uomini? Un nuovo umanesimo non può restare sordo a questa bruciante evidenza e, conseguentemente, non può misconoscere l'anima di verità che c'è nella relativizzazione della dimensione fisica. Così come non può dimenticare che per secoli gay e lesbiche sono stati oggetto di umiliazioni e violenze da parte di difensori della "natura umana". Quale che sia la posizione morale che si assume nei confronti dell'omosessualità, resta in primo piano l'esigenza di rispettare gli omosessuali come persone e di riconoscere loro i diritti compatibili col rispetto che essi stessi devono agli altri.
Infine, la proposta di un postumanesimo, pur con i suoi eccessi e le sue stravaganze, contiene anch'essa un'esigenza valida di cui bisogna tenere conto. Lo si diceva a proposito della tecnica: la natura umana non è una statica essenza sottratta alle vicissitudini del tempo e della storia. «Divieni ciò che sei». L'invito di Pindaro implica che senza un processo evolutivo l'uomo non potrà mai essere pienamente ciò che pure già, in un certo senso, è, ma solo potenzialmente. Un'antichissima saggezza ha percepito che non solo donne, come dice il femminismo, ma esseri umani non si è, si diventa.
Non averlo sottolineato abbastanza ha fatto sì che ora si insista unilateralmente su questo divenire, dimenticando che uomini lo si può diventare solo perché lo si è. E ha portato a credere che il risultato del processo non possa più, per il fatto stesso di essere un frutto del travagliato divenire della storia e delle scelte libere, considerarsi "umano" e debba perciò essere etichettato come "postumano". Riportare tutta la complessità e la ricchezza del processo evolutivo che stiamo vivendo nell'orizzonte di un'identità a cui non cessiamo di essere fedeli solo perché cambiamo è uno dei compiti più fondamentali a cui un nuovo umanesimo dovrà far fronte.
Durante il nostro percorso, le tensioni/contraddizioni da cui siamo ogni volta partiti hanno trovato il loro (provvisorio) superamento nella prospettiva di una unità (che non è appiattimento o mescolanza) nella differenza (che non è contrapposizione).
Abbiamo rivendicato, così, l'appartenenza degli esseri umani al cosmo – pur nella loro irriducibile identità –, in un rapporto non di puro e semplice dominio, ma di fraternità, che esclude al tempo stesso la separazione e l'omologazione con gli elementi della natura e con le altre specie animali.
Abbiamo evidenziato la intima compenetrazione tra natura umana e artificio tecnico, mostrandone il decisivo apporto all'identità dell'essere umano così com'è, sottolineando al tempo stesso che, proprio per salvaguardare la costitutiva apertura dell'umano di cui la tecnica è il frutto, essa deve rispettare dei limiti e non pretendere di sostituirsi all'uomo.
Abbiamo ritenuto di poter superare il dualismo tra concezioni individualiste della persona e concezioni esclusivamente relazionali mostrando che l'individuo umano è tale solo nelle sue relazioni all'altro e che le relazioni sono possibili solo se c'è "qualcuno" che le stabilisce.
Abbiamo difeso il valore originario della differenza sessuale tra maschio e femmina, rivendicandone il carattere naturale, sostenendo però al tempo stesso la necessità di un profondo ripensamento delle identità di genere così come storicamente si sono costituite e di un rispetto profondo nei confronti dei singoli che vivono il problema della discordanza tra il proprio personale orientamento sessuale e il loro sesso/genere.
Infine, abbiamo riconosciuto l'esigenza che l'uomo vada incessantemente oltre se stesso, ma, proprio a partire dagli esiti del postumanesimo, abbiamo insistito sulla necessità che ciò avvenga non sfigurandolo, ma custodendone la ricchezza, come Dio solo può fare.

Per riconoscere il volto divino dell'uomo

Non abbiamo voluto dire una parola conclusiva, ma solo evidenziare i problemi e indicare delle deboli tracce che permettano di andare avanti del cercarne una soluzione. Nel far questo, abbiamo tenuto ad evidenziare il ruolo della prospettiva cristiana. Un ruolo che non consiste certo nel "battezzare" estrinsecamente il nuovo possibile umanesimo né, all'opposto, di farne una pura espressione confessionale, ma solo di mettere in luce alcuni punti essenziali del progetto che Dio ha sull'uomo e che, attraverso la libera interpretazione che solo l'uomo stesso può darne nel corso della sua vicenda storica, costituiscono una fonte inesauribile di scoperta e di arricchimento.
Così, viene dalla Bibbia il richiamo alla singolare missione che l'essere umano ha nei confronti del cosmo di cui fa parte e che lo rende continuatore dell'opera creatrice di Dio, ma sempre nel rispetto del limite che gli viene dal non essere lui stesso il Creatore, ma il fratello delle altre creature. Coltivare e custodire il mondo, dare il nome agli animali, noncomportano violenza, ma servizio e comunanza. Anche se la tradizione cristiana – che pure, nei santi, non ha mai cessato di esserne consapevole – ha lasciato spesso che un modo sbagliato di intendere l'umanesimo portasse la civiltà occidentale a costituirsi sulla base dello sfruttamento della natura e sugli abusi nei confronti degli animali. Un nuovo umanesimo potrà dirsi ispirato cristianamente se saprà rimettere radicalmente in discussione il rapporto dell'uomo con la terra e con gli altri esseri viventi, non per cancellare la peculiarità unica dell'essere umano, ma per fondarla sulla cura e non sul dominio.
Nel coltivare e nel dare il nome è implicito anche il compito della tecnica, che però ha da fare i conti col divieto di esercitare illimitatamente il proprio potere. Un limite particolarmente significativo quando a essere in gioco non è solo l'intervento sul mondo esterno, ma quello che l'uomo fa su se stesso. Immagine di Dio, egli non può e non deve deturpare il proprio volto. Ma non può nemmeno rinunziare ad esplicitane le potenzialità per renderlo sempre più simile al suo Modello. C'è un uso della tecnica, anche applicata all'uomo – pensiamo alle biotecnologie – che ne valorizza tutte le possibilità positive per la crescita dell'essere umano e che è benedetto da Dio. Il monito della Genesi deve però sempre ricordarci che ce n'è anche un altro che rende l'uomo una caricatura di Dio e perciò anche meno uomo. Solo da questo equilibrio, sempre instabile e sempre da ricostruire, può nascere un nuovo umanesimo cristianamente ispirato.
Particolarmente evidente è l'influsso della rivelazione cristiana nella questione della persona come soggetto in relazione. Il Vangelo può qui aiutare a comprendere il valore e il limite di entrambe le posizioni unilateralmente affermatesi nella civiltà occidentale, contribuendo efficacemente al loro superamento. Esso è alla base dell'idea che ogni singolo, in quanto persona, è un mondo a se stante, un unico e irripetibile soggetto, titolare di diritti che non gli vengono dalla società, ma dalla sua dignità di immagine di Dio. Ma è anche la rivelazione che in Dio le persone sono tali nel loro dono reciproco, che le fa sussistere come pure relazioni e che l'uomo – proprio perché immagine di questo Dio – non può compiere il suo destino se si chiude in una narcisistica autoreferenzialità. Ancora una volta, da due opposte unilateralità può e deve scaturire la visione umanistica di un soggetto che è pienamente se stesso solo nella relazione che gli permette di riconoscersi negli altri – e, in ultima istanza, nell'Altro –, e che, reciprocamente, può avere delle autentiche relazioni solo se non si identifica con esse, ma le alimenta con la propria incomunicabile vita interiore.
Nella Genesi la differenza e al tempo stesso l'unità tra maschio e femmina si presenta come il sigillo della somiglianza dell'uomo con Dio. Nella visione cristiana – lo abbiamo già notato – i corpi non sono un optional rispetto alla persona. In una religione in cui il Logos si fa carne e il destino finale degli esseri umani è la loro resurrezione corporea non c'è posto per il sottile platonismo che ispira oggi tanta parte del discorso femminista e omosessuale. C'è un sano materialismo biblico che ci mette in guardia da queste distorsioni. Al tempo stesso, però, il forte richiamo al valore personale della corporeità esclude ogni biologismo. Per valorizzare i soggetti umani la via giusta non è ridurre il loro corpo a un oggetto di cui dare l'interpretazione e fare l'uso che si vuole: si tratta, piuttosto, di capire che, così come solo identificandosi col suo corpo la persona, nella sua libertà, è se stessa, solo identificandosi con la persona e con la sua libertà il corpo è se stesso.
Infine, il cristianesimo annuncia per primo l'avvento di un uomo nuovo. Questo però non lo porta a proporre un postumanesimo, fondato sull'arbitrario potere dell'uomo stesso, ma il riscatto della vita umana da ciò che la rende meno umana, con l'aiuto della grazia di Dio. Invece di un nomadismo ontologico che esprime in fondo la mancanza di un senso (nella duplice accezione di "direzione" e di "significato") e dunque – se ne sia consapevoli o meno – una disperazione (la speranza si dà in rapporto a un fine), il nuovo umanesimo cristiano si propone la trasformazione dell'essere umano per renderlo sempre più pienamente immagine del Dio che ha voluto farsi carne perché nel suo volto umano l'uomo potesse riconoscere il proprio volto divino.

(da: Quel che resta dell'uomo. È davvero possibile un nuovo umanesimo?, Cittadella 2015, pp. 167-176)