La «via pulchritudinis»

per la nuova evangelizzazione

Rino Fisichella

 

Superamento dell’oblio

La via della bella è una strada maestra per la nuova evangelizzazione. Il cristianesimo ha fatto della bellezza, nel corso dei suoi duemila anni, il percorso per esprimere la bella notizia del Vangelo di Gesù Cristo. Permangono nel nostro mondo alcuni interrogativi che non sono affatto secondari: Come riportare Dio all'uomo di oggi? Cosa dovrà fare il credente perché il messaggio cristiano sia accettato dai suoi contemporanei? Come potrà la teologia presentare la credibilità del kerigma senza tradire il kerigma stesso? C'è una via d'uscita tra l'estrinsecismo di Scilla e l'immanentismo di Cariddi? Mi è obbligatoria, a questo punto, una nota biografica. All’inizio dei miei studi teologici mi sono incontrato con un grande teologo che sarebbe diventato il mio maestro, Hans Urs von Balthasar. Nelle prime pagine della sua opera Herrlichkeit, scriveva così: “La parola con la quale, noi diamo inizio ad una sequela di studi teologici, è una parola con la quale l'uomo filosofico non inizierà mai, ma con la quale piuttosto porrà fine alle sue riflessioni; una parola inoltre che non ha mai posseduto nel concerto delle scienze esatte un posto e una voce durevoli e garantiti; una parola che quando è stata scelta come tema da parte di queste scienze sembra tradire nel consesso di questo indaffaratissimi specialisti, un dilettante stravagante e ozioso; una parola infine dalla quale nell'epoca moderna, mediante energiche delimitazioni di frontiere, hanno preso le loro distanze sia la religione che, in particolare la teologia: in breve, una parola anacronistica per la filosofia, la scienza e la teologia... La nostra parola iniziale si chiama bellezza è l'ultima parola che l'intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che coronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita neppure dalla religione ma che, come maschera strappata al suo volto mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un'apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza infine che esige (come è oggi dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, essa non si lascia ostracizzare e separare da queste sue due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa”. Parole dure, eppure vere, che descrivono lo stato attuale di una riflessione che ha spesso dimenticato le proprie radici e la propria identità per gettarsi tra le braccia di mode effimere senza possibilità di vera speculazione. È stato questo uno dei motivi che mi ha avvicinato non poco all’estetica teologica. Confesso che quando nel 2011 mi sono trovato nella Sagrada Familia a Barcellona per partecipare con Benedetto XVI alla consacrazione della chiesa di Gaudì, quella pagina di von Balthasar mi è tornata alla mente e, ho pensato, potrebbe essere riscritta perché in effetti la bellezza ritornava di nuovo a parlare oltre i confini dei credenti. Ecco perché ho pensato che essa dovesse diventare l’icona della nuova evangelizzazione.
È successo, infatti, che in alcuni momenti si è voluto imporre un modello di bellezza in netta discontinuità con la tradizione, con il risultato di non permettere la comprensione dell’armonia e dello sviluppo dinamico che la bellezza possiede. Grave errore, perché l’opera d’arte appartiene a un insieme, a un tutto e volerne assolutizzare una sola parte la inserisce in un isolamento insignificante. La bellezza, che da sempre affascina e crea una peculiare forma di contemplazione che spinge all’amore, potrebbe scomparire lentamente dal nostro mondo, col pericolo che questo cada preda della disperazione. Se questo dovesse disgraziatamente avvenire, il vuoto sarebbe enorme e non potrebbe essere sostituito da nulla. Dove viene meno la bellezza, là viene a mancare l'amore e con esso il senso della vita e la capacità di generare.
Viviamo un tempo, che ha inflazionato il termine. La bellezza ricorre con sempre maggior frequenza nei nostri discorsi; eppure, sembra che non siamo più in grado di vederla e di realizzarla. Se la bellezza, infatti, si esaurisce nella corporeità e non è più in grado di suscitare il genio per affermarne l'opera che perdura negli anni, allora si cade nell'effimero e di conseguenza si perde anche il senso della verità e della bontà. Se la loro forza di attrazione viene meno, allora diventiamo incapaci di creare cultura; la vita personale e sociale, per conseguenza, diventa insipida. Rischio troppo grande da correre per non vedere la posta in gioco.

L’originalità del cristianesimo

Uno dei termini più espressivi del Nuovo Testamento ci sembra essere quello di είκών, "immagine" o, come si usa spesso oggi, icona. Conosciamo il divieto dell'Antico Testamento per ogni raffigurazione di Dio. Vi è in quel comando quasi una ripugnanza nel pensare che lo si possa perfino raffigurare. Le parole severe che troviamo nel libro dell'Esodo non sono solo normative di quel momento; costituiscono un codice a cui Israele si dovrà attenere per sempre (Es 20,4). La cosa contrasta in modo radicale con il testo di Paolo dove, parlando di Gesù afferma che: "Egli è l'immagine del Dio invisibile" (Col 1,15). L'irriducibilità del cristianesimo nel contesto delle religioni monoteiste trova qui uno dei suoi punti di contrasto insanabili. Nello stesso tempo, comunque, l'originalità del cristianesimo evidenzia da questa prospettiva uno dei suoi tratti che lo contraddistinguono nell'intera storia delle religioni. Che la divinità non si possa vedere è uno dei tratti comuni alle religioni e certamente alle religioni monoteiste. Sia l'ebraismo che l'islam non cedono su questo aspetto. La trascendenza di Dio è tale che non solo non si può vedere né raffigurare, ma il cui nome non può essere neppure pronunciato. Il mistero dell'incarnazione di Dio spezza questo cerchio e immette nella storia per la prima e unica volta ciò che l'uomo attendeva per poter approdare a un rapporto con Dio che fosse coerente con la sua stessa natura. L'espressione di Paolo ai Colossesi, comunque, permane con la sua carica di interrogativo profondo: come si può essere "immagine" di qualcosa che è invisibile? La risposta la fornisce Gesù stesso nel vangelo di Giovanni quando a Filippo che chiedeva di vedere finalmente il Padre, risponde: "Chi vede me vede il Padre". Solo nella misura in cui si prende in seria considerazione questa dimensione si comprende lo scandalo che il cristianesimo ha rappresentato fin dalle origini. La sua pretesa di far vedere Dio, di farlo ascoltare e toccare con mano e di giungere perfino a proclamare la sua morte in croce si scontrava non solo con il giudaismo ma anche con le diverse forme di pensiero con cui veniva a contatto. Contro queste forme, il cristianesimo ha voluto imprimere con forza il valore della rappresentazione artistica del mistero. Le icone più antiche che vengono conservate al monastero di santa Caterina sul monte Sinai risalgono al VI sec. e attestano la convinzione della fede che nelle immagini si può riproporre il mistero creduto, celebrato e per questo contemplato. Ciò che l'arte rappresenta non è solo un elemento ornamentale quanto, piuttosto, la descrizione di un'esperienza di fede che merita di essere raccontata e partecipata. Il cristianesimo, quindi, nasce alla luce della bellezza. Da ogni parte lo si voglia guardare, riporta sempre con forza e insistenza al punto di partenza: la bellezza della rivelazione.
Se Dio, dunque, si lascia vedere e contemplare, allora la prima chiamata in causa è l'arte. Lo compresero da subito i cristiani. Si hanno testimonianze fin dal I sec., ma un testo di Eusebio è particolarmente significativo in proposito. Per la prima volta, forse, viene data testimonianza scritta della rappresentazione di Gesù. Per gli storici, la Storia ecclesiastica di Eusebio risale al 303 circa, ciò significa che ci si inoltra realmente agli albori della fede: "Non ritengo giusto omettere un racconto degno di essere ricordato anche a quanti verranno dopo di noi. Di là (da Cesarea) si diceva, infatti, che provenisse la donna sofferente di emorragia che, come abbiamo appreso dai vangeli, fu liberata dal suo male dal Salvatore nostro e nella città se ne mostrava la casa, ed esistevano ancora mirabili monumenti della benevolenza del Salvatore verso di lei. Su di un'alta pietra davanti alla porta della sua casa c'era infatti il bassorilievo in bronzo di una donna, inginocchiata e con le mani protese in atteggiamento di supplica, mentre di fronte a questa ve n'era un altro, dello stesso materiale, raffigurante un uomo in piedi che avvolto splendidamente in un manto tendeva la mano alla donna; ai suoi piedi, sul monumento stesso, spuntava uno strano tipo di erba che arrivava fino al bordo del mantello di bronzo ed era un antidoto contro i malanni di ogni sorta. Questa scultura si diceva che rappresentasse l'immagine di Gesù ed esisteva ancora ai nostri giorni, così che l'abbiamo vista di persona noi stessi quando ci recammo in quella città. E non vi è niente di straordinario nel fatto che un tempo i pagani beneficiati dal Salvatore nostro abbiano fatto questo, poiché abbiamo saputo che anche dei suoi apostoli Pietro e Paolo e di Cristo stesso si conoscevano immagini in dipinti, com'è naturale, perché gli antichi erano soliti onorarli in questo modo come salvatore, secondo l'uso pagano esistente tra loro". La chiave di lettura di Eusebio è particolarmente interessante. Non solo attesta di avere lui stesso visto la rappresentazione che era stata forgiata tempo prima; ma anche che la cosa era "naturale" ed era stata realizzata anche per gli apostoli. La lotta iconoclasta (726-843) è indice di una reale pressione in cui si venne a trovare il cristianesimo tra le strette dell'ebraismo e dell'islam. Non a caso, è Bisanzio il terreno privilegiato della contesa. E' in questa ottica che si esprime il secondo concilio di Nicea (787) quando mette fine alla lotta iconoclasta, affermando che il mistero dell'incarnazione di Dio impone che lo si possa rappresentare, perché "l'onore reso all'immagine rinvia a colui che rappresenta: e chi adora l'immagine adora la sostanza di chi vi è dipinto" (DS 601).

Bellezza e contemplazione

Per sua stessa natura, l'arte evoca il mistero e permette che lo si contempli a partire dalla bellezza. "Was aber schön ist, selig scheint es in ihm selbst" (Ciò che è bello appare beato in se stesso), così si conclude una poesia di Mörike, riportando in versi la lunga riflessione filosofica che vede il bello come ciò che attrae e pone in contemplazione (id cuius ipsa apprehensio placet). Con questa dimensione dovrebbe confrontarsi sempre il cristianesimo, la teologia e la fede in ogni momento della sua esistenza. Comprendere il contenuto della fede, d'altronde, non è altro che entrare progressivamente nella bellezza del mistero che si professa e, a partire da lì cercarne di dare profonda intelligenza. E' per questo che fino ai nostri giorni, la Chiesa non ha cessato di sostenere gli artisti e di chiedere il loro aiuto. Acquistano un particolare significato, quindi, le parole con le quali il concilio Vaticano II si rivolgeva a loro: "Ora a voi tutti, artisti che siete innamorati della bellezza e che per essa avete lavorato: poeti e uomini di lettere, pittori, scultori, architetti, musicisti, gente di teatro e cineasti... A voi tutti la Chiesa del Concilio dice con la nostra voce: se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici! Da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi. Voi avete edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. L’avete aiutata a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere comprensibile il mondo invisibile. Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi. Essa vi dice con la nostra voce: non lasciate che si rompa un’alleanza tanto feconda! Non rifiutate di mettere il vostro talento al servizio della verità divina! Non chiudete il vostro spirito al soffio dello Spirito Santo! Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani... Che queste mani siano pure e disinteressate! Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo: questo basti ad affrancarvi dai gusti effimeri e senza veri valori, a liberarvi dalla ricerca di espressioni stravaganti o malsane. Siate sempre e dovunque degni del vostro ideale".
In questo contesto, non sarà inutile riprendere tra le mani la pagina dell’Idiota. Ricordiamo il dialogo che Dostoevskij mette sulle labbra di Ippolit, il quale rivolgendosi al principe Myskin, malato di tisi e moribondo lo apostrofa così: “È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza? Signori miei - gridò improvvisamente rivolgendosi a tutti - il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza! Ed io, invece, affermo che ha di quei pensieri frivoli perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato; me ne sono convinto definitivamente non appena lo vidi entrare qui or ora… Quale bellezza salverà il mondo?... Siete un cristiano fervente voi? Kolja dice che voi stesso vi attribuite il nome di cristiano” (L’idiota, parte III cap. V). Anche l’ateo Ippolit è costretto a mettere in relazione bellezza e amore e riferirle al cristianesimo; certo, per lui sono “pensieri frivoli”, ma lui non ha altra soluzione da proporre a se stesso che annegare le sue giornate nel vino!
Pittura, scultura, architettura, musica, letteratura…tutto ciò che l'uomo può produrre per esprimere la bellezza del creato sarà sempre un inno che viene rivolto al Creatore e alla vita che ha immesso in tutto ciò che usciva dalle sue mani. L'arte non fa altro che tentare di riprodurre la bellezza di Dio e della sua creazione; in questo sforzo titanico solo pochi hanno il dono di poter percepire il senso che si nasconde e trovano le capacità per poterlo esprimere. La Chiesa non potrà mai essere sufficientemente grata agli artisti per questo loro impegno che ogni volta rappresenta una sfida con cui loro per primi devono confrontarsi. E' sempre con particolare emozione che si può leggere l'epigrafe posta sulla tomba di Raffaello: "…timuit magna rerum parens quo sospice vinci et moriendo mori"; e non è senza aria di tristezza che in un luogo nascosto sul pavimento di santa Maria Maggiore si può vedere la tomba di Bernini. L'uno e l'altro hanno creato opere immortali: il primo ha avuto perfino l'invidia della natura mentre per il secondo non si è trovato soluzione migliore di una piccola lapide invisibile! La Chiesa ha bisogno della bellezza perché solo in questo modo diventa evidente la bontà di quanto crede. E' sempre von Balthasar che ci riporta a questa convinzione quando scrive: "In un mondo senza bellezza –anche se gli uomini non riescono a fare a meno di questa parola e l'hanno continuamente sulle labbra, equivocandone il senso- in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è più in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l'evidenza del suo dover-essere-adempiuto; e l'uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male" . Ancora una volta il pensiero del teologo sa cogliere con lungimiranza la condizione in cui vivono molti dei nostri giovani contemporanei: esclusi dalla possibilità di contemplare la bellezza si rinchiudono in sale che intontiscono per il chiasso dei decibel e scelgono la via del male come rimedio per dimenticare la gioia della vita.

Per ritornare al presente

In un tempo come il nostro in cui abbiamo bisogno di capire chi siamo e chi vogliamo essere domani, proprio per le difficili situazioni in cui ci si trova, è importante interrogare il passato e capire chi eravamo. Dobbiamo diventare una generazione che è capace di vera tradizione, dove la trasmissione originale del patrimonio del passato, vissuto secondo lo spirito del nostro tempo, consente di scoprire la continuità che è feconda e non la discontinuità che diventa sterile. L'arte che si mette al servizio del sacro dovrebbe trovarci capaci di grandi sacrifici per realizzare opere che durano nel tempo per attestare la fede di sempre. Quest'arte dovrebbe anche oggi, come lo fu nel passato, esprimere l'unità del mistero della salvezza: dalla creazione all'escatologia passando per l'incarnazione, tutto dovrebbe trovare spazio nell'arte contemporanea. Il significato della luce come quello della pietra, la scelta delle immagini e dei materiali dovrebbe concorrere a far entrare il credente nel mistero che è chiamato a celebrare e non farlo sentire uno straniero in casa propria (Gaudì).
L'arte cristiana dovrebbe esprimersi dinamicamente in uno sviluppo continuo senza rottura e discontinuità con la ricchezza precedente. Ammetto che a stento riesco a comprendere la rottura che nel periodo moderno e contemporaneo qualche scuola ha voluto creare con il periodo precedente. Mi diventerebbe ancora più incomprensibile doverlo verificare nell'arte cristiana. Sarebbe come una violenza alla sua stessa natura, chiamata a svilupparsi dinamicamente senza alterazione alcuna. Per questo il valore dell'arte sacra torna fondamentale. Abbiamo un patrimonio di letteratura, poesia, pittura, scultura e architettura che ancora continua ad affascinare il nostro contemporaneo e consente a noi credenti di essere fedeli annunciatori di una bellezza che non conosce tramonto. Si tolgano i capolavori di arte sacra dai musei, resterebbero chilometri di lunghi corridoi vuoti; si tolga la musica sacra e avremmo tonnellate di spartiti in bianco; si eliminino dalle biblioteche tutte le opere di letteratura cristiana, avremmo solamente una triste visione di scaffali impolverati. Insomma, le nostre cattedrali, le chiese e una gran parte della produzione artistica di quasi due millenni sono la sintesi più invidiabile della fecondità del rapporto tra fede e bellezza nel compito di trasmettere la Parola di Dio. Già nell’anno 406, il vescovo S. Paolino da Nola, vero anticipatore della via pulchritudinis come forma per l’annuncio della verità cristiana, poteva scrivere: “Unica arte abbiamo, la fede; è Cristo, la poesia”!