Al crocevia - l'incontro

Luce Irigaray

Burton The meeting on the turret stairs
William Burton, Hellelil e Hildebrand, L'incontro sulle scale della torretta
1864, Galleria Nazionale dell'Irlanda

L'evento - o avvento

Qualcosa è accaduto - un evento, o avvento - un incontro fra umani. Un respiro o un'anima è nata, generata da due altri. Ci sono ora tre esseri viventi per i quali ci difettano modi di avvicinare, gesti e vocaboli per accostarsi, scambiare.
Qualcosa esiste, c'è. Ma che cosa? Niente forse che possa rispondere o corrispondere a una tale domanda. Però importa curarsi di questo neonato - in ciascuno, fra i due. Tre nascite modificano l'uno, l'altro, il tutto. Le percepiamo, certo, ma non sappiamo come preoccuparcene. Commossi, stupiti, smarriti.
Inquieti anche che non deperiscano, e pure non muoiano, questi germi di vita. Impetuosi ma fragili, aspirano a crescere, ma hanno ancora bisogno di restare al riparo - nell'uno, nell'altro e fra i due. Ci sono almeno tre nuove esistenze che, in qualche istante, ci hanno fatto passare da una vita a un'altra, da un mondo a un altro. Ritornati in noi stessi, più prossimi al nostro centro, ma estranei a questo cuore di noi dove ora ci troviamo. Sconosciuti a noi stessi come ci è sconosciuto chi ci ha situati in questo più intimo, e ciò che abbiamo così creato senza averlo veramente deciso. Come potevamo volere ciò di cui non avevamo idea alcuna? Ciò che è accaduto da sé perché un solo gesto ha avuto luogo?
Un gesto - e tutto è, o pare, altro. Al punto da sentirci smarriti nel nostro proprio mondo, da non percepire più come tale ciò che ci era familiare. La natura tattile del nostro ambiente pare modificata. E la voglia di rifugiarvisi, o nidificarvi, non lo cambia affatto. La tessitura dell'ambiente è altra, e un rifugio vi resta introvabile. Ciò che era fuori in parte è tornato dentro? Poiché qualcuno è intervenuto in questo ambiente facendo corpo, o carne, con sé. Non solo. La carne stessa non è più la stessa. E animata da slanci, flussi, richiami che rischiano di lacerarne il tessuto. Essa trabocca di esuberanza e soffre di vuoti. È percorsa da gioie, da inquietudini anche, da eccessi e mancanze rispetto al presente, alla presenza. Una presenza che pare sia rimasta con l'altro - o resti sospesa fra i due. E che non sarà facile riportare a sé. Ammesso che sia auspicato, e che un tale auspicio non sia vano.
Qualcosa è accaduto. Come negarlo, disconoscerlo, pretendere di annullarne l'aver avuto luogo? E, del resto, perché? A meno che vi sia qui ostacolo a un percorso, impossibile crocevia su un cammino, rinnegamento di sé stessi. Ma così non pare. Se non, certo, nell'estraneità di ciò che è provato, nell'incertezza quanto al divenire - di sé, dell'altro, del generato fra i due. Tre neonati di cui conviene prendere cura, senza saper troppo come.
Non essendo capaci di capirci qualcosa, bisogna forse cominciare con il coltivare ciò che è accaduto, o accade, a sé stessi? Almeno provarci. Significa accettare, accogliere e preservare l'esistenza e la crescita di quanto ha avuto luogo, senza trascurare né squilibrare il nostro percorso. Evitando quindi un aprirsi o un ritrarsi eccessivi. Mantenendo un ritmo del cuore possibile? Armonizzato al ritmo della terra? Il che già salvaguardia la vita stessa. Prestando prima di tutto attenzione a lei.
Ogni mutazione implica una specie di morte. Il rischio è ancora più grande quando si tratta di una condivisione che mette in causa il tutto di sé stessi, interrompendo il cammino stesso. Non c'è dubbio, il cammino sarà da riprendere. Senza interrogarne radicalmente il percorso solitario, l'incontro con l'altro è però impossibile. Ma importa restare fedeli al proprio cammino, sennò non ci sarà prospettiva possibile su questo incontro, e il suo divenire non avrà luogo.
Ciò che accade è stra-ordinario, sovra-umano, meraviglioso e tremendo. Questo spiega perché questo evento è sempre stato misconosciuto, negato, evitato. Per esempio, facendo dell'altro una parte di sé stessi, dividendo l'umanità in due poli, riducendo la loro unione a un ritorno al naturale. Così l'uomo ricercherebbe, con nostalgia e repulsione, il proprio polo naturale, rimosso e non coltivato, nella donna; il che impedirebbe a lei di essere un'altra per lui, e al loro incontro di accedere a una dimensione culturale e spirituale. A meno di ricorrere a qualche divinità o a un orizzonte di sublimazione parentale? Cosa che, ancora una volta, impedisce all'avvento del loro fra-due di prodursi. Lo spazio è già segnato, preoccupato. Quanto poteva accadere, per effetto di un evento nuovo, non avrà luogo. Questo è già investito o proiettato in qualche trascendenza o qualche figlio naturale - prova che qualcosa ha avuto luogo, risultato tangibile di un'unione. La cui realtà è insieme evidente e problematica, indubitabile ed enigmatica, sconvolgente ed evanescente. Da dove verrebbe la certezza dell'esistenza di un'unione - che presuppone l'uno, l'altro e il fra-due?
La grazia di un incontro, quando ha luogo, sarebbe che so ciò che sente l'altro? Certo, non per via di un sapere speculativo, suscettibile di esposizione e argomentazione. So per via di una conoscenza più globale, più intima e misteriosa. L'incontro, se ha avuto luogo, ha generato in me questa conoscenza. E il dubbio, quindi, sarebbe sol-tanto un effetto dell'alienazione del mentale da parte di una cultura troppo astrattamente logica, o sottigliezze egocentriche e narcisistiche che rischiano di annientare un tale sapere. Prima di ogni figlio, porto l'altro in me, noi in me: tu-io in me. Sono in qualche modo incinta del tuo desiderio, del tuo amore, della tua anima. Il che mi trasporta più che pesarmi.
Il che mette anche la mia vita in pericolo. Il mio centro di gravità non è più lo stesso: molto meno fisico o altrimenti fisico. Il corpo e lo spirito sono inseparabilmente legati laddove erano maggiormente separati. Lo psichico e lo spirituale sono ormai carnali. Il che ne modifica la densità, il peso.
Accedere in un istante a un altro equilibrio non è scontato. E tale trasformazione del mio vissuto mi rende ogni gesto, parola, decisione incerti. Come trattare questo io, questo me, che non conosco? Come preservarne la vita, e proteggerli dal confondersi con quanto è accaduto nell'incontro, quanto è percepito dell'altro, o di me-altro? Come riprendere un cammino dopo questa brusca trasformazione dell'energia? Che ha luogo in me, certo, ma grazie a una sinergia con l'altro. Sinergia che non potrei provocare o riprodurre da sola e a mio piacimento, ma della quale conservo tuttavia una percezione, e mi ricordo ancora, almeno per il momento. Il mio sangue, il mio respiro sono ancora sospesi a quel crocevia dove fummo, fosse anche per un breve momento, due in uno. E ciascuno in ciascuno, ciascuno in sé, ma anche altro. Come trattare quest'altro che apparentemente sono diventata, nonché diventato. Il che è stato possibile soltanto perché ero differente, potevo incontrarlo, coniugarlo, portarlo in me. A condizione di restare me.
In una concezione naturale, le relazioni fra chi porta e chi è portato(a) si regolano senza particolare decisione. Esse risolvono anche la questione della differenza dei sessi fra la madre e il figlio. Il nostro attaccamento alla generazione fisica nell'amore viene forse da questa facilità. Il lavoro fisico o spirituale vi è assai meno arduo che nell'incontro fra l'uomo e la donna, in particolare fra gli amanti. Un'inconscia malafede ci porta dunque a sopravvalutare le relazioni genealogiche a detrimento dell'amore come tale. Il più importante, nella nostra cultura, non è dominare la situazione nella quale ci troviamo, dunque la natura, il mondo, l'altro? Comportamento che è impossibile nell'amore. E l'accento posto sull'erotismo a detrimento dell'amore è un nuovo modo di eludere, sotto l'apparenza della liberazione sessuale, l'opera che ci attende - al crocevia.
Quest'opera è propriamente umana. Essa è perfino divina, e non diabolica come si è spesso preteso nella nostra tradizione. Il che rischia di comportare la confusione dell'altro, almeno dell'altro in quanto differente, con il maligno. Ciò che ha altresì insinuato la nostra cultura. Di qui lo statuto della donna, e dello straniero.
Certo, aprire il proprio percorso per accogliere l'altro in quanto altro al crocevia dei nostri cammini non è senza rischio: di smarrirsi, di veder volatilizzarsi o dileguarsi ogni sottigliezza dell'energia, di ridurre la trascendenza alla fatticità d'un incontro, di smarrirsi nell'altro o volerlo possedere. Il che materialmente sarebbe complicato, anche se la reclusione delle donne in casa ha parzialmente questo significato. Ma, a un livello psichico o mentale, chi non tenta di appropriarsi dell'altro, fosse anche solo inconsciamente? Dio stesso non è servito da mezzo per appropriarsi l'altro, e abolirne la differenza? Senza parlare della nostra logica fondata su un tentativo di annullare la differenza fra le due parti dell'umanità, cioè ogni reale alterit à.
L'altro non esiste dunque per noi, se non come un più o un meno di noi: un più grande o un più piccolo, un più potente o un più escluso, un genitore o un figlio... L'altro rappresenta, in meglio o in peggio, una variante di noi stessi, qualcuno valutato secondo gli stessi criteri della nostra identità, un medesimo contrassegnato dall'indice più o meno. L'altro non corrisponde realmente a un altro. Insieme non facciamo due; al massimo, entriamo nella composizione di una grande unità: umanità, popolo, famiglia... Fintanto che non siamo capaci di emergere da tali totalità, non siamo mai l'uno di fronte all'altro, l'uno accanto all'altro, l'uno con l'altro.
Ora, qualcosa del genere è accaduto, almeno per me. Almeno, l'ho percepito come tale. Ciò che dicevo dovesse aver luogo è accaduto. A un crocevia, un altro - l'incontro. Insieme un ostacolo e un'apertura. Un buio che irradia, apparentemente niente - un radicale arresto e il ritorno a una pienezza.
Potrei immaginare che ciò che, qui, ostacola il mio percorso è un corpo. Che un corpo si è messo di traverso sul mio cammino, sulla mia vita. Che si tratta solamente di un corpo. E, con esso, di tutti gli interdetti, misteri, opacità che una cultura ha proiettato in esso. Di qui lo stupore, l'esitazione, l'esultanza provati nel suo approccio. E quell'inoltrarsi nel buio che accompagna tale gesto. L'intimidazione avvertita, che cerchiamo a volte di esorcizzare con una certa arroganza erotica, che non risolve niente. Piuttosto annulla la scoperta, annienta quanto ha fatto nascere. Pretendendo di prevalere con forza o astuzia sul nuovo germoglio appena nato, distrugge ciò che o chi l'ha fatto nascere in noi. Il niente-ancora, sorta di totalità resistente con cui ci scontravamo, diventa un più-niente. La carne, nata dall'incontro, lascia solo un vuoto dopo il suo ridursi a energia da padroneggiare, estenuare, per farla finita con l'ostacolo, gli interrogativi, l'in-più e l'assenza, l'esultanza e l'angoscia. Di qui il ritorno all'omeostasia di un'energia solitaria, a una piccola morte quotidiana, a un fare fuori di noi disattento a noi stessi, a una scomparsa di noi nella costruzione di un tempio collettivo consacrato a un'umanità defunta.
Ciò che ci eravamo, furtivamente, rivelati nell'approccio fra noi, si trova annientato, dimenticato, cancellato dalla nostra umanità - di cui ci siamo fatti assassini. Siamo inconsapevoli assassini di noi stessi. Di qui una sopravvivenza sospesa a qualche speranza, diversamente travestita, di un futuro ove ci sarebbe infine vita.
Siamo in attesa di una vita dipendente da qualche Altro, per non esserci curati di quella nascente nell'incontro con l'altro, qui ora. Questa fragile vita nuova è quindi sacrificata a qualche divinità onnipotente, invece di essere cullata fra noi, come generazione di noi stessi. Il suo impercettibile abbraccio deve essere costantemente generato dalla nostra attenzione, non estrapolato nella totalità autosufficiente d'un Assoluto inglobante - e ciascuno e quant'è accaduto fra noi. Tre volte sprovvisti di riparo, cerchiamo in qualche Altro avalli alla nostra esistenza, parametri per supplire a un'identità evanescente, una verticalità illimitata per sopperire all'in-finito del nostro essere in presenza. Rinviamo il nostro respiro, la nostra anima in qualche Dio, così riportati alla finitezza mortale dei nostri corpi per sfuggire alla vertigine provocata da ciò che si scopre a noi. Così dilaniati fra il più alto e il più basso, altro crocevia che ricopre, eludendolo, quello dove eravamo situati - orizzontale, quello, benché inglobante in sé tutte le dimensioni. A condizione di essere attenti, pazienti, perseveranti. Prudenti e impavidi. Desti, ma sufficientemente assopiti da accogliere ciò che accade - l'altro che ci giunge di notte, nell'abbandono di un dormiveglia. Fuori da ogni dominio, da ogni presa da parte di un senso qualsiasi. L'altro che, impercettibilmente, diviene lui in me - noi. Senza che sia stato veramente deciso o voluto.

Un istante soltanto, condividere la dimora

Come sapere ciò che deriverà da un gesto? Cui ho acconsentito. Dunque accettato di espormi - all'altro. E a un incontro che presentivo oscuramente, senza immaginare che, fosse solo per un momento, saremmo divenuti due in uno. Anche se colei che ha detto «sì» sapeva che qualcosa del genere aveva già avuto luogo. Altrimenti perché questo «sì»? Ma avvertire confusamente l'esistenza di un appello, di un'accoglienza, di una fiducia data, e cercare di corrispondervi con la fedeltà a una parola, non è ancora trovarsi di fronte a una domanda esplicita dell'altro. Tutto questo ne ha allestito senza dubbio la possibilità, preparando impercettibilmente uno spazio dove poterla intendere.
Non era, però, percepita in quanto tale. Di qui la domanda - e il «sì». E l'ambiente per un incontro umano che abbiamo costruito in un istante, e dove siamo stati insieme. Divenendo due in uno grazie a esso? Usciti dalle nostre rispettive dimore per correre il rischio di esporci all'altro, con l'altro, nell'altro in uno spazio condiviso.
Questo luogo è stato apparentemente abbandonato subito. Ma in realtà è indimenticabile, poichè passato da un fuori a un dentro. Dove sarà difficile da decostruire. Ciò ha avuto luogo - per sempre. A meno di non rinunciare all'umanità, e in particolare al legame fra corpo e parola(e) che la fonda. Legame per il quale è necessario essere due.
Un legame che abbiamo, in un istante, riannodato. Instaurando, o restaurando, fra noi, l'umano. Sicché il neonato che abbiamo generato è nostro, ma più ancora. È un figlio dell'umano, il germe dell'umanità - nato da uno scambio di parola(e) e di carne fra noi. Reale differente da tutto ciò che ci è stato insegnato riguardo alla realtà. Qui però, se acconsentiamo a prestargli attenzione, coscienti che questa cura prevale per l'umanità sull'obbedienza a ogni legge o diritto già definiti, ai quali dovremmo sottometterci l'uno e l'altro. Non si tratta più, infatti, di garantire un po' più di ordine fra individui assimilati a un popolo o gregge ubbidiente a precetti imposti dall'esterno. E piuttosto questione di tornare all'elementare obbligo che può legarci l'uno all'altro in quanto umani - un'unione di corpo e di parola(e) che ciascuno deve assumere come sua al presente ed esporre a un incontro con l'altro. In una scommessa, un rischio, un assenso che, per un momento, rinunciano a ogni riflettere e ripiegare, accettando che, al crocevia, un incontro abbia luogo. Incontro di cui è impossibile prevedere l'opera o l'effetto se due vi si abbandonano l'uno all'altro, senza nemmeno sapere esattamente chi è l'uno e chi è l'altro. I due ubbidiscono a un'attrazione che, in parte, li oltrepassa, anche se ne sono la fonte e il veicolo. Rispondono a un appello che conviene lasciar essere fino all'abbandono di sé all'altro.
Un simile abbandono pare il termine - un aldilà oltre cui è impossibile andare, e da cui non è possibile tornare. È stato dunque estrapolato in Dio: fine oscura verso cui ci dirigiamo come verso l'Assoluto oltre il quale niente è, e in cui ciascuno si perde senza ritorno. Un Assoluto dove si elude il compito che ci incombe concernente la relazione all'altro - che, al crocevia, ci attende. Un altro rispetto al quale occorrerà che ritorniamo a noi, qualsiasi cosa sia stata arrischiata di noi in lui. Un altro che non arretra indefinitamente dinanzi al nostro approccio, che a volte c'è, che ci accade di incontrare per ritornare poi a noi e a un percorso il cui termine è oramai modificato - sospeso, nascosto, impercettibile ancora. Conviene però proseguire il cammino, anche se nessuna legge, orale o scritta, lo ha ancora segnato.
Resta soltanto la memoria di una parola, di un vissuto, e una fedeltà indispensabile per evitare il caos, la distruzione, la derelizione, lo smarrimento. Fedeltà a qualcosa d'impreciso, senza forma su cui fermare l'attenzione. Semplicemente una traccia in sé stessi, una densità, una temperatura o una tonalità che permane o scompare a seconda che questo o quell'atto sia compiuto, un tale pensiero sia coltivato, un tale incontro abbia luogo. Una realtà insieme fuggitiva e più pregnante di molte altre evidenze. Ma rispetto a cui la lealtà è complessa, tanto più che è difficile stabilire ciò che, in essa, appartiene all'uno o all'altro. Una simile questione ha d'altronde senso? Non è necessariamente ai due che si riferisce quella realtà? Come essere fedele insieme ai due? Importa a chi percepisce questa congiunzione essere fedele, almeno per ricondurvi l'altro, pur lasciandolo al suo cammino, per il quale gli mancano punti di riferimento? Come compiere questo gesto pur lasciando essere l'altro come altro? Lasciandolo al proprio cammino, anche se dovesse allontanarsi, dimenticare, perfino smarrirsi? Chi ricondurrà questo altro al luogo dell'incontro, di cui, in lui, niente sussiste? Se non è, lui, incinto di alcun figlio? Se il suo rapporto al tempo, la sua memoria sono differenti dai miei? Se, in un certo senso, non si ricorda. Si tratta di svelargli ciò che può garantire l'esistenza del due? Affermare che ho una responsabilità nei riguardi della sussistenza e della crescita di questo due, di questi due, e di quello che ne è nato? O fidarmi di quello che, nell'altro, è stato generato e rimane, esigendo che un ritorno abbia luogo? A un ritmo che, forse, differisce dal mio. Ammesso che lo conosca, e non sia stato talmente modificato da dover reinventare un ritmo affinché la vita sussista - condizione indispensabile per essere fedele...
È forse in lei, la natura vivente, che devo abbandonarmi per preservare la mia propria vita, la sua crescita e ciò che esse portano della vita e della crescita dell'altro. Ospitalità così sottile e intima che devo cercare in lei aiuto per la mia sopravvivenza e il mio divenire. Attento all'abbondanza che dà da contemplare, sentire, respirare, toccare, provare. Accettando di ricevere, silenziosamente, l'eucarestia che prodiga - spesso senza alcun oggetto né simbolo visibili ma come comunione alla presenza reale del vivente. Nessuna transustanziazione è qui necessaria - la vita stessa c'è, che si dà attraverso tutto ciò che mi circonda. A condizione d'indugiarvici un momento e assentirvi. Il che, poi, non sarà esente dal lutto. Che o chi potrebbe uguagliare una tale profusione di felicità?
E come armonizzarla con quella provata con lui, l'altro? Andare dall'una all'altro, fedele a entrambi. Senza dover rinunciare a essere con l'una o con l'altro, nell'una o nell'altro.
A meno che qui le cose non s'invertano - io in essa, l'altro in me. Avvolta da essa, per poterlo tenere, lui, in me. Ospitato e nutrito di essa tramite me, che acconsento a questo viatico per tutelare, in me, questa presenza estranea. Una presenza che desidero e devo salvaguardare senza sapere come, né ciò che ne accadrà. In che momento, per esempio, le cose rischiano di rovesciarsi - essa scomparendo in lui che, a sua volta, mi avvolgerà. Con la felicità nonché l'incertezza che accompagneranno tale passaggio, e l'ingresso in una durata differente. Il cui ritmo e dispiegamento dipendono dall'altro, da una volontà e da un desiderio che non conosco, né padroneggerò mai. A rischio che l'incontro non abbia più luogo. Né quel rovesciarsi di essa in lui che, a momenti, mi abbraccia. Condensando in questo gesto il tutto di essa? Incarnando, per un momento, una vita illimitata per farsi presenza per me, con me. Non senza il mistero, l'entusiasmo e il ritegno, ma altresì il rischio, che ispirano il gesto -umano, e più che umano. Eravamo, siamo, due.
Ma non va sempre così per l'umano? Esiste, senza essere due? E tutto quanto è già accaduto all'umanità è qualcos'altro che una marcia verso questo crocevia - l'incontro?
Un incontro che non può avere luogo fin dall'origine e da tempo immemorabile. È necessario esser stati uno perpoter essere due. L'infanzia del cucciolo d'uomo è ben più lunga di quanto non si sia preteso. Non può fermarsi all'attitudine a soddisfare, in maniera autonoma, i propri bisogni; essa richiede di conoscere il desiderio ed essere capaci di condividerlo. A questo compito, propriamente umano, non abbiamo cessato di sottrarci. Qualunque sia l'età dell'umanità stessa, non ne sappiamo ancora quasi niente, e neanche è certo che non si sia regrediti sul cammino di questo adempimento umano. Che ci appare una soglia invalicabile, al di là della quale non potremmo andare.
Non è quanto ci accade ancora oggi dopo questo incontro? Abbiamo superato la soglia, ed eccoci senza punti di riferimento. Se non che una felicità, un calore, una forza esistono in noi, che non sappiamo bene come preservare, modulare. Armonizzare con ciò che ne era per ciascuno prima che diventassimo due in uno. Fosse pure per un fugace momento.
Ammettendo che sia stato così per i due - differentemente senza dubbio. Ma, anche se è accaduto solo per me, come potrei assumerne il significato, asservi fedele, favorirne il divenire? Qui infatti c'è sì un significato, ma così differente da quello che ci è stato insegnato che ne siamo ciechi. Con quale visione, del resto, dovremmo percepirlo? È nell'oscurità che ci siamo incontrati. Appena costruito un minimo di dimora comune - grazie a qualche vocabolo -, siamo entrati nella notte.
Notte da cui non siamo usciti. Sarebbe a causa mia? Come saperlo? Ci siamo separati senza una parola, uno sguardo o qualche altro gesto. Disuniti senza ritorno al due, senza che niente segnalasse il superamento da parte di ciascuno della soglia di quella dimora comune. Improvvisata, quasi in pieno mezzogiorno sulla pubblica piazza di una grande città - che non saprei dire se era animata o deserta.
Quando alla fine mi sono girata per un saluto all'altro, non c'era più alcuno cui rivolgerlo. Cosa che non mi ha né stupita né rattristata. In seguito, mi sono posto degli interrogativi, e perfino fatto qualche rimprovero, cui non credo veramente. Quali vocaboli, quali segni erano possibili uscendo da quel momento notturno? Non ne avrebbero immancabilmente infranto l'impronta suggellata in un istante per sempre, che richiederà gran tempo, forse una vita o un'eternità, per essere decifrata e ottenere il rispetto e l'attenzione che merita?
Qui, infatti, non c'è niente che assomigli a quel segno visibile denominato simbolo, a un oggetto diviso in due parti, di cui conserveremmo ciascuno una in vista, un giorno, di ritrovarci. È il nostro incontro ad aver formato un'impronta, un sigillo invisibile fra noi. La nostra memoria ne conserva, certo, qualche traccia: non può, però, indicarci come ricostituirlo. Solo l'attrazione per l'altro potrà servirci, e la percezione di quanto è accaduto. Ma come dissociarvi quanto viene da me e quanto viene dall'altro? Ciò esige di essere coltivato nel ripiegamento, e può esistere solo grazie alla presenza dell'altro.
Una presenza che potrà accadere soltanto a un altro crocevia, dopo che ciascuno avrà ripercorso il cammino verso sé, in sé. E provato quanto è accaduto in quell'incontro, e se esso poteva, nonché doveva, riavere luogo, per fedeltà a sé, all'altro, alla differenza tra i due. Attirare l'altro sul proprio cammino o lasciarsi sviare sul cammino dell'altro sarebbe, in effetti, sopprimere l'attrazione e rendere impossibile che un sigillo si riformi di nuovo. Un sigillo che sarà insieme più complesso e più semplice del primo - una fedeltà ne ha già modificato le tracce, risuggellando e aprendo certi possibili.

Dal familiare all'intimo

Già un fra-noi esiste - che ci unisce, ci obbliga a una fedeltà, ci libera da una reclusione: in noi stessi, in una tra-dizione o in una comunità. Un'apertura si è creata nell'orizzonte di un mondo, personale o collettivo, che ne mette in prospettiva i limiti. Siamo passati al di là della sua chiusura, ormai allo scoperto ma già legati, in qualche maniera, da altri impegni che abbiamo preso noi stessi, senza sapere bene dove ci portino, impegni che si radicano più profondi o più alti delle fondamenta cui eravamo abituati. Siamo ormai emancipati da un ambiente familiare, trapiantati in un altro universo per il quale ci fanno ancora difetto gesti, immagini, vocaboli, anche se è più intimamente nostro, e ci siamo arrischiati a penetrarvi spinti da una necessità che ci era propria. Non è necessariamente questo il caso per la cultura in cui siamo stati situati senza decisione da parte nostra, dove ci conformiamo a esperienze fatte da altri che, a poco a poco, ci esiliano da noi, o ci modellano un'identità che non è la nostra ma di cui diventiamo prigionieri.
Siamo confortati nel nostro smarrimento dal fatto che lo stesso vale per quelli che ci circondano, estranei quanto noi a sé stessi - incapaci dunque di ricondurci al nostro reale. Quello che, nel nostro incontro, era presente, almeno parzialmente. Sennò non ci sarebbe stato crocevia, né evento o avvento. Né costituzione di un fra-noi, nato, anche in noi, da ciò che eravamo. Un fra-noi cui ci incombe essere attenti, come a qualche stella, qualche profezia o annuncio, segni dell'apertura di un nuovo orizzonte, di nuovi cammini e modi di essere che stanno per introdurci, da soli o insieme, in un mondo fin qui ignoto -mondo tuttavia più proprio a noi di quello che vivevamo come il familiare stesso.
Ma ci procediamo nella notte. E senza quell'ambiente di ambiti o oggetti conosciuti che assimiliamo alla familiarità. Una familiarità che è allora prossimità esterna alle cose, addirittura agli altri, cui affidiamo il più intimo di noi senza accostarcisi. Il che ci allontana da noi e rende impossibile l'incontro con l'altro - scomparso nel mondo circostante o espulso da questo mondo, che la sua sola presenza interroga, disfa, infrangendo la prossimità delle cose e delle persone a loro stesse e a noi. Una prossimità che non ne è realmente una. Una prossimità bloccata nello spazio e nella ripetizione, che non vive al presente ed è conservata da regole e imperativi prefissati, non da una fedeltà da inventare in ogni istante.
Al crocevia delle nostre vite, si è disgregata tale familiarità - imperfetta, certo, che però garantiva coerenza e ordine nella vita quotidiana, e un cui squarcio verso il cielo consentiva di vivere, senza troppa angoscia, la reclusione.
Il tessuto di un universo familiare è ormai disfatto. E mi ritrovo in certo modo nuda in un paesaggio estraneo. In me, una certezza differente è nata che mi nutre di una vita nuova. Non è più un ambiente noto che accompagna, in ogni istante, le mie attività quotidiane, ma piuttosto una segreta realtà interiore che ritma il mio respiro, flusso del mio sangue, misura dei miei gesti, scelta delle mie parole. Qualcosa d'ignoto mi governa a partire da un più intimo di me, qualcosa che non appare né ai miei sensi né alla mia conoscenza e tuttavia incontestabilmente c'è, più presente a me di ogni altra presenza. Per poco che prenda il tempo di essere attenta a ciò che mi anima così il respiro, il cuore, la maniera di muovermi o di dire - in un modo che talvolta mi sorprende. Come mi sorprende ciò che ignoro di me, rivelato in questo avvento. Non è infatti qualche pressione esterna che mi costringe a questo o quel cambiamento, è dall'interno di me che provengono l'ispirazione o l'obbligo. Non come quelli suscitati da un figlio che porterei, ma come quelli provenienti da un nuovo respiro, una nuova anima, che mi ha dati o rivelati l'altro, e che non sono senza relazione con i suoi. Sennò non ci sarebbe stato incontro, ma piuttosto un fare o un generare l'altro in me, non un'unione fra noi. Unione in cui non era più possibile, almeno per un momento, dire chi era l'uno e chi era l'altro e, ancor meno, qual era la natura di ciò che è stato partorito in noi, e fra noi.
La responsabilità rispetto all'incontro è così difficile, il che non vuol dire penosa, da assumere, che cercheremo diversamente di eluderla. Riportando, ad esempio, l'altro a qualcosa o qualcuno di già noto - il che annulla l'evento, o avvento. I vocaboli che sono stati detti non sono gli stessi che un altro, qualche anno fa, ha pronunciato? Si tratterebbe di un'inconscia ripetizione appropriante da parte di chi, recentemente, me li ha rivolti? Con un migliore ascolto da parte mia? Un tempo di sordità alla parola dell'altro è stato necessario affinché, stavolta, assumesse tutto il suo valore e risuonasse in me, permettendo l'edificazione di una dimora dove rifugiarsi insieme? Specialmente grazie all'attenzione che ho prestata alla mia propria parola in risposta a quella dell'altro.
Lo schema di un dialogo ha così potuto servire da struttura al luogo dove ci siamo incontrati - i medesimi vocaboli, articolati qualche anno fa, non avendo potuto garantire una tale funzione. Ma non ho qui la tentazione di minacciare un avvento, divenuto oggi possibile, con questioni di priorità o anteriorità, e annullarne così il carattere presente - dunque l'entrata in presenza l'uno dell'altro? Perché? Per la paura dell'evento? Per il cruccio di restituire a ciascuno il dovuto? Per la volontà di ritrovarmici me stesso? Questi tre motivi, e altri ancora, probabilmente interagiscono. Ma simili interrogativi inficiano l'atto dell'incontro, ne destrutturano l'unità, ne annullano l'aver avuto luogo. Il suo effetto non era, paradossalmente, di riportarci a noi stessi? Di riunire ciascuno in sé grazie a un'apertura all'altro come altro che richiede di stare in sé, grazie anche al gesto dell'altro acquiescente a chi sono.
L'accoglienza all'altro e dell'altro è ciò che ci restituisce a noi. Soltanto questo gesto ridà ciascuno a sé nella sua totalità - con i suoi bordi, con un mondo e con un orizzonte propri. Il che implica che si sia due, e due differenti. Sennò tutte le forme d'inclusione o esclusione, i ncorporazione o oggettivazione, frammentazione o diluizione... sono all'opera. Mentre, quando siamo realmente due, ciascuno può riunire l'altro senza alcuno strumento o oggetto, grazie alla sua sola presenza. Una presenza che, con un gesto o a volte qualche vocabolo, ridà all'altro la presenza che gli è propria.
In questo dono che ciascuno fa all'altro per il solo fatto di riconoscerlo e accoglierlo come altro, siamo insieme due e uno. Ciascuno deve essere sé e ritornare a sé nella sua alterità affinché l'unità esista - quale un sigillo fra immanenza e trascendenza che condividono l'uno e l'altro ma che può essere suggellato solo fra i due.
In questa sigillatura intervengono i corpi, dei corpi innocenti in qualche modo e non pervertiti da una cultura che ha assegnato loro funzioni diverse da quella di essere mediazione nella vita relazionale. Quando una tale dimensione è trascurata, anzi ignorata, il nostro corpo diventa un semplice strumento di produzione al servizio di nostri bisogni o di nostri poteri, individuali e collettivi. Non assume più la mediazione propriamente umana che richiede il desiderio. Un desiderio che, in quanto tale, è fondatore dell'umanità e del suo divenire, non ciò che ne causa il decadimento o la decadenza, come troppo spesso si è detto e praticato in Occidente. Un desiderio che stabilisce legami fra gli esseri umani, e innanzitutto fra due di loro. Carente di situarsi ancora e sempre anzitutto fra due, ciò che unisce gli umani tende a divenire un'energia collettiva più o meno astratta, abbastanza simile all'energia animale di un'orda o di un gregge, e suscettibile di ogni sorta di devianza di tipo autoritario o totalitario. Siccome non si modula in ogni momento attraverso i rispettivi desideri dell'uno e dell'altro, l'energia si addiziona, si capitalizza, dimentica la sua fonte e la sua posta, contro cui si rivolta piuttosto, distruggendo la relazione dalla quale è nata. Il desiderio diviene asservimento, possesso, annullamento dell'altro. Il suo senso era creare legami fra due singolarità differenti, ma annienta tale distinzione invece di rispettarla, di coltivarla.
Una simile cura non può essere affidata alla sola parola, soprattutto a una parola già esistente, non appropriata alla situazione particolare dove nasce il desiderio, ai due soggetti fra i quali esso esiste. I vocaboli sono da inventare. Ma, troppo spesso, sono già estrapolati dal sito corporeo dove si origina il desiderio, e ci esiliano rispetto a questo, rispetto a noi. Sono tuttavia essenziali rispetto a noi per abbozzare la struttura dialogica dell'incontro, costruire un ambiente in cui i due saranno presenti. La parola è dunque necessaria, ma anche tutto ciò che sosterrà l'esistenza sensibile di ciascuno nella relazione fra i due - il che presuppone un'attenzione sensoriale all'altro.
In mancanza di tale attenzione, a cosa rischia di ridursi l'entrata in presenza? Alla violenza astratta di una forza cieca? Senza gli aggiustamenti e le armonie indispensabili perché esista un fra-due rispettoso di ciascuno. Che esige un'incarnazione dell'attrazione nel vedere, l'udire, il toccare, nonché il respirare, il gustare.
L'incontro s'illumina in questa luce, qualunque sia la parte di notte che mi lega all'altro. Spazializzazione e temporalizzazione dell'attrazione, affidate non solo a un incamminarsi notturno ma che hanno da organizzare la scena dell'entrata o del ritorno in presenza. Non riducibile a questo o a quell'apparire, l'altro deve rivelarvisi un po' a me, temperando così l'aspirazione o l'angoscia che provo. Un gesto placa il mio sguardo, che si sofferma a osservare, contemplare o rammentarsi la manifestazione di una presenza. Un incantesimo della voce, un fraseggio o un ritmo della parola, una scelta di vocaboli trattengono il mio ascolto, attento alla singolarità di chi si esprime. Un profumo m'invita a prendere il tempo di annusarlo, assaporarlo e impregnarmene la memoria pur lasciandolo essere, al momento, essere un tramite fra i due.
Ma il fra-due esige di essere abitato da una scenografia bilaterale, fatta di parole, di voci, di gesti. Ciascuno deve presentare all'altro di che nutrire le sue percezioni, ma ciò che così servirà da fondo o riserva per il dialogo non deve impedire a questo di accadere, né paralizzarlo in un ricevimento solitario. Questa pausa nell'incontro deve restare un prima o un dopo rispetto al momento in cui ciascuno si arrischia all'altro.
E se il rischio è ridotto, in un certo senso, da quanto è stato percepito dell'altro, ciò che ci consente di correrlo di nuovo, è anche più difficile da prendere. Ci chiede di rinunciare a quanto crediamo di conoscere dell'altro per entrare di nuovo nella notte. Senza la quale l'incontro come tale non avrà più luogo, né la rinascita di ciascuno a chi lui, o lei, è.

Costruire il fra-due

Rimanere nell'unione da dove si origina la rinascita non è, però, né possibile né auspicabile. E bloccarla con qualche istituzione o pregiudizio culturale la rende spesso impraticabile, addirittura inesistente. Una pseudo-unità si è costituita, sorta di produzione siamese in cui l'alternanza del fare due e fare uno non esiste più. Questo andirivieni fra l'uno e l'altro richiede una cultura relazionale - dello sguardo, dell'ascolto, di tutte le percezioni, compreso il toccare. Che non è necessariamente riservato al più intimo, anche se consente di accedervi. A condizione di allestire un cammino.
L'abbraccio stesso conosce parecchi gradi, tappe, significati - fra la madre che stringe il bambino per dargli il seno, cullarlo o calmarlo; il padre che prende in braccio il figlio per comunicargli un po' della sua forza o della sua clemenza; l'abbracciarsi fra amici o amiche; ogni tipo di abbraccio sociale o politico codificato; la stretta fra due amanti. Le braccia sembrano fare lo stesso gesto, ma grande è la differenza. Sta, in particolare, nel livello di reciprocità fra quelli che si abbracciano.
Se l'uno è in qualche modo superiore all'altro, è lui ad abbracciare l'altro. Abbracciarsi può essere un gesto reciproco solo fra due persone senza alcun rapporto gerarchico. E questo gesto raramente ha avuto luogo data la relazione tradizionale fra uomo e donna. Forse è esistito maggiormente fra amici o amiche? Ma qui l'incontro non ha lo stesso significato. Stringere uno medesimo a sé o uno differente da sé ha tutt'un altro effetto sulla soggettività. Per chi ha vissuto il rapporto uomo-donna solo come rapporto gerarchico - per esempio fra cultura e natura, amante e amata - la relazione fra medesimi può apparire un progresso amoroso. Per chi non ha ancora sperimentato ciò che può accadere in una differenza non gerarchica fra i sessi, né ciò che essa apre come spazio fra le persone, spazio dato e spazio da costruire. Spazio che preserva la dimensione trascendentale fra due soggetti senza che sia necessario o fatale definire la trascendenza come un'entità.
Se un tale spazio proviene dal ritegno che esige da noi il rispetto dell'altro come altro, esso deve anche divenire cammini, passaggi, ponti fra l'uno e l'altro. Preparazione di vie che ci consentano di andare verso l'altro nonché di ritornare a noi stessi, di tragitti e di luoghi in vista dell'incontro che preservino la singolarità di ciascuno e non aboliscano il due in un'unità definitiva, quindi senza vita, fittizia. Elaborazione di una cultura della relazione che sfugge all'imitazione dell'uno, delle sue necessità o ideali, da parte dell'altro. Il che impedisce un possibile incontro, come succede in un rapporto in cui l'uno è il riflesso o l'immagine dell'altro. Queste riduzioni, in realtà quantitative, di una differenza e di una trascendenza fra i due fanno sì che l'altro sia senza sosta inglobato nell'uno - o nell'Uno - e che le relazioni possano essere solo conflittuali e aggressive, poiché i due non sono capaci né di Amarsi né di desiderarsi l'un l'altro.
Esistono scenografie di possibile godimento dell'uno (la parte dell'altro. La nostra tradizione conosce quasi soltanto queste, ma corrispondono a uno sfruttamento dell'uno da parte dell'altro, non a un incontro fra i due, anche nell'abbraccio. I testi della nostra cultura sono al riguardo eloquenti. Ciò che dovrebbe condurci a un'unione nel più intimo sfocia spesso nel trionfo di un predatore nei confronti di una preda che è riuscito a sedurre. Esultanza conquistatrice generalmente seguita da una qualche forma di morte, come succede a certi animali che arrischiano sconsideratamente il loro aculeo o veleno.
Niente qui che assomigli a un'avanzata verso o nella prossimità - gli amanti sono sovente più separati nella o dopo la stretta che prima di abbracciarsi. Spinti da un'attrazione in un qualche modo cieco, ricominceranno a stringersi, sperando di arrivare forse a qualcos'altro. Tutti gli sforzi compiuti per conservare l'illusione, vengano essi dagli amanti o dall'ambiente, non impediscono che gli incontri, in particolare amorosi, nella nostra cultura approdino di rado alla felicità. Tanto che questa, che dovrebbe valere come il nostro obiettivo più prezioso, è considerata dagli adulti un sogno adolescenziale.
Desiderio e amore esigono invero una cultura dell'immaginazione, in particolare trascendentale, che la nostra tradizione ha ignorato. Di qui il fatto che la vita relazionale è in essa fonte di delusione, infelicità, alterazione di sé e non apertura dell'orizzonte, scoperta della felicità, sviluppo di sé. La differenza trattiene la relazione dell'immaginario a una trascendenza sempre al di là della riduzione a un oggetto o a qualche entità. Il trascendentale vi si sostiene mediante l'irriducibilità dell'uno all'altro. Il fatto che il desiderio tenda verso l'altro, un altro che non può raggiungere, ciò che lo rinvia a se stesso, preserva l'apertura all'aldilà del sé senza fermarla a qualche realtà definita. Il movimento dell'aspirazione all'aldilà sussiste perché niente l'àncora in maniera definitiva. Se l'impossibilità di cogliere ciò che ci attira al di là dei nostri limiti rappresenta talora una delusione, essa mantiene la rinascita del desiderio: la sua indefinita attrazione per un aldilà irraggiungibile cui continua ad aspirare.
Il desiderio può soddisfarsi di un progresso verso quanto ci trascende, ed essere in ciò aiutato dall'amore. Che gli procura un equilibrio o una costanza che il desiderio, il quale si proietta incessantemente verso l'aldilà, trascura, dimentica, rischiando così la perdita dell'armonia, in sé e fra i due.
Ciò che consente all'attrazione di durare è preservare la dualità nella differenza, e la reciprocità nel desiderio e nell'amore. Una reciprocità che non equivale a restituire o a scambiare il medesimo bensì mettere in opera, da entrambe le parti, energia, movimento, calore destinati all'altro. Essendo essi necessariamente differenti da ciascuna parte, il che assicura il permanere della trascendenza fra i due.
In tale sorta di scambio niente è mai posseduto, comunque non in maniera definitiva, pena l'interruzione della partecipazione bilaterale. Ciò che è provato, ricevuto come in-più, deve rimanere fluido, al servizio del divenire di ciascuno e della relazione fra i due. È così anche per il benessere o la felicità, che vanno percepiti come provenienti dai due senza poter essere assimilati a proprietà personali. Il che, del resto, contribuisce a incrementarli in maniera esponenziale.
Fra l'uno e l'altro, si crea una micro-cultura. Che può divenire fermento per una cultura universale che conservi viva l'energia di ciascuno e quella della relazione fra l'uno e l'altro.
Un'energia viva necessariamente cresce. Se le nostre culture o società si sclerotizzano, invecchiano, periscono, è perché sono costruite a partire da un'energia già bloccata, in qualche modo morta. Le forme che le strutturano persistono un certo tempo, e anche proliferano, come cellule cancerogene. Ma la vita non ne assicura più lo sviluppo, divenuto solo quantitativo e destinato alla distruzione per mancanza di energia viva che le organizzi, in se stesse e fra loro.
Una simile energia, certo, ha bisogno di limiti. Invece d'imporsi come forme definitive, ancorché supposte ideali, questi limiti ormai esistono come efflorescenza(e) della vita di ciascuno, cui la relazione con l'altro impedisce di proliferare in modo anarchico, invadente, dispotico. L'apertura all'altro, l'incontro con lui, o con lei, e il ritorno a sé producono incessantemente frontiere mobili - che contornano l'energia e le consentono di svilupparsi secondo un ordine vivente. Non più limiti imposti da un di fuori, formalmente astratto dal presente, ma un esserein-relazione che esige, in ogni istante, un'efflorescenza contenuta per ciascuno.
Per una tale fioritura, lasciar essere è importante quanto padroneggiare. La nostra tradizione ci ha incitati a essere competitivi, a fare o fabbricare ma non a lasciar nascere o lasciar essere. Atteggiamento che richiede un'economia relazionale, indispensabile al livello del respiro per esempio. Per non paralizzare i gesti, le parole, né l'aspirazione o l'anima fra noi, è necessario intrecciare la creazione intenzionale e il lasciar essere - in me, nell'altro, fra noi. Quello che ha generato il nostro incontro non può diventare la posta di un fare da parte di ciascuno. Un lasciar essere, lasciarsi essere, è d'altronde ciò che indicherà all'uno e all'altro l'effetto dell'evento - o avvento - che ha avuto luogo.
Questo lasciar essere è quanto ci è più difficile. Ci obbliga a rinunciare all'ideale di padronanza che ci è stato insegnato, non come attitudine a rimanere nei nostri limiti per rispettare l'altro, ma come capacità di dominare il tutto, compresi il mondo e l'altro, senza lasciarli sbocciare secondo ciò che e chi sono. Emozionati dalla natura, dall'altro, ci sarà difficile abbandonarli al loro divenire fino a un prossimo incontro. Ma esso può aver luogo solo correndo questo rischio - lasciare ogni presa su loro, perfino ogni legame con loro, in particolare con l'altro.
Come ridare all'altro la libertà di cercare il suo proprio cammino anche se ho fatto uno con questo altro, se esistein me, se sono in parte diventata lui? Questo compito è in qualche modo sovraumano. Però è indispensabile alla permanenza del desiderio e dell'amore. La sua difficoltà è tale che abbiamo inventato una cultura, perfino un Dio, in cui non faremmo che uno. Ma questa sigillatura del fra-due da parte di un terzo impedisce che ci incontriamo: sempre in qualche modo uniti, abbiamo saturato lo spazio libero fra noi. Noi stessi ormai rappresentiamo soltanto un frammento di un'unità più ampia da cui emergiamo appena con un'attrazione poco differenziata. Ci distacchiamo da un tutto appena il tempo di ricostituirlo in noi integrandocisi ancora più saldamente che in passato, contribuendo così a rafforzare la coesione di questo tutto. La famiglia, ad esempio, partecipa alla coesione dello Stato, e i modi tradizionali di fondarla testimoniano chiaramente questo obiettivo. Chiamarli in causa, disconoscerli porta senza dubbio alla destrutturazione dell'unità familiare a cui oggi assistiamo. Senza modificare la nostra concezione del desiderio e dell'amore, la famiglia non può essere restaurata che a partire da un fondamento morale, ancora più rigido che in passato.
Considerare la cultura del desiderio un nuovo modo di fondare una stabilità amorosa, eventualmente familiare e comunitaria, richiede l'accesso a un'altra tappa del nostro divenire umano - quella in cui le relazioni con l'altro in quanto altro diventano una dimensione privilegiata. L'appropriazione, la proprietà, il possesso, su cui era fondata la famiglia, nonché la società, devono essere superati grazie a un rispetto reciproco fra le soggettività differenti.
La morale tradizionale ci sarà qui di poca utilità. Non ci insegna come lasciare l'altro seguire la sua via, incontrare chi lui, o lei, desidera, andare dove lui, o lei, vuole. E una semplice ingiunzione, fosse anche personale, non basterà. Questa, inoltre, si accompagna spesso a un fare come l'altro - per esempio, essere infedele al partner per non sentirsi ferito(a) o provare sentimenti negativi. Il che a volte significa adottare un atteggiamento amoroso nichilista in nome di un sedicente rispetto della libertà dell'altro e di sé stessi, o ancora trasformare il rapporto amoroso in un egoismo edonistico che pretende di soddisfarsi dell'istante, senza curarsi della durata dell'attrazione, dell'amore. Il che non risolve, umanamente, alcun problema nella relazione con l'altro. Si tratta piuttosto di imparare a trasformare un'attrazione naturale, un'affinità affettiva o culturale in un rapporto in cui l'aspirazione alla trascendenza può trasmutare, transustanzializzare gli affetti. Non è, però, questione di condividere una trascendenza comune bensì di elaborare il fra-due come luogo di cultura del trascendentale nato dall'attrazione nella differenza.
Attirata orizzontalmente dall'altro, l'energia diventa corrente ascendente per via dell'impossibilità di appropriarsi l'altro come tale. Per restare fedele al carattere carnale del desiderio l'energia deve tuttavia preservare un flusso discendente. Il mio modo di percepire l'altro si colloca quindi fra cielo e terra, e l'altro dovrebbe percepire me alla stessa maniera. Non più dunque un ambiente nel quale l'uno o l'altro sarebbe tenuto prigioniero, ma una sorta di angolo aperto su una prospettiva metastabile dove l'altro si muove, diviene senza poterlo fissare, bloccare in un dato orizzonte. Invece di proiettarmi sull'altro o nell'altro e tenerlo nel mio mondo, suppongo che lui abbia una sorgente propria e lo percepisco a partire da questa sorgente - il divenire di ciascuno essendo affidato anche all'altro.
Fra i due si custodisce, quindi, un divenire ancora da elaborare - per l'uno, per l'altro e per la loro relazione. Sorta di spazio sempre vergine preservato dall'attenzione che ciascuno presta all'altro nella sua trascendentale alterità.

(Fonte: Condividere il mondo, Bollati Boringhieri 2009, pp.46-70)