L'ineffabile
dai molti nomi

Paolo Ricca


Più si va avanti nella ricerca di Dio più si fa netta l'impressione di essere sempre sulla soglia del mistero; e non è che aumentando la conoscenza diminuisce il mistero, al contrario, il mistero si fa più grande. Accade qui il contrario di quel che accade di solito in altri campi del sapere umano, nei quali la conoscenza, avanzando, fa arretrare i margini del mistero. Nelle cose della fede dunque, la conoscenza, avanzando, dilata il mistero. Ecco perché si ha l'impressione di trovarsi sempre sulla soglia: perché è vero che si progredisce, ma è anche vero che l'orizzonte di Dio diventa sempre più vasto.
Tratterò dell'"Ineffabile" a partire dal Primo e dal Secondo Testamento, all'interno della tradizione ebraico-cristiana. Non tratterò di altri universi religiosi rispetto ai quali confesso la mia ignoranza. Nutro però una segreta speranza: che almeno qualcosa di quanto dirò possa trovare qualche eco nell'animo dei seguaci di altre religioni, perché in fin dei conti c'è un solo Dio e quindi dovrà pure accadere, un giorno (forse ancora lontano), che i nostri discorsi su Dio non risultino più estranei gli uni agli altri ma si avvicinino, si ascoltino, scoprano tra loro reciproche risonanze e consonanze e sfocino, infine, nella mirabile diversità dei linguaggi umani, in una grande polifonia della fede, che inneggi all'Uno da cui tutti proveniamo.

Ineffabile come Dio

Chi è l'Ineffabile dai molti nomi? Certamente è Dio, come vedremo e come già sappiamo. Ma anche tu sei un ineffabile dai molti nomi, ogni creatura umana, il neonato al quale dai un nome, e l'anziano con nome, cognome, sovente anche soprannomi, titoli, che qualche volta diventano più importanti del nome. Eppure creature ineffabili che sono un mistero anche per loro stesse. Non basta un nome per dire chi sei. Il nome, certo, serve per individuarti, ma non per svelarti. Non basta un nome, non bastano tutti i nomi del mondo per manifestare l'identità di una persona, per dischiudere il suo segreto, per togliere il velo sul suo mistero. Non soltanto Dio è l'ineffabile dai molti nomi, anche tu lo sei, lo è ciascuno di noi, ogni essere la cui vita palpita nell'universo. Tutti i nomi che portiamo ci sono stati dati da altri, ma anche se avessimo potuto scegliere il nostro nome (come forse accadrà in futuro), neppure noi avremmo saputo scegliere meglio, perché neppure noi sappiamo veramente chi siamo: siamo ineffabili, indicibili anche per noi stessi. L'ineffabilità non è dunque una caratteristica esclusiva di Dio, al contrario essa è comune a lui e a noi.
Ma perché siamo anche noi "ineffabili"? Perché ogni vivente lo è? Per due ragioni principali: la prima è che la chiave che spinge la vita non sta nella vita stessa; non basta vivere per capire che cos'è la vita. La seconda è che siamo creature provvisorie e incompiute, dobbiamo ancora mutare, dobbiamo crescere, dobbiamo essere trasformati nell'immagine di lui, «l'ultimo Adamo» (1 Cor 15, 45).
Ecco perché il nome nuovo che Dio darà – a ciascuno di noi (Cf Ap 2,17) e a Gerusalemme (cf Is 62,2) – ce lo darà solo alla fine: perché allora saremo definitivi e sarà tolto il velo che avvolge ogni essere vivente, perché Dio sarà tutto in tutti, e la sua luce renderà trasparenti tutte le cose. Ma fino a quel giorno nessun nome basterà a farci varcare le soglie dell'ineffabilità di Dio e di tutto ciò che è.

Ineffabile Dio

Perché Dio è ineffabile? Perché soltanto Dio parla bene di Dio, noi possiamo soltanto balbettare, come le donne quando, la mattina di Pasqua, incontrarono l'angelo della risurrezione. Dio è dentro ma anche sempre oltre le nostre parole, egli le trascende, solo nella sua Parola egli è pienamente immanente. Dio non si lascia imprigionare nella fissità dei nostri concetti né si lascia rinchiudere nel guscio delle nostre parole. Dio è ineffabile per la semplice ragione che colui che i cieli dei cieli non possono contenere, non può certo essere contenuto nei nostri dizionari, di qualunque cultura, di qualunque religione. Dio è ineffabile perché è troppo grande per le nostre parole. Dio non è semplicemente l'uomo al superlativo.
Ma c'è un secondo motivo, più profondo, che spiega l'ineffabilità di Dio. Dio "ineffabile" non vuol dire soltanto che Dio è oltre le nostre parole, quindi inesprimibile, indicibile, perché le sue vie non sono le nostre, i suoi pensieri non sono i nostri, le sue parole non sono le nostre. Dio è ineffabile anche in un altro senso: quando egli entra nel nostro linguaggio in qualche modo lo disarticola, lo scompagina, lo scombussola, lo rende frammentario, contraddittorio e comunque mutevole, perché anche Dio è mutevole, è un Dio vivente, non una statua immobile e impassibile. Dio è ineffabile nel senso che può essere detto solo in parte; questo non vuol dire che non si può dire nulla di lui, ma che non si può dire tutto. Così, ad esempio, possiamo e dobbiamo dire che Dio è luce e abita nella luce. Ma possiamo e dobbiamo dire anche, insieme a Salomone, che «il Signore ha dichiarato che abiterebbe nell'oscurità!» (1 Re 8, 12). Possiamo e dobbiamo dire che sul monte Sinai il Signore era «disceso in mezzo al fuoco» (Es 19, 18) e che al pruno ardente il Signore apparve a Mosè «in una fiamma di fuoco» (Es 3, 2). Ma quando apparve al profeta Elia, sul monte Horeb, il Signore «non era nel fuoco», bensì in «un suono dolce e sommesso» (1 Re 19, 12).
Possiamo e dobbiamo dire che Dio è perfetto e assoluto nella sua divinità. Ma possiamo e dobbiamo dire anche che Dio è Uomo, veramente e pienamente Uomo nella persona di Gesù di Nazaret. Questa contraddittorietà delle affermazioni su Dio lo rendono, in un certo senso, ineffabile. Dio è imprevedibile, anche per questo è ineffabile: ecco il terzo significato dell'ineffabilità. Prendiamo il celebre episodio del sogno di Giacobbe: una scala appoggiata sulla terra, la cui cima toccava il cielo; ed ecco gli angeli di Dio che salivano e scendevano sulla scala. Quando si sveglia, Giacobbe dice: «Certo, il Signore è in questo luogo, e io non lo sapevo». Dio è ineffabile nel senso che non viene svelato, la sua presenza passa inosservata. Dio è presente, ma tu non te ne accorgi. Per te è come se fosse assente. «Com'è tremendo questo luogo! .Questa non è altro che la casa di Dio, e questa è la porta del cielo» (Gn 28, 17). Un luogo qualunque della terra, un episodio qualunque della tua vita, si rivela improvvisamente come la casa di Dio, come la porta del cielo. Ma te ne accorgi solo dopo. Prima, Dio era ineffabile. Non potevi dire nulla, non sapevi dire nulla. È un po' così anche con il film della nostra vita: solo dopo, guardando indietro, ci accorgiamo di essere già stati visitati, ci accorgiamo, retrospettivamente, che «il Signore era in quel luogo, e noi non lo sapevamo». Dio era ineffabile, poi abbiamo cominciato a dire qualcosa.
Ecco dunque in che senso Dio è ineffabile: anzitutto perché trascende ogni nostra parola; infatti, come Dio è più grande del nostro cuore, così è anche più grande del nostro linguaggio. In secondo luogo, Dio è ineffabile nel senso che scompagina il nostro linguaggio, lo rende frammentario e contraddittorio quando vuole parlare di sé. Infine, è ineffabile perché è sfuggente, non dà nell'occhio, è presente e tu non te ne accorgi subito, te ne accorgi solo dopo e solo dopo cominci a parlare di lui.

Ineffabile, ma invocabile

Questa è la cosa più importante: non che Dio, sia ineffabile, ma che sia invocabile, poiché «chiunque avrà invocato il nome del Signore, sarà salvato» (Rm 10, 13). E per illustrare il fatto che Dio, benché sia ineffabile, è invocabile, ricorderò la storia di Agar, la schiava egiziana di Sara, che quando fu incinta per opera di Abramo cominciò a essere trattata duramente dalla sua padrona, tanto che fuggì lontano da lui nel deserto e Dio mandò un suo angelo a parlarle e a confortarla. Alla fine del colloquio Agar «chiamò il nome dell'Eterno che le aveva parlato Attà-El-Roi [cioè, "tu (sei) un Dio di visione", ossia "che vede"] perché disse: "Ho io, proprio qui, veduto andarsene colui che mi ha vista?"» (Gn 16, 13). In altre parole, Agar dà a Dio un nome nuovo, che corrisponde all'esperienza che ha fatto. Il Dio di Sara e di Abramo vede la schiava Agar ingiustamente maltrattata e quindi fuggiasca, la vede e la soccorre, perciò Agar chiama Dio "Il Vivente che mi vede". Che una schiava fuggiasca nel deserto chiami così Dio, è uno straordinario messaggio. Come Dio vedrà gli ebrei schiavi degli egiziani, così qui vede un'egiziana schiava degli ebrei. "Il Vivente che mi vede": che bel nome inventato da una schiava! Anche tu puoi inventare i nomi di Dio. Chiamalo come vuoi, come sai, come puoi: non hai bisogno di sapere il suo nome, daglielo tu, Dio ama tutti i nomi; fa' come Agar che, sulla base della sua esperienza, ha dato un nome a Dio. Non c'è bisogno di sapere il nome di Dio per invocarlo. In fondo "Dio" non è un nome, ma la somma di tutti i nomi passati presenti e futuri. Grazie, Agar, schiava egiziana, che ci dai il coraggio di dare anche noi un nome a Dio. Dio li accetta tutti, Dio li gradisce tutti. Egli è l'Ineffabile dai molti nomi. Prova anche tu a nominarlo con il nome che trascrive la tua esperienza con lui.

Ineffabile, ma affidabile

Noi facciamo grande caso al nome di Dio, giustamente perché è stato oggetto di una rivelazione particolare, anche se – per un singolare paradosso – l'unico nome di Dio che, secondo la Sacra Scrittura ebraica e cristiana, Dio stesso ha rivelato, quindi l'unico che dovremmo utilizzare perché l'unico autentico, è l'unico che da tempi remoti non viene mai utilizzato. L'unico nome con cui dovremmo chiamare Dio è il nome con cui non lo chiama mai nessuno. È un paradosso istruttivo: forse gli ebrei ci hanno insegnato a non pronunciare il "nome canonico" di Dio proprio per consentire a tutti di chiamare Dio con il nome loro familiare. Forse gli ebrei ci hanno insegnato che, in fondo, non c'è un "nome canonico" di Dio, e questo crea un'immensa libertà di parola, in rapporto a Dio. E Gesù ha fatto uso di questa libertà: egli ha stupito e forse anche scandalizzato la sua generazione, che parlava di Dio al superlativo (Onnipotente, Altissimo, Eccelso), parlando di Dio al quotidiano e chiamandolo "papà", "papà mio", "padre mio". Non importa che Dio sia ineffabile, importa che sia affidabile, come un padre è affidabile per il bambino. Affidabile è più importante che ineffabile, ed è proprio questa affidabilità di Dio, più che la sua ineffabilità, che Gesù ha messo così bene in luce con il titolo di "Padre".

Ineffabile, ma reperibile

C'è una parola con la quale desidero terminare questa meditazione sull'Ineffabile dai molti nomi. È una parola del profeta Isaia che l'apostolo Paolo riprende nella Lettera ai Romani:

Sono stato cercato da quelli che prima non chiedevano di me,
sono stato trovato da quelli che prima non mi cercavano;
ho detto "Eccomi, eccomi"
a una nazione che non portava il mio nome
(Is 65, 1; cf Rm 10, 20).

Questa stupenda profezia può essere accostata a quella del profeta Ezechiele che, parlando della Gerusalemme futura, dichiara (è l'ultimo versetto dell'intero libro): «Da quel giorno, il nome della città sarà: Là è il Signore» (Ez 48, 35). Ineffabile, ma reperibile: è più importante che sia reperibile che ineffabile. Reperibile da parte di coloro che non lo cercavano, reperibile da parte di coloro che non chiedevano di lui. Verrà il giorno in cui la città dell'uomo – non soltanto Gerusalemme – riceverà un nome nuovo: Là è il Signore. Allora, il nome di Dio e il nome dell'Uomo saranno un tutt'uno. Il tuo nome sarà: Il Signore è qui.

(Vari, La preghiera, respiro delle religione, Ancora 2000)