La preghiera

nel protestantesimo

Paolo Ricca

Come nelle altre confessioni cristiane, la preghiera occupa un posto centrale nell'esperienza di fede protestante. Centrale, sia nel protestantesimo detto storico (che è quello delle grandi Chiese con alle spalle una tradizione plurisecolare: luterani, riformati, battisti e metodisti) sia nel protestantesimo carismatico (che è quello pentecostale nelle sue varie ramificazioni). La glossolalia o il parlar in lingue, che ha contraddistinto il movimento pentecostale all'origine fino a diventarne un tratto distintivo, è una forma di preghiera.
La Riforma del XVI secolo è stata anche una riforma della preghiera. Questa riforma è sostanzialmente aticolata in tre critiche:
• critica della preghiera intesa come opera meritoria e come tale inclusa nelle "pene" o "azioni penitenziali" inflitte ai peccatori;
• critica delle preghiere ripetute, in obbedienza alla parola di Gesù: «Non usate troppe parole come i pagani che credono di essere esauditi per l'abbondanza delle parole»;
• critica delle preghiere rivolte a Maria e ai santi, in quanto la preghiera cristiana deve essere rivolta unicamente a Dio nel nome di Gesù Cristo.
La centralità della preghiera nella Riforma risulta anche dall'architettura del Catechismo, grande strumento di alfabetizzazione cristiana di base nel XVI secolo. Esso comprende tre parti: il Credo, i Dieci Comandamenti e il Padre nostro, che insieme costituiscono l'essenza del Cristianesimo. Non solo: Lutero (affiancato anche da Calvino e da altri Riformatori) ha scritto una serie di brevi preghiere che ancora oggi vengono imparate e recitate la mattina, prima e dopo i pasti, la sera prima di addormentarsi. Dal XVI secolo a oggi, molte cose sono cambiate e la preghiera ha subìto una disamina severa non solo al suo interno (Gesù stesso è stato un critico puntiglioso della preghiera) ma anche dal di fuori. Ricordiamo a titolo di esempio tre critiche. Per Kant la vera preghiera è l'azione morale e la preghiera fatta di parole può essere, nella migliore delle ipotesi, un esercizio di allenamento e preparazione all'azione, una palestra spirituale in vista dell'azione morale. Secondo Feuerbach la preghiera è un atto di sdoppiamento dell'Io nel quale l'uomo «oggettiva il suo cuore», dialoga con se stesso, ma con un sé sconosciuto, perduto, da ricuperare; perciò con la preghiera l'uomo prende coscienza di un sé incompiuto, ancora da realizzare. Freud, infine, sostiene, come è noto, che la nostalgia del padre è la radice del bisogno religioso e la nostalgia del grembo materno è la radice della preghiera: di fronte alle difficoltà e alla durezza della vita l'uomo si ricorda del calore rassicurante e del senso di protezione che gli offriva il grembo materno e la preghiera è l'invocazione di quel grembo. Dunque un atteggiamento regressivo che collega l'angoscia con l'illusione che la placa o sembra placarla.
Summa: non siamo ingenui. Sappiamo che la preghiera è rara, ci sono molte preghiere apparenti: preghiere-spettacolo, preghiere-monologo, preghiere-esibizione, preghiere e superstizione, preghiere non preghiere. Possiamo quindi concludere che è difficile pregare.
Infine riteniamo opportuno offrire qualche spunto di riflessione:

1. Insegnaci a pregare. Non si finisce mai di imparare a pregare. Sovente restiamo infantili nella preghiera anche se la fede è adulta. Siamo molto ripetitivi: preghiere troppo uguali, troppo prefabbricate. «Quand'ero fanciullo...». Insegnaci a pregare: insegnaci a rinnovare le nostre preghiere.

2. Non sappiamo pregare come si conviene. Anche l'apostolo Paolo avvertiva la propria inadeguatezza, tanto da invocare che «lo Spirito Santo interceda per noi con sospiri ineffabili». La verità è però che Dio abita dentro chi prega. Per Kierkegaard «pregare è respirare». Preghiera, quindi, è Dio che respira dentro di noi. Dio non solo si trova davanti e fuori ma anche dentro. Questo non significa che egli diventi il nostro io o si confonda con esso: egli resta un tu, però interno e non più esterno.

3. Qui le esperienze religiose si dividono: a differenza di quelle che istituiscono con Dio un rapporto più impersonale, la religione biblica, e quindi cristiana, vede in Dio un Essere Personale al quale ci si rivolge come a un tu che è nello stesso tempo dentro e fuori di noi, valorizzando la qualità dialogica dell'essere umano.

4. Pregare significa non rimanere, davanti o in rapporto a questo tu, in una posizione di spettatore. Afferma Kierkegaard:
Perché il diritto della conoscenza abbia valore, bisogna avventurarsi nella vita, in mare aperto, e gridare a Dio chiedendo se non voglia ascoltarci, non restare a riva a guardare gli altri che lottano e si scontrano (con la realtà): soltanto allora la conoscenza raggiunge la propria autenticazione, e in verità è tutt'altra cosa star ritti su una gamba e dimostrare l'esistenza di Dio o invece ringraziarlo in ginocchio.

Pregare significa abbandonare la posizione dello spettatore e rischiare la fede.

5. La fede è preghiera: i vari tipi di preghiera rivelano altrettanti aspetti della fede:
• la preghiera di invocazione rivela la fede come appello;
• la preghiera di contemplazione e adorazione rivela la fede come stupore;
• la preghiera di confessione di peccato rivela la fede come trasparenza;
• la preghiera di lamento rivela la fede come protesta;
• la preghiera di intercessione rivela la fede come partecipazione;
• la preghiera di lode rivela la fede come "sì".

6. La preghiera si traduce in parola ma anche in un nuovo modo dí essere, in un atteggiamento. La preghiera parlata è in funzione della preghiera come modo di essere. Esiste una preghiera vivente che si concretizza assumendo un atteggiamento fondamentale di apertura, di offerta di sé, di desiderio di relazione.
Insegnaci a pregare: insegnaci a diventare preghiera.