Introduzione a: Pastorale giovanile in un mondo secolarizzato

Inserito in NPG annata 1970.


(NPG 1970-08/09-04)

 

NON DISINCARNIAMO
CIÒ CHE DIO HA INCARNATO

1 - Non parliamo di fuga dal mondo, ma di fuga dal superficiale al profondo della realtà, là dove è riflesso il volto di Dio.
2 - Non parliamo di un andare aldilà delle nostre cose, ma al di dentro, come continuamente propone la «Gaudium et Spes»: il profondo, il segreto, il mistero delle realtà umane.
3 - Non parliamo di un Dio nell'alto dei cieli, ma di un Dio nel cielo di cia•scuna persona, quale suo creatore, incarnato e redentore.
4 - Non parliamo di dimenticare il mondo per intrattenersi con Dio ma di
intrattenersi con il Salvatore del mondo, con Dio impegnato a fare nuove tutte le cose.
5 - Non parliamo di virtù angeliche, ma di virtù umane, di amore divenuto sempre più eterno e universale, di povertà per condividere con altri il benessere regalatoci dal Padre, di filiale obbedienza al Padre nei suoi ministri.
6 - Non collochiamo il deserto come lontananza dalle cose, ma come interiorità delle cose, non come un andare altrove, ma come un andare nel profondo.
7 - Non parliamo di mortificazione delle cose, come se a Dio piacessero le cose rese morte, ma di liberazione dal male.
8 - Non poniamo il cielo lassù, nella lontananza spaziale, ma quaggiù nel profondo del cuore umano, là dove ognuno esce creato dalle mani di Dio.
9 - Non poniamo la vita eterna dopo quella terrena, ma al di dentro di ognuno come già presente, anche se destinata a rivelarsi dopo.
10 - Non poniamo il progresso spirituale nel senso dell'emigrare, dell'andare via, ma nel senso ontologico dello scavare, dell'andare dentro, verso la radice.
11 - Non diciamo di toglierci dal mondo, ma di toglierci dal male del mondo, per togliere il male dal mondo.

PASTORALE GIOVANILE
IN UN MONDO SECOLARIZZATO

Ha scritto Y. Congar: «L'ostacolo più serio su cui inciampano gli uomini del nostro tempo nel cammino della fede è la mancanza di continuità che essi credono di intravedere fra fede in Dio e valori umani. È necessario scoprire e mostrare a tutti l'intima reciproca connessione di queste realtà.
E questa sarà la risposta positiva più convincente alle istanze dell'incredulità moderna».
Le riflessioni di Congar danno voce e registrazione ad un dato di fatto che si respira, disciolto nell'aria. Gli operatori pastorali, nella misura in cui sono aperti a cogliere i segni dei tempi, avvertono che l'interesse acceso verso l'uomo, verso i suoi problemi e le sue aspirazioni, restringe sempre di più lo spazio di una religione formale e tradizionale.
L'amore per l'uomo minaccia di diventare disinteresse verso Dio, quando questi dati si mettono in concorrenza scavando un fosso di discontinuità tra l'uno e l'altro.
Alla luce di questo grosso problema, assumono rilevanza i tanti assilli, difficili da catalogare, proprio perché sono il tessuto della vita pastorale di tutti i giorni. Incombe sempre il pericolo di parlare un linguaggio da iniziati; di affannarsi attorno a urgenze marginali, senza cogliere il cuore delle situazioni; di fare proposte destinate a cadere nel vuoto, per mancanza di aggancio esistenziale.
La tentazione di incrociare le braccia, abbandonando il campo e lasciando le cose andare per il proprio verso, si colora di motivazioni suggestive, in cui il fascino istintivo decanta la capacità di razionalizzazione: il rispetto alla libertà diventa accettazione storicista del dato di fatto; il culto per la spontaneità giovanile brucia incenso all'idolo dello spontaneismo; la tensione verso una ricerca condotta assieme, mano nella mano, educatori e giovani, si fa rinuncia a giocare il proprio ruolo; il ricambio continuo di valori, imposto dalla accelerazione del nostro tempo, porta alla sfiducia nei valori trascendenti.
Per qualcuno, invece, il problema non esiste affatto: è inventato a tavolino dai soliti intorbidatori d'ogni acqua chiara. Le cose vanno bene, si dice: i giovani, «i miei giovani», non sono affatto sfiorati da questi problemi nuovi, sono quelli di prima, di sempre.
Tra le due posizioni estreme, con il buon senso innato che ci caratterizza, molti operatori della pastorale giovanile italiana sono approdati ad una diagnosi più disponibile: il polso della realtà esige un notevole cambio di rotta. Ma, nonostante tutto, la speranza può ancora essere di casa; l'attività pastorale ha ancora un senso e può ancora aprirsi a risultati significativi, se si «converte», se crede, nella prassi quotidiana, che «chiunque voglia fare all'uomo d'oggi, un discorso efficace su Dio, deve muovere dai problemi umani e deve tenerli sempre presenti nell'esporre il messaggio» («Il rinnovamento della catechesi», 77). Il punto cruciale è, come sempre, il «come»: la traduzione cioè dalle certezze generiche e dalle affermazioni programmatiche, alle singole situazioni di vita, più ampie, più differenziate, dove il ritmo di urgenza è tale da mozzare il fiato.
Da queste premesse, si è mossa la Rivista Note di Pastorale Giovanile, per organizzare un incontro di studio sul tema: Pastorale giovanile in un mondo secolarizzato.
Ci siamo chiesti (girando la domanda ad un gruppo assai qualificato di relatori e ad un centinaio di operatori pastorali, invitati personalmente per la competenza, l'esperienza e la capacità di riflessione critica) quale volto debba assumere, oggi in Italia, la pastorale giovanile, per ricostruire un dialogo di salvezza tra i giovani e Cristo, «introducendoli nella pienezza della sua umanità, per farli entrare nella pienezza della sua divinità» («Il rinnovamento della catechesi», 60).
Ogni seduta di studio apre nuovi interrogativi. Così anche per noi.
Le riflessioni emerse non sempre sono approdate a conclusioni pratiche, da immettersi, prefabbricate, nella mischia delle cose quotidiane.
Anche di fronte alle istanze più concrete, conviene richiamarsi reciprocamente la necessità di commisurare interventi e proposte al tono reale del proprio ambiente di lavoro: una statistica sulle densità di secolarizzazione dei giovani italiani è necessariamente inadeguata, perché livella a valori di media i toni più elevati a quelli meno sviluppati.
Del resto, uno dei contributi più significativi della secolarizzazione è forse la distruzione radicale del «prét-à-porter» in teologia e in pastorale, e l'invito all'umiltà e alla prudenza nell'esprimere giudizi di valutazione. Per questo, chi leggesse d'un fiato queste pagine, assillato dai mille problemi in cui è dentro, si ritroverebbe, alla fine, deluso. Con tante istanze tra mano, ma nessuna alla sua portata diretta: tutte da elaborare.
E forse con qualche interrogativo in più, con il pungolo di un mondo giovanile che incombe, che ha fretta, che ha fame di sicurezza, di autenticità, di salvezza, di Dio. Anche se non lo dice, anche se grida il contrario.
Se ai nuovi problemi gli si è aggiunto – al nostro coraggioso lettore – un pizzico di speranza, nella certezza che la risurrezione fiorisce nella morte, possiamo tirare somme positive.
Ed era quello che cercavamo.

SECOLARIZZAZIONE ED EDUCAZIONE

La concretezza pastorale esige di partire dai fatti, per valutarne portata e incidenza.
Questa affermazione, riletta nel contesto del rapporto tra secolarizzazione e pastorale giovanile, ha un doppio risvolto pratico:
• Fino a che punto, oggi in Italia, la «secolarizzazione» è un fatto?
• Il livello di densità raggiunto influisce nel processo educativo? O meglio: l'ambiente esterno, il «clima» che si respira, ha una incidenza pratica in campo di educazione?
(In generale e nei termini particolari in cui la secolarizzazione è diventata fatto sociologico).
La seconda domanda è pregiudiziale a tutto lo studio.
Ad essa risponde questo articolo di Milanesi.
A prima vista, potrebbe sembrare uno dei tanti interrogativi retorici, con il solito facile e pronto «Sì, eccome!».
Trasportato dal piano generico a quello tecnico del come, del fino a che punto, del perché, giustifica appieno un intervento specifico.
Lo pensiamo capace o di risvegliare un torpore rassegnato, di fronte all'ineluttabilità dei condizionamenti, di «clima»«; o di costringere ad una presa di coscienza sulla inadeguatezza di molte nostre proposte pastorali, destinate a stemperarsi in un contesto refrattario.

Parte prima
ANALISI DELLA SECOLARIZZAZIONE

Ci è parso inadeguato e pericoloso dare per scontato il fatto della secolarizzazione o, peggio, fare di ogni erba un fascio, catalogando sotto la voce «secolarizzazione» le istanze più disparate.
Da qui la dinamica di questa prima parte del nostro studio.
Le prospettive sono due, corrispondenti alle dimensioni di ogni movimento nuovo.
1. Sono passate in rassegna, in primo luogo, le radici da cui il fenomeno ha avuto origine e i contenuti teologici che esso porta avanti. Questa ricerca apre una chiarificazione di termini. Le origini sono tante e tanto disparati i contributi, che è necessario operare una attenta immediata discriminazione.
Tutto ciò non comporta ancora un giudizio critico: ma è premessa indispensabile ad una valutazione che voglia essere sicura e disponibile.
Questo lo studio di José Ramos-Regidor.
2. Se il compito del teologo è l'indagine sul fenomeno in sé, al sociologo spetta la ricerca sulla densità reale del fenomeno e sui risvolti particolari che esso assume, in un dato contesto.
Esistono varie inchieste sui giovani italiani, anche se non specifiche né generalizzabili.
Ad una loro rilettura, rimandiamo la risposta all'interrogativo: a che livello di secolarizzazione sono di fatto i giovani italiani?
Gli stralci di inchieste pubblicati qui di seguito hanno come commento ideale le note di Gian Enrico Rusconi.
AI termine di questi studi, abbiamo tra mano il diagramma ideologico e quantitativo della secolarizzazione, riferita ai giovani italiani. 

Densità di secolarizzazione dei giovani italiani 

Non esiste uno studio comparato sul problema – del resto pregiudiziale – della densità reale di secolarizzazione dei giovani italiani. Una serie di inchieste può fornire un diagramma d'insieme indicativo. Ogni intervento deve essere correlazionato a coloro con cui di fatto si dialoga. La densità quindi di secolarizzazione va percepita dal singolo operatore pastorale, nel proprio ambiente concreto di lavoro. Per guidare tale rilevamento, offriamo alcuni quadri che ci sembrano particolarmente significativi ed alcune annotazioni di interpretazione del prof. Gian Enrico Rusconi, autore, tra l'altro, di una delle opere più stimolanti e documentate sull'argomento. 

Parte seconda
VALUTAZIONE DELLA SECOLARIZZAZIONE

Realismo pastorale non significa accettazione acritica di ogni fatto nuovo, per la sola motivazione storicista della sua esistenza.
La secolarizzazione va soppesata attentamente, va «valutata», prima di studiarne le incidenze e i cambi di rotta che impone alla pastorale giovanile.
D'altra parte, però, la realtà è talmente vivace che difficilmente accetta di essere inquadrata negli schemi freddi di un parametro valutativo. Anche perché è abbastanza difficile, oggi, costruirsene uno sicuro e sperimentato, pronto da essere applicato.
Forse uno dei primi contributi della secolarizzazione è proprio la riscoperta di una certa umiltà nel giudicare.
Le note che seguono sono la sintesi di una tavola rotonda sul tema, condotta da José RamosRegidor, Alfonso Pompei, Giancarlo Negri. Per evitare ogni integrismo, abbiamo invitato più voci.
Si è tentato di smontare la macchina, per esaminarla, pezzo su pezzo:
• rischi e minacce della secolarizzazione (J. Rannos-Regidor),
• punti fermi per l'oggettività della fede (A. Pompei),
• ripensamento e rinnovamento da attuare: prospettive teologiche (J. Ramos-Regidor), prospettive antropologiche (G. Negri).
Le conclusioni immediate sono lasciate alla responsabilità pastorale di ogni operatore.

Parte terza
APPLICAZIONE ALLA PASTORALE GIOVANILE
 

Un punto critico, in ogni Impianto pastorale, è la traduzione dai termini vaghi di un discorso nuovo, ai mille problemi spiccioli che avverte chi è a contatto diretto con la vita.
Per stare al nostro tema, questo processo impegnativo di stimolo alla concretezza, esige contemporaneamente
– conoscenza sicura dei contenuti della secolarizzazione e dei cambi di rotta che essa impone;
– percezione del polso del proprio ambiente, della «realtà di tutti i giorni», per non imprimere un ritmo di cammino sproporzionato, o per eccesso o per difetto.
Quello che ci prefiggiamo, in questa ultimo parte dello studio, è qualcosa di intermedio: un tentativo di applicare, più da vicino, la secolarizzazione alla pastorale giovanile, per guidare (senza condizionare) i « dunque » operativi di ciascuno.
Abbiamo adottato la solita formula pastorale della Rivista, per chiederci:
1. Qual è il volto nuovo delle istituzioni e dei gruppi giovanili, in clima di secolarizzazione? (applicazione al settore della esperienza di comunione, di fare chiesa).
2. Di quale catechesi ha bisogno il giovane secolarizzato d'oggi, per rimettersi in dialogo di amore con il Signore che salva?
(applicazione al settore della formazione della coscienza).
3. Una liturgia in cui il giovane e i gruppi giovanili possano trovarsi a proprio agio, oggi, quale movimento interno deve assumere? (applicazione al settore dell'attività liturgica).
Più volte si è ripetuto che i tre settori della pastorale giovanile rispondono soprattutto ad una distinzione metodologica, perché sono frequenti le reciproche sovrapposizioni.
Una riprova nasce dagli studi che seguono.
I collegamenti scaturiscono non solo da una convergenza d'impostazione, ma da quella unità e organicità della persona umana che la secolarizzazione ha fatto ritrovare, come unica risposta alla frammentarietà antropologica di una teologia troppo illuminista e alla spersonalizzazione della civiltà della tecnica.