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La fede tra

«stare» e «andare»

Lidia Maggi

Siamo esseri di desiderio, affascinati dalla vita piena annunciata da Cristo. E osiamo sperare che la risurrezione di Gesù riguardi anche noi. Di fronte, però, alle forze mortali, questa fede è messa a dura prova.
Non termina tutto con la morte, una genesi al contrario?
L’umanità non è destinata al sepolcro, costretta a percorrere a ritroso il cammino della nascita?
Signore, rotola la pietra e scioglici dai legami della morte! Con questa invocazione, che nasce dal desiderio e sfida l’evidenza, entriamo nel giardino della risurrezione, luogo in cui l’evangelista Giovanni annoda i diversi fili della trama. Di quella biblica, innanzitutto: viene riaperto il giardino dell’Eden e quello del Cantico trova qui il suo compimento, nell’incontro di chi vive un amore più forte della morte. Ed anche la trama del Quarto Vangelo.
A metà del quale troviamo la resurrezione di Lazzaro: l’ultimo dei «segni», posti da Gesù per esprimere il sogno di Dio; e insieme, anticipo della sua «ora», quando, per amare i suoi «fino alla fine», deve anche Lui affrontare la morte ed essere deposto in un luogo a parte, lontano dai viventi.
«Dove l’avete deposto?» (11, 34), chiede Gesù a proposito dell’amico Lazzaro. «Dimmi dove l’hai deposto…» (20, 15), domanda la Maddalena al presunto giardiniere.
Dove va a finire la vita?
Perché continuiamo a cercarla, anche a tempo scaduto?
Per Giovanni, è decisivo il legame affettivo. Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro (11, 5; cfr. v. 36); e la Maddalena viene descritta come la ragazza del Cantico, «malata d’amore». Il pianto di Maria (20, 13.15), come il turbamento di Gesù (11, 33) manifestano un amore che si oppone alla perdita.
I due racconti di resurrezione allestiscono la scena della resistenza amorosa e suggeriscono che solo essa possa generare una ri-esistenza.
Entrambi, poi, illustrano una dinamica dei movimenti, che implica uno «stare» ed un «andare», dando forma al cammino della fede. Per Giovanni, lo «stare» è l’elemento di congiunzione tra la scena del Golgota e quella del primo giorno della settimana.
Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena (19, 25). Nel giardino della resurrezione, Maria se ne stava fuori vicino al sepolcro a piangere (20, 11). Stare è verbo chiave del racconto di Giovanni.
Dalle prime battute, quando due discepoli del Battista vanno a vedere dove abita Gesù e stanno con Lui tutto il giorno (1, 39); agli insegnamenti del Maestro sul rimanere in Lui, come il tralcio sta unito alla vite (15, 1ss); fino alla fine, quando il Risorto rimane grazie alla testimonianza del discepolo amato, Scrittura destinata a stare fino al suo ritorno (21, 21ss).
Lo «stare» di Giovanni significa sempre decidere di restare, senza fuggire, operare sui tempi lunghi, superando la tentazione della resa, come quando, sul Golgota, tutto sembra finito e non resta che tornare sui propri passi, in preda alla delusione e allo sconforto. Esprime tenacia, pazienza del leggere, senza lasciarsi tradire dalla fretta di giudizi sommari, di emozioni altalenanti. Ma perché lo «stare» non degeneri in un immobilismo passivo, come quello della pietra del sepolcro, che invece deve essere tolta, ecco che nel giardino della Pasqua risuona l’imperativo opposto: va’ dai miei fratelli (20, 17). Stare e andare, entrambi ingredienti necessari alla fede nel crocifisso risorto. E tutti e due così rari nel nostro presente.
Siamo incapaci di «stare», noi che viviamo vite di corsa, che agiamo su più fronti (multitasking!), mossi dall’urgenza di trovare soluzioni immediate (problem solving!).
La comunità inoperosa che scommette sul rimanere in ascolto della Parola, che la medita e la custodisce, attendendo con perseveranza una luce dall’alto, è continuamente sottoposta al sospetto di inefficienza e inutilità.
Eppure, proprio quell’accelerazione che irride lo «stare», si ritrova a non sapere più dove si stia andando, spostando i problemi più che risolverli, provando tutto e non concludendo niente. E così, anche l’«andare» fa problema, oggi. Certo, ci muoviamo spasmodicamente, ma è come se girassimo a vuoto. E una volta finita la carica, eccoci a terra, tristi e depressi, con la sensazione che, in fondo, niente valga veramente la pena.
La pasqua ci richiama ad una sapienza che stiamo perdendo. Il racconto di Giovanni ne evidenzia la grammatica: quella che dà voce al desiderio inquieto che abita i cuori di chi ama la vita e se ne prende cura, coltivando relazioni profonde; quella di chi non fugge la vita, ma sceglie di starci, con consapevolezza e tenacia; e si muove in essa, vincendo la paralisi della morte, andando oltre i tanti sepolcri che ci tengono in ostaggio.
Qui intuiamo la sfida della Pasqua: che anche noi, come Gesù, possiamo risorgere, fin da subito.
Che anche le nostre fughe frettolose o le nostre pietre pesanti possano non avere l’ultima parola.
Fanno esperienza della potenza della vita quanti scelgono di «stare», di fermarsi ai piedi di Gesù, in ascolto della sua Parola. La quale, poi, ci dirà di «andare», indicandoci il cammino da percorrere, rimettendoci in piedi e facendo delle nostre comunità stanche delle chiese in uscita, capaci di scommettere sull’amore e di tessere legami con gli altri fratelli di Gesù.

(Fonte: “Riforma” - 14 aprile 2017)

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