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Gesù risorto appare a una donna: perché?

La femminile ostinazione

di Maria Maddalena

Marina Corradi 

Nel Regina Coeli del Lunedì dell’Angelo il Papa ha fatto notare il grande spazio che le donne hanno nei racconti delle apparizioni di Cristo risorto; e come queste testimonianze dicano di un «legame speciale» della donna con Cristo. Ma in che cosa può consistere questo legame? La memoria dell’incontro di Maddalena si è tramandata nei secoli. Ancora oggi a Pasqua nelle chiese si sente cantare un canto antico: «Dic nobis Maria, quid vidistis in via? Sepulcrum Christi viventis, et gloriam vidi resurgentis... (Raccontaci, Maria, che hai visto sulla via? La tomba del Cristo vivente, la gloria del risorto...). Una traslazione del capitolo 20 del Vangelo di Giovanni, dove l’apostolo riferisce ciò di cui fu testimone. L’andare all’alba di Maria di Magdala al sepolcro, il trovarlo vuoto, il suo correre da Pietro e Giovanni, che con i loro occhi pure vedono la tomba vuota. Ma, dopo avere visto, i due tornano a casa. Solo Maddalena resta. Solo a lei, secondo Giovanni, uno sconosciuto domanda: donna, perché piangi? E quando la chiama per nome, lei infine lo riconosce. La testimonianza delle donne, ha ricordato il Papa, nella società ebraica non aveva valore giuridico. La parola di una donna valeva ben poco. E allora perché, per annunciare l’evento più straordinario della sua vita terrena, quell’evento che taglia e rivoluziona la storia, Cristo sceglie una donna? Fra le righe del capitolo 20 di Giovanni si legge che Maddalena si reca al sepolcro «di buon mattino, quando era ancora buio». Gli apostoli dormivano, annichiliti dalla delusione e dalla paura; ma lei si alza che ancora è notte, nemmeno aspetta che la luce renda più sicuri i vicoli di Gerusalemme. Ha solo un pensiero in mente: andare alla tomba. (Come una donna che vada a piangere sul suo amore perduto, o una madre che non possa staccarsi dalla lapide che porta il nome del figlio: l’ansia di Maddalena è così femminile nella sua totalità travolgente). Il suo dolore supera e cancella ogni ragionevolezza e convenienza. Inseguendo quei passi nel chiarore incerto di un’alba, pare di sentirne lo scalpiccio affannato, il frusciare delle gonne lunghe sul selciato. Non procedeva forse così svelta e determinata che anche gli ultimi nottambuli si ritraevano stupiti, e la lasciavano passare? Poi, quando Pietro e Giovanni se ne sono ritornati a casa, lei rimane. Lì, impietrita, come se il tempo non esistesse più o non avesse più alcun valore. Piange. La sfiorano due angeli, lei non sembra neanche trasalire. Non sussulta nemmeno quando quello che le sembra il custode del giardino le domanda: perché piangi? Maddalena insiste, ostinata: dimmi dove hai messo il suo corpo, e io andrò a prenderlo. E poi il momento più straordinario della storia è per lei: la prima cui si manifesta il Dio tornato dalla morte. Lo avrà abbracciato, o gli sarà caduta davanti in ginocchio? Di certo stringe Gesù e non vuole più lasciarlo, se lui le deve dire: non mi trattenere. È così naturalmente femminile il modo dell’amore che Maddalena porta a Cristo. Così femminilmente concreto; lei "deve" andare al sepolcro per prima, lei non si rassegna a non sapere dove sia il corpo. Lei infine vorrebbe che quell’abbraccio durasse per sempre. In una fisicità materna, in un non potersi contentare di parole ma avere bisogno di toccare, di stringere, quasi di cullare. E quell’uscire di Gesù dal buio del sepolcro pare una nuova nascita; in cui il figlio trovi per prime le braccia di una donna, colei la cui natura è accogliere. Perché, allora, come prima testimone una donna, la cui parola fra gli Ebrei non contava nulla? Forse per quella femminile ostinazione che non la lasciava dormire, né rassegnarsi. I due uomini vanno, e lei rimane. Come se per la donna, che dà la vita, la morte fosse più visceralmente intollerabile; come se contraddicesse, profanasse la sua più profonda natura. O come se addirittura il Figlio tornato dal vertiginoso buio degli inferi volesse braccia di donna a stringerlo – a riaccoglierlo, maternamente, fra i vivi.

(Avvenire - 11 aprile 2012)

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