Come educarsi

alla conoscenza

delle emozioni

Eugenio Borgna

Conosciamo noi stessi, conosciamo le emozioni e le passioni che sono in noi? Conosciamo i nostri pensieri, ma è più difficile conoscere le nostre emozioni e le nostre passioni.

Le emozioni e le passioni

Le emozioni e le passioni si intrecciano le une alle altre, e le une e le altre fanno parte della sfera affettiva della vita. Come diceva Nicola Abbagnano, le emozioni sono flutti che rompono le dighe, e le passioni sono correnti sotterranee che smuovono il sottosuolo: le emozioni sono stati di ebbrezza, nascono, crescono e muoiono, più o meno rapidamente; le passioni invece sono malattie che hanno talora bisogno di un medico dell'anima.
Le passioni, e non le emozioni, possono mettere in pericolo le scelte razionali della nostra vita, si riconoscono più facilmente delle emozioni, e nondimeno le une sconfinano nelle altre. Ma, in ogni caso, vorrei ora parlare delle emozioni, della loro fenomenologia e della loro influenza sulla vita.

Cosa sono le emozioni?

Le emozioni non si distinguono nella loro sfera semantica dai sentimenti e dagli stati d'animo, e sono molteplici. Ne dice cose bellissime Sant'Agostino nelle Confessioni: «Quale abisso l'uomo medesimo, di cui tu, Signore, conosci persino il numero dei capelli senza che nessuno manchi al tuo conto! Eppure è più facile contarne i capelli che i sentimenti e i moti del cuore».
Le emozioni dicono quello che avviene in noi, nella nostra psiche, nella nostra interiorità, nella nostra anima. Le emozioni nascono immediatamente in noi ed è necessario imparare a riconoscerle. Ci sono emozioni liete, come la gioia, la felicità, la tenerezza, la serenità, la nostalgia, l'amore, l'amicizia; e ci sono emozioni dolorose, come la tristezza, l'inquietudine dell'anima, lo smarrimento, la disperazione. Le emozioni hanno come loro caratteristica comune il portarci fuori dai confini del nostro "lo", e il metterci in contatto, in risonanza, con il mondo delle persone e delle cose. Ci sono le emozioni e c'è il pensiero, c'è la vita emozionale e c'è la vita della ragione, e solo nella misura in cui ci siano concordanze fra l'una e l'altra, la vita ritrova il suo senso.

Le emozioni e la ragione

Riconoscere il senso e il valore delle emozioni, ridare ad esse dignità conoscitiva, non significa negare il senso e il valore del pensiero. Il pensiero non può fare a meno di un background emozionale, e questo perché la ragione astratta, la ragione "de-emozionalizzata", non coglie se non alcuni aspetti del reale. Come si sa, Giacomo Leopardi ha scritto nello Zibaldone che la ragione non è mai così efficace come la passione e che non bisogna estinguere le passioni con la ragione, ma convertire la ragione in passione e fare in modo che divengano passione il dovere, la virtù, l'eroismo e tante altre cose. Ma egli è giunto a dire con parole sferzanti che «la ragione pura e senza mescolanza è fonte immediata e per sua natura di assoluta e necessaria pazzia».
Certo, sono parole di radicale contestazione della conoscenza razionale ma sono in ogni caso parole che ci dicono come in vita non si possa fare a meno delle passioni e delle emozioni.

Come riconoscere le emozioni

Le emozioni, il loro sconfinato arcipelago, non si possono riconoscere né in noi né negli altri senza una continua ricerca di quello che avviene nella sfera sconfinata della nostra interiorità. Ma questa ricerca è possibile solo se siamo educati all'introspezione e all'immedesimazione, e cioè a "metterci nei panni degli altri", ascoltando quello che gli altri ci dicono, interpretando i loro sguardi e i loro occhi che, come diceva Marcel Proust, sono le «finestre dell'anima». Non lasciamoci distrarre dalle convenzioni e dalle apparenze, ma cerchiamo senza sosta di ascoltare non solo le parole, ma il silenzio, che è un altro modo di parlare.
Le emozioni, insomma, sono indispensabili nel metterci in relazione con gli altri, ma per riconoscerle è necessario essere animati dalla passione dell'ascolto di sé e degli altri. E non si deve mai dimenticare che le emozioni influenzano i nostri pensieri e, cosa ancora più importante, che le nostre decisioni sono a loro volta influenzate dalle nostre emozioni. Anche nella soluzione di problemi di matrice razionale, come quelli collegati con il gioco degli scacchi, le emozioni hanno una loro importanza. Non stanchiamoci di guardare dentro di noi, dentro la nostra interiorità, analizzando le emozioni, che nascono in noi nelle diverse situazioni della vita, ricordando, come diceva ancora Sant'Agostino, che la verità abita nella nostra interiorità, ed è necessario dimorare in essa, sottraendoci alla distrazione e all'indifferenza, se vogliamo cogliere il senso della nostra vita.

Le emozioni nell'adolescenza

Non è possibile parlare di emozioni senza richiamarsi in primo luogo alle emozioni che si manifestano nell'adolescenza. Questa è l'età nella quale le emozioni hanno una febbrile intensità e una grande spontaneità, oscillando nelle loro tematiche emozionali dalla gioia alla felicità, dalla tristezza alle inquietudini dell'anima, dagli entusiasmi agli smarrimenti, dalle attese alle speranze. Ma nell'adolescenza ci sono (anche) angosce e paure che si fanno talora così incandescenti da giungere a rifiutare la vita e a cercare nel suicidio la via di uscita dalle insicurezze e dalla disperazione. I suicidi degli adolescenti sono oggi più frequenti che non nel passato, e questo talora come conseguenza della solitudine in cui vivono, in famiglie contrassegnate dall'assenza di dialogo, e dal fascino stregato della televisione e dei social network. Sono adolescenti timidi e sensibili che non sempre trovano, a scuola, insegnanti inclini a riconoscere il valore della timidezza e dell'insicurezza, ignorandole nei loro significati psicologici e umani.
Insomma, nell'adolescenza, in questa misteriosa età della vita, le emozioni e gli orizzonti ideali che in essa si manifestano si confrontano con l'indifferenza e la sbadataggine delle risposte che il mondo degli adulti (i modelli familiari di vita e i modelli di educazione scolastica nelle loro rigidità) sa dare alle domande degli adolescenti sul senso del vivere e del morire.

Intrecci

Non è possibile riconoscere, o almeno avviarsi a riconoscere, le emozioni, che sono parte viva dell'adolescenza, ma non solo di questa ovviamente, e in particolare dell'età anziana, intessuta di emozioni diverse da quelle adolescenziali, ma non diversamente fragili e slabbrate, se non si è educati ad ascoltare le parole che gli altri dicono e ad accoglierle non solo nel loro significato esteriore, ma in quello interiore, ancora più importante.
Le nostre emozioni, e quelle degli altri, si intrecciano strettamente e questo significa che non dovremmo mai stancarci, e non solo nell'incontro fra medico e paziente, di guardare in noi, negli abissi della nostra interiorità: premessa alla comprensione di quella degli altri.

Le emozioni si rispecchiano nel corpo

Le emozioni, i modi di vivere le emozioni, si rispecchiano (anche) nei modi di essere del corpo, del corpo vivente; e le emozioni, la gioia e l'angoscia, la tristezza e la sofferenza, le inquietudini dell'anima e la nostalgia possono essere decifrate osservando in particolare le modificazioni espressive dei volti e degli sguardi. In ogni volto, le alte e le basse maree della gioia e della tristezza, dell'inquietudine e dell'angoscia, della nostalgia e della disperazione, dello smarrimento e dell'indifferenza si manifestano nella loro trasparenza e nella loro autenticità, e questo al di là delle infinite maschere che si alternano nei nostri volti e nei volti degli altri, nascondendo le emozioni che si provano realmente. I volti e gli sguardi hanno un linguaggio che si accompagna, e a volte si sostituisce, al linguaggio delle parole e che ci consente di decifrare qualcosa delle emozioni e dei pensieri, dell'immaginazione e delle fantasie di una persona e in particolare di una persona che sta male e chiede il nostro aiuto.
Ma anche le lacrime e il sorriso sono testimonianza vivente del linguaggio del corpo; indicando la presenza del dolore dell'anima e del dolore del corpo. Sono le lacrime che consentono agli occhi di vedere l'invisibile, come dice Hermann Broch, un grande scrittore tedesco: «Perché la verità dell'occhio non è dolce lusinga; solo con le sue lacrime l'occhio diviene veggente, nel dolore soltanto diventa occhio che vede, solo per le sue lacrime si colma di quella del mondo, colmato di verità dall'oblioso, immemore licore dell'essere».

Le parole di Rilke

Ci sono in Rainer Maria Rilke parole bellissime che ci dicono cosa sia un volto e come questo possa restare incandescente e vivo nel corso del tempo. Sono esperienze che egli ha fatto, giovanissimo, a Capri.
«Mi accade spesso, ora, che un qualche volto mi tocchi in questo modo, la mattina per esempio, così come le mattine qui di solito cominciano, c'è già stato, prestissimo, tanto sole, un'infinità di chiaro, e quando poi, d'improvviso, nell'ombra di un vicolo, un volto ci si tende incontro, si vede allora, per opera del contrasto, un essere con tale nettezza (nettezza delle sfumature) che l'impressione momentanea s'innalza involontariamente a impressione simbolica».
Sono immagini molto belle che ci avvicinano alla comprensione psicologica di un volto, al suo linguaggio umbratile ed evanescente, segreto e misterioso, dicendo cose che non sempre il linguaggio delle parole riesce a dire. Quanti volti, volti di persone sane e di persone malate, ho incontrato in vita, e non posso dimenticarli: quelli, in particolare, che ho conosciuto in ospedale psichiatrico, divorati dalla tristezza e dall'angoscia, dal timore e dall'attesa di un sorriso, o di una lacrima, e salvati da una parola, e ancora più luminosamente da un gesto.
Sono volti che parlano, dicono il dicibile e l'indicibile, il visibile e l'invisibile, gridano nel silenzio il loro dolore, chiedendo di essere aiutati e confortati, e noi nemmeno li guardiamo, o li guardiamo con disattenzione e con freddezza, pensando ad altro.
Ma solo se sappiamo leggere nel volto degli altri le emozioni, le inclinazioni emozionali che vivono nella loro anima, siamo in grado di essere loro di aiuto e di capirli nelle loro speranze e nelle loro attese.

Le parole di Musil

Sul linguaggio del corpo vivente, sulle emozioni che nel corpo vivente si rispecchiano, ha scritto cose non meno belle e profonde un grande scrittore austriaco, Robert Musil, autore di un celeberrimo romanzo, L'uomo senza qualità, dalle inesauribili risonanze emozionali. Non in questo romanzo, ma in uno splendido racconto, Il giovane Toerless, Robert Musil parla della conoscenza, che sgorga dall'osservazione del modo di essere del corpo vivente, dicendo che nel protagonista del racconto c'erano «le basi di quella conoscenza della natura umana che insegna a riconoscere e ad apprezzare un'altra persona – fino ad anticiparne l'individualità spirituale – dalla cadenza della voce, dal modo di prendere un oggetto, perfino dal timbro del suo silenzio e dall'espressione dell'atteggiamento con cui si inserisce in uno spazio, in breve da quella maniera mobile, quasi non tangibile e tuttavia essenziale e completa di essere uomo e spirito: la quale racchiude il nocciolo nel suo aspetto palpabile e vagliabile come la carne racchiude lo scheletro».
Sono parole non facili, ma necessarie al fine di capire che non ci si educa a conoscere le nostre emozioni senza interpretare i linguaggi del corpo.

Le emozioni nella cura

Non c'è cura se non si sa cogliere cosa ci sia, quali emozioni si muovano, non solo nelle parole che ascoltiamo, ma in un volto, in uno sguardo, in una semplice stretta di mano, nel timbro e nelle dissonanze di una voce, e in fondo se non siamo capaci di sentire, e di rivivere interiormente, il destino dell'altro, come se fosse il nostro proprio destino. Mantenere viva in noi la fiamma della comprensione emozionale delle sofferenze non è facile e non è possibile se siamo divorati dalla routine e dall'aridità spirituale, dal deserto delle emozioni. Grandi emozioni si agitano nel cuore dei pazienti, e non è facile conoscerle nelle loro segrete incandescenze, nelle loro nascoste fenomenologie, nei loro ondeggiamenti e nei loro cambiamenti, nelle espressioni che si adombrano nelle loro parole e nei loro sguardi, nei loro volti e nei loro sorrisi talora indecifrabili. Ma non dovremmo mai dimenticare che senza educarci a conoscere cosa accade in noi, nella nostra vita emozionale, nella nostra vita interiore, non sapremmo capire nulla delle emozioni degli altri, di quelli che stanno male in particolare, e non sapremmo nemmeno scegliere le parole che siano mediatrici di accoglienza e di serenità, di speranza e di cura.

Una conclusione

Muovendo dalle considerazioni che ho svolto in queste pagine, vorrei dire che le emozioni fanno parte della vita ed è necessario conoscerle, educarsi senza fine a conoscerle, in noi e negli altri da noi, anche se costa fatica, molta fatica, scendere lungo i sentieri che portano alla nostra interiorità, fonte di riflessioni, che ci confrontano con il senso e il non-senso della nostra vita, e che vorremmo ignorare. Ma anche la psichiatria non può non andare alla ricerca delle emozioni che si nascondono nella vita di chi sta male e sono radicate nel cuore della condizione umana. Non cambia in essa la qualità umana delle emozioni che continuano ad essere palpitanti di vita, anche quando la sofferenza dilaga nelle nostre anime. Non c'è vita, malata o non malata, che possa fare a meno di un dialogo quotidiano con le infinite tematiche emozionali che sono in noi e negli altri da noi; e vorrei augurarmi di avere saputo indicare alcune tracce di un cammino che ci avvicini alla loro conoscenza.

(Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, n. 133, aprile 2017)