La via del desiderio

Verso un'autentica spiritualità cristiana

Bruno Meucci


Nel mondo in cui viviamo siamo così pieni di occupazioni, di impegni e dí doveri verso gli altri che ci sentiamo spesso privi di respiro, svuotati dei nostri sogni e dei nostri progetti personali. Con l'aiuto di un prezioso libro di Benoit Garceau, andiamo alla ricerca di una spiritualità che sappia risvegliare il desiderio profondo che abita nel nostro cuore per illuminare di senso la vita di ogni giorno.

La spiritualità del dovere

Da tempo, ormai, i cristiani sentono la necessità di abbandonare una certa spiritualità tradizionale, fondata sul modello ascetico (sacrificio, rinuncia, mortificazione), e di scoprire nuove forme di spiritualità, più attente alle esigenze dell'uomo contemporaneo. Si assiste dappertutto alla ricerca di una via che guidi alla scoperta dei desideri profondi del nostro cuore e ci aiuti a realizzarli nella nostra vita. In un suo libro ancora utile e prezioso (La voie du désir, Montreal 1977, tr. it. La via del desiderio, Cittadella Editrice, Assisi 2000), Benoît Garceau richiama l'attenzione sull'importanza della parola spirito (dal latino spiritus) che è la traduzione della parola ebraica ruah e di quella greca pneuma, aventi entrambe il significato di «soffio, respiro»: noi siamo esseri che cercano di vivere secondo un'ispirazione profonda e ogni autentica spiritualità, secondo l'Autore, non può essere altro che un'arte di essere ispirati.
Nel mondo in cui viviamo siamo così pieni di occupazioni, di impegni e di doveri verso gli altri che ci sentiamo spesso come sgonfiati del nostro respiro, svuotati dei nostri sogni e dei nostri progetti personali. Ci accorgiamo, in altre parole, di essere privi di quel respiro profondo che allarga i nostri orizzonti e ci fa vivere in pienezza con tutto il nostro essere. Ci troviamo spesso senza fiato nel cammino faticoso della vita e quasi sempre brancoliamo alla ricerca di un autentico respiro. Le religioni potrebbero offrire una chance in più alla nostra ricerca di significato: la possibilità, appunto, di respirare liberamente e di vivere intensamente. Sarebbe bello che la missione delle religioni nelle società odierne, tutte fondate sull'organizzazione e sull'efficienza, fosse questa: ridare vita ai nostri aneliti profondi. Tuttavia, non è sempre così. Spesso la spiritualità cristiana non è fondata sulla scoperta e sulla valorizzazione dei nostri autentici desideri. E questa, senza dubbio, è una delle ragioni per cui uomini e donne del nostro tempo vanno alla ricerca di spiritualità alternative a quella cristiana o rinunciano completamente a una vita spirituale, abbandonandosi al materialismo e al consumismo: il cristianesimo è identificato ancora oggi come via alla rinuncia e alla mortificazione di sé.
Benoit Garceau definisce la spiritualità cristiana che normalmente era praticata e insegnata fino agli anni Settanta del secolo scorso una «spiritualità del dovere». I principi su cui si fondava questo tipo di spiritualità sono essenzialmente tre: 1) la sfiducia nei confronti dei nostri desideri, che sono numerosi e di vario tipo. Non sappiamo infatti dove ci condurrebbero e se ci fermassimo ad ascoltarli temiamo che ci porterebbero a perdere il controllo sulla nostra vita interiore. 2) Il principio della prevalenza dei valori oggettivi: ci sono valori oggettivi che si impongono all'individuo per cui «tu devi» essere giusto, buono, generoso, sobrio e così via. Obbedire a questi imperativi appare come l'unico modo di superare la paura e la diffidenza che l'agitarsi confuso dei desideri provoca nei livelli "inferiori" del nostro essere. 3) II principio dell'autorevolezza di persone che sono ritenute importanti nella nostra vita, come i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti: i valori oggettivi che devo perseguire sono, in definitiva, ciò che gli altri desiderano per me in vista del mio bene, sono le aspettative che gli altri hanno su di me. Al posto della fedeltà all'aspirazione profonda del mio essere, la spiritualità del dovere insegna a conformarmi alle aspettative degli altri. Costoro – genitori, insegnanti, sacerdoti – parlano infatti nel nome di Dio: quindi, secondo la spiritualità del dovere, sarei obbligato a rispondere ai desideri che Dio ha per me, senza prestare ascolto a quello che sento. Ma il salto è troppo grande. Rischia di lacerare qualcosa dentro di me, di lasciarmi privo di quel respiro vitale di cui il mio essere sente il bisogno.
Gli esiti di questo tipo di spiritualità ormai sono ben noti: induce a "colpevolizzare" i desideri che sono in me; a esaltare, al contrario, virtù come l'obbedienza (agli altri), l'umiltà, il sacrificio; a credere che il criterio della crescita spirituale si trovi nella rinuncia alla mia personalità e alle mie inclinazioni. La vita, presto o tardi, mi porterà a scoprire che questo tipo di spiritualità è sbagliato perché non corrisponde a quello che tutti profondamente cerchiamo. Abbiamo la possibilità di respirare liberamente e di vivere intensamente. Ma questo modello di spiritualità, fondato esclusivamente sui principi oggettivi e sul dovere di conformarvisi, non porta a una vita spirituale autentica e veramente libera.

La spiritualità del bisogno

A partire dagli anni Settanta, la spiritualità del dovere è stata sempre più criticata, contestata, abbandonata. La psicologia ha contribuito non poco a mettere in discussione scelte basate sul timore di deludere le aspettative degli altri e a sottolineare l'importanza di vivere in conformità con i propri desideri. D'altra parte, la società occidentale ha conosciuto una profonda trasformazione dei valori e dei modelli educativi tradizionali, a cominciare dalla rivolta giovanile del Sessantotto contro un'educazione fondata sul principio dell'autorità e del dovere. Anche i cristiani hanno cominciato a rifiutare una spiritualità imposta dall'esterno e si sono messi in cerca di esperienze spirituali nuove, nella speranza di poter soddisfare i propri bisogni interiori. È iniziata così una diaspora dei cristiani dal modello tradizionale della spiritualità ascetica verso forme di spiritualità nuove, alternative, diverse, un vagabondare inquieto e insoddisfatto, spesso senza una direzione precisa, di cui ancora non si vede la fine. Nel suo libro, Benoît Garceau raggruppa le diverse spiritualità che promettono di soddisfare le esigenze del soggetto nella macrocategoria della «spiritualità del bisogno». Anche questa spiritualità, benché si fondi sulle esigenze dell'individuo, non lo aiuta a scavare nel profondo di se stesso e a gettare luce nel mondo oscuro dei propri desideri. Spesso questo tipo di spiritualità considera la ricerca di libertà e di realizzazione spirituale allo stesso modo in cui il bisogno di gustare un buon cibo è soddisfatto in un ristorante: con un menù, con una carta di proposte più o meno rispondenti ai nostri bisogni. Ci abituiamo a comportarci nei confronti delle nostre esigenze spirituali come se fossimo davanti ad altri bisogni da soddisfare. Come il mercato ha trovato il modo più comodo per soddisfare tutti i bisogni materiali, allo stesso modo l'offerta religiosa può soddisfare tutti i bisogni spirituali mettendoci di fronte possibilità di scelta varie e abbondanti. Nasce così quella che i sociologi hanno definito la religione «fai da te»: sei tu che vai alla ricerca della religione o della spiritualità che fa al tuo caso, che più corrisponde ai tuoi bisogni e alle tue richieste del momento, riservandoti poi di cambiarla se non funziona o se ha deluso le tue speranze. Se hai bisogno di allontanare il timore della morte, sceglierai la dottrina della reincarnazione; se hai bisogno di aumentare il tuo ottimismo nei confronti della vita, potrai scegliere il new age, e così via.
Neppure la spiritualità del bisogno è una vera e propria spiritualità, per il semplice fatto che l'essere umano non è riconducibile a un insieme di bisogni da soddisfare. Molte forme di spiritualità che attraggono l'uomo contemporaneo ignorano completamente la differenza che esiste tra desideri e bisogni. Ciò che cerchiamo in una spiritualità autentica è che ci illumini sul desiderio profondo del nostro essere. La spiritualità del bisogno, invece, tende a confondere i desideri spirituali con i bisogni. Mentre un bisogno può essere soddisfatto, un desiderio per sua natura non lo sarà mai. Quello dell'uomo felice e soddisfatto può essere tutt'al più un mito che si riflette spesso nell'immagine pubblicitaria, ma è un mito illusorio: non corrisponde all'esperienza reale delle persone.
La spiritualità del bisogno è presente anche nella Chiesa cattolica: quanti sono, ad esempio, i cristiani che vanno alla ricerca di esperienze spirituali nuove, originali, diverse, in grado di rompere la monotonia della parrocchia e di far sentire qualcosa di speciale? Oppure i cristiani che saltano da un corso di esercizi spirituali all'altro, con una bramosia di consumo sfrenato e con il desiderio di trovare finalmente quello che soddisfa le proprie insaziabili esigenze? Più in generale, anche Dio è trattato spesso come Colui di cui abbiamo bisogno per stare bene, per ottenere serenità o successo, per giustificare decisioni che prendiamo nella sfera degli affari, della politica o della morale. Anche Dio è sottomesso ai nostri bisogni.
Per distinguersi dalla spiritualità del bisogno –tutta centrata sulle esigenze dell'individuo – una vera spiritualità del desiderio deve essere consapevole che esistono desideri che non si possono trattare come bisogni da soddisfare. Il bisogno, infatti, ci chiude nel nostro io, il desiderio ci fa uscire dall'io, è una fonte di auto-trascendenza. Il bisogno riconduce l'oggetto nell'orizzonte del soggetto (quindi assorbe l'altro, amplificando l'ego), il desiderio ci porta invece all'incontro con l'oggetto, con l'altro, che diviene importante per la nostra vita, senza però essere esaurito in essa.

L'enigma del desiderio

Filosofi, psicologi e pedagogisti sono d'accordo nel considerare il desiderio come il centro dinamico della vita psichica. Una spiritualità che non tenga conto della realtà del desiderio rischia di dividere l'uomo a metà, di tagliare per sempre le ali che gli consentono di prendere il volo.
L'uomo – come diceva sant'Agostino – è un essere desiderante. I filosofi hanno dedicato numerose riflessioni al desiderio, mettendo in evidenza la polarità entro cui il desiderio nasce e si sviluppa. Il desiderio nasce dalla mancanza di un bene che si considera importante per sé. Il polo positivo è la speranza di raggiungere il bene, l'oggetto o la persona sentiti come necessari. Il polo negativo è il sentimento della loro mancanza. Entro questa polarità, tutte le energie psichiche sono coinvolte e mobilitate nella ricerca di quel bene. Platone ha descritto questa tensione nel racconto della nascita di Eros (amore, desiderio), il demone figlio di Poros – dio della ricchezza – e di Penia – una povera mortale. Ogni desiderio si manifesta infatti come povero, perché privo del bene cui aspira e, al tempo stesso, ricco della speranza di possederlo. Ecco perché colui che desidera oscilla tra stati d'animo contraddittori, si sente felice e infelice, allegro e triste, soddisfatto e insoddisfatto. Spinoza riassumeva la natura complessa del desiderio in una semplice definizione: il desiderio è «la tristezza che riguarda la mancanza della cosa che amiamo». Il possesso segna allora la fine del desiderio: una volta che l'oggetto amato è stato raggiunto, la tensione entro cui si muove l'atto del desiderare è risolta e il dinamismo si ferma. Proust era convinto che non fosse possibile amare una bella donna per tutta la vita, per la semplice ragione che, una volta posseduta, smettiamo di desiderarla.
Il desiderio, quindi, ha come causa la sofferenza di non possedere il bene desiderato. Ma una volta che questo bene è stato ottenuto, il desiderio muore. La tensione sí spenge e al suo posto subentrano abitudine e noia, fino a quando non nasce un altro desiderio. Alcuni filosofi – come Arthur Schopenhauer – sostengono che bisogna imparare a liberarci dalla schiavitù del desiderio di possesso, altrimenti soffriremo inutilmente per tutta la vita e procureremo enormi sofferenze anche agli altri esseri viventi. Altri – come gli stoici – hanno ritenuto opportuno distinguere i desideri realizzabili da quelli che non si possono realizzare, dicendo che sono i secondi a renderci infelici e insegnandoci quindi a farne a meno. Pochi, in realtà, sono andati oltre una descrizione, seppur veritiera, della fenomenologia del desiderio, dedicandosi a un'analisi più approfondita della sua natura misteriosamente sfuggente e contraddittoria.
In effetti, la natura del desiderio è contraddittoria, ma di questa contraddittorietà si possono dare diverse interpretazioni. La tradizione cattolica, fin da sant'Agostino, ricava dal desiderio numerose indicazioni sulla natura dell'uomo e sul fine per cui è stato creato. Il desiderio spera di essere appagato dal possesso di un bene finito, ma appena lo possiede si accorge che non lo appaga abbastanza. L'uomo si scopre così come un essere che ama beni finiti, i quali però non appagano il suo desiderio, che è infinito. Tra il desiderio, che si scopre infinito, e i beni a cui si rivolge, ma che sono finiti, esiste uno scarto insuperabile. Questo fenomeno ci dice qualcosa di importante sulla dinamica profonda del nostro essere: benché segnati da un limite esistenziale insuperabile (non possiamo ottenere ciò che desideriamo), il desiderio ci segnala con evidenza che nella nostra natura c'è qualcosa che spinge verso la trascendenza. E desiderio porta, infatti, al superamento di sé e quindi all'apertura verso l'altro. Il bene desiderato è ritenuto come significativo sia per se stesso sia per la propria persona, perciò lo desideriamo. Il desiderio porta a identificare il proprio compimento esistenziale nell'unione con il bene desiderato, in una fusione felice in cui l'oggetto desiderato e il soggetto desiderante, verità oggettiva e libertà soggettiva, si comprendono l'uno nell'altro, totalmente. Desiderare significa quindi auto-trascendersi, indipendentemente da quale sia l'oggetto del nostro desiderio. Da qui nasce la convinzione, propria della fede cristiana, che tutto ciò non sia casuale, ma che sia stato Dio a mettere nel cuore dell'uomo un desiderio insaziabile di bene, di felicità e di bellezza che può essere colmato solo attraverso la comunione con Lui.

Risvegliare il desiderio in noi

Educare al desiderio diventa, così, un compito fondamentale per la vita spirituale. Riprendiamo dal bel libro di Benoit Garceau alcuni spunti che ci sembrano importanti per incrementare un'autentica spiritualità del desiderio. Il primo luogo, il desiderio è connesso sempre alla facoltà di prendere decisioni, al coraggio di scegliere, di decidersi per qualcosa. Quando si desidera, ci si decide per la persona o la cosa desiderata. Anche nella vita spirituale non basta la sola volontà per decidere, ma la decisione è sempre frutto del desiderare. Decidersi per Dio deve combaciare quindi con il desiderio profondo di Dio. Altrimenti, come spesso accade, si rischia lo sterile volontarismo. In secondo luogo, il desiderio richiede una grande capacità di rinuncia: rinuncia a tutto ciò che abbasserebbe il livello dei nostri obiettivi, dei nostri ideali. Tra il desiderare e l'ottenere c'è sempre un periodo di attesa. Bisogna quindi saper coltivare l'attesa, saperla valorizzare come un periodo in cui possiamo approfondire e chiarire quello che desideriamo. Il periodo dell'attesa, sempre più accorciato nella cultura del «tutto e subito», è invece fondamentale per conoscere e accrescere il nostro desiderio. «Dio mette da parte ciò che non vuole darti subito – ricordava sant'Agostino – affinché tu impari a desiderare grandemente cose grandi» (Discorsi, 61).
Infine, non è la volontà, ma il desiderio che attiva tutto il nostro sistema psichico: il desiderio proietta verso il nuovo, verso il futuro, rende creativi, capaci di immaginare la vita come potrebbe essere se riusciamo a realizzare un ideale, uno scopo, un progetto. Scelta e desiderio devono stare sempre uniti. Ciò che non attrae non può diventare mèta stabile di una vita.
Il desiderio, in fondo, porta calore, contenuto, immaginazione, gioco puerile, freschezza e ricchezza a tutta la nostra vita. La volontà offre la direzione concreta, dona al desiderio la sua maturità. Essa sorveglia il desiderio, gli permette di maturare senza correre rischi eccessivi. Ma, senza desiderio, la volontà perde la sua linfa vitale, la sua spontaneità. Il valore e la qualità di un individuo, a ben vedere, non dipendono da ciò che egli è visibilmente, ma da ciò che desidera essere. Occorre reagire quindi alla «caduta del desiderio», questo fenomeno paradossale che minaccia le società libertarie, consumistiche, permissive e che è la conseguenza di come i desideri sono trattati nella maniera sbagliata: come bisogni che devono essere soddisfatti. Questo porta velocemente alla nevrosi da insoddisfazione, alla noia e all'apatia. Bisogna invece scoprire il desiderio fondamentale della vita umana, il desiderio di amare e di essere amati, di comunione con gli altri e con Dio. Questo desiderio che abita nel profondo di ogni uomo non lo può risvegliare semplicemente un'indagine psicologica né una riflessione o un percorso di introspezione. Lo può risvegliare soltanto lo Spirito di Dio. Perché, ricordiamolo, la vera spiritualità cristiana è vita nello Spirito santo, colui che risveglia in noi il desiderio di Dio. E lo Spirito da chi è stato donato ai cristiani se non da Gesù Cristo? «Vedo allora in Gesù – scrive ancora Garceau – il "Maestro del desiderio", la cui prima preoccupazione nel rapporto con i discepoli è di destare in essi il loro desiderio profondo. Egli è stato per il desiderio ciò che Socrate ha rappresentato per il pensiero: entrambi hanno compiuto un'opera di risveglio».

(Feeria, 50/2016, n. 2, pp. 10-14)