Come parlare oggi

delle realtà ultime

Simboli del futuro per l'uomo contemporaneo

Pierangelo Sequeri

La riflessione si colloca come via intermedia nel punto di confluenza tra una riflessione generale sul senso della vita dell'uomo e della storia (livello antropologico) e l'analisi specifica dei contenuti dell'escatologia cristiana che sarà affrontata dal prossimo relatore.
Vedremo alcuni punti di contatto tra la domanda sui temi della destinazione dell'uomo così come emerge dalla sensibilità comune della cultura alla quale apparteniamo e la parola della tradizione cristiana, in modo che la domanda sia illuminata e interpretata dalla parola cristiana e la parola cristiana stessa sia ripensata in modo più trasparente grazie alla domanda.

1. Mappa della sensibilità comune della cultura alla quale apparteniamo.

Quali sono i punti sui quali la nostra cultura realizza una sensibilità comune e che ci impongono la forma della domanda? Nessuno può sottrarsi al proprio tempo. Anche nel dare risposte diverse siamo orientati a formularci la domanda, in questo caso sul senso e sulla destinazione dell'uomo, da una sensibilità comune

Il primato dell'economia

Il primato dell'economia (non solo sul piano delle idee, ma nella realtà) ormai plasma il senso comune.
La forma economica dell'esistenza è diventata un linguaggio per pensare il senso, nel bene e nel male.
Infatti le categorie dell'economico, come scambio, vantaggio, profitto, resa, organizzazione, costi, ecc., forniscono il linguaggio a molte sfere del senso.
Il senso comune si rappresenta l'intera società come un sistema di bisogni, e chiama bisogno anche l'istruzione, la religione, il sacro, il senso.
Ora pensare la sfera del senso della vita, dei valori e degli ideali a partire dal bisogno significa introdurre in quella sfera molti meccanismi, molte immagini dell'economia, che tendono, anche inconsapevolmente, ad espellere dalla sfera del senso quelle dimensioni incompatibili con l'idea di bisogno.
Si parla del bisogno di Dio, come di una risorsa.
Si può parlare di bisogno di salute per sé e per i propri figli. Più difficile affermare di avvertire il "bisogno" che stia bene l'aborigeno australiano. Il discorso economico-utilitaristico non basta. È necessario aprirsi alle dimensioni dell'etica, alle dimensioni della dignità dell'uomo, della tutela del più debole, tutte categorie che non sono economiche.
Lo stesso mondo dell'educazione è ormai quasi totalmente requisito dalla sfera dell'economico (i bisogni del ragazzo, bisogni di apprendimento, le risorse, il rapporto tra costi e ricavi...)
L'essere umano, in realtà, non ha solo bisogni, non ha solo desideri. Ha un orientamento a trovare la possibilità di sperimentare la giustizia di quello che è e di quello che fa, non perché semplicemente è più utile o perché rende di più.
Tutte le relazioni più importanti tra le persone e a livello sociale diventano accettabili anche nelle parti faticose se vengono illuminate da dimensione che oltrepassano la visione utilitaristica

Esperienza della fine della storia

Oggi, dopo la caduta delle grandi ideologie, si fa fatica a pensare il senso della vita sull'onda lunga di un processo storico che tenda verso un grande obiettivo.
Non vale solo per le grandi prospettive politiche e sociali, ma anche sul piano della vita individuale: è sempre più difficile pensare al futuro come obiettivo al quale l'esistenza è destinata, capace di raccogliere il senso di tutto quello che si fa. Fanno paura scelte troppo impegnative e irreversibili.
È caduta la visione della storia individuale e collettiva come evento lineare.

Incertezza a proposito del soggetto, della coscienza

Stiamo sperimentando e assimilando una sempre maggiore incertezza a proposito della coscienza.
Questa incertezza o relativizzazione non riguarda solo le idee che abbiamo, ma anche il modo di sentirle. Il dubbio coinvolge non solo quello che penso, ma anche quello che sento, che in un recente passato era ritenuto criterio di autenticità e di verità.
Le idee della psicoanalisi, della medicina, della sociologia, ci rendono sempre più sospettosi anche di quello che sentiamo. Anzi, più lo sentiamo e più dubitiamo dell'autenticità, agiti come siamo da molteplici meccanismi psicologici e sociali.

Due figure dell'odierna condizione

Sono due situazioni che descrivono globalmente la condizione nella quale noi ci troviamo a pensare sul senso e sulla destinazione della nostra vita.

1. Esperienza inedita del tragico
Tragico è inteso come quell'esperienza in cui ci si trova di fronte a qualcosa che sappiamo che tra un attimo ci travolgerà senza sapere cosa fare.
La figura inedita del tragico ha la forma della cultura (Nietzsche).
Non è più il tragico degli antichi, come devastazione della natura, come cataclisma. Né il tragico dell'età moderna, come distruzione della cultura ad opera dell'uomo.
Il tragico di oggi ha la forma della cultura ed è per questo che convive con il benessere (senza catastrofi naturali o sociali).
Nietzsche lo ha chiamato "morte di Dio". La tragedia è che il cielo si è svuotato, non c'è più la trascendenza, non c'è più il fondamento a cui aggrapparsi. Tutto si riduce all'orizzonte delle cose che ci stanno di fronte. Nulla che vada oltre la morte.

2. La deriva burocratica
La civiltà occidentale sta andando verso una deriva burocratica, procedurale amministrativa, dell'esistenza comune. Per funzionare dovrà sempre più mettere tra parentesi i problemi umani, riducendo gli individui alla cistifellea del 23, o al codice fiscale numero...
La complessità della società richiede che si prescinda e ci si ritragga, lasciandole alla sfera esclusivamente individuale, da tutte le cose di cui sono intessute le relazioni umane (fede, affetti, convinzioni, sensibilità, ...)
Questo funzionamento provocherà insoddisfazioni negli utenti, alle cui lamentele la società risponderà con una ulteriore burocratizzazione per essere più efficiente, provocando nuove lamentele in un circolo perverso senza fine.

2. Parola cristiana sul futuro e cultura odierna: due punti di innesco

Quale vitalità la parola cristiana può immettere nella cultura odierna a proposito del futuro, della destinazione umana?

Ridare serietà al legame con la morte

La morte cerca di convincerci in anticipo di essere lei l'ultima parola. I suoi segni ci fanno vedere la sua capacità di troncare legami solidissimi, e pertanto ci suggerisce anzitutto l'inutilità di legami troppo stretti. Per i ragazzi di oggi è un dogma
Inoltre ci suggerisce con i suoi segni che garantisce una certa copertura dell'ingiustizia (con la morte sono tutti uguali). Di qui la nostra compassione collettiva per chi è morto.
Bisogna battersi perché il linguaggio dei segni della morte non abbia l'ultima parola, perché non sia una sanatoria dell'ingiustizia, perché non abbia ad indebolire in anticipo i nostri legami. Non bisogna dargliela vinta in anticipo, con una attiva resistenza al suo muto ma efficace linguaggio dei segni.
La morte non estingue l'ingiustizia: Giobbe e Gesù insegnano.

L'ordine degli affetti più sacri dell'uomo

È utile stabilire un collegamento tra la parola cristiana sull'escatologia e l'ordine degli affetti (i legami della generazione, i legami dell'uomo e della donna, i legami dell'amicizia, anche molte forme del legame sociale) cioè l'esperienza umana di ciò che dovrebbe durare, di ciò che dovrebbe essere risarcito, di ciò che a tutti i costi deve trovare un compimento.
Questo ordine degli affetti merita di essere onorato dagli dei e dagli uomini, sfidando anche la morte, anche le religioni se diventano di ostacolo (come fa Gesù con il Sabato).
In questa prospettiva possiamo ricuperare il tema dell'eternità dell'anima, cioè dei legami, insieme sensibili e spirituali, dei quali l'uomo vive e per i quali è per definizione ingiusto ogni termine. Quali buone ragioni per far finire un legame? Qui davvero la parola cristiana sulla nostra destinazione può trovare un suo punto di forza.

3. I simboli del buon rapporto tra ordine degli affetti e escatologia

Alcuni simboli attraverso i quali riabilitare la parola dell'escatologico cristiano, nell'odierna situazione del tragico che non ha più i simboli della distruzione del mondo o della distruzione sociale.

I simboli della generazione

La trinità ci dice che Dio è attaccato alla generazione, è attaccato a ciò che genera. Addirittura Dio ritiene talmente degno il legame della generazione che è disponibile ad andare anche sulla croce.
Generazione vuol dire creazione dell'uomo, generazione del Figlio, generazione dei figli, rapporti tra generazioni. Il legame tra generazioni è quello che ci impegna a rendere il mondo un po' più domestico per quelli che verranno. È un atto squisitamente etico, non egoistico e che riapre ad un concetto cristiano di futuro.

I simboli della iniziazione

La vita sarebbe ingiusta in se stessa se non ci sforzassimo di pensarla e di coltivarla come una iniziazione, come un momento nel quale facciamo il nostro apprendistato per realizzare ciò che è degno dell'uomo. L'iniziazione dice che non c'è nessun compimento, ma solo vite iniziate. Ecco perché non bisogna cedere sull'idea che si compiano.

I simboli della comunione con Dio affidati a un resto

I simboli di un compimento che è destinato ad oltrepassare la soglia della morte sono affidati alla testimonianza di un resto (il resto di Israele, i dodici,...).
Questo resto ha il compito di rendere testimonianza del fatto che la morte non estingue l'ingiustizia. La verità cristiana del giudizio sta nel testimoniare che è giusto che non resti impunita l'ingiustizia dell'umano vivere.
Questa testimonianza avrà più forza se non ci lamentiamo solo dei torti subiti da noi, ma anche dei torti subiti dagli altri. Non voglio entrare in un paradiso in cui quella persona che ha subito torti non sarà risarcita.

I simboli della destinazione

La destinazione è qualcosa di meno di un destino che ci governa dall'alto, ma qualcosa di più di un cammino che dobbiamo inventarci da soli. È un cammino indirizzato.
Ci sono dei momenti non costruiti da noi che quando ci accadono ci fanno percepire che siamo destinati ad essi.
Comprendiamo, ad esempio, che la destinazione del nostro produrre e consumare beni, di cui abbiamo bisogno, si illumina improvvisamente quando essi fanno la gioia di una persona che amiamo.
La destinazione ci tiene in vita, ma non è un destino che debba essere subito: Dio non vuole essere subito, neanche a fin di bene.

Luoghi comuni della tradizione catechistica sul dolore e sulla croce

Sul piano dell'escatologia, della teologia della morte e del dolore, c'è una fortissima resistenza a modificare inveterati luoghi comuni.
La domanda sull'origine del male è una domanda oziosa, che nasconde un pregiudizio, fatta apposta per distrarre dall'esperienza del male. È una domanda che non ha risposta...
Abbiamo reso questa domanda insostituibile a tal punto che molte persone riescono a sopportare una sofferenza perché la ritengono una benedizione di Dio, qualcosa che Dio elargisce per espiare i propri e gli altrui peccati... Se si toglie loro questo luogo comune, si toglie loro una stampella.
Gesù alla donna che ha il bambino morto non dice di essere contenta perché il suo figliolo è come un angioletto nel cielo, ma le risuscita il figlio.
Noi, se non siamo capaci di fare miracoli ridando la vista al cieco, almeno possiamo regalargli un bastone, offrirgli il braccio, piuttosto che macerarci sull'origine del male.
Dio lo vediamo all'opera non quando scorgiamo il male, ma quando vediamo dei gesti di liberazione dal male.
C'è poi un cliché che ha fatto diventare la croce il nome cristiano del dolore, con la conseguenza di far coincidere la capacità di accettare la croce come la virtù cristiana per eccellenza. Di qui il detto che "ognuno deve sopportare la propria croce".
Perché bisogna sempre trovare una giustificazione positiva di fronte al male? Perché identificare la croce con una benedizione?
La croce di Cristo è invece il simbolo di tutte le cose vergognose che sono possibili nella storia. D'altra parte, Gesù ha fatto della croce un segno di riscatto, attirando su di sé il male perché non danneggi gli altri. Le due cose devono essere tenute insieme.
Il senso della croce non è benedire il male che ci colpisce, ma fare in modo che non sia dannoso per l'altro.
Un Dio attaccato alla generazione non può sopportare che la prevaricazione del debole rimanga senza riscatto. La buona notizia annuncia che il regno di Dio non esclude nessuno..
Se qualcuno mostra resistenza a Dio, perché Dio vuol bene anche al figlio del suo nemico, non deve essere costretto a subire Dio.
L'inferno non è nessuna relazione con Dio, ma nessuna buona relazione con Dio.

(Verbania Pallanza, 13 febbraio 1999, sintesi della relazione)