La cura,

esperienza fondamentale

della condizione umana

Luigina Mortari 

Necessità della cura

Nell'esperienza umana ci sono cose essenziali, irrinunciabili. Ciò che è essenziale è ciò che ci è più vicino, parte strutturale e inevitabile dell'esperienza; ma può accadere che proprio ciò che struttura l'intima essenza della vita si sottragga all'attenzione e resti sconosciuto nel suo significato [1].
Questa considerazione vale anche per il fenomeno della cura. Se con il termine cura indichiamo quella pratica relazionale che si manifesta nel prendersi a cuore, preoccuparsi, avere premura, dedicarsi a qualcosa, allora si può dire che per la vita la cura è cosa essenziale e irrinunciabile, poiché senza cura la vita non può fiorire. C'è necessità di bene e necessità di difendersi dalla sofferenza: la cura è la risposta necessaria a questa necessità.
Quando si pensa alla nascita, al venire al mondo, si pensa alla luce che si apre sull'essere; per questo si può dire che il venire a essere è un entrare nella luce. Secondo Heidegger [2] ciò che illumina nella sua essenza l'essere umano è proprio la cura, che pertanto può essere compresa quale tratto essenziale del concreto modo d'essere proprio dell'essere umano [3]. L'uomo, infatti, assume la propria esistenza avendone cura. Questo rapportarsi all'esistere avendone cura ha il tratto della necessità, perché da subito e per tutto il tempo della vita l'essere umano si trova a doversi occupare di sé, degli altri e delle cose. Dal momento che l'essere umano si trova consegnato all'esistenza secondo la modalità della cura, si può dire che «ognuno è quello che fa e di cui si cura» [4].
La cura è imposta dalla qualità del nostro stare nel mondo che da quando entra nel tempo della vita «comincia già ingombro dell'eccessiva pienezza di se stesso» [5]. La gravità del compito di cura è qualità opposta alla leggerezza e all'essere umano non è dato di vivere come fosse un vento leggero; da subito, da quando col nascere è toccato dalla luce, il suo cominciamento è appesantito dal compito di dover avere cura della sua vita, di «aver cura dell'essere per la propria durata e conservazione» [6].
Quando Hannah Arendt [7] distingue le varie forme di attività umane, parla del 'lavoro' come di quel fare che è un agire continuo, senza soste, per soddisfare bisogni primari. La cura può essere definita il lavoro del vivere e dell'esistere, perché quel mancare d'essere che rende necessaria la cura mai trova una soluzione. Mai è dato un momento in cui guadagniamo una condizione di sovranità sull'essere, mai giungiamo a possedere veramente la nostra condizione. Proprio perché la debolezza dell'esserci, in quanto mancante d'essere, è costitutiva della condizione umana, il lavoro di cura non può non accompagnare la vita intera riempiendo ogni attimo del tempo.
Anche nel più perfetto dei mondi, dove fossero eliminati gli orrori dei conflitti bellici, dove ogni forma di violenza fosse scomparsa, dove nessuno si trovasse a soffrire la fame e tutti disponessero delle risorse materiali necessarie alla vita, sempre ci sarebbe bisogno di cura: in certe fasi della vita perché lo stato di fragilità e vulnerabilità rende fortemente dipendenti da altri, come nell'infanzia o nella condizione di malattia, in altre, come l'adultità, perché, pur disponendo di una certa autonomia e autosufficienza, tuttavia senza l'aiuto premuroso di altre persone non si riesce a far fiorire le proprie possibilità d'essere né si trova riparo dalla sofferenza. La cura è essenziale: protegge lavi e coltiva le possibilità di esistere. Una buona cura tiene l'essere immerso nel buono. Ed è questo buono a dare forma alla matrice generativa del nostro vivere e a strutturare quello strato di essere che ci fa stare saldi fra le cose e gli altri. Fare pratica di cura è dunque mettersi in contatto con il cuore della vita.
Nonostante la cura sia esperienza essenziale alla vita e nonostante il termine cura sia largamente in uso, su di essa manca un sapere adeguatamente meditato. Accade, infatti, che le esperienze fondamentali, quelle che disegnano il tessuto del quotidiano, siano le cose più ovvie, e proprio per questo di esse siamo lontani dall'avere sviluppato una teoria interpretativa capace di enunciare il significato originario. Da qui la necessità di tratteggiare un'analitica della cura a partire dalle seguenti domande: che cos'è la cura? se e perché la cura è essenziale?
Formulato questo concetto semplice ed essenziale al contempo, si tratta di verificare se la condizione umana presenta qualità tali da rendere necessario quel modo di essere che è il prendersi a cuore l'esistenza. Le domande che, dunque, si pongono sono le seguenti: qual è la struttura essenziale della condizione umana? e in quale relazione può stare la cura con questa essenza?

Mancanti d'essere

L'essere umano non è forma pienamente data. Quando la mente pensa al divino come l'altrimenti dell'umano, lo pensa come pienezza infinita e forma perfetta, poiché nulla dell'essere divino richiede una formazione ulteriore. Ogni ente finito, invece, è una presenza d'essere limitato; è sostanza senza forma che diviene nel tempo e il suo divenire è mosso dalla tensione di cercare una forma. In questo senso Maria Zambrano parla della condizione umana come soggetta alla tensione alla trascendenza [8]. Non ci è dato, infatti, di stare nella realtà in modo puro e semplice, ma siamo consegnati alla responsabilità di dare una forma buona al nostro tempo. Noi siamo esseri mancanti, in continuo stato di bisogno; non siamo esseri finiti, interi, autonomi e autosufficienti nel nostro essere. A indicare lo stato ontologico del mancare è il trovarsi a desiderare sempre una realtà piena della vita che mai ci appartiene. Poiché siamo fatti di materia corporea e di materia spirituale, dobbiamo continuamente procurarci cose per nutrire e conservare nell'essere il corpo e l'anima.
Siamo mancanti nel senso che ciascuno di noi non ha da sé il potere di passare dal niente all'essere e noi siamo nella nostra essenza qualcosa che può essere, e in questo 'può' c'è tutto il rischio di non venire a essere. La nostra essenza ontologica è un «essere nella possibilità» [9] nel senso che abbiamo una disposizione all'essere. Avere la qualità dell'essere possibile non significa non essere, ma poter divenire, quel divenire che è il passaggio dall'essere possibile all'essere attuale.
Il mio essere, per quanto riguarda il modo in cui lo trovo dato e per come vi ritrovo me stesso, è un essere inconsistente; io non sono da me, da me non sono nulla, in ogni attimo mi trovo di fronte al nulla e devo ricevere in dono attimo per attimo nuovamente l'essere. Eppure questo essere inconsistente è essere e io in ogni istante sono in contatto con la pienezza dell'essere [10].
L'ente che noi siamo non possiede il suo essere, ma lo riceve in dono da altrove. Noi siamo esseri dipendenti: dipendiamo dal dove da cui veniamo e dal mondo con cui ci troviamo a misurare il nostro essere. La debolezza della condizione umana sta proprio nel non possedere il proprio essere, ma di avere bisogno del tempo per poter arrivare a essere. Il nostro essere è fugace, «prorogato [.. .] di momento in momento e sempre esposto alla possibilità del nulla» [11]
Si nasce non solo mancanti d'essere, e tali rimaniamo, ma anche consegnati al compito di divenire il proprio poter essere. Qui sta tutto il difficile del vivere: non poter esistere nella leggerezza di un disegno del vivere già dato, liberi dalla responsabilità di trovare la giusta direzione del proprio cammino nel tempo, ma trovarsi da subito appesantiti dall'ingombro di un'esistenza da disegnare istante per istante in quell'opacità del dover decidere senza riferimenti certi.
Il dato primo che la mente coglie è il proprio essere. Stein parla di «certezza del proprio essere» [12], ma questa certezza non è rassicurante, poiché diviene da subito certezza della fatica del proprio divenire e dell'impossibilità di sottrarsi a essa. La fatica dell'anima nel sostenere il mestiere di vivere viene dal trovarsi impegnati in un fare che sembra un inutile affanno, se non in certi casi di mera vanità. La mancanza di essere non è leggerezza, ma un peso da assumere, che si fa evidente nella preoccupazione di trovarsi a dovere dare una forma al proprio divenire. Si nasce obbligati a divenire il proprio esserci. La condizione umana non lascia aperture per sottrarsi al compito di esserci. L'«impossibil4à del nulla», di astenersi anche per un solo attimo dall'esserci, se pensata radicalmente evidenzia come la libertà sia un valore così cercato.

Modi della pratica di cura

Conservare la vita

L'inconsistenza ontologica rende bisognosi d'altro. La vita ha continuamente bisogno di qualcosa e senza questo qualcosa la vita viene meno. Il problema sta nel fatto che questo qualcosa va procurato. Questo continuo dover procurarci cose costituisce una necessità inaggirabile. Nascere al mondo è trovarsi consegnati al compito irrevocabile di doverci occupare della vita. La cura della vita si manifesta innanzitutto nella forma del procurare cose che alimentano e conservano il ciclo vitale. La cura «è per essenza cura dell'essere dell'esserci» e l'esserci che si declina come cura è «essere per qualcosa» [13].
A nominare la cura come il preoccuparsi di procurare ciò che consente di conservare la vita, nel greco antico troviamo il termine mérimna. La cura come mérimna è il modo di essere che rappresenta la risposta all'orme di cui parla la filosofia stoica, cioè la tendenza a persistere nell'essere, una tendenza inevitabile per noi che siano esseri consegnati al compito di esistere. L'esserci è costantemente chiamato ad affrontare la minacciosità di un mondo che mette alla prova la capacità di stare qui e ora, e a questa chiamata risponde con il modo d'essere del procurare tutto ciò che è necessario a conservare la vita [14].
Il termine mérimna indica la preoccupazione di fare fronte al compito di vivere, di salvaguardare le possibilità di continuare a esserci, di dovere procurare cose per potere continuare a essere. Questo procurare cose non è una forma degradata dell'agire nei confronti della quale costruire inutili e dannose filosofie che coltivano l'illusione di un essere sollevato dalla sua materialità [15]. Il procurare cose e il prendersi cura del mondo non è un livello degradato di vita, ma è il modo di essere che ci appartiene in quanto esseri incarnati in un corpo che abita il mondo. La cura delle cose è la nostra cura della vita.
Se la cura per conservare la vita mettendola al riparo dalla sua debolezza è inevitabile, tuttavia può assumere dimensioni smisurate a causa dell'ansia che prende l'anima di fronte alla nostra fragilità ontologica. Il nostro mancare di sovranità sulla vita genera inquietudini e paure, che possono portare a una frenesia del procurare cose nell'illusione che l'agire acquisitivo consenta di trovare un riparo alla propria fragilità; ma proprio questa frenesia finisce per consumare la vita stessa. Nella parabola degli uccelli, Gesù invita a non affannarsi eccessivamente per la vita e a guardare gli uccelli del cielo (Mt 6,25), poiché un eccesso di preoccupazioni per le cose e l'attaccamento alle ricchezze soffocano il logos, cioè la direzione di senso dell'esperienza (Mt 13,22); e per invitare a non curarsi eccessivamente delle cose del mondo l'evangelista usa il termine mérimna. La preoccupazione per la vita, necessaria per garantire il persistere nell'essere, può tradursi in un eccesso, una forma quasi di accanimento nell'accumulare ciò che potrebbe essere utile, e questo eccesso che porta ad affannarsi può essere interpretato come conseguente al sentire con angoscia la propria situazione di esseri mancanti, bisognosi d'altro.
Una vita beata è pensata come quella sine angore curarum, cioè senza l'angoscia della cura [16], condizione necessaria per aiutarci a trovare la giusta misura del nostro avere cura. Il sapersi bisognosi e nell'impossibilità di trovare un riparo definitivo alla nostra `bisognosità' si traduce in un sentimento di impotenza che, se lasciato dilagare nell'anima, può spingere ad agire compulsivamente per tacitare il proprio sentirsi mancanti, riempiendo il vivere di un eccesso di cose cui sentirsi ancorati. Per questa ragione, la pratica del prendersi cura delle cose va esercitata cercando trovare la giusta misura del proprio agire nel mondo.

Fare fiorire l'essere

Il prendersi a cuore la vita non si risolve solo nel procurare cose per conservare l'esserci così come accade. Proprio perché l'essere umano viene al mondo mancante di una forma dell'esserci, il suo compito è quello di cercare la forma del proprio esserci, precisamente la migliore forma possibile. Il nostro essere mancanti è apertura al divenire possibile, cioè essere chiamati alla trascendenza, a cercare forme ulteriori di essere. La cura, infatti, «si realizza come prendersi cura delle possibilità» [17].
L'essenza della condizione umana è quella di farci trovare irrevocabilmente chiamati al compito di dovere divenire il proprio poter essere, rispondendo positivamente alla chiamata di composizione di senso del tempo della vita. L'essere umano non è un punto fermo nel divenire dell'essere, non è qualcosa di compiuto e di completo, ma è un nucleo d'essere in continuo divenire, mosso da un'energia che lo spinge continuamente ad andare oltre il modo in cui viene a essere. È un essere in cerca della sua forma e per questo è chiamato ad andare sempre oltre rispetto al modo in cui si trova a essere, a divenire sempre oltre quello che è, a oltrepassarsi, perché quel nucleo vivente che noi siamo è un nucleo di potenzialità che per attualizzarsi chiedono di oltrepassare ciò che è già e aprirsi all'ulteriore. Rispondere alla chiamata alla trascendenza per dare piena attuazione al proprio essere possibile richiede di aver cura della vita nel senso di coltivare l'esserci in tutte le sue dimensioni: cognitiva, affettiva, estetica, etica, politica, spirituale.
Si può dunque dire che c'è un lavoro di cura come procurare cose per nutrire e conservare la vita e una cura come l'andare oltre ciò che è già dato per creare forme inedite dell'esserci. Negli studi che si occupano di cura prevale, per non dire che è quasi esclusiva, l'attenzione per la cura come risposta al bisogno di procurare quanto necessario al vivere, e si trascura di pensare che altrettanto necessaria è la dedizione a cercare la migliore qualità di vita possibile, quella che consente di attualizzare le differenti possibilità proprie dell'essere. C'è bisogno di una cura che «risveglia gli animi e li rende più grandi» non tanto perché essi possano «compiere grandi imprese» [18], ma per realizzare al meglio quell'impresa che la propria vita.
La cura che è mossa dalla tensione a fare fiorire l'essere trova espressione in modo particolare nell'agire educativo. Educare viene dal latino educare che fra i suoi significati include: coltivare, allevare, aver cura. Educare è aver cura dell'altro, più precisamente aver cura di offrire all'altro quei contesti esperienziali che possano consentire il pieno fiorire della sua umanità. Dal momento in cui viene al mondo l'essere umano è chiamato a trovare quegli orizzonti di senso indispensabili ad autenticare il tempo della propria vita. La vita umana può essere paragonata a un corso d'acqua che per diventare fiume ha bisogno di trovare un suo percorso; la vita è un fiume di tempo e il compito di ciascuno consiste nel trovare quel metodo dell'esistere che è essenziale per dare forma buona al proprio tempo. Si nasce mancanti di forma e con il compito inaggirabile di dare forma al proprio divenire. A ciascuno è assegnata la responsabilità di divenire perfettamente il proprio essere possibile, cioè di avere cura dell'esserci.
Il difficile del lavoro dell'esistere consiste nel fatto che, per rispondere positivamente alla chiamata di realizzare nella migliore forma possibile il proprio essere, nessuno può agire autonomamente, poiché essendo la nostra essenza ontologica fortemente relazionale il nostro divenire si trova strettamente intrecciato a quello di altri, dai quali per molto dipendiamo nel nostro esserci. In altre parole, l'aver cura del proprio divenire dipende dalla cura che altri possono avere per noi. In particolare nei primi anni della vita la dipendenza dagli altri è determinante e gli adulti si trovano investiti della responsabilità di facilitare il divenire dei più giovani.
Una buona pratica educativa consiste nell'offrire quelle esperienze che sollecitano l'altro a crescere e fiorire in tutte le dimensioni ontologiche. Un buon insegnante non si limita a organizzare le situazioni didattiche previste dal curricolo, ma cerca di leggere i bisogni di ciascun allievo per offrire quelle situazioni esperienziali che consentono di nutrire la tensione cognitiva, etica, estetica, sociale e spirituale dell'essere di ciascuno.
Essere vincolati alla cura che risponde al bisogno di trascendenza significa non potere sostare nemmeno nei modi di esserci che più ci appartengono, perché non ci è data la condizione quieta del semplicemente esserci. In quanto nasce senza forma e con il compito di darsi una forma, l'essere umano è dunque chiamato ad aver cura di sé. Aver cura di sé per cercare la forma migliore del proprio poter essere significa cercare un orizzonte irradiante di senso. La cura di sé è un lavoro faticoso: tesse i fili dell'esserci, ma senza mai riuscire completamente nella realizzazione del suo progetto, poiché all'essere umano risulta impossibile chiamare all'essere tutto ciò che vede essenziale per disegnare una vita buona. Si ha cura di sé per far fronte alla fragilità e vulnerabilità della condizione umana, senza mai potere ridimensionare questo essere intimamente fragili e vulnerabili, nella carne e nell'anima. Sempre si corre il rischio di una vita frammentata, divisa in tempi senza centro, tempi incomunicanti. L'anima sente il bisogno di cercare un centro, un centro vivente, da cui attingere l'energia necessaria per camminare con gioia nel tempo. Aver cura dell'esistenza è fare della vita un'unità viva.
Tutti si vorrebbe vivere una vita buona; il Vangelo è detto essere il testo della gioia, perché di gioia ha sete l'anima. Ma la vita non risparmia momenti difficili, di dolore e di angoscia, più o meno inten4 Il peso dell'angoscia può essere sostenibile o può scardinare ogni sostegno, distruggere ogni fondamento. Quando si ha avuto esperienza di una cura che ha nutrito l'anima di energia vitale, allora si sa stare di fronte all'angoscia senza che questa ci travolga. Il neonato che si è sentito tenuto in un abbraccio che raccoglie non solo il corpo ma anche la mente ha potuto far esperienza di una quiete sorgiva di energia che nutre l'essere; il bambino che trova l'insegnante a sostenerlo con una presenza che sa accettarlo per come è e con fiducia accompagnarlo a divenire altre forme possibili del suo pensare e del suo sentire può sporgersi sull'ulteriore dell'esserci senza spaesarsi nell'angoscia.
La sofferenza può rendere l'anima tanto affaticata da non vedere spiragli, la cura è come luce che si distende nell'anima lasciando vedere uno spiraglio di altro. Non la luce fredda della conoscenza intesa come logos matematicos, ma la luce calda della ragione seminale, il logos spermatikos degli stoici, quel soffio spirituale che riscalda il tempo e feconda la vita di semi di possibilità. L'assenza di cura, invece, rende più deboli, più fragili, più pronti a essere annullati dal dolore. Aver cura è togliere, per quanto è possibile, il peso della sofferenza, alleggerire l'altro dal gravame di pensieri e di emozioni pesante da sostenere tutto da soli e insieme cercare un ritmo buono per camminare nel tempo.

Curare le ferite

A essere necessario risulta anche un altro tipo di cura, che ripara l'essere nei momenti di massima vulnerabilità e fragilità, quando il corpo o l'anima si ammala: è la cura come `terapia'. La 'terapia' è la cura chiamata a lenire la sofferenza [19]. Il corpo che noi siamo è realtà massimamente vulnerabile, perché il suo funzionamento può incepparsi e quando questo accade si ha esperienza della sofferenza nella carne. Proprio perché «il corpo è difettoso è stata scoperta l'arte medica» [20].
Non c'è solo il dolore del corpo, ma anche quello dell'anima: nel dolore del corpo ci troviamo immersi, mentre il dolore dell'anima sale dal profondo della vita interiore. Ci sono sofferenze momentanee che accompagnano il tempo quotidiano lasciando accadere il ritmo consueto dell'esistere; ci sono sofferenze che, intermittenti o continue, assorbono l'energia vitale, macinando l'anima in un ingranaggio che sembra scarnificarla.
La malattia impone all'evidenza tutta la nostra drammatica debolezza ontologica, quella di un ente che si trova collocato nel mondo della vita dovendo continuare a esserci senza avere alcuna sovranità su quel divenire che trascina il poter essere nel tempo. Nell'esperienza della malattia l'avvertire interrotto, se non in frantumi, il ritmo consueto della vita mette a nudo la debolezza della condizione umana.
Quand'anche inconsistente, poiché mancante di sovranità sul divenire dell'esperienza, il mio esserci è essere, e in quanto essere sente in tutta la sua realtà il dolore quando penetra nella carne o dilaga nelle pieghe dell'anima. Quando il corpo è in salute e quando l'anima sta bene, il compito di prenderci a cuore l'esistenza, per quanto difficile da sostenere, rende percepibile l'esserci come apertura, come possibile fiorire: apertura al mondo e fiorire al proprio essere possibile. Sentirsi in salute fa percepire il proprio essere come un centro vivo, capace di far gemmare forme di esistenza, dove la forza vitale che alimenta il nostro divenire può materializzarsi in esperienze di senso che costituiscono gli approdi necessari a quel cammino avventuroso che è la vita.
Ma quando la materia si ammala, quando il dolore ferisce l'anima, allora quell'inconsistenza ontologica, che la mente – pur sentendola in tutta la sua realtà – può a momenti non pensare così da contenere il senso di angoscia, viene vissuta in tutta la sua pesantezza. Può accadere allora di fare esperienza di una radicale passività, ed è la consapevolezza di questa radicale passività a generare l'angoscia. Quell'angoscia che diventa sostenibile solo nella misura in cui l'estrema passività cui siamo sottoposti viene accettata e l'anima sa coltivare la capacità della pazienza. Perché da cercare non è la supposta innocenza del non pensare, quella chiara e calma semplicità dell'esserci dell'ape che segue nell'aria mappe già tracciate, condizione che non ci è data in quanto nella nostra essenza siamo esseri pensanti, ma piuttosto arrivare a declinare il pensare come capacità di accettare. Accettare la nostra condizione senza ricorrere a fantasticherie e immaginazioni sradicanti e da questo prendere slancio per reinterpretare l'esistenza, chiede tutto un lavoro della mente e del cuore che è parte essenziale della cura di sé.
Quando si sta bene la mente prende le distanze da ogni immagine negativa; nutre non solo il desiderio di una continuazione senza finitudine del proprio essere, ma insieme la possibilità di sentire l'essge nella sua pienezza, «un essere che possa abbracciare la totalità dei suoi contenuti in un presente immutabile, invece di vedersi sempre di nuovo dileguare ciò che è appena affacciato alla vita» [21]. Quando, invece, si fa esperienza del dolore è altro quello che s'impone alla mente ed è altro quello che si vorrebbe. Si vorrebbe ancora, e forse più di prima, una forma di sovranità sul proprio esserci, ma non per sentire intensamente l'energia vitale, bensì per indebolire, anestetizzare la sensibilità fino al punto da non sentire più, per non sentire il dolore, per allentare la presa della sofferenza che erode la forza vitale. Allora l'inconsistenza del sentire sensibile e una certa debolezza della vita mentale diventano quasi una cosa positiva. In questo senso la disciplina ascetica dell'essere meno, del togliere via per stare nell'essenziale è un'azione etica perché prepara al difficile di certi momenti dell'esistere, quando sembra di camminare fra i rovi.
Quando nella vita si fa esperienza di buoni vissuti di cura, di quella che nutre l'anima di fiducia, allora si sa stare in presenza del dolore senza che questo ci travolga. L'assenza di cura, invece, rende più deboli, più fragili, più pronti a essere annientati dal dolore. Nel Vangelo di Matteo si cita Isaia: «Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie». Ci sono dolori che si sente di non potere sopportare da soli. Solo un dio può caricarseli e alleggerirci; forse c'è una malattia dell'anima che solo la fonte di un'energia trascendente può curare. Ma noi viviamo tra gli altri, come noi fragili; ma proprio questi altri ci possono aiutare a portare il nostro peso senza sentirci schiantare. La capacità di aver cura dell'altro è anche questo: esserci quando l'altro avverte tutta la fatica del mestiere di vivere, mostrando la disponibilità a mettere in comune quello che si ha per sostenere insieme il lavoro di tessitura dell'esistenza, senza lasciare che il senso di una fredda solitudine spenga l'energia vitale. Non c'è esistenza senza cura di sé; ma la cura di sé ha necessità del nutrimento che viene dal ricevere cura da altri. Per tale ragione la cura per l'altro è un valore grande, irrinunciabile. Quando la cura come terapia si fa carico della persona nella sua interezza di mente e corpo, allora non è solo riparazione di qualcosa che nel corpo si è inceppato, ma è cura intera dell'essere.


NOTE

1 M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 1976, p. 66. Or. tedesco, Sein und Zeit, Niemeyer, Tübingen 1927.
2 Ibi, p. 420.
3 Ossia è «struttura d'essere dell'esser-ci», cfr. M. Heidegger, Prolegomeni alla storia del concetto di tempo, Il Melangolo, Genova 1999, p. 311. Or. tedesco, Prolegomena zur Geschichte des Zeitbegriffs, Vittorio Klostermann Verlag, Frankfurt am Main 1975.
4 Ibi, p. 152.
5 E. Lévinas, Dall'esistenza all'esistente, Marietti, Casale Monferrato 1986, p. 21. Or. francese, De l'existence à l'existant, Vrin, Paris 1947.
6 Ibi, p. 17.
7 H. Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 1989. Or. inglese, The Human Condition, The University of Chicago, Chicago 1958.
8 M. Zambrano, I sogni e il tempo, Edizioni Pendragon, Bologna 2004, p. 13. Or. spagnolo, Los suenos y el tempo, Siruela, Madrid 1992.
9 E. Stein, Essere finito e essere eterno, Città Nuova, Roma 1999, p. 71. Or, tedesco, Endliches und ewiges Sein – Versuch eines Aufstiegs zum Sinn des Seins, Archivium Carmelitanum Edith Stein, Geleen 1962.
10 Ibi, p. 92.
11 Ibi, p. 95.
12 Ibi, p. 73.
13 M. Heidegger, Prolegomeni alla storia del concetto di tempo, cit., pp. 389 e 388.
14 Ibi, p. 314.
15 E. Levinas, Il Tempo e l'Altro, Il melangolo, Genova 1993, p. 32. Or. francese in: J. Wahl, Le Choix - Le Monde - L'Existence, Cahiers du Collège Philosophique, Arthaud, Grenoble-Paris 1947, pp. 125-196; successivamente stampato come Le Temps et l'Autre, PUF, Paris 1983.
16 Agostino, Le lettere, vol. 1, Città Nuova Editrice, Roma 1969, Epistulae, 55, 17.
17 M. Heidegger, Segnavia (II ed.), Adelphi, Milano 2002, p. 217. Or. tedesco, Wegmarken, Klostermann, Frankfurt am Main 1976.
18 Cicerone, De officiis, Einaudi, Torino 2012, I, 12.
19 A indicare le azioni terapeutiche in greco ci sono due termini: therapeia e iatreia. Il primo termine indica un'azione di cura che tiene in conto la persona nella sua complessità e si occupa anche delle dimensioni spirituali dell'esperienza, mentre il secondo riguarda specificatamente l'attività esercitata dai medici per curare le affezioni del corpo.
20 Platone, Repubblica, i, 241e, in G. Reale (a cura di), Tutti gli scritti, Bompiani, Milano 2000.
21 E. Stein, Essere finito e essere eterno, cit., p. 93.

(La Rivista del Clero Italiano, 2/2017, pp. 128-139)