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Artigiani della carità

Domenica XXIII del tempo ordinario A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

Integration


18,19-20 Preghiera comunitaria [1]

La preghiera tende a essere “preghiera del popolo”. Nella preghiera si crea un legame tra tutti coloro che fanno parte del corpo di Cristo, il particolare viene inglobato nell’universale che ci libera così dall’individualismo. Siamo persone: io, totalmente responsabile delle mie azioni, sono inserito in una realtà di popolo. Quando la nostra carne avverte la responsabilità di ogni gesto e l’appartenenza a un popolo, prega in comunione, nonostante al momento si trovi da solo. La preghiera comunitaria è particolarmente efficace (Mt 18,19). Gesù non si stanca di ripeterlo. E la preghiera della carne esiliata, in cammino verso la terra promessa, con­sapevole di appartenere a qualcosa che oltrepassa i limiti della propria fisicità: al popolo di Dio.
I discepoli giunsero alla comprensione di ciò, e per questo erano “perseveranti e concordi nella preghiera” (At 1,14), e nei momenti più difficili per la Chiesa primitiva la preghiera costituiva la principale protagonista del cammino verso Dio: si prega per sostituire Giuda (At 1,24-26), per l’elezione dei sette (At 6, 6); quando i dodici decidono di dedicarsi alla preghiera e al servizio della parola (At 6,4); la comunità prega per la liberazione di Pietro e Giovanni (At 4,24-30); Pietro e Giovanni pregano per coloro che sono stati battezzati da Filippo nella Samaria (At 8,15). In diverse circostanze vediamo pregare Pietro, capo della Chiesa (At 9, 40; 10, 9) e Paolo (At 9,11; 13,3; 14,23; 20,36; 21,5).


18,15 Riconoscere e aiutare crescere (EG 172)

Chi accompagna sa riconoscere che la situazione di ogni soggetto, davanti a Dio e alla sua vita di grazia, è un mistero che nessuno può conoscere pienamente dall’esterno. Il Vangelo ci propone di correggere e aiutare a crescere una persona a partire dal riconoscimento della malva­gità oggettiva delle sue azioni (cf. Mt 18,15), ma senza emettere giudizi sulla sua responsabilità e colpevolezza (cf. Mt 7,1; Lc 6,37). In ogni caso un valido accompagnatore non accondiscende ai fatalismi o alla pusillanimità. Invita sempre a volersi curare, a rialzarsi, ad abbracciare la croce, a lasciare tutto, ad uscire sempre di nuovo per annunciare il Vangelo. La personale esperienza di lasciarci accompagnare e curare, riuscendo ad esprimere con piena sincerità la nostra vita da­vanti a chi ci accompagna, ci insegna ad essere pazienti e comprensivi con gli altri e ci mette in grado di trovare i modi per risvegliarne in loro la fiducia, l’apertura e la disposizione a crescere.

18,15-18 Correzione fraterna [2]

Artigiani della carità
Le parole sull’amore che abbiamo ascoltato (Mt 18,15-18) non sono retoriche, il Signore lo aveva già sottolineato nella parabola del buon samaritano e in quella del giudizio finale... essere giudicati dall’amore. Questo passo del Vangelo colpisce perché indica quanto sia laborioso l’amore, quanto sia laborioso instaurarlo: “Se tuo fratello pecca contro di te...», cioè se fa qualcosa contro di te, se ti danneggia... vai e correggilo in privato, se ti ascolta te lo sei guadagnato. Se non ti ascolta, cerca una o due persone, affinché la questione si decida per la dichiarazione di due o tre testimoni, con l’aiuto di questi fratelli. Altrimenti, cerca la comunità. Se ancora non vuole ascoltarti, consideralo come un pagano. Allontanati. L’atteggiamento abituale nella nostra convivenza sociale, almeno qui - basta accendere la radio o vedere la televisione -, è anzitutto condannare, dopo il parlare. Prima insultare, poi vediamo. È il detto che conosciamo: “Chi colpisce per primo, colpisce due volte”. Ma questa non è la logica dell’amore.

C’è bisogno di una laboriosità artigianale
Instaurare l’amore è un lavoro da artigiani, da persone pazienti che spendono tutto quello che hanno per persuadere, ascoltare, avvicinare. E questo la­voro artigianale ha i suoi pacifici e magici creatori d’amore. E il compito del mediatore, il significato di “mediatore” lo confondiamo a volte con il termine “intermediario”. Ma non è la stessa cosa. Il mediatore è colui che, per unire le parti, paga con il suo stipendio, con quello che ha. È lui a spendersi. L’intermediario è quel commerciante che fa sconti ad am­bedue le parti per ottenere il suo merita­to guadagno. L’amore ci colloca nel ruolo del mediatore, non in quello dell’intermediario. Il mediatore perde sempre, perché la logica della carità è giungere a perdere tutto affinché vincano l’unità e l’amore. Ancora di più, la legge del cristiano è la stessa del mediatore. Per un cristiano, progredire non è scalare posti, avere buona reputazione, essere considerato. Per un cristiano progredire è “ab­bassarsi”, mentre svolge il suo compito di mediatore. Abbassarsi... come fu la condizione di abbassamento e annientamento (cioè il farsi niente) vissuta da Gesù. E qui veramente cambia tutto.

18,17 Integrare tutti nella comunità ecclesiale (AL 297)

Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vange­lo! Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situa­zione si trovino. Ovviamente, se qualcuno osten­ta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla co­munità (cf. Mt 18,17). Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione. Ma perfino per questa persona può esserci qualche maniera di partecipare alla vita della comunità: in impegni sociali, in riunioni di preghiera, o secondo quello che la sua personale iniziativa, insieme al discernimento del Pastore, può suggerire. Riguardo al modo di trattare le diverse situazioni dette “irregolari”, i Padri sino­dali hanno raggiunto un consenso generale, che sostengo: “In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimo­nio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nella loro vita e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro”, sempre possibile con la forza dello Spirito Santo. 

18,20 Spendersi per l’unità e per l’amore [3]

Incoraggiamoci gli uni gli altri a diventare discepoli sempre più fedeli di Gesù, sempre più liberi dai rispettivi pregiudizi del passato e sempre più desiderosi di pregare per e con gli altri. Un bel segno di questa volontà è il “gemellaggio” realizzato tra la vostra parrocchia di All Saints e quella cattolica di Ognissanti. I Santi di ogni confessione cristiana, pienamente uniti nella Gerusalemme di lassù, ci aprano la via per percorrere quaggiù tutte le possibili vie di un cammino cristiano fraterno e comune. Dove ci si riunisce nel nome di Gesù, Egli è lì (cfr Mt 18,20), e rivolgendo il suo sguardo di misericordia chiama a spendersi per l’unità e per l’amore.


NOTE

[1] La carne del viaggio del ritorno, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 214-218; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, 2014, 21-25.
[2] J. M. Bergoglio, Artigiani della carità, Omelia pronunciata in occasione del 40° anniversario della fondazione della Comunità di Sant’Egidio, Cattedrale metropolitana di Buenos Aires, 6 settembre 2008.
[3] Omelia nell’incontro con la comunità anglicana nella chiesa “All Saints” in via del Babuino, 26 febbraio 2017.

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