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Proibire, un verbo da proteggere


Incanti di libertà o passioni tristi? /5

Paolo Zini

(NPG 2011-09-57)


Potremmo essere felici,
fare un mucchio di peccati
potremmo essere felici
a volte un poco disperati
potremmo dirci certe cose,
da fare accapponare la pelle
potremmo fare certe cose,
che ci fucilano alle spalle.[1]

Non abbiamo a che fare, qui, con una citazione dotta o poetica; ma il testo di questa canzone di fine anni Ottanta tocca un tema davvero scottante, quello del proibito, che non può essere eluso da una riflessione sul compito della libertà.
Sì, che vi sia un rapporto particolare tra le proibizioni e la libertà dell’uomo è fuori discussione; ma non aiuta certo a chiarire questo rapporto il ricorso ingenuo e ammiccante all’espressione gusto del proibito, quasi si trattasse di sottoscrivervi l’evidenza di un nesso scontato.
È della massima importanza invece domandarsi perché nell’immaginario collettivo sia entrata la convinzione di una particolare appetibilità del proibito, forse addirittura di una appetibilità direttamente proporzionale al rigore delle proibizioni che ne vorrebbero vietare accessibilità e consumo.
Se così fosse, infatti, la pienezza della vita sarebbe riservata agli spregiudicati, e chi rispetta i divieti sarebbe condannato ad un’esistenza un po’ tetra, priva di entusiasmo e di soddisfazioni.
Formalizzato fino a simili conseguenze il ragionamento mostra qualche debolezza, ma la misteriosa aura di desiderabilità che – nei fatti – circonda il proibito, sembra convincere più della teoresi.
La questione chiede dunque qualche approfondimento, e non solo per il suo carattere complesso e cruciale, ma pure per il peso dei suoi risvolti.
Anzitutto, la facilità con la quale è possibile lucrare sull’appagamento promesso a chi infrange divieti può produrre pericolose forme di sfruttamento e schiavitù; e poi, il moltiplicarsi di ferite – spesso inguaribili –, dovute ai comportamenti che sfidano le proibizioni, assomiglia molto ad una pandemia, e sottovalutarla forse non giova proprio a nessuno.
Se soddisfazione e proibizione non sono semplicemente due facce della stessa medaglia o due nomi diversi della medesima cosa – questo sembra da escludere, visto che le proibizioni violate non sempre regalano piaceri, e non tutte le esperienze di piacere sono violazioni di divieti – occorre verificare l’ipotesi di un nesso causale, che potrebbe vincolare appagamento e proibizione.
Ma qui sta il punto: il nesso si può intendere secondo due forme tra loro non solo distanti bensì contrastanti, accarezzate però ostinatamente dall’immaginario collettivo, ben poco interessato a rilevarne la contraddizione.
E proprio quest’ultima, se fosse ben esplorata, consentirebbe non tanto di escludere uno dei due convincimenti a beneficio dell’altro, quanto di cogliere l’impertinenza di entrambi e la necessità di pensare in modo assai diverso sia l’esperienza della soddisfazione che quella della proibizione e le eventuali forme del loro rapporto.
Vanno formalizzate allora due sentenze, la verità delle quali – come la loro improbabile convivenza – va decisamente messa in questione: 1. la proibizione è un recinto che impedisce di raggiungere qualcosa di desiderabile; 2. la proibizione è lo steccato che, rendendone difficile la conquista, fa desiderare il proibito.
Si tratta di due massime assai diverse tra loro, ma – nell’un come nell’altro caso – le proibizioni vi funzionano per essere superate, sebbene da esse non possa venire che una vocazione ciclotimica della libertà, costretta a barcamenarsi tra il risentimento depressivo e l’euforia maniacale: risentimento depressivo nel primo caso, quando la libertà, a causa delle proibizioni, si avverte ingiustamente separata dal proprio appagamento; euforia maniacale nel secondo caso, quando la libertà, sapendo di produrre appetibilità attraverso la spregiudicatezza, insegue le forme di agire più rischioso quale via per inebriarsi di godimento.
Che di queste patologie la libertà stia soffrendo è un altro preoccupante dato delle società postmoderne, chiamate – forse un po’ frettolosamente – del benessere; legittimo, e soprattutto opportuno, è il dubbio che tali patologie vengano proprio da due comprensioni speculari – ma parimenti erronee – del rapporto tra proibizione, appagamento e libertà.

È l’invidia di Qualcuno a proibire il piacere?

E chi ha detto che la proibizione è fatta per separare l’uomo da un appagamento cui avrebbe diritto, e pertanto non può che suscitare risentimento? Ma, soprattutto, questo è vero?
Non è una novità che Nietzsche, in tutti i suoi scritti, abbia compreso le proibizioni come pericolosi dispositivi di censura della libertà, creati da invidia, timore o interesse di chi è nemico della felicità umana.
Ne L’Anticristo, opera pensata come maledizione del cristianesimo, sono numerosi i passaggi sul tema, e forse non potrebbero essere più espliciti, specie per l’identificazione di questo Nemico:
«II vecchio Dio, tutto ‘spirito’, tutto sommo sacerdote, tutto perfezione, va a spasso nel suo giardino: solo che si annoia. Contro la noia lottano invano perfino gli dèi. Che cosa fa lui? Inventa l’uomo, l’uomo è divertente... Ma, guarda un po’, anche l’uomo s’annoia. La pietà di Dio per l’unica miseria che tutti i paradisi comportano, è sconfinata: tosto egli creò anche altri animali.
Primo passo falso di Dio: l’uomo non trovò divertenti gli animali – dominava su di loro, non voleva essere neppure ‘animale’. – Allora Dio creò la donna. E in effetti a quel punto con la noia fu finita, – ma anche con qualcos’altro! La donna fu il secondo passo falso di Dio. […] Solo attraverso la donna l’uomo apprese ad assaggiare i frutti dell’albero della conoscenza. – Che cosa era successo? Il vecchio Dio fu preso da una dannata paura. L’uomo stesso era divenuto il suo più grande passo falso, egli si era creato un rivale, la scienza rende simili a Dio, – per preti e dèi è finita quando l’uomo diventa scientifico! – Morale: la scienza è il proibito in sé, – essa sola è proibita. La scienza è il primo peccato, il seme di tutti i peccati, il peccato originale. La morale è soltanto questo. – ‘Tu non devi conoscere’: – il resto consegue da ciò. – La dannata Paura non impedì a Dio di essere furbo. Come ci si difende dalla scienza? Per lungo tempo questo divenne il suo primo problema. Risposta: fuori l’uomo dal paradiso!».[2]
Per comprendere in profondità questo brano andrebbero indagati i convincimenti di Nietzsche quanto all’esistenza e all’eventuale fisionomia di Dio; la questione è assai dibattuta, ma non è forse al centro delle preoccupazioni e degli interessi del Filosofo.
Nietzsche, avvertendo la singolarità del proprio destino in rapporto all’umanità e considerata la situazione socio-culturale dell’uomo europeo del secondo Ottocento, ne condanna la meschinità e le contraddizioni, proponendo un nuovo stile di esistenza, finalmente – a suo dire – degno dell’uomo.
La nuova proposta antropologica si riferisce ad una libertà chiamata a comprendersi fuori da qualsivoglia progetto di vita obbediente ad un Creatore e ancorato a valori definitivi, a misure oggettive della condotta, a proibizioni di qualsiasi natura.
Il pensiero di Nietzsche, una volta uscito dai circoli filosofici e dalle aule accademiche, non ha ispirato recezioni caute e riflessioni attente alle sue contraddizioni, ma ha plasmato convinzioni culturali spesso equivoche, come quella relativa al rapporto tra piena realizzazione della libertà e proibizioni.
Poco importa che Nietzsche ritenesse positivamente o negativamente solvibile il quesito sull’esistenza di Dio, o si avvedesse della contraddizione inscritta nell’immagine di un Creatore onnipotente insidiato dalla potenza da Egli stesso conferita alla sua creatura.
Proprio grazie a Nietzsche, nei modi comuni di pensare, a dispetto di simili contraddizioni, è passata l’idea di un Dio fautore di divieti, soprattutto morali, ideati dalla sua invidia e moltiplicati per interdire all’uomo il godimento.
Di qui una comprensione della proibizione sulla quale grava un crescente discredito; di qui il sospetto su Dio, ritenuto ostile alla sua stessa creazione; e, sempre di qui, i risentimenti della libertà, che, insofferente di ogni limite, vi legge l’invidia dell’Assoluto intento a negarle la felicità.
Se tutte queste massime non sono tollerabili è forse il caso di ribadirlo: pensare all’invidia di Dio come ragion d’essere delle proibizioni somiglia ad un teorema incapace di reggere alla più modesta delle indagini della ragione.
Tutt’altro discorso andrebbe aperto invece laddove interessi umani – ma, qui sì, troppo umani – si servissero di proibizioni per impedire alla libertà di godere dei suoi diritti.
Se fosse necessario denunciare le assai ricorrenti e strumentali disumanità di proibizioni umane, andrebbe però riconosciuto come da ciò non verrebbe alcuna legittimazione al teorema di una radice malvagia di tutte le proibizioni e di una loro comune origine nelle disposizioni arbitrarie di un Creatore invidioso e timoroso della libertà della creatura.

O il fascino del proibito è nella sfida temeraria?

La seconda forma di comprensione del proibito, che suscita questa volta l’esaltazione della libertà, non è meno diffusa di quella sin qui esaminata, che ne produce il risentimento.
È ben riconoscibile nella sua fattispecie il comportamento che non tanto si rivela indifferente o insofferente rispetto alle regole, ma interessato a violarle per provare la propria grandezza.
Di nuovo, a ben guardare, il fascino del proibito, come la sorte delle proibizioni, in simili frangenti, cadono sotto una particolare luce.
Qui la libertà è alle prese con se stessa e con le proprie allucinazioni: i divieti le sono occasione per dar prova di sé, e meramente strumentali divengono pure gli obiettivi di un comportamento, quando questo cerca, a qualunque costo, la propria spregiudicatezza.
Tali condotte riguardano sì oggetti e scelte, ma intesi a partire dall’infrazioni dei divieti che li circondano, infrazioni che consentono alla libertà di confermare una forma di sé, prima vagheggiata e poi azzardata nell’illiceità del gesto.
Lo strabismo di uno sguardo eccitato e alle prese con l’autoesaltazione dell’arbitrio, come capacità di trasgressione, porta però ad una visione del tutto irreale della realtà.
Proibizione, realtà e soggetto sono risucchiati nell’inaffidabilità di un regime allucinatorio, privo di consistenza e preludio di risvegli sovente tragici.
Una personificazione letteraria di tale patologia della libertà, più prigioniera delle proprie allucinazioni che alle prese con il rifiuto di qualche ingiunzione, è Lafcadio, inquietante personaggio di Gide ne Le segrete del Vaticano.[3]
Colpisce il monologo interiore di cui Lafcadio è protagonista nello scompartimento del treno che lo vede compiere un delitto senza ragioni, ai danni di un suo sconosciuto compagno di viaggio:
«Chi vedrebbe?», pensava Lafcadio. «Lì, vicinissimo alla mia mano, sotto la mia mano, questa maniglia, che posso tanto facilmente girare; questa porta, spalancandosi di colpo, lo farebbe cadere in avanti; basterebbe una piccola spinta; e lui piomberebbe nella notte come un masso; non si sentirebbe neppure un grido… E domani, in viaggio per le isole!... Chi saprebbe mai nulla?». […]
«Un delitto senza motivo», continuava Lafcadio: «che pasticcio per la polizia! Ma in fondo, chiunque potrebbe vedere da un altro scompartimento, che uno sportello s’apre e che un’ombra cinese fa una capriola. Meno male che le tende del corridoio sono tirate… Non sono tanto curioso degli avvenimenti quanto di me stesso. Tanti si credono capaci di tutto e poi si tirano indietro al momento d’agire… Tra l’immaginazione e il fare c’è di mezzo un abisso!… E non si può ripetere la mossa come nel giuoco degli scacchi. Bah, a prevedere tutti i rischi, il giuoco perderebbe interesse! Tra l’immaginazione d’un fatto e… Guarda, la scarpata finisce. Siamo su un ponte, credo; un fiume…». […] «Qui, sotto la mia mano, questa maniglia – mentre lui è distratto e guarda lontano, davanti a sé – gira di già, parola mia, più facilmente di quanto potessi credere. Se riesco a contare sino a dodici, senza affrettarmi, prima di vedere qualche luce in questa campagna, il tapiro è salvo. Comincio: uno; due; tre; quattro; (piano! piano!) cinque; sei; sette; otto; nove… dieci: una luce…». Fleurissoire non emise neppure un grido. Sotto la spinta di Lafcadio e davanti all’abisso bruscamente spalancatoglisi ai piedi».[4]
L’eccitazione di Lafcadio si nutre di deliri: la sua sfida con l’immagine di sé ha un contenuto omicida neanche considerato nelle farneticazioni che preludono al materializzarsi del gesto insensato e crudele.
Non è la realtà brutale dell’omicidio a regolare le considerazioni di Lafcadio, è il fascino perverso di un gioco onirico, ammaliato dalle possibilità infinite dell’arbitrio; e nell’invadenza di ipotesi deliranti circa forme inesplorate di sé si riduce ad appendice sacrificabile ad una fantasia sbrigliata la concretezza realissima di un atto esecrando.
Assomigliano molto al gesto di Lafcadio numerose esplosioni di violenza che caratterizzano questo tempo, e paiono abitate – come vorrebbe un ascoltato interprete dell’attualità – da un ospite inquietante, il nichilismo.[5]
Come la personalità di Lafcadio sconcerta il lettore del romanzo di Gide, i colpevoli, non di rado giovanissimi, di troppi recenti delitti – consumati, a loro dire, inconsapevolmente e per divertimento – hanno sorpreso gli stessi inquirenti:
«Teste vuote, come nessuno di voi può immaginare. Ho trovato il vuoto, il nulla, quando potrete conoscere tutti i materiali di questa storia, capirete il loro vuoto tremendo».[6]
Dovrebbero motivare domande e riflessioni di un pensiero accorato, queste esplosioni di violenza nichilista; accade invece che le reazioni scandalizzate e allarmate siano quelle di una cultura che, con l’ostracismo verso ogni proibizione, ha preparato gli esiti criminali di una sintomatica della derealizzazione e della depersonalizzazione divenuta tragicamente di moda.

Le proibizioni, custodia della libertà

E se le proibizioni fossero proprio le tutele fondamentali della libertà, capaci di preservarla dalla deriva patologica di un rapporto ciclotimico con se stessa e sempre gravido di minacce per gli altri e per il mondo?
Sì, le proibizioni difendono la libertà da se stessa, e – se ben comprese – la dissuadono dall’inebriarsi di quel veleno costituito dai suoi deliri, che le fanno idealizzare il proibito o la propria proditorietà al prezzo di calpestare la realtà e di divenire infida per gli altri.
Le proibizioni sono un patrimonio morale comunitario, reso disponibile da un lungo esercizio di discernimento alla scuola esigente della realtà.
Sono le proibizioni a capitalizzare la progressiva finezza di tale discernimento che forma la coscienza all’inviolabilità del valore di cui la realtà stessa è portatrice.
E l’autorevolezza intersoggettiva delle proibizioni sostiene la libertà nella pratica di quel rispetto di sé, degli altri e delle cose, dal quale soltanto le vengono dignità e affidabilità.
È una menzogna dichiarare la minacciosità per l’uomo delle proibizioni, come un inganno è denunciare in ogni prescrizione perentoria un crimine di lesa maestà ordito contro l’autonomia della persona.
Ma a queste menzogne e a questi inganni viene accordato un credito crescente da una sedicente cultura che vorrebbe emancipare la libertà da ogni condizione di minorità e dipendenza.
In verità, l’attacco alle proibizioni e le menzogne confezionate per screditarle sono il sintomo di una figura di libertà individuale – accarezzata collettivamente – irretita dalla saccenza e dall’incoerenza, elette a stile di vita, per quanto improbabilmente mascherate dietro la retorica dell’autonomia.
I frutti di questa ingannevole autonomia sono avvelenati, come dimostrano troppi gesti disperati e disperanti nella loro violenza, purtroppo riproposti quasi ritualmente da una cronaca che non può lasciare indifferenti:
«Sono gesti che mettono in crisi la giustizia e, con la giustizia, la società che, per tranquillizzarsi, è sempre alla ricerca di un movente. E il movente in effetti non c’è, o se c’è è insufficiente, comunque sproporzionato alla tragedia, perché ignoto agli stessi autori. Cercarlo ci porta lontano, tanto lontano quanto può esserlo l’avvio della loro vita, lungo la quale è stato loro insegnato tutto, ma non come mettere in contatto il cuore con la mente, e la mente con il comportamento, e il comportamento con il riverbero emotivo che gli eventi del mondo incidono nel loro cuore. Queste connessioni che fanno di un uomo un uomo non si sono costituite, e perciò nascono biografie capaci di gesti tra loro a tal punto slegati da non essere percepiti neppure come propri. E questo perché il cuore non è in sintonia con il pensiero e il pensiero con il comportamento, perché è fallita la comunicazione emotiva, e quindi la formazione del cuore come organo che prima di ragionare, ci fa sentire che cosa è giusto e che cosa non è giusto, chi sono io e che ci faccio al mondo».[7]
Una convivenza civile di libertà mature ha bisogno allora di riabilitare non un vago legalismo, ma un robusto patrimonio morale fatto anche di prescrizioni e proibizioni perentorie e reso accessibile in una trasmissione credibile perché vitale.
Le vie di questa riabilitazione sono esigenti; sono la via dell’umiltà della coscienza, che riconosce la necessità della testimonianza d’altri per imparare la forma buona della libertà, e la via della responsabilità, che annoda il compito della maturità alla vocazione alla formazione e alla cura dell’altrui crescita.
Fuori di questa umiltà e responsabilità può solo dilagare il vuoto di competenza morale, l’ostilità ad ogni prescrizione e proibizione, ma anche la pericolosa ciclotimia della libertà.
Almeno sui frutti e le ragioni di questa ciclotimia sarebbe bene non mentire, per non essere complici delle sue tragiche conseguenze.

Dunque?

Tra le possibilità del volere umano vi è quella d’invaghirsi della propria libertà, sino a tollerarne il capriccio, cui poi sottomettersi in pericolosa schiavitù.
Quando la libertà si identifica con la propria assolutezza, ogni divieto diviene per lei una minaccia, una mutilazione insopportabile e illegittima.
Da questa insofferenza vengono le invenzioni caricaturali di un Legislatore dispotico che soggiogherebbe la libertà dopo averla posta in essere e al quale una coscienza adulta potrebbe rispondere soltanto con la ribellione o con l’indifferenza.
Ma tanto contraddittoria è la figura di un simile Legislatore, quanto precari sono fisionomia e destino di un uomo che confonde la propria libertà con l’assolutezza di un potere sconfinato.
Il cuore deve pertanto guardarsi dal sogno di smisuratezza che la libertà potrebbe accarezzare, sino a giustificare ogni sua possibile licenza; ne verrebbe infatti un ossessivo calpestare, insieme alla verità della propria misura, la misura delle cose.
Senza la consapevolezza dell’intimo convenire di proibizioni inviolabili e vigore della libertà, la coscienza e il volere umano non possono raggiungere la verità della propria finitudine e riconoscere nella formazione al rispetto la via della propria maturità morale.


NOTE

[1] L. Carboni, Vieni a vivere con me, da Diario, CD, 1997.
[2] F. Nietzsche, L’anticristo (Piccola Biblioteca Adelphi 55), Adelphi, Milano 1982), 48.
[3] L’opera di André Gide (Parigi 1869-1951), Nobel per la letteratura nel 1947, dà voce alle inquietudini del Novecento circa il significato della libertà individuale nell’intrico delle relazioni sociali, dei condizionamenti culturali e dei dettami della coscienza. La complessa trama de I sotterranei del Vaticano, attraverso le vicende dei suoi protagonisti, costringe il lettore a riflettere su figure tra loro alternative di sensibilità ai valori, che producono forme di esistenza assai diverse, segnate dall’ingenuità o dalla creduloneria, dal cinismo gratuito o dal conformismo, dalla bassezza opportunista o dalla malizia calcolatrice; tutto a riprova della varietà delle identità morali, che mantengono però un imprescindibile riferimento a criteri di plausibilità intersoggettivi.
[4] A. Gide, Le segrete del Vaticano (Biblioteca Universale Rizzoli 828-830), Rizzoli, Milano 1955, 194-195.
[5] U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano 20086, 11.
[6] U. Galimberti, L’ospite inquietante…, 107; le espressioni sono tratte da una dichiarazione rilasciata alla stampa il 21.01.1997 dal magistrato Aldo Cuva e si riferiscono ai presunti responsabili del lancio di massi dai cavalcavia autostradali che, in quel periodo, avevano ucciso un’automobilista nei pressi di Tortona.
[7] U. Galimberti, L’ospite inquietante…, 53.
[8] Cf A. Phillips, I no che aiutano a crescere, Feltrinelli, Milano 206. O. Poli, Non ho paura a dirti di no. I genitori e la fermezza educativa, S. Paolo, Cinisello B. (Mi) 2004.

 

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