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La chiamata, un atto di misericordia

 

La chiamata,

un atto di misericordia

Fratel Luigi - Bose

12 settembre 2017


In quel tempo 12 Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. 13 Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: 14 Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, 15 Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; 16 Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. 17 Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone, 18 che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. 19 Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
Lc 6,12-19

Il vangelo descrive un movimento di salita e di discesa. Gesù prima sale, da solo, sul monte e là trascorre la notte in preghiera. Il frutto della sua preghiera è la chiamata dei discepoli e poi la sua discesa con loro verso l’umanità di poveri e malati. Come noi anche Gesù ha bisogno di pregare per ascoltare la parola di Dio nel silenzio del cuore, discernere la sua volontà e conformare la propria vita alla sua logica.
Ma allora, se la chiamata dei discepoli è davvero frutto di scelta deliberata fatta alla luce della preghiera e del discernimento della volontà di Dio, leggendo la lista dei chiamati, si resta perplessi. Davvero una bella scelta, verrebbe da dire! Di persone “raccomandabili” neppure l’ombra. Non ci sono scribi (i teologi di allora) né sacerdoti, né uomini particolarmente religiosi. Tra loro poi le differenze non potrebbero essere più grandi. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sono semplici pescatori. Matteo è esattore delle tasse per conto dei romani, quindi in pratica un collaborazionista, mentre Simone è uno “zelota”, cioè precisamente un nemico dei collaborazionisti. Persone diversissime, quindi, che non si sono scelte né mai forse avrebbero potuto scegliersi.
In comune hanno che il primo rinnegherà Gesù, l’ultimo lo tradirà e tutti bene o male fuggiranno via al momento del pericolo. Nessuno di loro capirà veramente Gesù fin dopo la resurrezione, a cominciare da Pietro, il primo degli apostoli, che con i suoi discorsi e comportamenti goffi e inopportuni li (e ci) rappresenta un po’ tutti. Quanto a Giuda, sorge spontanea la domanda: c’era proprio bisogno di andare a scegliersi un “traditore”? O quantomeno, non sarebbe stato meglio, a vicenda consumata, radiarlo dalla lista? E invece no. Non solo i vangeli ne riportano il nome, in fedeltà agli eventi, ma sottolineano con enfasi che era proprio “uno dei dodici” (Lc 22,3). Anche l’esperienza di Giuda fonda la chiesa di Cristo! È lì a dimostrare quanto spesso anche noi tradiamo il nostro maestro. Eppure la sua chiamata non viene meno.
Cominciamo a intuire le ragioni di una scelta così strana, che rivela i criteri di Dio. I dodici sono in effetti dei poveri cristi, pieni dei limiti e delle contraddizioni di tutti, ma i limiti diventano occasione di comunione, di compassione, di dono e di perdono. Pur non essendo frutto né di selezione né del puro caso, in un certo senso Gesù con la sua scelta ha voluto che il gruppo fosse il più “a caso” possibile, perché in futuro nessuno potesse sentirsi escluso dalla sua chiesa. La stessa scelta in realtà è stato un atto di misericordia.
Non per nulla la scena successiva descrive la discesa di Gesù, con gli apostoli, in mezzo all’umanità impura e sofferente. A dimostrazione che la vera apertura agli altri, la disponibilità a lasciarsi “toccare” dalle loro ferite, dai loro problemi, dalle loro domande, può nascere solo dalla consapevolezza che siamo tutti dei feriti e dei peccatori perdonati.
La chiesa fondata da Gesù non potrà mai pensarsi come una cerchia di eletti.

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