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Educare alla sicurezza nel rischio e nell’incertezza del futuro /2. Alcune piste per l'educazione


I temi negati dell'educazione /16

Mario Pollo

(NPG 2014-03-57)


LA COPPIA DIALETTICA: LIMITE/ILLIMITATO

Il concetto di “limite” con il suo opposto, “illimitato” è, sin dalle origini, alla base del discorso intorno alla vita umana e alla civiltà, sia dell’occidente che dell’oriente.
Per quanto riguarda l’occidente basta riandare al pensiero greco antico e al concetto di άπειρου, che spesso viene tradotto impropriamente con infinito, ma che, più propriamente, significa ciò che non ha limite, e che è, quindi, illimitato.
L’illimitato, diversamente dall’infinito, come ricorda Aristotele, «non è ciò al di fuori di cui non c’è nulla, ma ciò al di fuori di cui c’è sempre qualcosa».
Questo significa che l’illimitato è per sua natura incompleto, oltre ad essere una «potenzialità non attuata e non attuabile», perché solo ciò che ha un limite (che è, quindi, limitato) è completo e ha una sua attualità.
Un oggetto per esistere nel dominio dello spazio e del tempo deve essere perciò finito, rinchiuso nel confine del limite.
Tuttavia se esistesse solo il limite, non esisterebbe il divenire e quindi la storia, né alcuna evoluzione, perché la tendenza di ogni oggetto è di permanere rigidamente all’interno dei confini di esistenza imposti dal limite.
Il divenire richiede perciò una sintesi del limite e dell’illimitato o, meglio, una sorta di dialettica continua tra il limitato e l’illimitato, in cui l’illimitato tenta continuamente di dissolvere il limite, ma questo si ricostituisce continuamente assumendo nuove forme.
E questa dialettica è presente anche in altre culture, sia del Medio come dell'estremo Oriente, nelle figure del mito e di divinità
È comunque all’interno del confine, nel regno dell’Essere, che la vita ha luogo, e il prodigio che si può manifestare nell’oltrepassamento del confine è comunque sempre sul punto di smarrirsi nella disgregazione distruttrice.
È questo il rischio della vita umana, del suo evolversi in forme di civilizzazione sempre nuove. La distruttività è sempre il volto oscuro, latente al di sotto di ogni progresso.
Se il limite senza il suo opposto, l’illimitato, non produce storia ed evoluzione, la sua assenza produce il decadimento dell’uomo dalla condizione umana e lo introduce nel regno della distruttività e della morte.
Una civiltà che smarrisce il valore del limite si condanna all’autodistruzione, o comunque a piombare nella notte del caos, da cui solo il limite potrà trarla a nuova vita.
Nella dialettica tra il limitato e l’illimitato il rischio svolge una funzione centrale. Infatti, questa funzione può essere considerata quella che inducendo all’oltrepassamento del limite apre la via all’irruzione nella dimensione del finito del caos. Il rischio appare, quindi, essere la via che l’illimitato può seguire per irrompere nel tranquillo territorio del limitato o, con un altro linguaggio, che il Non-essere percorre per scompigliare il regno dell’Essere.
A causa della potenza distruttrice, ma anche creatrice, dell’illimitato ogni civiltà umana ha in qualche modo cercato, al fine di proteggere la propria identità e la propria esistenza, di codificare e controllare le forme del rischio che conducono ad esso.
Nelle società più conservatrici il rischio era confinato in alcuni momenti sociali ritualizzati, come, ad esempio, il carnevale, il sabba, i culti orfici, la guerra, ecc. In questi momenti le normali regole sociali erano abolite e il disordine e il caos potevano, per un periodo di tempo limitato, dissolvere i tradizionali limiti della vita sociale e individuale delle persone.
Il rischio poi poteva essere riservato ad alcune categorie particolari di persone, la cui condizione le poneva al di fuori dell’ordinario, dei limiti della vita sociale ordinaria.
Nelle società più aperte all’innovazione esiste un margine di tolleranza che rende possibile, anche se blandamente stigmatizzata, la pratica del rischio, solitamente a una parte minoritaria dei suoi membri, all’interno della sua vita quotidiana.
Normalmente le società reali hanno un mix dei due tipi di controllo del rischio, con la prevalenza relativa di uno dei due.
Tutte queste forme di controllo sociale tentano, a volte riuscendoci ma spesso fallendo, di usufruire della potenza creatrice dell’illimitato senza il costo del disordine, del caos e della distruzione che esso può innescare nella vita della società e degli individui.
Non si dà mai tuttavia una situazione in cui la pratica del rischio non lasci alle proprie spalle una striscia di distruttività, magari riferita a una piccola minoranza di persone e di situazioni.
Ogni forma codificata o spontanea di rischio comporta sempre un qualche costo in termini di vite umane perdute o incompiutamente realizzate.
Nelle società alle soglie della seconda modernità caratterizzate dalla complessità, la dialettica illimitato/limite ha subito delle profonde trasformazioni. In alcuni casi è stata addirittura delegittimata.
Infatti, molte proposte teoriche e pratiche elaborate dalla cultura sociale odierna non solo hanno, di fatto, demolito molti dei limiti che tradizionalmente segnavano la vita individuale e sociale, ma hanno addirittura negato il valore del limite nella vita umana.
Questo perché la complessità sociale, con il sostegno dell’ideologia consumista che la pervade, ha enormemente dilatato lo spazio di espressione del desiderio, che appare quindi molto più ampio che nel passato, così come il rifiuto dei codici normativi entro cui si definisce lo spazio esistenziale delle persone, e quindi della realizzazione dello stesso desiderio.
Questa crisi del limite si manifesta nella vita di molti giovani come ricerca ossessiva dell’eccesso attraverso il rischio, quasi che l’appagamento della loro sete di vita, di godimento e di felicità possa avvenire solo attraverso forme che si collocano al di là dei limiti, attraverso cui la cultura sociale si propone di difendere se stessa unitamente all’integrità biopsichica delle persone.
Paradossalmente la crisi del limite prodotta dall’eccesso di illimitato che è presente in essa, induce la società a negare il valore dell’illimitato e della funzione positiva del rischio, spingendola a rinchiudersi innalzando nuovi confini, alla ricerca di una conservazione di se stessa che si trova però solo nei cimiteri.
La risposta a questa situazione paradossale non può che passare attraverso l’educazione al limite, considerato come quel retroterra che consente di affrontare il rischio con quella precauzione che aumenta le probabilità che esso produca un esito evolutivo e non regressivo o distruttivo.
Educare al limite significa però anche educare al desiderio, che è il motore della ricerca dell’illimitato, e che si manifesta con due maschere, l’una diabolica e l’altra angelica.


EDUCARE IL DESIDERIO

Esiste un desiderio che è costituente dell’umano ma che nello stesso tempo può rivelarsi come distruttore dello stesso dell’umano: il desiderio mimetico.
Il desiderio mimetico è quello che spinge le persone a imitare un modello, a cercare di essere e di avere ciò che il modello è o ha. Questa forma del desiderio è quella che consente all’uomo di emanciparsi dalle costrizioni dell’istinto e di elaborare un progetto di vita che, imitando i desideri, le preferenze, i comportamenti, gli atteggiamenti, le conoscenze e i pregiudizi di coloro che si è scelto come modelli, si colloca nel territorio umanizzato della cultura.
Come afferma Girard, «se i bambini non avessero il desiderio mimetico, se non scegliessero per forza di cose come modelli gli esseri umani che li circondano, l’umanità non possederebbe né linguaggio né cultura».
Tuttavia, il desiderio mimetico se, da un lato, consente all’uomo di sfuggire all’animalità, dall’altro lato può abbassarlo al di sotto della stessa animalità.
E questo accade quando il desiderio innesca quella che può essere definita una rivalità mimetica. La rivalità va qui intesa nella sua accezione di forma di competizione degenerata, in cui l’oggetto dell’azione dei competitori non è più la meta, ma il rivale, la sua sconfitta e la sua distruzione metaforica o reale.
Il desiderio mimetico può essere affrontato in due modi diversi. Il primo è quello classico della sua proibizione attraverso la “legge”, mentre il secondo, rivoluzionario, è quello di Gesù che propone se stesso come modello del desiderio mimetico.
«Ciò che Gesù ci invita a imitare è il suo desiderio, è lo slancio che lo dirige verso la meta che si è fissato: assomigliare il più possibile al padre. All’opposto di ciò che facciamo noi, egli non ha la pretesa di “essere se stesso”, non si vanta di “non obbedire che al proprio desiderio”. Il suo unico scopo è di divenire l’immagine perfetta di Dio. Cristo si impegna quindi con il massimo zelo a imitare questo Dio che è suo Padre. Invitandoci a imitarlo a nostra volta, egli ci invita a imitare la sua stessa imitazione. Perché mai Gesù considera il padre e se stesso come i migliori modelli per tutti gli uomini? Perché né il Padre né il figlio desiderano in modo egoistico, avido. Dio “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni”. Egli dà agli uomini senza calcolare, senza stabilire fra loro la minima differenza e lascia crescere la zizzania con il grano fino al tempo della mietitura. Se noi imitiamo questo disinteresse divino, non cadremo mai nella trappola delle rivalità mimetiche».
Gesù non abolisce la proibizione del desiderio mimetico nel suo versante distruttivo, ma annulla quest’ultimo dando semplicemente al desiderio mimetico uno sbocco costruttivo.
E così, solo se l’uomo aderisce al modello proposto da Gesù, rinunciando a essere se stesso, trova se stesso e la sua vera autonomia.
Infatti, nella condizione umana è presente quel paradosso che fa sì che l’uomo più è narcisisticamente centrato sulla propria autorealizzazione, più è orgoglioso e egoista, più diventa dipendente e servo dei modelli di potenza e di prestigio presenti nella cultura sociale che lo spingono lontano da se stesso.
L’educazione deve aiutare il giovane a scoprire il rischio di percorre una realizzazione di se stesso, se vuole che il suo desiderio divenga non ciò che lo abbassa al di sotto dell’animalità, ma ciò che lo eleva al di sopra, aiutandolo a comprendere che solo il riconoscimento della sua radicale alterità può offrirgli la pienezza della libertà e dell’autonomia e, quindi, la signoria vera della sua vita.
Educare il desiderio del giovane non significa dunque semplicemente proibirlo, ma offrigli un modello di imitazione che lo protegga dal desiderio stesso, orientandolo verso la costruzione.
Anche in questo caso, però, il desiderio vivrà l’esperienza dell’incontro con il limite della realtà, della finitudine, delle leggi e delle norme che sovrintendono alla vita umana.
Ad esempio, il desiderio di imitare un modello di alterità disinteressata dovrà fare i conti con la propria debolezza, la propria fragilità e la propria incostanza. Oppure, con un ambiente, con una cultura sociale che non la favorisce, quando non la ostacola.
Questo significa che occorre educare i giovani a prendere atto, riconoscere e, soprattutto, sopportare la tensione fra il loro desiderio e il limite che quotidianamente essi sperimentano. In questa tensione, non raramente dolorosa, essi possono aprirsi alla accettazione della propria debolezza come forza interiore profonda. Perché la capacità di confrontare il desiderio con il limite non è affatto un impoverimento, una riduzione dell’efficacia del desiderio, ma è dare terra all’orizzonte, è consentire allo sguardo umano l’intuizione del punto in cui balena la presenza della speranza.
L’educazione del giovane al rischio del futuro si fonda, perciò, sullo svolgersi della dialettica desiderio limite. Sin dalle origini della storia questa dialettica si è svolta, con il giovane, nel ruolo dell’espressione del desiderio e, con l’adulto, in quello della inevitabile presenza del limite.
Accettare la relazione educativa significa anche sottolineare la naturalezza di queste caratterizzazioni dei ruoli nell’espressione del desiderio e del limite. Infatti, se l’adulto non accetta questo ruolo, la dialettica desiderio limite non può svolgersi in modo efficace e, quindi, il desiderio non potrà manifestare tutto il suo potenziale creativo in nuove forme di vita ma, viceversa, tenderà ad evidenziare la sua carica distruttiva, in seguito ai fallimenti o alle crisi che produrrà nella vita del giovane.
Se l’adulto non si pone come il testimone che il desiderio può realizzarsi, nonostante i limiti personali e sociali, non fa il suo dovere, non svolge il suo amore per il giovane, anzi, di fatto, manifesterà il suo odio.
L’adulto educatore come testimone della speranza nonostante il limite è anche una solida garanzia che il giovane si radichi in uno spazio tempo esistenziale in cui risuona, non solo il presente, ma anche il passato e il futuro di una storia aperta alla salvezza.


LA DIALETTICA DESIDERIO/LIMITE COME ENERGIA DELLA VITA E APERTURA AL TRASCENDENTE

Tutta la vita umana, anche al di fuori dell’ambito squisitamente educativo, è contrappuntata dalla dialettica – irriducibile - tra desiderio e limite.
Si può affermare, addirittura, che tutta la civiltà umana si fonda su questa dialettica. Ogni uomo la sperimenta nella vita quotidiana tutte le volte che si sente spinto, trascinato dal desiderio mimetico, verso l’imitazione di un modello di alterità disinteressata e, quindi, verso la manifestazione di un qualche comportamento particolare che lo realizza, e deve fare i conti con le regole, le leggi, le consuetudini e le tradizioni che gli impediscono - o perlomeno gli rendono poco agibile - la realizzazione del desiderio stesso.
Ecco allora che l’uomo o rinuncia, o mette in atto delle strategie particolari, che gli consentono di raggiungere il proprio obiettivo, senza violare le regole sociali, oppure di modificare le regole sociali stesse.
L’evoluzione della società, dei comportamenti, discende anche da questa continua dialettica, che fa sì che si modifichi sia il limite sia l’espressione del desiderio rendendola possibile.
Il limite non può, tuttavia, essere una prigione, ma una realtà con cui fare i conti e che può essere superata.
Gli stessi difetti personali possono, in questa dialettica, trasformarsi in una risorsa per la realizzazione della propria vita.
La vita è questa danza fra pressione del desiderio, resistenza e sua rimodellizzazione da parte del limite.
Tuttavia, il gioco desiderio-limite non serve solo a far fiorire la vita nella sua felicità, serve anche ad aprire la vita al senso del mistero e all’invocazione di ciò che non è dicibile, all’interno della vita stessa. Il limite, infatti, afferma che la vita è possibile solo al suo interno. Il desiderio afferma che la vita è oltre i limiti. Questa contraddizione, irrisolvibile anche se produttrice di vita, segna l’esperienza umana del mondo.
Essa però rilancia continuamente lo sguardo dell’uomo a ciò che esiste oltre il confine del limite. Essa fa nascere anche la consapevolezza che la contraddizione si può risolvere in una sintesi non distruttiva, solo al di fuori del mondo umano, dei confini e delle necessità del limite stesso. Che c’è, cioè, un punto di vista, oltre quello della logica umana, dal quale le contraddizioni e i conflitti della esistenza umana possono essere condotti all’unità di senso.
La dialettica desiderio/limite apre, con la sua paradossale utilità, la mente umana all’invocazione di ciò che è oltre l’orizzonte del mondo individuale, sociale e naturale che cade sotto il dominio diretto dei sensi.
Essa rimanda l’uomo alla consapevolezza che la spiegazione del mistero della vita, come diceva L. Wittgenstein, la si ha solo quando la vita svanisce, e che la soluzione dell’enigma della vita nello spazio e nel tempo si trova al di fuori dello spazio e del tempo. L’espandersi del desiderio, il resistere del limite, il suo riformularsi aprono l’uomo al mistero della contraddizione che nutre di energia la vita umana, che ne costituisce la natura stessa e contro cui si infrange ogni tentativo di spiegazione razionale.
Si apre allora la porta della conoscenza senza nome attraverso cui il trascendente si manifesta nella vita umana. Educare alla dialettica vivificante desiderio/limite non è solo educazione alla vita piena, ma anche predisposizione alla fessura attraverso cui il trascendente può parlare all’uomo nella sua vita quotidiana.

Conclusione

Accanto all’educazione che abilita ad affrontare il rischio e l’incertezza come luogo in cui comunque è possibile realizzare - pur passando attraverso alcune sconfitte - l’umano, e quindi costruire la propria unicità di esseri umani, di rispondere positivamente all’appello del proprio daimon, vi è un’altra educazione "armata" che viene proposta alle nuove generazioni e che purtroppo appare molto diffusa. Questa educazione è quella che invita le nuove generazioni a dotarsi degli strumenti, o meglio delle armi, necessarie a combattere vittoriosamente la battaglia della conquista di un ruolo sociale prestigioso (o perlomeno soddisfacente) in un futuro percepito come minaccioso.
Questa “educazione armata” solitamente fa il contrario di ciò che dovrebbe fare l’educazione, perché impedisce alle persone la ricerca del divenire se stesse, rompe i legami sociali solidali, isola l’uomo nella solitudine della sua autorealizzazione e lo condanna, sempre e comunque, ad una mancata realizzazione della propria unicità. Il compenso promesso, spesso più illusorio che reale, di questa rinuncia a essere se stessi è il successo sociale e la annessa ricchezza materiale.
In altre parole vi è, secondo un’antica formula, il prevalere dell’avere sull’essere. Se si vuole abitare il mondo dell’essere, occorre avere il coraggio di affrontare il rischio con precauzione e fuggire da ogni tentazione di ritorno in qualunque nicchia protettiva.

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