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Educare alla sicurezza nel rischio e nell’incertezza del futuro /1. Alcuni dati socioculturali e premesse educative

 

I temi negati dell'educazione /15

Mario Pollo

(NPG 2014-02-60)


Da quando l'uomo ha abbandonato il riparo delle foreste pluviali per affrontare l'esplorazione dello spazio segnato dai confini indefiniti dell'orizzonte, l'angoscia è diventata una componente fondamentale della vita umana.
Per l'uomo primitivo, costretto ad affrontare un mondo sconosciuto, l'orizzonte è divenuto il luogo simbolico da cui potevano sopraggiungere pericoli ed eventi distruttivi imprevisti e imprevedibili.
Per fronteggiarli, si è avvalso di interposizioni di tipo simbolico costituite dai nomi dati all'innominabile, dalle spiegazioni dell'inspiegabile, dalle cause attribuite ai vari fenomeni, dalle potenze arcane e dalle varie divinità. Attraverso di esse l'uomo ha cercato di rendere determinato l'orizzonte indeterminato delle possibilità e, quindi, di vincere l'angoscia e la paura.
Il dare cause, spiegazioni e interpretazioni, ovvero il concentrare l'attenzione verso il determinato (immaginario sovente) è ancora oggi il modo principale attraverso cui l'uomo cerca di trasformare prima l'angoscia in paura, e poi di superare questa con delle opportune strategie.
Se si osserva bene questa dinamica, si può notare che essa è, di fatto, il modello fondante di molte attività odierne rivolte a garantire la sicurezza delle condizioni di vita.
Accanto alla via dell’interposizione simbolica, la ricerca di sicurezza persegue, spesso, la ricerca di un "ritorno alla foresta pluviale", ovvero ad una vita che si svolge interamente all’interno di un sistema ecologico chiuso, dotato di confini sicuri e in cui tutto ciò che può accadere rientra all’interno del prevedibile.

L'impossibile ritorno alle sicurezze "primitive"

Questa aspirazione appare comunque impossibile per tre differenti ragioni.
La prima è dovuta alla impossibilità di esistenza in un mondo globale di sistemi sociali e geografici impermeabili: infatti come ricorda Bauman:
«L’epoca inaugurata con la costruzione della muraglia cinese o del vallo di Adriano e conclusasi con il muro di Berlino è finita per sempre. In questo spazio planetario globale non è più possibile tracciare un confine dietro al quale ci si possa sentire realmente e totalmente al sicuro. E questo vale per sempre: per oggi e per tutti i giorni futuri che possiamo immaginare»[1].
La seconda ragione è invece costitutiva dell’ordine antropologico umano, essendo legata alla constatazione che i sistemi viventi (i sistemi sociali, le culture, così come gli esseri umani...) sono sempre anche sistemi aperti, ovvero sistemi che scambiano materia, energia e informazione con l’ambiente in cui sono inseriti. Questo perché i sistemi chiusi (che - tra l’altro - sono l’unico luogo al cui interno valgono le leggi deterministiche che consentono di prevedere con assoluta precisione gli effetti di una qualsiasi azione) sono condannati - in accordo al secondo principio della termodinamica - a una morte precoce oltre a non evolvere.
Indubbiamente i sistemi aperti possono dar luogo a fenomeni di disordine, di turbolenza e quindi di instabilità, ma ­ come ricorda Morin - i sistemi sociali evolvono passando attraverso stati di devianza e di disordine [2].
Questo significa che la "porosità" dei confini dei sistemi aperti è anche una caratteristica positiva, perché consente ad essi di evolvere e di vivere più a lungo. D’altronde, nell’orizzonte dell’umano, ogni cosa è sempre un’arma a doppio taglio, costruttiva e distruttiva allo stesso tempo. Ad esempio, la ricerca di sicurezza contiene al proprio interno - accanto ad un sacrosanto bisogno di protezione - anche un’istanza suicidaria, una tendenza autodistruttiva da parte di chi la formula, seppur non consapevole.
La terza ragione proviene dalla perdita del futuro, accaduta nel XX secolo, prodotta dalla scoperta della sua imprevedibilità e dalla fine del mito del progresso. La fine di questo mito è stata una conseguenza diretta della fine delle grandi narrazioni o delle ideologie che ha attraversato il secolo scorso. Ideologie che avevano rappresentato una sorta di messianismo scientifico che postulava un futuro luminoso e felice prodotto dallo sviluppo della scienza e della tecnica, e che avrebbe progressivamente condotto alla sconfitta delle malattie, della povertà e delle condizioni che rendevano degradata e infelice la vita di molte persone. Non ultima delle speranze era addirittura quella di vincere la morte.
Il futuro non era allora nient’altro che la metafora di una promessa messianica. Nelle nostre culture occidentali non era solo il giorno dopo a venire … No, quella di essere il proprio messia, il proprio redentore era davvero una promessa che l’umanità aveva fatto a se stessa: così futuro faceva rima con promessa, era la promessa [3].
Il sogno prometeico dell’uomo di essere il proprio salvatore si è dissolto, e la speranza di un futuro migliore è stata sostituita da un radicale pessimismo che lascia intravedere un futuro pieno di minacce e angoscianti incognite: inquinamento e degrado ambientale, disuguaglianze sociali, disastri economici, nuove malattie, terrorismo, ecc.
Il sapere tecnico-scientifico, pur essendosi enormemente sviluppato, sembra incapace di offrire speranza per il futuro e, nello stesso tempo, molte persone hanno smarrito i saperi esistenziali e religiosi che erano a fondamento della fiducia.
Questa asimmetria tra sapere tecnico-scientifico e sapere umano è il varco attraverso cui passa la fuga dal futuro, il rinchiudersi nel presente nel tentativo di esorcizzare l’angoscia, evitando di osservare l’orizzonte da cui in ogni istante possono provenire oscure minacce.

Educare al rischio in una società aperta

In questa temperie storica l’abitare i sistemi aperti richiede necessariamente l’educazione delle nuove generazioni all’imprevisto e al rischio che a questi è connesso. Nel mondo contemporaneo ogni azione infatti è si decisione, scelta, «ma è anche scommessa. E nel concetto di scommessa vi è la coscienza del rischio e dell’incertezza»[4]. Questo perché le azioni che l’uomo promuove all’interno della complessa realtà in cui abita, tendono a sfuggire al suo controllo ed entrare in quella che Morin chiama l’ecologia dell’azione, che chiede di «tener conto della complessità che essa comporta, con i suoi rischi, con i suoi casi, con le sue iniziative, con le sue decisioni, con i suoi imprevisti, e richiede inoltre la coscienza delle derive e delle trasformazioni». [5]
Educare all’incertezza comporta l’educare i giovani almeno con lo stesso livello di complessità della realtà in cui svilupperanno il loro agire, e quindi anche attraverso delle vere e proprie antinomie.
La principale di queste antinomie è quella del rischio/precauzione. La soluzione di questa antinomia può avvenire solo pragmaticamente con la progettazione di un’azione che da un lato sia aperta al rischio e dall’altro lato sia cauta.
L’educatore deve abilitare i giovani alla riflessione profonda prima dell’assunzione di ogni rischio, a trovare cioè, di volta in volta, il miglior punto di mediazione tra gli opposti della precauzione e del rischio, senza cioè il ricorso a formule ricorsive e meccaniche.
Questo appare oggi vieppiù importante, vista la propensione dei giovani italiani ad un rischio privo di qualsiasi preventiva e successiva precauzione.
Questo dato emerge dalle varie inchieste IARD degli anni scorsi (e in ricerche locali), in cui si osserva che una quota molto consistente di giovani dichiara di essersi assunto dei rischi nel presente che potevano avere dei riflessi negativi sulla loro vita futura. Rischi che vanno da quelli relativi alla salute a quelli inerenti la guida dell’auto o della moto in stato di ubriachezza.
C’è da notare che l’assunzione dei rischi da parte dei giovani avviene all’interno di una cultura sociale che - come si è visto - è fortemente segnata dalla crisi del futuro che ha indebolito l’agire razionale nel presente e ha espanso le promesse del rischio.
Il pericolo - la possibilità che un’azione possa rivelarsi come nociva e addirittura distruttiva per la persona - è diventato un fattore che invece di dissuadere dal compiere l’azione, si presenta come un elemento di forte fascino dell’azione stessa.

I "riti di iniziazione" degli adolescenti

Per quanto riguarda gli adolescenti, questi comportamenti spesso sono sperimentazioni atte a favorire il distacco dalla gestione della loro vita da parte dei genitori, e quindi l’uscita dal nido protettivo della dipendenza infantile e dell’ambiente strutturato e protetto tessuto dalla famiglia.
Questa ricerca di autonomia attraverso esperienze rischiose e trasgressive espone gli adolescenti che la attuano a potenziali conseguenze negative derivanti dalla propria condotta, come ad esempio gli incidenti stradali, le gravidanze indesiderate, le malattie sessualmente trasmesse, l’abuso di sostanze che in alcuni casi costituisce un vero e proprio ingresso nella tossicodipendenza.
Le ricerche di carattere epidemiologico hanno messo in evidenza come gli adolescenti siano più implicati degli adulti nei comportamenti ad elevato rischio.
Occorre ricordare che nell’attuale cultura sociale spesso i comportamenti di rischio svolgono il ruolo di veri e propri riti di iniziazione attraverso cui gli adolescenti cercano il riconoscimento sociale del loro ingresso nel mondo adulto.
Riti di iniziazione che però non sono socialmente accettati e riconosciuti, ma che sono visti invece come delle scorciatoie del percorso che dalla dipendenza infantile conduce all’autonomia adulta.
In ogni caso però questi comportamenti consentono all’adolescente di mettere alla prova le proprie abilità e competenze, di concretizzare i livelli di autonomia e di controllo raggiunti e di sperimentare nuovi e diversificati stili di comportamento.
Da questo punto di vista i comportamenti di rischio oggi sono considerati “normali” in quanto funzionali al raggiungimento dell’identità personale, dell’autonomia e della maturità.
Oltretutto i comportamenti rischiosi in questa cultura sociale sono funzionali a chi voglia farsi strada nella vita.
Purtroppo c’è un volto negativo nella ricerca del rischio: esso è costituito dal cosiddetto “ottimismo irrealistico”, il fatto cioè che la persona spesso sottostimi il rischio e che si esponga a una maggiore probabilità del verificarsi di eventi indesiderati: eventi che non fanno parte dell'esperienze personale dell’individuo e che sono percepiti come al di fuori delle sue possibilità di controllo e associati a forti stereotipie sociali. Questo, tra l’altro, produce, una significativa riduzione dell’ansia che è associata alle conseguenze negative del comportamento, e quindi consente anche la salvaguardia della sua stima di sé.
La conseguenza di questo ottimismo irrealistico è che l’aspettativa dei benefici derivanti dal comportamento di rischio fa superare l’ostacolo costituito dalla valutazione delle possibili conseguenze negative della propria azione.
Se a questo si aggiunge la sensazione di invulnerabilità prodotta dall’egocentrismo adolescenziale, che oggi sovente si prolunga al di là dell’età della fine dell’adolescenza - unitamente alla sensation seeking, o ricerca di sensazioni, che può essere definita come la necessità continua di sperimentare sensazioni varie, nuove e complesse - si comprende come il rischio sia assunto dalle persone (specialmente dai giovani) senza una adeguata valutazione delle possibili conseguenze negative per la propria integrità biopsichica.
Questo significa che il comportamento di rischio giovanile non può essere considerato, come qualcuno fa, alla stregua di un rito iniziatico, necessario per il passaggio alla vita adulta, perché manca della necessaria valutazione del rischio e, quindi, della capacità di affrontare le prove in modo relativamente sicuro, pur sperimentando la paura, il senso di distacco e la solitudine durante il loro svolgimento. Manca cioè della "opportuna precauzione".
Tale situazione del mondo giovanile odierno lancia una sfida all’educazione: ricostruire percorsi educativi al rischio, socialmente riconosciuti e validati, che certifichino l’uscita dalla dipendenza infantile e l’ingresso nella società adulta.
Occorre poi tenere conto che la propensione al rischio senza precauzioni degli adolescenti e dei giovani nell’attuale cultura sociale è rinforzata anche dalla presenza in essa della concezione della reversibilità del tempo: il fatto cioè che molti giovani ritengono che da ogni loro scelta, per impegnativa o rischiosa che sia, si possa sempre o quasi tornare indietro e ripartire in un’altra direzione. Questo consente a tali giovani di non negarsi nulla, anche di ciò che è ritenuto trasgressivo. Purtroppo, invece, in molte situazioni esistenziali la reversibilità è solo parziale e relativa, o perlomeno molto difficile e spesso praticamente impossibile.
Una delle vie percorribili per l’educazione alla corretta soluzione dell’antinomia rischio/precauzione è quella frequentata sin dalle soglie della civiltà attraverso la dialettica desiderio/ limite.
Ma su questo nei prossimi articoli.


NOTE

[1] Z. Bauman, La società sotto assedio, Laterza, Bari, 2003, p.XIX.
[2] Cfr E. Morin, Il metodo. Ordine, disordine, organizzazione, Feltrinelli, Milano, 1987, p.53.
[3] M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano, 2005, p.19.
[4] E. Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, Raffaello Cortina, Milano, 2001, p. 89.
[5] Ivi, p. 89.

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