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Vacanza, meditazione,

silenzio

Gianfranco Ravasi

chagall

Questo articolo (pensato per il numero della rivista di agosto) si colloca all'interno di un arco temporale segnato da un fenomeno comune a tutte le nazioni e a tutte le culture, anche antiche. Si tratta della vacanza (o «ferie») che nella società contemporanea è spesso una sorta di vuoto, una pagina bianca che molti non sanno come riempire e che, per questo, o stracciano consumandola in noia o ricolmano con la stessa frenesia del resto dell'anno (la Rimini estiva e vacanziera è proprio diversa dalla Milano feriale e convulsa?). È paradossale, ma il termine «vacanza» – come è noto –deriva dal latino vacare che in realtà significa il dedicarsi pienamente a un'attività. È per questo che nelle antiche culture la vacanza aveva un taglio molto diverso: era uno spazio temporale da connettere a temi come la riflessione, la meditazione, lo studio, il silenzio, la quiete. In questo senso, allora, la vera sosta dovrebbe scandire ogni giornata e ogni opera umana: il grande filosofo Blaise Pascal non esitava a scrivere che «ogni disgrazia viene agli uomini da una cosa sola: il non saper restare in riposo in una camera» (Pensieri n. 139, ed. Brunschvicg).
Noi vorremmo, allora, proporre una duplice considerazione che si sviluppa in due tappe distinte ma coordinate tra loro. La prima cerca di studiare in modo accurato la categoria «vacanza-riposo» con un'analisi che si basa su quel «grande codice» della cultura occidentale che è la Bibbia, la quale per il credente è anche «lampada per i passi» nel cammino della vita, per usare un'espressione di quello stesso testo sacro. La seconda riflessione sarà un po' più libera e variegata e punterà su una pratica quasi del tutto disattesa se non osteggiata ai nostri giorni: quella della meditazione e del silenzio "bianco". Quello "nero" è, in realtà, una maledizione perché è la pura e semplice assenza di parole e suono e quindi è un vuoto di comunicazione, una sorta di autismo spirituale. Invece, come il colore bianco è la sintesi di tutti i colori, così il silenzio autentico è intimità profonda, è espressione dell'ineffabile, è sintonia piena con se stessi e col mondo.
Iniziamo, dunque, con la prima considerazione che parte dal concetto più profondo e genuino di vacanza. Esso potrebbe essere definito ricorrendo piuttosto alla categoria «riposo» che, a livello biblico, ha un rilievo particolare. Come punto di riferimento rimandiamo a un paragrafo che suggella il primo racconto biblico della creazione (Genesi 1,1-2,4), considerato dagli studiosi frutto della cosiddetta "Tradizione Sacerdotale", sorta nel VI sec. a.C. durante l'esilio babilonese di Israele. Ora, come è noto, questa pagina ritma la creazione del mondo sullo schema settimanale con approdo al riposo sabbatico: la settimana liturgica (il calendario, nelle sue forme proto-tipiche, non era mai modellato sulla base di un computo "cronologico" estrinseco, ma era sempre generato dal mito e dal rito) regge la narrazione dell'origine delle creature. Anzi, il numero «sette» scandisce tutta la trama di quel racconto, nella consapevolezza che quella cifra nell'antico Vicino Oriente era carica di una valenza simbolica di pienezza e perfezione. E questo era sperimentabile già nella stessa architettura sacra: a Babilonia e a Borsippa le ziqqurat, ossia i templi a piramide, avevano sette piani, come su sette piani erano strutturati i complessi templari mesopotamici di Lagash e Uruk.
Ora, se ci soffermiamo sul testo biblico della Genesi citato, ci accorgiamo che non solo sette sono i giorni del racconto, sette sono anche le formule fisse usate per costruire la trama del racconto, sette volte echeggia il verbo bara', «creare», trentacinque volte (7 x 5) risuona il nome divino 'Elohim, Dio, ventun volte (7 x 3) entrano in scena «terra e cielo», mentre il primo versetto del testo ebraico è di sette parole e il secondo di quattordici (7 x 2)... Si può, a questo punto, affermare senza esitazione che il sabato appare come il coronamento della creazione. Leggiamo, allora, il passo col vertice "sabbatico" del racconto biblico: «Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. Queste sono le origini del cielo e della terra quando vennero creati» (2,1-4a).
«Dio disse a Mosè: Mosè, io posseggo nella mia tesoreria un dono prezioso che si chiama sabato e lo voglio regalare ad Israele». Questa semplice e pittoresca definizione rabbinica può riassumere l'atteggiamento di venerazione, di amore e di stupore con cui il giudaismo ha accolto, come i suoi padri, quel settimo giorno, nervatura e consacrazione dell'intero fluire della settimana, cioè del tempo. Anche se collegato dalla stessa Bibbia all'idea di «riposo» (2,2) attraverso una libera associazione etimologica (il termine shabbat forse più che «riposo» potrebbe indicare semplicemente «la settima» giornata), il sabato non è – come ironizzava già lo storico romano Tacito – un'area vuota, votata alla pigrizia. Il riposo biblico è, infatti, un concetto positivo, che non si riduce a mera assenza di fatica. Anzi, come è spesso attestato, è per eccellenza simbolo della piena e perfetta comunione con Dio, è la requies aeterna che i cristiani augureranno ai loro defunti.
Già in Mesopotamia esistevano calendari a ritmo settenario regolati dalla divinità lunare che scandiva il tempo: il shapattu babilonese indicava un giorno di luna piena, segnato però probabilmente da connotazioni infauste. Si trattava di uno «spazio» confinato e isolato nel tempo, tant'è vero che esistevano altri giorni intangibili e magici analoghi al settimo giorno ed erano considerati nefasti per intraprendere ogni tipo di attività (erano chiamati in babilonese umu lemnuti, in pratica «giorni intoccabili»). Certo, il rischio di isolare sacralmente il giorno festivo in un'aura di incensi e di prescrizioni legali, rendendolo una specie di tabù, circondato da una siepe di proibizioni, sarà un rischio sempre in agguato in tutte le religioni (e non solo per la normativa giudaica dell'osservanza rituale del sabato che comprende ben 39 proibizioni di atti o gesti). In realtà, come diceva quell'aforisma rabbinico, il riposo festivo è un tesoro; è una scintilla di luce deposta nel grigiore delle ore feriali; è un seme che feconda la terra del lavoro; è uno sguardo verticale, levato verso l'alto e l'infinito, capace di interrompere l'orizzontalità della nostra visione comune e continua.
È interessante notare che la stessa concezione presente nel passo citato della Genesi brilla anche nel Decalogo, rivelato da Dio a Mosè e a Israele al Sinai: «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro» (Esodo 20, 8-11).
Sono importanti i due verbi, che ricorrono anche nella narrazione della Genesi, del «benedire» e del «consacrare» o «santificare». La benedizione è curiosamente sperimentabile per la Bibbia e per le culture orientali soprattutto nella fecondità. La vita che si dirama di genealogia in genealogia è il supporto su cui Dio stende la sua trama di salvezza. Il sabato, come sosta di preghiera e di riposo, non è assenza sterile di azione; è in séfecondo, genera una sua vita che è squisitamente interiore, alimenta l'esistere stesso dell'uomo. D'altra parte, però, il sabato è anche "sacro", è come un'area protetta, simile al tempio e all'altare. In essa risiede il mistero, domina il silenzio, si incontra il divino.
C'è, quindi, una sorta di contrappunto nel sabato biblico: da un lato, è attivo, fecondo, collegato all'esistenza e alla creazione; dall'altro, è chiuso in sé, perfetto e distaccato, non segnato dai rumori, non occupato dalle cose. Ed è proprio su questa duplicità, che non deve diventare opposizione, che dobbiamo recuperare l'autentica spiritualità non solo della nostra domenica, del culto, della preghiera liturgica, ma anche della meditazione e del riposo autentico. Se si perde quella duplicità, il giorno festivo diventa o un'isola sacra, in cui si esegue freddamente un «precetto», cioè l'assistenza a una liturgia, oppure un giorno come gli altri, freneticamente riempito di azioni, di divertimenti forzati, di rumori e distrazioni simili a quelli che profanano le strade e le ore degli altri sei giorni.
Ritorniamo, allora, sulla dimensione della «consacrazione» o«santificazione» che suppone un'idea di «separazione» rispetto alla profanità, come accade appunto nello spazio sacro destinato ad area per il santuario. Il sabato col suo riposo è il tempio del tempo, è l'architettura sacra che sostiene il tempo profano, è il luogo in cui l'uomo incontra la gloria di Dio all'interno delle vicende della storia profana. Il giorno (o il tempo) del riposo fa tacere le cose esteriori e il ritmo quotidiano perché l'uomo incontri il mistero che lo avvolge. È la scoperta del silenzio "pieno", quello che, quando si è innamorati, è più eloquente, prezioso e comunicativo delle parole: due innamorati sanno, attraverso il linguaggio del silenzio e dei loro occhi, trasmettersi mille e mille sensazioni. Anticipiamo così la successiva considerazione sulla meditazione silenziosa.
Un po' paradossalmente si dice che Pitagora imponesse ai suoi discepoli di non rompere mai il silenzio se non per dire una cosa più importante del silenzio. Alberto Moravia, in uno dei saggi raccolti nel volume L'uomo come fine (1964), riconosceva che «per ritrovare un'idea dell'uomo, ossia una vera fonte di energia, bisogna che gli uomini ritrovino il gusto della contemplazione. La contemplazione è la diga che fa risalire l'acqua nel bacino. Essa permette agli uomini di accumulare di nuovo l'energia di cui l'azione li ha privati». Questo è il senso di una vera vacanza "umana" e spirituale.
Certo, il silenzio "vuoto" fa paura; la civiltà contemporanea moltiplica i rumori, alza i decibel, allarga il flusso della chiacchiera perché teme il silenzio o lo considera solo come assenza di parole. L'educazione al silenzio è riscoperta di se stessi, anche della propria miseria e solitudine. Un poeta, Giorgio Caproni, metteva in scena in una sua lirica uno dei tanti uomini soli che, di fronte ad una parete spoglia, pensa ai suoi torti e alle sue virtù ma non ha più nessuno con cui comunicare se non i morti. Le soste di riposo dovrebbero, invece, essere lo spazio del silenzio interiore popolato da Dio e dai fratelli coi quali si dialoga e si vive. Ma soprattutto è l'orizzonte silenzioso in cui si contempla e si dialoga con Dio. L'homo faber scopre il senso ultimo del suo esistere non nell'azione, pur necessaria, ma nel «riposo», attraverso la sua esperienza di homo religiosus. Lo scrittore mistico ebreo Abraham Joshua Heschel (1907-1972) nel suo famoso libro dedicato appunto al sabato (II Sabato, Garzanti 2001) dichiarava che «il settimo giomo fornisce all'uomo nel tempo un assaggio di eternità», cioè è come se entrasse nel «tempo» perfetto e infinito di Dio, pieno di pace e di serenità.
È suggestivo sottolineare un particolare rilevante nel racconto della Genesi che abbiamo prima evocato. L'uomo, pur essendo al vertice della creazione, è però creato il «sesto giorno»; ora, nella simbolica numerica dell'antico Vicino Oriente, il «sei» è la cifra dell'imperfezione, essendo il «sette» il segno della pienezza. L'uomo è, quindi, relegato nella prigione del limite e dell'imperfezione. Attraverso il culto sabbatico e il suo «riposo», però, l'uomo esce dal carcere della sua natura di creatura del «sesto giorno» ed entra nell'orizzonte di Dio,nella perfezione del suo «settimo giorno», pregustando il «riposo» definitivo e perfetto della comunione eterna con Dio. Per questo uno scritto apocrifo giudaico intitolato Vita di Adamo ed Eva affermava che «il settimo giorno è il segno della risurrezione e del mondo futuro». E quella splendida omelia del Nuovo Testamento che è la Lettera agli Ebrei dipinge la vita eterna come un sabato senza fine, non più compresso dalla fuga del tempo, non più occupato dagli idoli terreni e percorso dal frastuono delle disobbedienze e delle ribellioni, delle ingiustizie e del male (3,7-4,11).
Attraverso il vero «riposo», l'uomo non solo spiega e dà senso al tempo e alle opere che in esso egli compie, ma viene purificato e trasfigurato ed è introdotto nel «tempo» perfetto e pieno di Dio, il suo «eterno riposo» di pace e di luce. È curioso notare che in russo la domenica è espressa col vocabolo voskresen'e che letteralmente significa «risurrezione». Il cristiano ogni domenica celebra la risurrezione di Cristo e professa la sua fede nel destino ultimo che l'attende, quel «riposo eterno» a cui sopra abbiamo già accennato, una «vita radiosa, stupenda, meravigliosa», come diceva lo scrittore russo Anton Cechov, nel finale del dramma Zio Vanja (1899), perché sarà trasfigurazione del nostro essere in una nuova e perfetta creazione. È per questo che il pastore e teologo Dietrich Bonhoeffer, mentre stava andando incontro al martirio sotto i nazisti, che l'avrebbero impiccato il 9 aprile del 1945 nel lager di Flossenbürg, aveva esclamato: «Riposo di Dio, tu vieni incontro ai tuoi fedeli come una sera di festa immensa!».
Ed è proprio questo grande testimone di coerenza cristiana contro il mostro hitleriano che ci introduceva in modo più esplicito nella seconda nostra riflessione già anticipata nelle righe precedenti, quella del silenzio meditativo. Ecco il suo appello: «Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola di Dio perché i nostri pensieri sono già rivolti alla Parola. Facciamo silenzio dopo l'ascolto della Parola perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina, perché Dio deve avere la prima parola. Facciamo silenzio prima di coricarci perché l'ultima parola appartiene a Dio».
L'appello è tutto ritmato su un'apparente antitesi, parola-silenzio. In realtà, le vere parole, quelle che nascono dal cuore, strappate dalla verità intima, e non estratte dalla tasca della giacca per essere spese nella chiacchiera o nell'uso quotidiano, hanno bisogno di un alone di silenzio. Soprattutto quando sono di scena le grandi parole, anzi la Parola per eccellenza, quella divina. Con un orecchio ostruito dalle ortiche del vaniloquio non è possibile lasciare spazio a una Parola così alta, che inquieta e consola, che ammonisce e pacifica, che provoca e rasserena. Ecco, allora, una piccola scelta, per i giorni particolari delle vacanze: ricreare nel deserto dell'esistenza quotidiana almeno due piccole oasi alla mattina e alla sera. Modesti orizzonti di silenzio in cui lasciar vagare gli occhi per qualche minuto sulle righe di un testo sacro, custodire l'orecchio dal rumore incessante, penetrare nella profonda stanza della coscienza. C'è un bellissimo verso del poeta Vittorio Sereni (191383) che dice: «Con non altri che te è il colloquio... E qui ti aspetto». Sono parole che valgono per ogni vero incontro d'amore, per ogni attesa di uno svelamento dell'altro. Anche dell'Altro supremo e misterioso, cioè di Dio.
Stiamo ancora in quell'orizzonte cupo che fu il nazismo per un'altra testimonianza che si muove nella stessa direzione con la medesima intensità: «Dentro di me c'è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c'è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente è coperta di pietra e di sabbia: in quel momento Dio è sepolto, bisogna allora dissotterrarlo di nuovo». Era il 30 novembre 1943 e ad Auschwitz, in una camera a gas, veniva dissolta la vita terrena di soli 29 anni di una geniale giovane donna olandese, Etty Hillesum. Pochi mesi prima, nel suo Diario, aveva scritto le righe che abbiamo citato e che possono essere liberamente assunte come una rappresentazione simbolica della meditazione. Essa è come un liberare l'anima dal terriccio delle cose, dal fango del peccato, dalla sabbia della banalità, dalle erbacce delle chiacchiere. Tante sono le strade possibili per dissotterrare la voce di Dio che forse è diventata flebile in noi.
È paradossale, ma si potrebbero tenere lunghe conferenze e persino corsi sul silenzio, scrivere saggi, moltiplicare citazioni, a partire dall'enigmatica asseverazione dell'Amleto shakespeariano: The rest is silent. Non per nulla, nella fede come nell'amore, i silenzi sono più eloquenti delle parole. Da un lato, infatti, il «mistero» divino è un vocabolo che ha la sua matrice greca nel myein, cioè «tacere»; non per caso il nome di Jhwh, il Dio biblico, è solo consonantico e, quindi, impronunciabile, e la fede ha come suo approdo ultimo la contemplazione ineffabile. È ciò che confessa Giobbe al termine del suo travagliato itinerario teologico: «lo ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono» (42,5). Anche per il profeta Elia l'apice della teofania non è il fracasso del terremoto o il rombo del fulmine, bensì, in ebraico, una qôl demamah daqqah, ossia lo straordinario ossimoro di «una voce di silenzio sottile» (1Re 19,12).
D'altro lato, come già si diceva, anche nell'amore umano – se è veramente tale e non sfregamento di corpi – esaurito l'arsenale delle parole e la reiterazione del «ti amo», i due innamorati si guardano negli occhi e tacciono, e quella visione dice molto più delle esplicitazioni verbali. In questa linea vorremmo evocare un piccolo libro di un coltissimo frate cappuccino e critico letterario ticinese, Giovanni Pozzi, vissuto a Lugano (19232002), intitolato semplicemente Tacet (Adelphi, Milano 2001). Per lui solitudine e silenzio possono divenire il grembo generativo dell'essere veramente persona.
Noi, infatti, siamo solitari ma non soli, unici ma anche duali, siamo individui che hanno però accanto l'altro, pronti a comunicare ma la cui esistenza è solo del singolo che la vive. Come si intuisce, le esperienze umane si aggrovigliano: la solitudine può decadere in isolamento fino al dramma dell'autismo o alla degenerazione del narcisismo; la parola e la comunicazione possono assurgere fino allo zenit divino, ove è in attesa il silenzio mistico, ma anche precipitare nel nadir della chiacchiera, del rumoreggiare dispersivo esteriore. Giovanni Pozzi, intarsiando nelle sue pagine un arcobaleno di testimonianze letterarie, spesso ignote ai più eppure necessarie, propone un pellegrinaggio le cui tappe si aprono su paesaggi sorprendenti. Sono appunto le vie diverse, a cui sopra accennavamo, per incontrare il mistero che è in noi e fuori di noi.
Così, oltre alla scalata fino al «silenzio di Dio», si va alla ricerca della parola vestita di silenzio (si pensi solo agli spazi bianchi dei testi poetici); si entra nel notturno sensoriale dell'ascolto che è, invece, illuminazione folgorante della mente e del cuore (si pensi alla lettura o all'ascolto musicale); si procede verso il «silenzio di memoria» in cui il seme della parola, deposta in quel terreno fertile che è appunto il ricordo, si leva in stelo e grano di affetti perduti ma ancora vivi. Si giunge, infine, a una serie di soste omogenee che stanno in vetta a questo itinerario lungo le strade del pianeta del silenzio: l'orazione, la contemplazione, l'ascesa mistica e la «discesa annichilativa», estremo ed emozionante affondo nel buio e nel nulla del silenzio, le «stanze della solitudine e del silenzio» che sono la cella e il libro, che è colmo di parole ma tace.
Sempre in questa linea proponiamo, tra i tanti, un altro libretto esplicito già nel titolo, L'arte di tacere (Elliot, Roma 2013). Anche qui è di scena un religioso, l'abate settecentesco Dinouart, prete di Amiens, morto alle soglie della Rivoluzione francese. Egli aveva lasciato il ministero pastorale per diventare precettore del figlio di un conte e, così, dedicarsi allo studio. Il suo trattatello, pubblicato nel 1771 e continuamente riedito, non è solo una guida al tacere, i cui principi costitutivi si aprono proprio col già citato precetto pitagorico secondo il quale «si deve smettere di tacere solo quando si abbia qualcosa da dire che valga più del silenzio». La sua è anche una pedagogia a distinguere il tacere, che è un non dire e non sapere nulla, da un silenzio che è, invece, un condensato del sapere autentico. Un sapere che può essere poi centellinato nel dire e nello scrivere.
Ed è così che la seconda parte della sua trattazione è dedicata all'«arte dello scrivere poco», una gustosa staffilata elegantemente lasciata cadere sulle malattie della scrittura: «Si scrive male, talvolta si scrive troppo, e a volte non si scrive a sufficienza... Il silenzio sarebbe indispensabile a molti autori, sia perché scrivono male, sia perché scrivono troppo». L'abate prosegue sereno ma implacabile contro questi vizi con un dettato lieve ma pungente, documentato e analitico ma non pedante, giungendo in finale alla proposta di dodici principi che un po' ricalcano quelli sul parlare. Infatti, il primo suona così: «Non si deve mai smettere di trattenere la penna, se non si ha qualcosa da scrivere che sia preferibile al silenzio». Se anche solo questo principio fosse stato messo in pratica più spesso, si sarebbero salvate intere foreste, impedito a molti di sprecare tempo e risparmiato nei bilanci, perché la carta costa! Anche questa via è un percorso verso la celebrazione della parola necessaria e, quindi, del silenzio.
A questo punto, dopo questo ampio e libero excursus sul silenzio, fonte di meditazione, concludiamo con altre importanti testimonianze finali, lasciando quindi la voce a persone "sapienti". Nel suo Zibaldone, alla data 5 settembre 1823, Giacomo Leopardi annotava una curiosa etimologia (non so fino a che punto fondata) secondo la quale «meditare» deriverebbe dal latino medeor, che significa «curare, medicare», per cui – concludeva – «il meditare una cosa è una continuazione del semplice averne o pigliarne cura». Una sana, pacata, quieta riflessione diventa, allora, una vera e propria cura o medicina dell'anima. È un po' anche ciò che proponeva quel grande pensatore e moralista francese che fu Montaigne (1533-92). Nei suoi Saggi scriveva: «Meditare è un'occupazione potente e piena: io preferisco formare la mia anima piuttosto che arredarla». La meditazione non è, infatti, un imbottire lo spirito e l'anima di nozioni, curiosità o banalità, come spesso ci accade vivendo esposti alla vita sociale («arredare» l'anima, come dice Montaigne), ma è un plasmarla, un formarla e, se ci sono ferite, un medicarla e curarla.
Meditare per qualche minuto ogni giorno non è tempo perso; anzi, è una sorta di fermento che feconda il nostro pensare e agire, impedendo che si disperdano in vanità e fumo. È una medicazione necessaria soprattutto quando la superficialità ha aperto tante ferite e feritoie nella nostra coscienza, lasciando che da esse fuoriescano e si disperdano nel vuoto l'interiorità, la sensibilità morale, l'anelito per la verità. Vi ricordate quando a scuola s'imparavano quei versi di Petrarca: «Solo e pensoso i più deserti campi / vo mesurando a passi tardi e lenti»? Ecco, nell'agitarsi frenetico della società contemporanea, rallentiamo, appartiamoci e pensiamo, anzi, meditiamo. Tra l'altro, un curioso proverbio giapponese afferma che «l'uomo in silenzio è più bello da ascoltare».

(Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, n.134, agosto 2017, pp. 4-9)

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