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Il coraggio di

scommettere sui giovani

Calogero Cerami

MONREALE

Perché scommettere?

Perché parlare di scommessa? Chi è che scommette? È la chiesa che scommette sulle nuove generazioni? Scommettere significa dichiarare, asserire la propria sicurezza soggettiva riguardo a qualcosa; esserne certo anche senza addurre prove esplicite. Dio scommette sempre sul suo popolo malgrado faccia esperienza della sua infedeltà. Sono diverse le iniziative di Dio a favore del popolo che si è scelto; non desiste dal suo intento, perché desidera la salvezza e la felicità dell’uomo. Scommette anche sui profeti che più volte si ritorcono contro di lui e preferiscono la morte al compito di proferir oracoli alle nazioni. Tra i profeti, Geremia è il più giovane e il Signore lo chiama per una missione che necessita di sguardi nuovi [1].
Dio privilegia Geremia e la sua giovinezza per ritrovare il suo popolo, per rinnovare la sua fedeltà di amore. Il racconto della chiamata di Geremia si svolge tra una proposta impossibile e la rivelazione del progetto di Dio che da sempre l’ha scelto per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare. Dio si fida di un giovane, perché il rapporto con il suo popolo era diventato scontato; si fida di un giovane che non sa parlare, che ha paura di andare controcorrente, perché conosce bene le proprie tradizioni e sa che in quel modo rischia la sua condanna a morte. Geremia è stato chiamato dal Signore ad abbattere i muri soffocanti dell’egoismo umano per piantare il seme della speranza. Paolo VI dedicò l’ultimo messaggio del Concilio ai giovani, perché pensò di affidare allo sguardo dei giovani la visione del mandorlo che il Concilio aveva contemplato. Nella vocazione di Geremia e nella consegna di Paolo VI ai giovani, possiamo sicuramente accogliere uno stile educativo e testimoniale che ci consegna di generazione in generazione, alla libertà di ogni giovane che riceve dai padri non un semplice ricordo, ma il senso pieno della vita [2].
Dio resta fedele al suo patto e usa pazienza perché sa che il popolo ritornerà a Lui. Dio, infatti, conosce il suo popolo, perché è frutto del suo amore, delle sue viscere e non può non rispondere alla sua chiamata: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo» (Eb 1,1-2).
Nella pienezza dei tempi Dio in Cristo Gesù assume la nostra condizione umana, condividendo la nostra miseria. Scommette anche questa volta, perché non può lasciare l’uomo succube dei propri istinti e piaceri, proteso verso le cose caduche e contingenti. Scommette anche immolando il Figlio sull’albero della croce. La scommessa è data addirittura dal gesto più drammatico e doloroso della vita dell’uomo: la morte. Dio in Cristo Gesù sceglie di morire per l’uomo e scommette sul suo ritorno al Padre, paga il riscatto della nostra salvezza con il suo sangue e riconcilia la terra al cielo. Quando parliamo, dunque, di scommessa educativa non possiamo che riferirci innanzitutto a chi scommette per noi, a Cristo Gesù e non possiamo che far riferimento alla sua pazienza paterna e materna nei confronti dell’umanità, consapevole della sua debolezza, ma anche della sua grandezza.

Quale sguardo?

Papa Francesco nella lettera indirizzata ai giovani in occasione della presentazione del Documento preparatorio della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei vescovi invita a volgere lo sguardo a Cristo chiedendo loro: “carissimi giovani, avete incontrato questo sguardo? Avete udito questa voce?”
Rivolgendosi a educatori e formatori il documento traccia il profilo ideale di chi accompagna un giovane nel discernimento vocazionale richiedendo cinque atteggiamenti: lo sguardo amorevole; la parola autorevole; la capacità di “farsi prossimo”; il “camminare accanto”; la testimonianza di autenticità.
Per questo è necessario assumere uno sguardo integrale e acquisire la capacità di programmare a lungo termine, facendo attenzione alla sostenibilità e alle conseguenze delle scelte. Le nuove generazioni oggi vivono la propria condizione in un mondo diverso dalla generazione dei propri genitori e dei propri educatori: «Non solo il sistema di vincoli e opportunità cambia con le trasformazioni economiche e sociali, ma mutano, sottotraccia, anche desideri, bisogni, sensibilità, modo di relazionarsi con gli altri. Inoltre, se da un certo punto di vista è vero che con la globalizzazione i giovani tendono ad essere sempre più omogenei in ogni parte del mondo, rimangono però, nei contesti locali, peculiarità culturali e istituzionali che hanno ricadute nel processo di socializzazione e di costruzione dell’identità» [3].
Quale sguardo bisogna assumere?
Romano Guardini, come scriveva il vescovo Cataldo Naro nella lettera pastorale Amiamo la nostra Chiesa (5.11.2005), guardando i mosaici e il popolo riunito nel Duomo di Monreale scoprì che essi vivevano nello sguardo. Guardini, infatti, non si limitò a visitare il Duomo come un semplice turista, ma lo visse e ne fece esperienza. I profeti biblici e i santi raffigurati negli immensi mosaici monrealesi, infatti, sembrarono animarsi ai suoi occhi. Ciò che lo colpì maggiormente fu lo sguardo orante del popolo riunito in preghiera:

Oggi ho visto qualcosa di grandioso: Monreale. Sono colmo di un senso di gratitudine per la sua esistenza. […] La giornata era piovosa. Quando ci arrivammo – era giovedì santo – la messa solenne era già oltre la consacrazione. L’arcivescovo per la benedizione degli olii sacri stava seduto su un posto elevato sotto l’arco trionfale del coro. L’ampio spazio era affollato. Ovunque le persone stavano sedute sulle loro sedie, silenziose, e guardavano... Che dovrei dire dello splendore di questo luogo? […] La folla stava seduta e guardava. Le donne portavano il velo. Nei loro vestiti e nei loro panni i colori aspettavano il sole per poter risplendere. I volti marcati degli uomini erano belli. Quasi nessuno leggeva. Tutti vivevano nello sguardo, tutti erano protesi a contemplare. Allora mi divenne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica: la capacità di cogliere il “santo” nell’immagine e nel suo dinamismo. […] La cosa più bella però era il popolo. Le donne con i loro fazzoletti, gli uomini con le loro coperte [scialli] sulle spalle. Ovunque volti marcati e un comportamento sereno. Quasi nessuno che leggeva, quasi nessuno chino a pregare da solo. Tutti guardavano. La sacra cerimonia si protrasse per più di quattro ore, eppure sempre ci fu una viva partecipazione. Ci sono modi diversi di partecipazione orante. L’uno si realizza ascoltando, parlando, gesticolando; l’altro invece si svolge guardando. Quello è buono, e noi del Nord non ne conosciamo altro. Ma abbiamo perso qualcosa che lì ancora c’era: la capacità di vivere-nello-sguardo, di stare nella “visione”; di accogliere il sacro dalla forma e dall’evento, contemplando. […] Me ne stavo per andare, quando improvvisamente scorsi tutti quegli occhi rivolti a me, quasi spaventato distolsi lo sguardo, come se provassi pudore a scrutare in quegli occhi ch’erano già stati dischiusi sull’altare [4].

“Tutti vivevano nello sguardo”, afferma Guardini, ossia avevano vita in quello sguardo, per quello sguardo. È lo sguardo del Pantokrator a dar vita, perché attraverso quello sguardo Zaccheo cambiò vita e attraverso quello sguardo Levi lo seguì: «La vocazione di Matteo – scrive Papa Francesco in Misericordiae vultus è inserita nell’orizzonte della misericordia. Passando dinanzi al banco delle imposte gli occhi di Gesù fissarono quelli di Matteo. Era uno sguardo carico di misericordia che perdonava i peccati di quell’uomo e, vincendo le resistenze degli altri discepoli, scelse lui, il peccatore e pubblicano, per diventare uno dei Dodici» [5]. Beda il Venerabile così commenta l’episodio matteano:

Gesù lo guardò con sentimento di pietà e lo scelse (miserando atque eligendo). Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: "Seguimi" (Mt 9, 9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: "Seguimi". Gli disse "Seguimi", cioè imitami. Seguimi, disse, non tanto col movimento dei piedi quanto con la pratica della vita. Infatti "chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato" (1 Gv 2, 6). "Ed egli si alzò, prosegue, e lo seguì" (Mt 9, 9). Non c'è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all'interno con un'invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali, era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili. "Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli" (Mt 9, 10). Ecco dunque che la conversione di un solo pubblicano servì di stimolo a quella di molti pubblicani e peccatori, e la remissione dei suoi peccati fu modello a quella di tutti costoro. Fu un autentico e magnifico segno premonitore di realtà future. Colui che sarebbe stato apostolo e maestro della fede, attirò a sé una folla di peccatori già fin dal primo momento della sua conversione [6].

Papa Francesco facendo visita alla Comunità di S. Egidio nella Basilica di S. Maria in Trastevere ancora una volta ha chiesto di volgere lo sguardo a Cristo con le parole del salmo 34:

Siamo raccolti qui attorno a Cristo che, dall’alto del mosaico, ci guarda con occhi teneri e profondi, insieme con la Vergine Maria, che cinge con il suo braccio. Questa antica basilica è diventata luogo di preghiera quotidiana per tanti romani e pellegrini. Pregare nel centro della città non vuol dire dimenticare le periferie umane e urbane. Significa ascoltare e accogliere qui il Vangelo dell’amore per andare incontro ai fratelli e alle sorelle nelle periferie della città e del mondo! Ogni chiesa, ogni comunità è chiamata a questo nella vita convulsa e a volte confusa della città. Tutto comincia con la preghiera. La preghiera preserva l’uomo anonimo della città da tentazioni che possono essere anche le nostre: il protagonismo per cui tutto gira attorno a sé, l’indifferenza, il vittimismo. La preghiera è la prima opera della vostra Comunità, e consiste nell’ascoltare la Parola di Dio – questo pane, il pane che ci dà forza, che ci fa andare avanti – ma anche nel volgere gli occhi a Lui, come in questa basilica: «Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire», dice il Salmo (34,6). Chi guarda il Signore, vede gli altri. Anche voi avete imparato a vedere gli altri, in particolare i più poveri. […] Nei poveri è presente Gesù, il quale si identifica con loro. San Giovanni Crisostomo scrive: «Il Signore si accosta a te in atteggiamento da indigente...» (In Matthaeum Homil. LXVI, 3: PG 58, 629) [7].

Giovani e adulti

Uno degli argomenti preferiti dagli adulti sono i giovani. Questi sono considerati incapaci di guardare al futuro perché ossessionati dal mondo virtuale, con un iphone sempre in mano. Gli adulti sono convinti che non c’è speranza per il mondo giovanile.
Assistiamo, quindi a uno iato tra giovani e adulti, così come lo tratteggiava a punte forti lo stesso Socrate, quattro secoli prima di Cristo: “La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, se ne infischia dell’autorità e non ha nessun rispetto per gli anziani. I ragazzi d’oggi sono tiranni. Non si alzano in piedi quando un anziano entra in un ambiente, rispondono male ai loro genitori”.
Questa descrizione ci tramanda lo scontro tra due generazioni chiamate invece a camminare insieme, rompendo gli occhiali del pregiudizio e assumendo uno “sguardo integrale”, capace di vedere nella profondità del cuore senza risultare invadente o minaccioso. Questo “è il vero sguardo del discernimento, che non vuole impossessarsi della coscienza altrui né predeterminare il percorso della grazia di Dio a partire dai propri schemi”. È assai urgente che gli adulti mettano a fuoco l’esperienza dei giovani caratterizzata da relazioni virtuali che strutturano una nuova concezione del mondo e della realtà.
I vescovi italiani offrendo alle Chiese d’Italia per il decennio 2010-2020 gli orientamenti pastorali “Educare alla vita buona del Vangelo”, hanno ricordato che consacrati e laici generosamente hanno sempre profuso le migliori energie nel campo dell’educazione. Fin dall’introduzione, i vescovi fanno riferimento all’antichità cristiana, citando Clemente Alessandrino che attribuisce a Cristo il titolo di pedagogo:

O allievi della divina pedagogia! Orsù, completiamo la bellezza del volto della Chiesa e corriamo, noi piccoli, verso la Madre buona; diventando ascoltatori del Logos glorifichiamo il divino piano provvidenziale, grazie al quale l’uomo viene, sia educato dalla pedagogia divina che santificato in quanto bambino di Dio: è cittadino dei cieli, mentre viene educato sulla terra; riceve lassù per Padre colui che in terra impara a conoscere [8].

Clemente fu filosofo cristiano molto vicino al medioplatonismo e allo stoicismo romano; fu un vero teologo della tradizione che offrì lezioni di interesse filosofico e culturale a quanti desideravano conoscere l’ideale cristiano [9]. Tra le opere che possediamo, è necessario menzionarne tre: il Protrettico, il Pedagogo, gli Stromati. Queste permettevano al discepolo di compiere un cammino graduale verso la perfezione.
Il Protrettico era indirizzato a persone colte che desideravano conoscere il cristianesimo, il Pedagogo offriva ai pagani convertiti la normativa etica fondamentale per la realizzazione di una vita pienamente cristiana; gli Stromati, invece, in otto libri, erano annotazioni messe in serbo per la vecchiaia, rimedio contro la dimenticanza, immagine e ombra di quelle parole luminose e vive di uomini beati e degni di stima che Clemente ebbe la fortuna di conoscere e di ascoltare [10].
L’autore alessandrino definisce i discenti “piccoli” chiamati a correre verso la Madre buona, ossia la Chiesa per ascoltare il Logos e divenire figli dell’unico Padre celeste. Per essere educati, dunque, è necessario farsi piccoli e correre verso la Madre Chiesa che ci mostra e ci fa ascoltare la voce del Logos. Nel Protrettico afferma che la pietà rende l’uomo simile a Dio [11].
Basilio il Grande nel IV secolo scriverà un Discorso ai giovani per suscitare e formare nel loro animo una coscienza in grado di compiere scelte critiche. Il giovane viene paragonato a un’ape che sa trarre dalla sapienza degli antichi il miele, cercando di trarre solo quanto serve alla lavorazione, tralasciando tutto il resto. Chi è saggio sa apprendere dagli antichi quanto è conforme alla verità, lasciando tutto il resto:

Come le api, a differenza degli altri animali che si limitano al godimento del profumo e del colore dei fiori, sanno trarre da essi anche il miele, allo stesso modo coloro che in tali scritti non cercano soltanto diletto e piacere, possono anche ricavarne una qualche utilità per l’anima. Dobbiamo dunque utilizzare quei libri seguendo in tutto l’esempio delle api…E come mettendoci a cogliere dei fiori dal roseto evitiamo le spine, ugualmente, raccogliendo dai libri dei pagani quanto è utile, dobbiamo guardarci da quel che vi è di nocivo (IV, 8-9.10) [12].

“Vi è l’urgenza - scrivono i vescovi – di dedicarsi alla formazione delle nuove generazioni” (EVBV 3) che non sono e non devono essere slegate dalle precedenti generazioni: “L’educazione, infatti, è strutturalmente legata ai rapporti tra le generazioni. […] I giovani si trovano spesso a confronto con figure adulte demotivate e poco autorevoli, incapaci di testimoniare ragioni di vita che suscitino amore e dedizione” (EVBV 12).
Alessandro Castegnaro, sociologo, presidente dell’Osservatorio socio-religioso del Triveneto usa la metafora della clessidra per parlare del rapporto tra le generazioni adulte e quelle giovani. Così scrive:

In alto troviamo i modelli culturali delle generazioni adulte, in basso un vuoto che si appresta ad essere riempito da quegli stessi modelli. Entro questo schema mentale i problemi nascono dal fatto che qualcosa si è guastato nel condotto ristretto attraverso cui i granelli di sabbia passano per giungere alle nuove generazioni […] dovremmo chiederci che cosa realmente vi sia nella parte alta della clessidra. Se anche là non vi siano disordine, scompiglio, relativismo e quant’altro. […] Dovremmo poi chiederci se è poi così vero che il ristretto condotto attraverso cui la sabbia deve passare sia ossidato al punto tale da non lasciarla più scorrere. […] Alcune delle idee sono emerse da una indagine condotta dall’Osservatorio socio-religioso del Triveneto sui giovani di età compresa tra i 18 e i 29 […] basata su interviste in profondità. […] Dalle narrazioni dei giovani emerge […] una rivendicazione di individualità e soggettività [13].

Esiste, infatti, un nesso inscindibile tra educare e generare: “la relazione educativa s’innesta nell’atto generativo e nell’esperienza di essere figli” (EVBV 27). Educare quindi significa costruire relazioni che richiedono coraggio, pazienza, perseveranza, gratuità, libertà; fuggendo dal pessimismo e dall’autoritarismo: “È presente nei giovani – ribadiscono i vescovi – una grande sete di significato, di verità e di amore” (EVBV 32). A partire da questa sete, anche inespressa, è possibile muovere il processo educativo che deve tendere essenzialmente all’incontro con Dio in Cristo Gesù, attraverso la Chiesa, la meditazione delle Sante Scritture e l’impegno di fraternità: «Particolarmente importanti risultano per i giovani le esperienze di condivisione nei gruppi parrocchiali, nelle associazioni e nei movimenti, nel volontariato, nel servizio in ambito sociale e nei territori di missione. In esse imparano a stimarsi non solo per quello che fanno, ma soprattutto per quello che sono. […] Occorre tenere presenti, poi, alcuni nodi esistenziali propri dell’età giovanile: pensiamo ai problemi connessi a una visione corretta della relazione tra i sessi, alla precarietà negli affetti, alla devianza, alle difficoltà legate al corso degli studi, all’ingresso nel mondo del lavoro e al ricambio generazionale» (EVBV 32). La condivisione nei gruppi, nelle associazioni e nei movimenti è ritenuta dai vescovi una via preferenziale per imparare a stimarsi e per sciogliere i nodi esistenziali propri del mondo giovanile.
Papa Francesco esorta gli adulti ad ascoltare con pazienza i giovani, a comprendere le loro inquietudini e richieste, a parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono, in modo che le proposte educative possano produrre i frutti sperati [14].
Anche se riconosciamo la difficoltà di accostare i giovani del nostro tempo, dobbiamo rilevare alcuni progressi già fatti: «la consapevolezza che tutta la comunità li evangelizza e li educa e l’urgenza che essi abbiano un maggiore protagonismo. Si deve riconoscere che, nell’attuale contesto di crisi dell’impegno e dei legami comunitari, sono molti i giovani che offrono il loro aiuto solidale di fronte ai mali del mondo e intraprendono varie forme di militanza e di volontariato. Alcuni partecipano alla vita della chiesa, danno vita a gruppi di servizio e a diverse iniziative missionarie nelle loro diocesi o in altri luoghi. Che bello che i giovani siano viandanti della fede, felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra!» [15]
Sono da preferirsi pertanto tutte quelle iniziative che mirano a rendere i giovani protagonisti e non spettatori di un mondo che va a rotoli: «I giovani sono una risorsa preziosa per il rinnovamento della Chiesa e della società. Resi protagonisti del proprio cammino, orientati e guidati a un esercizio corresponsabile della libertà, possono davvero sospingere la storia verso un futuro di speranza» (EVBV 32). Bisogna dare, quindi, fiducia anche alle nuove generazioni, non reputandole incapaci di attuare un rinnovamento vero ed autentico in seno alla Chiesa e alla società. Bisognerebbe, invece, fare un serio esame di coscienza nel mondo degli adulti sull’impegno profuso a favore dell’educazione delle nuove generazioni e sulla credibilità dei comportamenti: «L’educatore è un testimone della verità, della bellezza e del bene, cosciente che la propria umanità è insieme ricchezza e limite. Ciò lo rende umile e in continua ricerca. Educa chi è capace di dare ragione della speranza che lo anima ed è sospinto dal desiderio di trasmetterla». (EVBV 29)
Papa Francesco lega inscindibilmente le generazioni degli adulti e quelle dei giovani, perché ogni volta che noi pensiamo di leggere i segni dei tempi, è opportuno ascoltare gli uni e gli altri:

Entrambi sono la speranza dei popoli. Gli anziani apportano la memoria e la saggezza dell’esperienza, che invita a non ripetere stupidamente gli stessi errori del passato. I giovani ci chiamano a risvegliare e accrescere la speranza, perché portano in sé le nuove tendenze dell’umanità e ci aprono al futuro, in modo che non rimaniamo ancorati alla nostalgia di strutture e abitudini che non sono più portatrici di vita nel mondo attuale. Le sfide esistono per essere superate. Siamo realisti, ma senza perdere l’allegria, l’audacia e la dedizione piena di speranza! Non lasciamoci rubare la forza missionaria! [16]

Giovani e fede

Alessandro D’Avenia, autore di diversi romanzi per giovani [17], parla dell’adolescenza in termini positivi, affermando che ad indica moto a luogo e quindi tensione, movimento di ascesa da sé a se stessi, tensione verso l’olescenza, ossia il tutto, la pienezza. L’adolescenza, quindi, è tensione di ascesa verso la pienezza, sete di interezza, percepita proprio a partire dal frammento, dal limite, dal confine; è l’età in cui diventa necessario immaginare l’infinito, di là dalla siepe che lo nasconde.
Agli adulti spetta far scorgere questo infinito che oggi è meno certo, difficile anche solo da immaginare. Oggi in realtà non si vuole più appartenere al mondo degli adulti; si vorrebbe restare eternamente giovani o adolescenti e talvolta si gioca ad esserlo.
Matteo Armando in un volume dal titolo: “La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede” afferma che i giovani si sentono superflui, sentono di vivere in una società che non ha bisogno di loro. E questo va contro la verità della giovinezza, che è forza, che è novità, che è come una cellula staminale che porta in sé la necessità di divenire. Se questo processo non viene messo in moto, quella forza e quella novità ricadono su se stesse. Come si può confidare in una società che tiene le energie migliori nel freezer? In maniera provocatoria si chiede:

Perché in chiesa di giovani se ne vedono sempre meno e spariscono anno dopo anno i gruppi parrocchiali giovanili? Perché i ragazzi si dileguano dagli oratori appena diventano giovani? Come giustificare l’analfabetismo cristiano e specialmente biblico delle nuove generazioni, in uno spazio culturale del quale la Bibbia rappresenta senza alcun dubbio uno dei grandi codici di senso e del quale spesso si ricordano le radici cristiane? Perché, da una parte, sempre più utenti di Facebook, nel loro profilo, si assegnano un orientamento ateo o agnostico, mentre, dall’altra, sono in continua crescita i siti web dove lasciare una preghiera, accendere una candela, trascorrere un momento di pace? [18]

Alla prima domanda risponde:

La maggior parte delle parrocchie presenti sul nostro territorio nazionale sono tutte rosari e messe per morti: rosari e messe richieste da persone che si preparano a diventare esse stesse intenzione di una messa per morto. Qualche parroco aggiunge la lectio divina, le lodi e i vespri, l’adorazione eucaristica, forme di preghiera che, tuttavia, non sono di accesso immediato. Nel frattempo, la frequenza degli oratori ancora tiene per la fascia dei più piccoli, con grande soddisfazione delle famiglie e della società civile, mentre diminuisce clamorosamente in riferimento a quella giovanile, innescando altresì un potente effetto a catena: l’assenza dei giovani avalla, infatti, nei più piccoli l’idea che l’oratorio non sia un luogo per giovani [19].

Se queste affermazioni di Armando Matteo potrebbero sembrare alquanto esagerate, in realtà Papa Francesco non usa parole meno forti e provocatorie nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium:

È necessario che riconosciamo che, se parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa, ciò si deve anche ad alcune strutture e ad un clima poco accoglienti in alcune delle nostre parrocchie e comunità, o a un atteggiamento burocratico per rispondere ai problemi, semplici o complessi, della vita dei nostri popoli. In molte parti c’è un predominio dell’aspetto amministrativo su quello pastorale, come pure una sacramentalizzazione senza altre forme di evangelizzazione [20].

La questione dell’annuncio del Vangelo ai giovani impone una singolare decisione di autentico investimento di energie - che comporta un lasciar in secondo piano altri ambiti e impegni - in termini di persone, di tempi, di spazi liturgici, di risorse economiche, di progetti pastorali. Data l’urgenza con la quale bisogna intervenire nei confronti delle nuove generazioni, diventa importante prendere consapevolezza della delicata dialettica esistente tra polo soggettivo e polo istituzionale del credere cristiano [21]. Non si può più pensare e agire come se “l’essere cristiano” coincidesse immediatamente con “l’essere soggetto della diaconia ecclesiale”. Dobbiamo allargare gli orizzonti dell’ospitalità delle nostre comunità di modo che la necessaria mediazione operata dalla Chiesa nella generazione alla fede dei giovani sia chiaramente distinta dalla scelta consapevole della diaconia ecclesiale e delle sue forme. Il ritmo liturgico ordinario delle nostre comunità è troppo spesso limitato alla Celebrazione Eucaristica e alla recita del Rosario, elementi cardine di una spiritualità che oggi fatica a diventare il sale e il lievito della possibile vita di fede dei giovani. Non possiamo sperare di avviare alla fede i giovani postmoderni facendo affidamento solo alle celebrazioni. Un ulteriore principio ispiratore per una Chiesa che voglia davvero farsi carico dei giovani è quello di predisporre una più organica ed efficiente presenza nei luoghi dei giovani: il sogno più grande è quello di una chiesa che non attende semplicemente di incontrare i giovani, ma che li va a incontrare proprio là dove essi si trovano. Una chiesa che, attraverso i presbiteri, i diaconi e gli educatori, sia capace di uscire dai propri confini istituzionali per mettersi in gioco nelle realtà e negli spazi che i giovani scelgono di abitare, senza aver paura di mostrarsi anche nella propria fragilità e debolezza. Occorre lasciarsi spingere dalla curiosità e dal desiderio profondo di farsi trovare soprattutto là dove ci sono difficoltà e sofferenza, come semplici testimoni, senza l’obbligo di proporre modelli e principi, ma facendosi semplicemente guidare da un’autentica volontà di ascolto e di condivisione. Per questo la chiesa non dovrà preoccuparsi semplicemente di come evangelizzare, ma di essere presente, accompagnare, ascoltare, e farsi trovare nei luoghi del disagio. Andare incontro ai giovani richiederà dunque forme di specializzazione da parte degli operatori pastorali e in particolare da parte dei presbiteri. Non ci si improvvisa presbiteri, né educatori!

Verso il Sinodo

In preparazione al Sinodo del 2018 mi pare alquanto significativo rilevare come oggi più che mai sia importante scommettere sulle nuove generazioni, non scisse dal loro contesto culturale, sociale, economico. La relazione, di cui abbiamo più volte parlato, è categoria imprescindibile dell’educazione, perché non è possibile educare senza un rapporto umile e autorevole tra adulti e giovani, tra maestro e discepolo. Lo scollamento esistente tra adulti e giovani ha provocato uno smembramento della famiglia e della società, dividendo coloro che avrebbero potuto offrire la loro saggia esperienza da coloro che per una fragilità sempre più dirompente, avrebbero dovuto apprendere. Gli adulti che preferiscono rimanere eternamente giovani non hanno saputo educare le nuove generazioni, ponendosi dinanzi a loro come coetanei, sia nel modo di vestire che nel modo di parlare o di agire.
La figura di Giovanni scelta come icona nel percorso di preparazione al Sinodo potrà aiutare le nostre comunità parrocchiali “a cogliere l’esperienza vocazionale come un processo progressivo di discernimento interiore e di maturazione della fede, che conduce a scoprire la gioia dell’amore e la vita in pienezza nel dono di sé”.
Per questo sono stati preparati alcuni strumenti che permetteranno agli educatori di guidare i giovani in questo percorso di discernimento vocazionale:

- Il sussidio “Considerate questo tempo” offertoci dal Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile propone agli educatori, a partire da dieci parole (ricerca, fare-casa, incontri, complessità, legami, cura, gratuità, credibilità, direzione, progetti) alcune schede di approfondimento. Ogni scheda rimanda ad altre schede che per significato vi si sovrappone anche solo parzialmente. Ogni scheda corrisponde a una parola-chiave ed è introdotta da una foto di Mario Dondero. La fotografia è una composizione poetica perché è scritta con la luce; con un solo scatto racconta la bellezza e la ricchezza dell’umanità. Ci si potrà servire di questa foto o di altre che ogni parroco potrà proporre. Segue il brano biblico di riferimento.
Il primo passo consiste nell’ascolto delle parole della chiesa e del magistero; il secondo passo nell’ascolto dei giovani (viene offerta una testimonianza) e una traccia per i lavori di gruppo; il terzo passo invita a considerare le prassi pastorali attuali attraverso alcune domande da porre al consiglio pastorale parrocchiale, ai catechisti, ai formatori. L’ultima parte della scheda riguarda la progettualità che tiene conto delle pratiche pastorali del passato per una memoria non nostalgica; dà uno sguardo equilibrato e sincero alle pratiche pastorali del presente, andando oltre le apparenze e si proietta verso il futuro per uno sguardo capace di essere creativo e generativo, cercando di trovare nuove connessioni, nuovi obiettivi e nuovi linguaggi [22]. Le 10 schede possono essere un valido aiuto per gli incontri mensili da realizzare in parrocchia con i giovani e con i formatori. Chiediamo ai giovani impegnati in parrocchia di farsi discepoli missionari come auspica Papa Francesco riferendosi a tutti i battezzati: «In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cf. Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni. La nuova evangelizzazione deve implicare un nuovo protagonismo di ciascuno dei battezzati. Questa convinzione si trasforma in un appello diretto ad ogni cristiano, perché nessuno rinunci al proprio impegno di evangelizzazione» [23].
La preparazione al Sinodo permetterà ad ogni singola comunità cristiana di verificare la prassi pastorale che risente ancora di un clichè tradizionalista e ripetitivo, incapace di suscitare nuovo slancio missionario.

- Accanto al sussidio è stata prevista anche un’opera segno dipinta dall’artista olandese Kees de Kort che ha prestato la sua opera per illustrare la vicenda del discepolo amato dedicandola ai nostri giovani e alle comunità che li generano alla fede. Il polittico scandisce i cinque episodi in cui il discepolo “fa casa” col Maestro. Il “fare casa” diventa così la complessiva esperienza che genera il discepolo alla fede nel Risorto. È stato pensato per accompagnare la preghiera dei nostri giovani in vista del Sinodo del 2018.

L’ascolto dei giovani passa anche dal Web, perché la Rete è una dimensione quotidiana nella vita delle giovani generazioni. Per questo la Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi ha deciso di aprire un canale online dedicato alla XV Assemblea generale. Dal 14 giugno scorso, infatti, è online il sito raggiungibile all’indirizzo http://youth.synod2018.va con l’intento di ampliare il più possibile la consultazione attraverso un questionario che ogni giovane potrà compilare e inviare direttamente alla segreteria generale. Le risposte al questionario online, proposto in cinque diverse lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e portoghese), dovranno pervenire alla Segreteria generale entro il 30 novembre 2017.

[A livello regionale sono state individuate tre tappe nel cammino verso il Sinodo: un momento formativo (seminario di studio a Caltanissetta, 17-18 novembre 2017), un momento dell’incontro e del dialogo (tenda dell’ascolto) e un momento propositivo (pellegrinaggio regionale dei giovani con i vescovi di Sicilia e veglia di preghiera a Roma nei giorni 18-19 agosto 2018).
A livello diocesano proponiamo ai giovani e giovanissimi della nostra diocesi un pellegrinaggio, occasione per permettere a tutti di camminare insieme per conoscersi, dialogare e pregare. Sarà un modo per restituire ai giovani la consapevolezza della necessità e della dignità di un percorso personale di incontro con il Signore. Per allenarci a correre come i due discepoli Pietro e Giovanni, invitiamo giovani e famiglie a partecipare ai due ritiri di Avvento (10 dicembre 2017 presso la Parrocchia SS. Salvatore alla Torre in Cefalù) e Quaresima (4 marzo 2018 presso la Parrocchia S. Agata in Montemaggiore Belsito). A livello parrocchiale si può proporre la lectio divina dei cinque passi biblici esposti nel polittico cartaceo nelle cinque settimane di Quaresima.
Affidiamo questo cammino alla Vergine Maria di Nazareth, perché ogni giovane possa scoprire in Lei lo stile dell’ascolto, il coraggio della fede, la profondità del discernimento e la dedizione al servizio.]


NOTE

1 Cf. Ger 1, 4-10.
2 Paolo VI, Discorso ai giovani, Città del Vaticano 1965: «Lottate contro ogni egoismo. Rifiutate, di dar libero corso agli istinti della violenza e dell'odio, che generano le guerre e il loro triste corteo di miserie. Siate: generosi, puri, rispettosi, sinceri. E costruite nell'entusiasmo un mondo migliore di quello attuale! La Chiesa vi guarda con fiducia e con amore. Ricca di un lungo passato sempre in essa vivente, e camminando verso la perfezione umana nel tempo e verso i destini ultimi della storia e della vita, essa è la vera giovinezza del mondo. Essa possiede ciò che fa la forza o la bellezza dei giovani: la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste. Guardatela, e voi ritroverete in essa il volto di Cristo, il vero eroe, umile e saggio, il profeta della verità e dell'amore, il compagno e l'amico dei giovani».
3 Cf. Sinodo dei vescovi. XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento preparatorio, Roma 2017.
4 Reise nach Sizilien, in R. Guardini, In Spiegel und Gleichnis. Bilder und Gedanken, Grünewald-Schöningh, Mainz-Paderborn 1990, pp. 158-161.
5 MV 8.
6 Beda il Venerabile, Omelia 21.
7 Papa Francesco, Discorso a S. Maria in Trastevere, 15 giugno 2014.
8 Clemente Alessandrino, Pedagogo III, 99, 1.
9 Cf. M. Mees, Clemente di Alessandria, in DPAC I, coll. 1066-1073.
10 Cf. Stromati I, 11, 1-2.
11 Cf. Clemente Alessandrino, Protrettico IX, 86, 2.
12 Cf. Basilio di Cesarea, Discorso ai giovani, a cura di M. Naldini, Firenze 1984, pp. 94-95.
13 A. Castegnaro, Lettura del fenomeno dell’emergenza educativa, in Vocazioni XXVIII/1 (2011) 5-17.
14 Cf. EG 105.
15 EG 106.
16 EG 108-109.
17 Ne cito solo alcuni: A. D’Avenia, Cose che nessuno sa, Milano 2011; Id., L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita, Milano 2016.
18 A. Matteo, La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010, p. 3.
19 Id., p. 31.
20 Francesco, Evangelii Gaudium, Città del Vaticano 2013, n. 63.
21 Cf. C. Belfiore, Giovani e fede. Prendersi cura del dono della fede, in Azione Cattolica Italiana, Tutto ciò che hai. Guida giovani 2017-2018, Roma 2017, pp. 117-120.
22 Cf. Lumen Fidei 9: «In quanto risposta a una Parola che precede, la fede di Abramo sarà sempre un atto di memoria. Tuttavia questa memoria non fissa nel passato ma, essendo memoria di una promessa, diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via. Si vede così come la fede, in quanto memoria del futuro, memoria futuri, sia strettamente legata alla speranza».
23 EG 120.

(Fonte: relazione tenuta all’assemblea diocesana (1 settembre 2017) presieduta dal vescovo di Cefalù mons. Vincenzo Manzella in preparazione al Sinodo su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.)

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