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Se hai un cuore,

puoi essere salvato

Sorella Laura - Bose

13 ottobre 2017


In quel tempo 14 Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. 15 Ma alcuni dissero: “È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni”. 16 Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. 17 Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: “Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. 18 Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. 19 Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. 20 Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio. 21 Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. 22 Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino. 23 Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde. 24 Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. 25 Venuto, la trova spazzata e adorna. 26 Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima”.
Lc 11,14-26

Nella sua attività guaritrice Gesù affronta demoni e malattie che colpiscono oggi come ieri gli esseri umani e per i quali al tempo degli evangelisti non c’erano dei nomi per chiamarli. Qui s’indovina un male oscuro e profondo, che toglie all’uomo la parola, quella che lo mette in comunicazione, che lo rende umano. Gesù affronta quel demone muto, quel muro invisibile e l’uomo che era muto può di nuovo comunicare con chi lo circonda. Ci sono anche malattie che sono somatizzazioni, momenti in cui il dolore si fa mutismo, e si ha bisogno di esserne liberati, di riprendere il contatto con gli altri che magari desiderano solo aiutare.
Le reazioni di fronte a questo gesto di Gesù sono le più disparate: chi è preso da grande stupore, chi gli chiede un segno dal cielo (come se quello che è successo non bastasse: far uscire un uomo dal mutismo), chi preferisce pensare il male invece di accogliere il bene (la mentalità chiusa, invidiosa e amara di chi con scetticismo respinge ogni cosa buona che vede fare agli altri). Un solo gesto, tante reazioni. Anche nella nostra vita spesso accade che, di fronte ai miracoli del quotidiano, non sappiamo leggervi un segno, un seme del regno di Dio. Perché?
La risposta è forse ai vv. 24-26. Il nostro cuore è una casa, una dimora interiore sempre abitata. Sappiamo da chi e che cosa siamo abitati? Il primo livello del discernimento: mettersi in ascolto del proprio cuore, sapere cosa vi accade. Altrimenti non si è in grado di discernere proprio nulla, e di fronte agli eventi della vita si reagisce come i contemporanei di Gesù: non si comprende quello che sta succedendo e si legge tutto con le lenti deformanti di ciò che abita le profondità del proprio cuore. Portiamo ovunque l’aria viziata del nostro panorama interiore, la scena (a volte desolante) che tende ad accompagnarci costantemente e dalla quale non abbiamo saputo liberarci.
Il Signore svuota, spazza la nostra dimora interiore. Possiamo essere guariti, possiamo essere liberati. Il Signore è più forte dei demoni che ci abitano, ma poi siamo noi responsabili di tenere pulita e spazzata la nostra casa, siamo noi responsabili di chi facciamo entrare. È la lotta interiore, quella lotta che ogni uomo e ogni donna devono combattere su questa terra per restare umani. È la lotta che ha combattuto Gesù, tentato dal diavolo non solo nel deserto ma fino alla fine.
“Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”: Gesù ha saputo riempire la sua dimora interiore di questa parola, di questa presenza, alla quale dedicava spesso tempo pregando nella solitudine.
“Se hai un cuore, puoi essere salvato”, dicevano i padri. Se hai un cuore vivente, aperto, non ripiegato su se stesso. Un cuore vivo, per essere tale, deve essere abitato. Anche se è vulnerabile, ferito, può accogliere il Signore che sempre bussa alla porta del cuore, può accogliere l’altro, può gioire e ringraziare. Siamo noi a esercitare libertà e responsabilità sul nostro cuore, a scegliere quale vicenda, vera o inventata, deve ispirare la nostra vita. Per un cristiano questa vicenda è narrata nel vangelo.

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