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“Evangelii gaudium”:

la comunità cristiana

oggi

Enzo Bianchi

 

Collochiamo “Evangelii Gaudium” all’interno del magistero di papa Francesco

“La gioia del vangelo”, questo titolo già dice qualcosa di papa Francesco: la comunità cristiana deve avere un volto gioioso, i cristiani devono fare esperienza della gioia, perché questo è in grande dono del Risorto ai discepoli. L’altro documento di papa Francesco è “Amoris letitia” “La gioia dell’amore”. Papa Francesco vuole che la vita cristiana sia una vita gioiosa, per lui la prima conseguenza del vangelo è la gioia. “euangelion” la buona notizia, un messaggio che porta gioia. Nell’Antico Testamento ‘vangelo’ era la notizia che arrivava la pace.
“Evangelii Gaudium” è la prima esortazione di papa Francesco, a conclusione del Sinodo sulla evangelizzazione (si era ancora sotto papa Benedetto XVI). Ho partecipato al Sinodo come esperto, e non vi nascondo che anche nella stesura finale ho collaborato in maniera estremamente decisiva. Papa Francesco volle ristendere il lavoro che era stato fatto, rispettandolo, ma ponendo in questo testo accenti molto nuovi. Noi avevamo l’abitudine a testi estremamente meditati che segnano là dove era giunto il cammino della chiesa. Papa Francesco, invece, pone l’accento sul cammino da fare, indica strade future. Tutto questo il papa lo ha voluto fare – ve lo dico perché lo conosco bene – secondo quello che è il suo cuore di pastore, non dare un testo teologico – siamo lontani dallo stile di papa Benedetto, meditazioni teologiche profonde, certamente poco fruibili nel quotidiano – ma raggiungere immediatamente il popolo di Dio, come noi che siamo qui questa sera convocati. Lo fa con un linguaggio caldo e semplice.

La misericordia non si deve mai meritare

“Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di quaresima senza pasqua” – cristiani che non sanno provare la gioia della vittoria della vita sulla morte, dell’amore sul peccato.
“Il confessionale non deve essere una stanza di tortura”, bensì il luogo della misericordia di Dio che ci stimola a fare il bene possibile. Non deve essere là dove si giudica il penitente. Uno confessa il suo peccato, e gli viene annunciato quell’amore di Dio, che nessuno di noi deve mai meritare, che è la misericordia = amore di Dio che non si deve mai meritare. Questo è l’essenziale del vangelo, è l’essenziale per capire papa Francesco. Dio ama il giusto come il peccatore, “fa piovere sui giusti e sui malvagi”.
Dio preferisce lasciare sole le 99 pecore nell’ovile, per andare a cercare quella smarrita. Un giorni ho ascoltato Francesco in una situazione non pubblica in cui ha fatto una attualizzazione della parabola del buon pastore: “il pastore aveva 100 pecore, ne perde una, devo stare attento – dice tra sé – forse il lupo l’ha mangiata, allora sto qui nell’ovile, non mi muovo, faccio la guardia alle 99. E dopo due giorni ne ha perso un’altra, e dopo cinque giorni un’altra, finché ne ha perso 99 e ne aveva solo una, e allora capisce che non era quella la via per amare e conservare il gregge”.
Il papa guarda le 99 che ha nell’ovile, ma scruta quelle che ha perso, quelle che hanno lasciato la chiesa, quelle che hanno lasciato la comunità cristiana, e si domanda perché, cosa è avvenuto? E si domanda anche “è tutta responsabilità loro?”, o c’è una responsabilità della comunità cristiana, dei pastori. Usa una formula “chiesa in uscita”. Noi non siamo abituati a queste formule: dovete pensare che lì c’è una cultura sudamericana, un uomo vescovo e pastore delle periferie, passava giornate intere con quella gente, nelle bidonville, frequentava persone di indubbia condizione immorale. Vuole che la chiesa tutta si muova a cercare la pecora sperduta, che vada, corra verso un mondo senza una direzione, senza un orientamento, senza un senso. Bisogna rallentare il passo per guardare negli occhi una persona che viene incontrata, rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è restato al bordo della strada, chi si è perso.

A partire da Firenze la chiesa italiana si è mossa

Siamo di fronte a un testo molto pastorale – ma non significa che manca la teologia – una vera teologia cristiana è pastorale, una vera pastorale cristiana ha le sorgenti teologiche. Con questo testo i papa dà una “carta” alla chiesa. A Firenze ha manifestato una certa disapprovazione sul fatto che la chiesa italiana non si era ancora mossa per attuare la Evangelii Gaudium come lui ha chiesto nell’enciclica. A partire da Firenze, la chiesa italiana si è mossa, e sono tante le chiese locali che si stanno interrogando come voi questa sera.
“In questa esortazione desidero indicare vie per la chiesa per i prossimi anni”. “Ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico, e deve avere delle conseguenze importanti” “una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno”

Papa Francesco vuole una prassi, che qualcosa davvero cambi – parla di “riforma”

1) Riforma della chiesa in vista di una uscita missionaria
2) Le tentazioni degli operatori pastorali
3) Chiesa come totalità del popolo di Dio
4) La centralità della parola di Dio
5) L’inclusione sociale dei poveri
6) La pace e il dialogo sociale
7) Le motivazioni spirituali per l’impegno missionario
La riforma è un movimento che deve cogliere tutti, il papa stesso, uno dei punti è la conversione del papato, il papato deve cambiare forma e stile, la forma con cui è stato esercitato deve cambiare. Non cambia invece il mandato che Lui ha dato a Pietro. Papa Francesco sta tentando di ridare qualità cristiana al cattolicesimo, attraverso l’insistenza sulla centralità del vangelo, la bellezza del vangelo “Evangelii Gaudium”, che passa soprattutto attraverso il peccatore, l’uomo debole, povero

La comunità cristiana

La sacra scrittura è la fonte della evangelizzazione, pertanto bisogna continuamente formarsi all’ascolto della parola. La chiesa non evangelizza, se non si lascia lei stessa evangelizzare. È indispensabile che la parola di Dio diventi il cuore di ogni azione ecclesiale. Primato della parola di Dio, centralità dell’ascolto. “Ascoltare è molto più che sentire”. Questa centralità deve essere nella vita e nella costituzione della chiesa.
La comunità cristiana è un popolo degli ascoltanti la parola. La chiesa esiste in quanto serva della parola, sotto il primato della parola, nel doppio movimento di ascolto e di annuncio. Per essere chiesa che insegna, deve esse prima chiesa che ascolta.

Se non crediamo alla potenza della parola, non siamo cristiani

Chiesero a Ratzinger: “come mai noi facciamo tanta catechesi in questi ultimi decenni, e abbiamo come risultato tanta sterilità nella chiesa?”, e papa Benedetto aveva risposto “è perché abbiamo una chiesa che rischia di evangelizzare senza essere lei evangelizzata”.
La parola di Dio ha in sé una potenzialità che noi non possiamo prevedere. La parola parla di un seme che cresce da sé, anche quando l’agricoltore dorme. La chiesa deve accettare questa libertà inafferrabile della parola, che è efficace a suo modo, in forme diverse, tali da sfuggire spesso alle nostre umili previsioni, e tale da rompere i nostri schemi.
La comunità, cioè noi, siamo convinti di questa potenza del vangelo? Leggere ogni giorno un breve brano di parola, e chiedersi “cosa mi chiede il vangelo oggi, personalmente?”. E pregare in modo intimo col Signore “grazie!” “Signore aiutami” “Signore, la vita è dura, consolami” “Signore, ho tanto buio, ispirami” “Abbi pietà di me, abbi misericordia”. Questo basta … basta!
Se lo facciamo ogni giorno, la parola di Dio ci rinnova, ci converte… bisogna credere che è potente… la parola incide nelle nostre vite, le cambia, le muta, senza dover fare dei gesti di volontà, anzi quello che senza la parola risulta essere faticoso, perché gesti di continua volontà, leggendo la parola che ci riplasma, diventa quasi naturale
“Oggi questa pagina di vangelo si compie per me!” Questa fiducia dobbiamo avere.
La parola non è un impegno che la comunità prende in più. Non sono le serate bibliche che risolvono, certo non sono cose cattive, ma non è quello. Ogni cosa che la comunità fa, si deve interrogare se è ispirata alla parola, se è conforme alla parola, se fa con lo stile che chiede la parola.
Questo è un lavoro di conversione, di cambiamento di mentalità. La comunità deve uscire dalla routine. Per non rischiare che quanto fatto abbia solo la forza che ci abbiamo messo noi, la nostra volontà. La parola supera la nostra volontà.

Discernimento

Il discernimento cristiano è semplicemente – illuminati dalla parola di Dio – dire di sì, dire di no. “Non si può servire a Dio e a Mammona, si tratta di scegliere”. Ecco perché è necessaria la centralità della parola.

Evangelizzare

Alle giornate dei giovani in Polonia il papa ha fatto una “collatio” “confronto” con i giovani. Uno di 17 anni – mi sono rivisto in quel giovane, quando avevo la sua età – “a scuola la maggior parte dei miei compagni sono atei” – le posizioni là non sono ancora di indifferenza, ma posizioni militanti – “Santità, cosa devo dire ai miei compagni per evangelizzarli?” e il papa dice “devi dire niente, proprio niente!” … gelo … “devi fare una cosa sola, comincia a nutrirti della parola di Dio, comincia a vivere la parola di Dio, che tu ascolti, e di’ niente. Se tu vivi da cristiano, prima o poi sono loro a chiederti perché sei cristiano, e allora tu risponderai”
Nelle omelie a Santa Marta continua a dire “guai a quei cristiani che hanno la doppia vita, guai a quei cristiani che dicono e non fanno, guai a quei cristiani che predicano una cosa e ne fanno un’altra.
È la coerenza con la parola ascoltata che dà autorità alla parola annunciata, altrimenti è meglio non parlare.

Le verità hanno una gerarchia, guardiamo all’essenziale

Questa delineata è una comunità cristiana che sa vivere dell’essenziale. L’essenziale è frutto di discernimento evangelico, non di analisi sociologiche, si tratta di semplificare alla luce del vangelo tutta la vita cristiana. Il primato dell’amore per il prossimo è esigenza centrale del vangelo, che consente di vedere nei poveri i primi destinatari. Perché complicare le cose semplici. Il papa non ama una chiesa complicata, con dottrine complicate, con teorie complicate
Gli apparati concettuali esistono per favorire il contatto con la realtà, non per allontanarci dalla realtà. Critica dunque di ciò che non è essenziale. Non si può essere ossessionati da una moltitudine di dottrina, che si tenta di imporre a forza di insistere. Principio di gerarchia delle verità, non si appiattisce la fede in una comunità. Non può un santo contare quanto Gesù Cristo. Gesù è essenziale per essere cristiani, un santo no. Quanti insegnamenti morali, che però non conoscono il senso dell’annuncio di salvezza. L’insistenza può essere giustificata solo se si arriva a dire il cuore del vangelo, altrimenti si danno discipline morali, ascetiche.
Se continuo a chiedere alla gente il digiuno per la Quaresima, e se facessi tutta una predicazione a voi che andate in Quaresima “digiunate, digiunate, digiunate…”, ma non vi do il cuore del digiuno, che è digiunare innanzitutto per poter condividere con i poveri ciò che noi non consumiamo, non mangiamo, se non faccio questo, non vi do il digiuno cristiano, vi do una pratica come può avere ogni religione, anche il Buddismo richiede il digiuno.
Papa Francesco ci dice che ci sono verità che sono certamente in centro, il cuore del vangelo è l’amore. Questo vale per i dogmi, quanto per gli insegnamenti della chiesa, ivi compreso l’insegnamento morale. Le morali non devono scivolare sotto un giudizio.
No! Dobbiamo tornare alla fonte, che è la misericordia, è l’amore che perdona.

Una comunità cristiana senza muri, senza pietre, inclusiva

Quando uno si avvicina alla chiesa, noi esigiamo che sia subito completamente cristiano, papa Francesco parla di “proporzionalità”, parla di un cammino che uno deve fare, che dobbiamo accettare in qualcuno tutto il bene che lui può fare, e che non è tutto il bene che si deve o si può fare, ma quello che lui può fare. Questo scuote in modo molto forte le nostre sicurezze pastorali.
Dice il papa “comunità cristiana senza muri, senza pietre”. Io sono cresciuto in una chiesa che diceva “noi” e “loro”, ma il papa dice “davanti a Dio c’è solo “noi”, tutti noi poveri peccatori, non noi giusti e loro peccatori. Davanti alla navata abbiamo varie diaconie, varie attitudini, e magari c’è chi rimane in fondo alla chiesa, dobbiamo accettare anche loro, e poi ci sono quelli della soglia, che stanno fuori, che non osano entrare… Anche Gesù ci ha detto che il Pubblicano che stava in fondo ha incontrato Dio, il Fariseo, che veniva avanti e pregava, invece no.
Non troverete mai un documento della chiesa cattolica – dico mai – che dica che i divorziati sono scomunicati. Fino a 10 anni fa lo si diceva normalmente, ma non è vero, la chiesa cattolica non ha mai detto questo. Forse taceva di fronte a questo, ma i divorziati sono parte della chiesa, fanno parte del corpo di Cristo, il battesimo li fa corpo di Cristo per sempre. La loro situazione è certamente in contraddizione con la legge di Dio – papa Francesco non cambia la legge di Dio – la storia d’amore che Dio ha voluto è una storia di fedeltà, di perseveranza… ma c’è il peccato… io che sono monaco posso dire che sono senza peccati? È Dio solo il giudice, nell’ultimo giorno.
Una chiesa in cui le frontiere le vede Dio, non le giudichiamo noi, una comunità cristiana inclusiva. Non una chiesa che ha cambiato la morale, la chiesa non potrà mai dire che il divorzio è qualcosa che Dio accetta, Gesù ha detto “ve lo ha concesso Mosè perché avete il cuore duro”. Però, una volta che la legge è stata violata, una volta che ci sono dei nuovi cammini di matrimoni di divorziati, in cui si ha fatto tutto quello che c’era da fare come giustizia, e c’è una stori d’amore nuova, che si mostra nel tempo fedele… a quel punto lì la misericordia, la comunità cristiana accogli anche questo. Non si tratta di togliere ciò che era peccato, e dire che è bene, no, ma si tratta di andare verso i peccatori, come ognuno di noi desidera che Dio vada verso di lui. Chi di noi può dire di essere senza peccato?
Se adulterio è semplicemente desiderare la donna in cuor suo, quanti adulteri siamo qui dentro stasera? Il problema che ci viene posto è dunque quello di una comunità le cui frontiere si allargano, una comunità in uscita, come Gesù che andava a magiare presso prostitute e pubblici peccatori, è morto in croce perché i sommi sacerdoti non sopportavano questo. Ogni volta che perdonava ai peccatori, i Farisei dicevano “ma come può fare questo?”. Gesù ha detto “non sono venuto per i sani, ma per i malati, sono venuto a chiamare i peccatori, non i giusti”. Papa Francesco vuole che la postura di Gesù la pigli anche la comunità cristiana, so che è un cammino faticoso, è la conversione che dobbiamo fare.

La sinodalità

Papa Francesco chiede una chiesa sinodale “in tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificante dello Spirito Santo, che li spinge ad evangelizzare. Il popolo di Dio è santo in ragione di questa missione che lo rende infallibile nella fede”. Noi, come comunità cristiana, infallibili nella fede. Ora questo deve portare fedeli, presbiteri, vescovi, papi, a camminare insieme, e a fare della comunità cristiana una comunità sinodale.
Questa parola a noi cattolici è molto nuova. Ha cominciato ad apparire come termine tecnico per alcune riunioni di chiese locali, assemblee come sinodo diocesano. Cos’è sinodo? È una parola greca composta da “syn” e “hodos”, “con” e “strada, via”, cioè camminare insieme. Una chiesa sinodale è una chiesa che cammina tutti insieme – vescovi, preti, fedeli – tutti insieme.
Addirittura papa Francesco ha detto nella relazione finale del Sinodo “se finora la chiesa è rappresentata come una piramide, la base è il popolo di Dio, poi si restringe e ci sono i preti, poi i vescovi, e la punta è il papa… adesso è il tempo che la piramide la capovolgiamo”, il papa sta sotto tutti, perché è il servo dei servi di Dio, ad aiutare il papa nel servizio ci sono i vescovi, poi ci sono i preti, e il vero soggetto è il popolo di Dio, voi laici… è una visione capovolta.
Ma il papa chiede che in questa situazione ci sia effettivamente un camminare insieme, e arriva a riscoprire una verità coniata dal mondo cristiano, espressa nel Medioevo “ciò che riguarda tutti, da tutti deve essere discusso o deliberato” [nella dottrina sociale della chiesa “sussidiarietà” ndr.]. la comunità cristiana deve avere dunque la soggettività di voi laici, voi siete soggetti, dovete intervenire, dovete far sentire la Sua voce, dovete decidere insieme ai presbiteri e insieme al vescovo. Certo, il vescovo ha un carisma proprio, essenziale alla chiesa, non può essere sostituito, è il pastore di una chiesa locale, coadiuvato dai presbiteri, ma il cammino si fa insieme. “Il pastore vero alcune volte sta davanti il gregge, alcune volte sta in mezzo, alcune volte sta dietro”. Se voi qualche volta avete osservato i pastori coi greggi, capite. Quando c’è da guidare il gregge su vie nuove, il pastore sta davanti. Quando si passa in posti pericolosi, e c’è rischio che qualche pecora si perda, il pastore sta dietro a vedere. E in alcuni momenti sta in mezzo. Ecco così anche la posizione dei pastori della chiesa: in mezzo, davanti e dietro. Sempre nella forma di chi guarda il cammino in solidarietà col gregge. “Pastori che abbiano la puzza delle pecore”, devono mescolarsi con la gente, se stanno in alto non si mescolano, non conoscono le pecore, non conoscono i bisogni della comunità. Il cammino deve essere fatto insieme.
In una chiesa sinodale emergono i doni diversi, una chiesa di fede matura, una fede pensata, una fede che non segue semplicemente ciò che gli viene detto o predicato, ma che sa recepirlo e fare discernimento. E allora fa un cammino insieme, un cammino che è di comunione, non un cammino che divide, non un cammino che separa, non un cammino in cui ci sono alcuni che vanno per la loro strada e altri si perdono. Ecco cos’è la sinodalità, e so benissimo che è la cosa più difficile. Ve lo dice un monaco che per trent’anni ha cercato di mettere la sinodalità nella comunità, per non essere il priore che decide per gli altri. Fino ad avere che chi decide è il Capitolo, l’assemblea delle monache professe, non il Priore. Quante volte insieme si pone l’argomento “discutiamone”, parlano sovente quelli che sono più invadenti, i timidi non parlano mai, alcuni poi dicono “mah, ha già detto lui”, altri non vogliono esprimersi… così non si fa sinodalità. La comunità deve essere fatta di gente che pensa, che sa discernere, gente che ha l’intelligenza della fede. Una chiesa sinodale è questo.

Umanizzare

Tutte queste immagini che vi ho dato della comunità, per papa Francesco vanno verificate con la chiesa in uscita. Attenzione! So bene che questo può diventare un slogan, e sovente in certi luoghi lo è diventato. Talvolta sono disturbato dai pappagalli di papa Francesco, che quando parlano, se non dicono la parola “periferie” non sono contenti.
Papa Francesco parla di chiesa in uscita e di periferie da andare, non per darci degli slogan, ma per interrogarci: la comunità cristiana che sei, che siete, è una comunità soddisfatta di sé? È una comunità autoreferenziale? È una comunità che ascolta solo le sue voci? Sa ascoltare chi parla fuori della comunità, fuori della chiesa? Sa ascoltare voci che vengono da altre culture? Sa sostenere un confronto? O è una chiesa paurosa? Come la chiesa dopo la morte di Gesù, di cui i vangeli ci dicono che stavano chiusi nel cenacolo… stiamo parlando di una chiesa asfittica, un chiesa che si rifugia in piccole cose, in cui diventano importanti riti, cose vecchie da conservare, ma non c’è più la linfa del vangelo.
Io amo dire – piuttosto che una “chiesa aperta alle periferie” – “una chiesa che sia umana, umana, umana”. Il vero problema della comunità cristiana sono i cristiani, sanno le nostre comunità una grammatica umana con cui incontrano gli altri, senza dover ricorrere subito al linguaggio teologico, al linguaggio di fede, sanno incontrare i peccatori senza giudicarli e far capire che la chiesa è uno spazio anche per loro? Non è la chiesa una comunità di giusti e di buoni, ma soprattutto è “umanissima”. 1:15:49
Concludo con una immagine del cristiano secondo l’esortazione di papa Francesco, ma in termini miei. Se io sono un cristiano, quando sono in giro per la città, nelle vie, e incontro delle persone, queste persone, dopo avermi incontrato, hanno più fiducia nella vita, sì o no? Queste persone, dopo avermi incontrato, hanno più speranza, sì o no? Queste persone, se erano nella sofferenza, incontrando me come cristiano, hanno ricevuto consolazione? Non nel senso che io gli dico “coraggio” “prego per te” “il male, sai, poi fa tanto bene”, tutte parole che semplicemente sono bestemmia, ma parole umane, umane, che a volte non sono parole, perché non sappiamo dire di fronte a certe persone, di fronte a un handicappato, o persone torturate dal dolore verso la morte, non abbiamo parole neanche noi credenti. Ma possiamo pigliare la mano nella mano. Siamo capaci noi a persone, che non hanno neanche più soggettività, i vecchi nelle nostre case, i malati di demenza senile… far loro una carezza, visto che non riescono più ad avere un linguaggio verbale, ma fargli una carezza, perché forse quella la capiscono? Anche se non danno segno.
Siamo capaci coi giovani, con le nuove generazioni, smetterla di continuare a piangere su di loro, ma iniettare loro fiducia? Perché se le nuove generazioni non hanno fiducia nella vita e nel futuro – ricordatevi – la colpa non è loro, ma di noi che non abbiamo trasmesso loro fiducia, forza e speranza. La fiducia e la speranza non si conquistano da soli, o ce le lascia la generazione precedente, soprattutto i nostri genitori, i nostri educatori… nessuno di noi può darsi da sé la speranza, o la fiducia nella vita, nella società, nel domani. Ecco la grammatica umana, mancando questa non sappiamo più trasmettere la fede. Se i giovani vengono detti da tutti “la prima generazione senza Dio”, sapete quel che dico io paradossalmente? Non è tanto grave che non credano in Dio, il problema è che non hanno più nessuna fiducia negli altri, né in se stessi, né nella vita. Come si può aver fiducia in Dio che non abbiamo mai visto, se non riusciamo ad aver fiducia con ciò che vediamo ogni giorno, pur nelle contraddizioni del duro mestiere di vivere e nel fatto che gli uomini non sono tutti buoni. Nessun buonismo, il realismo! Ma è l’amore che vince l’odio, è la speranza che vince la disperazione.
Ecco, questa grammatica umana è quella di cui – secondo me – la comunità cristiana ha più bisogno. Se noi siamo capaci di fare una conversione, comunità più umana, più accogliente, in cui tutti quelli che soffrono possono sentirsi a casa, in cui nessuno è escluso, in cui il perdono è rinnovato, in cui l’amore che è faticoso viene per lo meno tentato ogni giorno. Noi siamo la comunità di Gesù Cristo. Leggete i vangeli! Gesù non ha parlato molto di Dio, invano cercate discorsi su Dio. Parlava ogni tanto di un Dio Padre che è buono verso tutti, ma poche volte. Però dove passava destava fiducia, dove passava portava la gioia, dove passava portava consolazione. Leggete i vangeli, leggeteli con occhio vero, come dice il papa, senza troppi orpelli religiosi. Nei vangeli trovate la vostra vita quotidiana. Le persone che incontrava Gesù, sono quelle che incontrate voi ogni giorno per strada. Immaginatevi di fare quel che ha fatto Gesù, allora è la comunità di Gesù Cristo. Altrimenti sarà una comunità religiosa, di devoti, non di cristiani. I cristiani sono quelli che tentano, tentano, tentano di far la vita che ha fatto Gesù Cristo. Una vita umanissima, ma una vita che ha raccontato Dio, proprio perché era umanissima.

(Sestri Levante, chiesa di sant’Antonio, 27 febbraio 2017)

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