Pagine sulla morte

Il tema della morte

in Shakespeare 

   Romeo and Juliet leighton

 

L'OPINIONE DI SHAKESPEARE SULLA MORTE

Dal secolo 14° in poi ci fu in Europa un grande risveglio della cultura. Giordano Bruno si recò a Londra e divenne amico della Regina Elisabetta, sebbene qualche anno dopo fosse bruciato sul rogo in Italia perché credeva in quella che oggi chiamiamo la Conoscenza Teosofica dell’universo, dell’uomo e di Dio. Loyola, il grande Gesuita fondatore, era assurto al potere; Copernico viveva, gli insegnamenti di Pitagora erano tornati in auge, e Shakespeare scriveva le sue Commedie. Non c’è da sorprendersi, quindi, se troviamo molte verità circa l’uomo e l’universo disseminate nelle Commedie di Shakespeare. È illuminante leggerle fra le righe, come uno studente della Teosofia dovrebbe fare. Qui possono essere dati solo pochi esempi, ma è sperabile che siano sufficienti a rimandare il lettore alle Commedie e ad aiutarlo a vedere da sé come alcuni dei nostri principi teosofici siano stati praticamente enunciati prima del Movimento Teosofico Moderno.
Shakespeare accenna alla natura duale dell’uomo e allude all’anima come distinta dal corpo:
Il suo corpo dorme nella tomba dei Capuleti, e la parte immortale di lei vive con gli angeli” (Romeo e Giulietta, Atto V, Sc. I).
Inoltre il Frate, mentre consola i genitori di Giulietta, mette in evidenza l’atteggiamento giusto verso chi è vivo e verso chi è morto: 

Questa bella fanciulla era una parte del cielo e una parte vostra; ora il cielo l’ha tutta, e questo per lei è il meglio: la vostra parte che è in lei non potete strapparla alla morte; ma il
cielo custodisce la sua parte nella vita eterna. La vostra massima richiesta fu 1’elevazione di lei; vederla progredire era per voi il paradiso: e piangete, ora che la vedete più in alto delle
nuvole, in alto quanto il cielo stesso?... Non stimolateli più (i cieli) ostacolando la loro volontà superiore.” (Romeo e Giulietta, Atto IV sc. 5).

Ne Il Mercante di Venezia (Atto V, Sc. l), Shakespeare collega l’uomo ai pianeti ed ai soli:
“Non c’è neanche uno, neanche il più piccolo di questi globi, che percorrendo la sua orbita non canti come un Angelo, facendo coro ai cherubini dallo sguardo infantile; la stessa armonia è nelle nostre anime immortali; ma finché esse sono chiuse in questi rozzi rivestimenti di fango, non possiamo sentirla.” 
Il seguente estratto da Amleto (Atto I, Sc. 2) ci fa pensare al Ramayana e alla Gita. Nel Ramayana, alla morte del Re Dasaradha, la corte è confortata dal pensiero che la morte viene per tutto. Nella Gita apprendiamo del ritorno ciclico dalla morte alla vita, e dalla vita alla morte. Ne La Luce dell’Asia abbiamo lo stupendo racconto di come il Buddha confortò Kisagotami per la morte del suo bambino, poiché in ogni casa in cui ella chiese un seme di mostarda trovò che qualcuno era morto. Qui, nell’Amleto, la Regina dice al giovane Principe di non piangere per suo padre, poiché “tutto ciò che vive deve morire, passando all’eternità attraverso la natura.” E l’usurpatore-assassino consola Amleto dicendo:

... Dovresti saperlo, tuo padre perdette un padre; il padre da lui perduto perdette il suo;e che il superstite sia per qualche tempo stretto al suo tributo di dolore filiale, è bello; ma il perseverare in un ostinato cordoglio è segno di caparbietà sacrilega, di un dolore non virile: mostra una volontà molto errata verso il cielo, un cuore debole, una mente insofferente, un intelletto umile e non addestrato. Quando di una cosa sappiamo che deve essere, ed è cosa tanto consueta quanto qualsiasi cosa più comune lo è ai sensi, perché dovremmo noi, nella nostra stizzosa opposizione, consumarci il cuore? Vergogna! Questa è una colpa verso il cielo, una colpa verso il morto, una colpa verso la natura, una colpa assurda verso la ragione..

La necessità dell’accettazione della morte è evidenziata anche nel Giulio Cesare (Atto II, Sc. 2):
julius-caesar 510Di tante cose da me udite che suscitano meraviglia la più strana mi sembra che l’uomo abbia paura della morte. La morte è una conclusione necessaria: verrà quando verrà.
Anche nell’Atto IV, Sc. 3, Bruto parlando della morte di sua moglie Porzia, dice: “Meditando sul fatto che lei doveva morire un giorno, trovo la pazienza per sopportare ciò ora.
Come nella Gita ci rivelano di meditare sulla morte mentre siamo ancora vivi, così in Misura per Misura (Atto III, Sc. 1), ci vien detto:
... Ragiona così con la vita: Se io ti perdo, perdo una cosa che nessuno, che non sia un folle, vorrebbe conservare: un soffio tu sei, servile a tutti gli influssi celesti. Il meglio del tuo riposo è il sonno, che tu provochi spesso; eppure hai una paura grossolana della morte, che non è più di tanto.
Nell’Enrico V c’è una lezione importante circa le conseguenze delle azioni di una persona e la preparazione di se stessi davanti alla morte (Atto IV, Sc. 1). La notte prima della battaglia di Agincourt, il Re, travestitosi, andò fra i suoi soldati e parlò con essi. Ne trovò alcuni che discutevano della battaglia imminente e biasimavano il Re per quello che sarebbe successo loro se la causa non era giusta. Sostenevano che essi dovevano obbedienza al Re, e che quindi non erano responsabili per la carneficina che sarebbe derivata dall’imminente battaglia. Williams dice:

Se la causa non è giusta, è il Re che avrà personalmente un grosso conto da regolare un giorno; un conto spaventoso, quando tutte quelle braccia e gambe e teste mozzate nella battaglia, si ricongiungeranno nel Giorno del Giudizio e insieme grideranno: in questo luogo noi morimmo – alcuni bestemmiando, altri invocando un medico, altri le loro spose rimaste nella miseria senza di loro... Temo che siano pochi quelli che in battaglia fanno una buona morte – perché come può esserci una disposizione caritatevole verso qualcosa, quando tutti i pensieri sono di sangue? Ora, se questi uomini muoiono così infaustamente, sarà un guaio nero per il Re che li ha condotti a ciò; perché per loro disobbedire era contro tutte le regole della sottomissione.

Ma il Re replica:
Il Re non è tenuto a rispondere della fine particolare dei suoi soldati... Ogni dovere dei sudditi è del Re; ma l’anima del suddito è sua, del suddito. Quindi ogni soldato in guerra dovrebbe fare come fa ogni uomo che muore nel suo letto – lavare ogni granello di polvere della sua coscienza: e morendo così, la morte è a lui di giovamento.
La stessa idea dell’importanza dei propri pensieri al momento della morte trapela nell’Amleto (Atto III,Sc. 3). Il giovane Principe, che ha giurato vendetta contro suo zio, lo scorge mentre prega, e pensa che in quel momento lo ucciderà. Ma improvvisamente ricorda:

Egli colse mio padre grossolanamente, sazio di cibo, con tutti i suoi peccati in piena fioritura, come i germogli a maggio... Che vendetta farei, se lo cogliessi nell’atto di purificare l’anima sua, allorché egli é pronto a varcare la soglia della morte? No. Inguaina la spada, e scopri un attimo più atroce: quando dorme gonfio di vino, o quando è in preda all’ira o quando, nel letto, si diletta nei suoi giochi incestuosi, o quando bestemmia, o in qualsiasi altra azione che non gli dia scampo di salvezza... Allora, mia spada, lo sorprenderemo, e gli daremo lo sgambetto; che tiri calci con i calcagni al cielo, quando l’anima sua sarà nera e dannata come l’inferno che l’aspetta!

In molte Commedie si parla del Karma e del giusto atteggiamento verso di esso.
É bene per gli uomini amare le loro pene presenti, traendone la lezione; così il loro spirito si alleggerisce.” (Enrico V, Atto IV, Sc. 1).
Ci sono occasioni e cause, dei perché e delle motivazioni, in tutte le cose." (Enrico V, Atto IV, Sc. 1).
Sanare non è sanare, ma è piuttosto corrosivo, per cose che non sono rimediabili.” (Enrico VI, Atto III, Sc. 3).
…C’è una provvidenza particolare nella caduta di un passero.” (Amleto, Atto V, Sc. 2).
Nel Riccardo III (Atto I, Sc. 4), c’e una lezione terribile: Clarence nel suo sogno pensava di essere sul punto di morte e d’incontrare gli spettri di coloro ai quali aveva nuociuto in vita:

Richard III... Che angoscia enorme, mi pareva di annegare! E come orrendi all’orecchio lo strepito dei marosi, e davanti agli occhi tante funeste immagini di morte! Migliaia di squallidi relitti di naufraghi e migliaia di uomini che i pesci divoravano... Il mio sogno mi proiettava oltre la vita. Oh, adesso cominciava la tempesta entro l’anima mia! Passai, mi parve, oltre il fiume della malinconia, con l’irsuto nocchiero di cui parlano i poeti, nel regno della notte perpetua. Il primo che si fece incontro, laggiù, alla mia anima sperduta, fu il mio suocero illustre, il famoso Warwick, che gridò forte: 'Quale tormento appresterà il Signore delle Tenebre al traditore Clarence per il suo spergiurare?' Così disse, e svanì. E allora si fece avanti un’ombra dalle sembianze simili ad un Angelo, con le chiome luminose immerse nel sangue, e gridò forte: “Clarence è qui, il falso, il bugiardo, lo spergiuro Clarence che mi scannò nel campo di Tweksbury! Afferratelo, Furie, trascinatelo ai vostri tormentí!”... Io questi misfatti li ho commessi, ed ora essi fanno testimonianza contro l’anima mia..”.

I due uomini inviati per ucciderlo parlano prima con lui. Clarence spera di sfuggire alla morte, ricordando loro che: “ ... il grande Re dei Re nelle tavole della sua Legge ha comandato che non dovete uccidere: volete voi, dunque, disprezzare il suo comandamento e onorare quello di un uomo? Fate attenzione! Poiché Egli tiene la vendetta nella sua mano, per scagliarla sulla testa di coloro che infrangono la sua Legge.”
Uno dei sicari risponde:
E anche sulla tua, allora, spergiuro, traditore ed assassino... Come puoi tu invocare la terribile Legge di Dio contro di noi, quando tu l’hai infranta in modo così grave?
Qualcosa che è importante da ricordare: il diritto alle vita, sia di un uomo che di un insetto, in queste parole:
... Un gigante che muore non prova, nella sua sofferenza fisica, maggior pena di quella dell’insetto che, passando, schiacciamo sotto il piede.” (Misura per Misura, Atto III, Sc. 1):
Questi sono solo pochi estratti. Altri aspetti della filosofia teosofica si trovano ancora sparsi qua e là. “Noi disprezziamo i presagi” dice Amleto; "l’afflizione non è nelle nostre stelle, ma in noi stessi”. Eppure c’è un destino che ci circonda, al quale dobbiamo piegarci, di buon grado e di tutto cuore quando in questo cosiddetto “destino” riconosciamo gli effetti di cause da noi impiantate, una Legge di suprema impersonale Giustizia che fa corrispondere ogni effetto a una causa che l’ha preceduto e fa di ogni uomo, quindi, il forgiatore e il creatore del proprio “destino”.

(A.A. V.V., Saggi su Shakespeare. Un'interpretazione teosofica dei personaggi shakespeariani, pp. 68-71)

 

MORTE SUICIDIO E LIBERTÀ 
NEGLI EROI DI SHAKESPEARE

C’è qualche straordinaria umanità dietro ai figli letterari di William Shakespeare che opera affinché essi appaiano macigni monumentali per noi lettori affascinati. Questa grandezza contraddistingue ogni singolo personaggio e ne fa l’emblema di un particolare carattere. Romeo e Giulietta rappresentano l’idealizzazione del sentimento per innumerevoli coppie mentre Otello e Amleto incarnano per antonomasia la gelosia ed il dubbio umano. Tra i tanti ho scelto di puntare l’attenzione sui suicidi ed, in particolare, quelli eroici.
È rintracciabile in alcuni protagonisti dell’opera del drammaturgo inglese il carattere eroico del suicidio: sono vicende di uomini in netta frattura con la società in cui vivono e che per questo scelgono di morire per far valere chiaramente il loro contrasto e il loro dissenso da essa. Non rientrano in questa categoria i suicidi d’amore come quello di Romeo e Giulietta poiché nella loro scelta compare solo la disperazione del sentimento, tanto ostacolato dalle famiglie. Qui parleremo di quattro protagonisti di due tragedie: Antonio, Cleopatra, Cassio e Bruto.
La vicenda di Bruto è dominio della storia prima che della letteratura. Dopo aver preso parte alla congiura contro il padre Giulio Cesare, fuggì assieme a Cassio e agli altri congiurati verso Filippi dove, in una celeberrima battaglia, scelse per sé il suicidio per non cadere nelle mani di Marco Antonio e Ottaviano, fedeli amici di Cesare e pronti a vendicarne l’assassinio. Shakespeare fa del suicidio di Bruto un momento fortemente drammatico per enfatizzare l’eroicità del personaggio e la forza della sua scelta. In un dialogo con Cassio, essendogli chiesto se mai accetterebbe la schiavitù, Bruto usa queste parole: “no, Cassio, no; non pensare, tu nobile romano, che Bruto andrà mai da schiavo a Roma; ha un animo troppo grande” (V, I). Allo scoppio della battaglia, vedendosi oppresso dalla forza dell’avversario che guadagna posizioni sul campo, Cassio per primo va incontro alla morte in uno scambio cleopatra1di parole massimamente tragico e commovente con il servo Pindaro: “codardo che sono, da vivere abbastanza per vedere il mio migliore amico catturato davanti alla mia faccia. […] (a Pindaro) sii libero e con questa buona spada, che ha trafitto le viscere di Cesare,frugami nel petto” (V, III). Gli ultimi congiurati sopravvissuti allo scontro si radunano attorno a Bruto che decide di seguire la sorte dell’amico Cassio. “i nostri nemici ci hanno spinti sull’orlo dell’abisso. È più nobile saltarci dentro noi stessi che aspettare che ci buttino dentro. […] Avrò più gloria per questo giorno di sconfitta di quella che Ottaviano e Marco Antonio avranno con questa infame vittoria” (V, V).
Il destino vuole che sia Marco Antonio il prossimo personaggio ad essere preso in questione, assieme alla compagna di vita (e di morte) Cleopatra. Nella tragedia Antonio e Cleopatra del 1607 vengono narrate le sventure che accompagnarono la coppia alla disfatta navale di Azio e al successivo suicidio. Credendo che la sposa fosse già perita, Antonio grida queste parole: “io che con la mia spada ho diviso il mondo […] mi accuso di avere meno coraggio di una donna, di avere mente meno nobile di colei [Cleopatra, n.d.a.] che con la sua morte dice al nostro Cesare -Io ho conquistato me stessa-”. Il povero Antonio tenta il suicidio ma non ne è capace e rimane gravemente ferito ma vivo. Solo a questo punto entra Cleopatra, falsamente ritenuta morta, ed assiste l’amato mentre questo si spegne lentamente. Morto Antonio, la regina d’Egitto si fa accompagnare dalle serve nel mausoleo dove porrà fine alle sue sofferenze con la morte. Ottenute da un servo delle velenosissime serpi, Cleopatra se le pone sul corpo istigandole a mordere. “vi è una brama infinita d’Eterno in me. […] sono fuoco ed aria, gli altri elementi che compongono il mio corpo li lascio alla viltà di questa vita”. L’ultima parola di Cleopatra prima di morire è “perché dovrei restare…”: la morte le impedisce di proseguire quella frase che esprimeva al massimo grado il rifiuto della regina verso le circostanze e i fatti che le capitavano attorno. Oltre a chiudere bruscamente la frase, il sopraggiungere del sonno eterno chiude una esistenza sofferente che ostinatamente anelava alla morte, non trovando più un valido senso al vivere.
Dire che Shakespeare fu contagioso per la storia della letteratura è dire una ovvietà. Tuttavia è interessante notare come già in lui vivano consapevolmente dei tratti e delle caratteristiche propri di correnti artistiche successive che a lui si sono ispirate in parte. C’è il gusto del macabro e dell’orrido che solo un secolo più tardi verrà diventerà terreno fertile per il romanzo gotico di Walpole. Il sentimento artistico del Romanticismo troverà in Shakespeare innumerevoli punti di riferimento, dall’amore alla morte, dall’eroismo al delitto. Non ci pare troppo strano ritrovare nei protagonisti delle opere romantiche la stessa monumentalità dei personaggi shakespeariani: del resto a spingere Werther al suicidio provvede in parte quella stessa frattura con la società che troviamo nei suicidi eroici del drammaturgo inglese. Oggetto di infiniti rimaneggiamenti letterati, artistici e musicali, Shakespeare non smette mai di affascinare chi ne viene a contatto. Scoprendolo lentamente, meditandoci sopra, costruiamo con i mattoni del libro e con il collante del teatro quel palcoscenico dove “ogni attore recita la sua parte”, dove ogni uomo mette in scena la sua vita.

(Luca Burzelli)

 

IL TEMA DELLA MORTE NEI SONETTI

Uno degli aspetti più notevoli del genio di William Shakespeare (1564 - 1616) consiste nel fatto che, anche a prescindere dalle tragedie e dalle commedie che lo hanno reso il più grande drammaturgo di tutti i tempi, la sua raccolta di 154 Sonetti, pubblicata nel 1609, impone di annoverarlo anche fra i massimi poeti lirici della sua epoca.
Come sempre quando si tratta di Shakespeare, anche a proposito dei Sonetti biografi e studiosi hanno avuto materia per le più varie e contrastanti congetture; a partire dal misterioso dedicatario indicato solo come "W.H." e, soprattutto, per gli altrettanto enigmatici soggetti a cui si rivolgono i testi delle due sezioni della raccolta: la prima ad un "bel giovane" (fair youth) oggetto di encomio e di amicizia, ma con venature passionali che hanno fatto supporre una componente omosessuale, la seconda ad una "dama bruna" (dark lady) misteriosa e traditrice, oggetto di una forte passione sensuale.
Come che sia, il tema della morte è ampiamente presente nel libro, conformemente ad una tendenza caratteristica della sensibilità barocca di cui i sonetti di Shakespeare sono in sostanza una delle prime grandi espressioni.
Fra i molti esempi possibili ecco dunque il poeta nel Sonetto 81 promettere al destinatario una sopravvivenza ad onta della morte e del tempo, perché le poesie che gli dedica immortaleranno la sua bellezza. La tomba del ragazzo sarà negli occhi degli uomini che leggeranno quei versi, lo saranno i versi stessi a lui dedicati:

Sia ch'io viva a dettare il tuo epitaffio,
sia che tu sopravviva mentre io marcirò in terra,
non potrà morte di qui sradicar la tua memoria,
pur quando ogni mio merito sarà dimenticato.
Di qui il tuo nome trarrà vita immortale,
anche s'io debba, morto, non lasciar più ricordo,
la terra a me darà sol la fossa comune,
mentre tu avrai tomba degli uomini negli occhi.
Tuo sepolcro saranno i miei versi soavi,
che occhi non ancor nati leggeranno,
e le lingue future parleran del tuo essere,
quando tutti che in questo mondo respirano saranno morti,
tu continuerai a vivere (tal virtù ha la mia penna)
là dove l'alito vitale spira: sulle bocche degli uomini.

Ed ecco ancora il poeta, che all'epoca era fra i trenta e i quarant'anni, fingersi nel celebre Sonetto 73 un anziano prossimo alla morte: il sentimento dell'autunno della vita gli detta una dichiarazione, anzi una richiesta d'amore che proprio la precaria fragilità dell'esistenza rende più ardente:

Contempla in me quell'epoca dell'anno
Quando foglie ingiallite, poche o nessuna, pendono.
Da quei rami tremanti contro il freddo,
nudi cori in rovina, ove dolci cantarono gli uccelli.
Tu vedi in me il crepuscolo di un giorno,
quale dopo il tramonto svanisce all'occidente,
subito avvolto dalla notte nera,
gemella della morte, che tutto sigilla nel riposo.
Tu vedi in me il languire di quel fuoco,
che aleggia sulle ceneri della propria giovinezza,
come sul letto di morte su cui dovrà spirare,
consunto da ciò che già fu suo alimento.
Questo tu vedi, che fa il tuo amore più forte,
a degnamente amare chi presto ti verrà meno.

(Franco Bergamasco)

 

FONTI: http://www.istitutocintamani.org/libri/SAGGI_SU_SHAKESPEARE.pdf
http://www.ilritaglio.it/2012/cultura/suicidio-e-liberta-negli-eroi-di-shakespeare/ 
http://www.oltremagazine.com/site/index.html?id_articolo=1324 
 

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