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L’urgenza

di una decisione

Fratel Emanuele - Bose

10 novembre 2017

 

In quel tempo, Gesù 1 diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2 Lo chiamò e gli disse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». 3 L'amministratore disse tra sé: «Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. 4 So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». 5 Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: «Tu quanto devi al mio padrone?». 6 Quello rispose: «Cento barili d'olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta». 7 Poi disse a un altro: «Tu quanto devi?». Rispose: «Cento misure di grano». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta». 8 Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Lc 16,1-8

La lode di un disonesto. Ha dei tratti quasi paradossali questa parabola evangelica, fiorita sulle labbra di quel Gesù che, poco prima, aveva proclamato la beatitudine di chi non ha: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20), e che aveva redarguito chi cercava rifugio nell’assicurazione della propria ricchezza: «Guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione» (Lc 6,24).
La lettura di questa pagina, poi, è ulteriormente tribolata a motivo dell’ambiguità del testo: «Il padrone, il s(S)ignore lodò quell’amministratore disonesto…» (Lc 16,8). Soggetto della lode è il kýrios: ma questo termine a chi si riferisce esattamente? È il ricco padrone della parabola? È il Signore Gesù che riceve, sotto la penna dell’evangelista Luca, il titolo divino di Signore? Quale che sia la risposta, questa non perviene ad attenuare il senso di disagio che il lettore sperimenta.
In ogni caso, sembra chiaro che il Maestro di Nazareth non abbia, certo, intenzione di lodare la disonestà in sé, ma semmai la scaltrezza di quell’amministratore, che aveva agito con una certa intelligenza (prudenter, traduce la Vulgata), dando prova di finezza di spirito e di prudenza, quale virtù del retto discernimento delle azioni umane: «la lucidità di avvertire la gravità della situazione, la prontezza nel cercare una soluzione perché non ci saranno altre opportunità, il coraggio di prendere decisioni» (B. Maggioni).
L’amministratore dà quindi prova di astuzia, prontezza e furbizia, nel suo tentativo di assicurarsi un futuro, mentre la situazione presente è diventata per lui problematica, dopo che i suoi maneggi sono venuti allo scoperto. Allo stesso modo «i figli della luce» (v. 8), cioè i credenti nel Dio di Gesù Cristo, dovrebbero essere capaci di una simile risolutezza, pronta e scaltra, al fine di assicurarsi – già fin d’ora – l’accoglienza amica del Regno dei cieli.
Purtroppo, però, agli occhi di Cristo, «i figli della luce» si rivelano tardi e lenti, incapaci di prontezza nel compiere il bene, inclini piuttosto a quell’inerzia che a poco a poco trascolora nell’omissione: in tal modo, non giungono a cogliere quelle occasioni che Dio ha disseminato sul loro cammino, e non riescono a cogliere la necessità e l’urgenza di una decisione netta e di una determinazione forte nel porsi alla sequela della Parola.
Così, il Cristo vorrebbe rendere più penetrante il nostro sguardo e più incisivo il nostro discernimento, anche nei confronti dei beni materiali e della ricchezza. Tali realtà possono essere, sì, ingannevoli se ci inducono a rinchiuderci e a ripiegarci su noi stessi, ma possono anche divenire un mezzo a servizio della comunione fra gli uomini, chiamati ad essere «amici» accoglienti.
Allora, anche un peccatore può diventare un maestro, capace di una certa esemplarità, nella misura in cui quell’amministratore disonesto è stato abile nel trasformare il senso del denaro: «la ricchezza della disonestà» (v. 9) può cessare di essere un vincolo di sfruttamento, e può trasformarsi in strumento di comunione. Anche da un opaco mezzo di dipendenza e ricatto può scaturire il dono del grano e dell’olio: frutti della terra e del lavoro degli uomini, che offrono – con semplicità – vita, lezione e consolazione.

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