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Gesù nella letteratura

contemporanea

Ferdinando Castelli


L'interesse, anzi il fascino che Gesù esercita sugli scrittori è innegabile. Ed è naturale che sia così. Gesù - come afferma la Gaudium et spes - è colui che «rivela pienamente l'uomo all'uomo stesso», l'ideale, il prototipo dell'uomo. Essendo la letteratura uno strumento per conoscere l'uomo - la sua grandezza e miseria, la sua verità, il suo mistero - è logico che resti colpita dalla personalità di Gesù nel quale l'uomo si rivela in pienezza. Chiediamoci quali sono gli aspetti che maggiormente colpiscono gli autori del Novecento studiando la personalità di Gesù.

Gesù, "ideale di perfezione morale"

L'affermazione - «ideale di perfezione morale» - è di Kant, ripresa e sviluppata da Ernesto Renan e da Leone Tolstoj che hanno celebrato la grandezza morale di Gesù ma ne hanno negato la divinità. In questo filone si colloca Kahlil Gibran (1883-1931), saggista e poeta, che nella sua opera Gesù Figlio dell'uomo esalta Gesù come "Maestro", "Cuore celeste", "Cavaliere del sogno più bello". Paolo di Tarso lo ha tradito facendolo credere Dio. Il greco Nikos Kazantzakis (1885-1957), nei romanzi Cristo di nuovo in croce e L'ultima tentazione, presenta Gesù come il rivelatore di un mondo nuovo nel quale l'uomo trova l'immortalità e si realizza in pienezza. Gesù è un profeta, non Dio, che addita la strada che porta alla salvezza: «lavorare il fango e trasformarlo in spirito» per raggiungere l'immortalità. Elsa Morante (1918-1985), nel romanzo La storia, raffigura Gesù come un «uomo (Anarchico) che mai ha rinnegato la coscienza totale», l'espressione più pura della Natura (che per la scrittrice è Dio). A lui dobbiamo ispirarci per vivere con dignità. Su questa linea si muovono anche Giorgio Saviane (1916-2000), Herman Hesse (1887-1962), Cingiz Ajtmatov (1928-2008), scrittore kirghiso, e Ignazio Sifone (1900-1978).

Cristo, enigma e tormento

Sotto questa angolatura vede Cristo lo svedese Pär Largerkvist (1891-1974). Il suo romanzo Barabba si sviluppa su questi interrogativi: chi è Gesù di Nazaret? Dio incarnato o un sogno dell'uomo? Salvezza o illusione? Luce o buio? Barabba trascorre la vita nel tentativo di avere una risposta. Invano. Noi come lui, cercatori impenitenti. Per Jorge Luis Borges (1899-1986) Cristo è un sogno - come anche Dio - ma un sogno prezioso che ci carezza l'anima e la inonda di nostalgia. Se fosse una realtà! Se potessimo riconoscerlo, come è capitato a Paolo, a Giovanni e a Teresa di Gesù! Cristo? «È lui il problema», scriveva Pier Paolo Pasolini (1922-1975) a p. Nazareno Fabbretti, l'anno prima della morte. Nella sua vita, dilacerata e drammatica, Cristo è stato un punto di riferimento, una presenza incalzante con la quale ha dovuto confrontarsi, in un incalzare di buio e di schiarite.

Gesù, colui che placa le nostre brame

Nell'opera Del sentimiento tragico de la vida Miguel de Unamuno (18641936) ha scritto: «C'è un solo nome che possa placare la nostra brama: il nome del Salvatore Gesù». Il grande scrittore e poeta si riferiva alla brama di immortalità. Per il drammaturgo Diego Fabbri (1911-1980), Cristo ci riscatta dal peccato che ci rende schiavi e deturpa l'anima. Molti suoi drammi presentano personaggi impigliati nel peccato, che invocano redenzione - come la "Bionda" in Processo a Gesù, infelice prostituta -, e tutti proclamano il bisogno di Cristo per vivere, sperare e amare. Su questa linea si colloca l'opera di Thomas S. Eliot (1888-1965). Essa è percorsa da un'idea talvolta esplicita, più spesso in sottofondo: per non ridursi a un mucchio di "ossa aride" nella "terra desolata" l'uomo deve approdare a Cristo. Il messaggio di fondo dell'opera di Giovanni Papini (1881-1956), dopo la sua conversione, è il seguente: essendo Cristo la Verità e la salvezza, abbiamo bisogno di lui come di nessun altro. È il "sempre vivente", il «Capovolgitore radicale e senza paura. La sua grandezza sta qui. La sua eterna novità e gioventù. Il segreto gravitare d'ogni gran cuore, presto o tardi, verso il suo Vangelo». La scrittrice statunitense Flannery O'Connor (1925-1964) mostra come il volto umano sia scomparso per dar posto a una maschera modellata dalla paura e da una sorda disperazione. Soltanto Cristo può restituirlo alla sua bellezza originaria. Sotto tale aspetto l'opera di Julien Green (19001998) acquista dimensioni più drammatiche. Si pensi ai grandi romanzi Adriana Mesurat, Moira, Léviathan, Ognuno la sua notte. Nel Journal Green mostra come sia possibile sfuggire al male che ci sfigura: rifugiandosi in Dio che in Gesù Cristo si è fatto nostro salvatore.

Gesù, amore appagante e delirante

L'idea portante dell'opera di Francois Mauriac (1885-1970) è in questa sua battuta: «Siamo creati per l'unico, grande, infinito Amore!» (Parole ai credenti, 1954). L'amore non soltanto è il fine dell'uomo, ne è anche la struttura, la definizione. Vivere è amare, non amare è morire. Quando l'uomo si nega all'amore del suo Creatore e baratta l'amore - che è dono di sé - con l'egoismo, allora è l'inferno. L'opera di Mauriac è la parabola di questo inferno dal quale ci salva la Grazia. Si pensi ai romanzi Angeli neri, Quel che era perduto, Groviglio di vipere. L'amore salvifico di Cristo è cantato da Paul Claudel (1868-1955) in opere di alto lirismo, che riecheggiano i toni biblici. Per incontrarci e salvarci, Dio si è fatto un petit enfant, vagabondo d'amore. «Guardate che Dio cammina attraverso la terra come un seminatore, e prende il suo cuore e due mani e lo getta su tutta la superficie del mondo» (L'Évangile d'Isaie, 1951). Anche Clemente Rebora (1885-1957) esalta l'amore di Dio in componimenti poetici che trasudano commozione, stupore e ansia di donarsi totalmente a Colui che a noi si è donato fino alla morte (cfr. Il gran grido e Gesù, folle Amatore).

Gesù, colui che assume e trasfigura il dolore

L'opera di Georges Bernanos (1888-1948) è una parafrasi del pensiero di Pascal: «Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo» perché in lui confluiscono e si trasfigurano tutte le nostre agonie. Questo tema è presentato dallo scrittore, in pagine intense e potenti, quando porta sulla scena personaggi carichi di senso drammatico, quali Bianca de le Force, "prigioniera della Santissima Agonia" (Dialoghi delle Carmelitane), il parroco di Ambricourt (Diario di un parroco di campagna), Chantal (La gioia). Nella sua Agenda si legge: «Come Cristo s'immola su ogni altare su cui si celebra la messa, così Egli ricomincia a morire in ogni uomo che entra in agonia [...]. Rientriamo in noi solo per morire, ed è qui che Egli ci attende». Ci attende per trasfigurarci in lui. Il romanziere giapponese Shusaku Endo (1923-1996), autore di Vita di Gesù, è affascinato dal volto di Cristo emaciato e calpestato perché in lui si riflettono le vittime del dolore e dell'ingiustizia umana. I romanzi Ii samurai e Silenzio sviluppano questo tema. Lo riprende Mario Pomilio (1921-1990) nel romanzo Il Natale del 1833 dove narra il tumultuare d'interrogativi che investono Manzoni quando la morte gli rapisce prima la moglie e, un anno dopo, la figlia. Se Dio c'è, perché il dolore? Non è bastata la morte di Cristo a redimere l'umanità? La risposta ci è data dalla fede: la sofferenza è il volto del Crocifisso, dunque non più ingiustizia o scandalo, ma mistero d'amore e dilatazione della Redenzione. Troviamo questo tema nell'opera poetica di David M. Turoldo (1916-1992); nella narrativa di Gertrud von Le Fort (1876-1971) Il lino della Veronica, La corona degli angeli e nei suoi Inni alla Chiesa; nel romanzo Lettere di Nicodemo di Jan Dobraczynski (1910-1995); in Gilbert Cesbron (1813-1979) e Ferruccio Parazzoli (1935).

Gesù, nemico della felicità umana, illuso, vittima del dispotismo

Non mancano scrittori che vedono Cristo in una luce negativa. Ne ricordiamo alcuni, paradigmatici. Gabriele D'Annunzio (1863-1936) verso Cristo ha nutrito sentimenti antitetici: amore e odio, attrazione e paura, ammirazione e ripulsa. Soprattutto paura per il timore che potesse insidiare la sua grandezza di "vate multanime". Cristo, pertanto, come nemico, da rifiutare e combattere in nome dei quattro falerati corsieri sui quali il poeta doveva cavalcare per la conquista della storia: Volontà, Voluttà, Orgoglio, Istinto. Un analogo tentativo troviamo in André Gide (1869-1951). In un primo tempo ha avuto per Gesù sentimenti di ammirazione e di devozione (cfr. Numquid et tu); in seguito lo ha considerato un illuso, e rifiutato. Credendosi rivelatore di un dio fantasma, Gesù si è ingannato e ha ingannato gli uomini divinizzando la croce e rinnegando gli istinti. Così è riuscito a enténébrer le monde. Il Gesù di Giuseppe Berto (1914-1978), presentato nel romanzo La gloria, ha creduto di essere predestinato a morire per dare inizio all'epoca della "gloria", cioè a una specie di palingenesi. Perché l'Altissimo lo ha abbandonato sulla croce? Perché è rimasto muto e assente? Non sappiamo. Sappiamo soltanto che Gesù è stato tradito. O si è illuso. José Saramago (1922-2010), nel romanzo Il vangelo secondo Gesù, presenta Gesù come vittima di un Dio dispotico che, per affermare il suo potere, ha bisogno di gente da calpestare. Gesù, personaggio misterioso, grande e drammatico, è scelto per tale scopo.

Gesù, "terno ladro di energie"

Nel concludere la nostra carrellata, non possiamo non ricordare, seppure a volo d'uccello, altre immagini di Gesù, di particolare rilievo.
Gilbert K. Chesterton (1874-1936), osservando Gesù, resta colpito da due elementi apparentemente antitetici: il pianto e la gioia. «Egli non nascose mai le sue lacrime. Le mostrò chiaramente sul suo viso [...]. Ma egli nascose qualcosa [...]. Era qualcosa di troppo grande
perché Dio lo mostrasse a noi quando Egli camminava sulla terra [...]: la Sua allegrezza» (Ortodossia, 1960). Roman Brandstaetter (1906-1987), nel suo fluviale volume Gesù di Nazareth, rivela di essere affascinato dal mistero che si addensa su Cristo: Verbo incarnato, sorgente della speranza, convergenza di tutte le luci della Bibbia, pienezza della Rivelazione. Italo A. Chiusano (1926-1995) è sorpreso dalla "nudità" del Cristo, dall'inquietudine che egli suscita nelle anime, e dalla gioia che scaturisce dalla sua croce (cfr. L'ordalia e Konrandin). Stefano Jacomuzzi (1924-1996), nell'originale vita di Gesù Cominciò in Galilea, vede nel volto del Signore il luogo della rivelazione della sua divinità. Luigi Santucci (1918-1999) in Volete andarvene anche voi?, suggestiva e poetica vita di Gesù, mette in risalto l'attualità del Protagonista. «Spero di aver dato in Cristo-libertà un Cristo che accetta e riassume in sé le proteste, le sofferenze, le ricerche di autentica umanità, sia quelle dei credenti sia quelle dei non credenti». Eugène Ionesco (1909-1994) confessa con commozione: «Dio inaccessibile. Ma, attraverso Gesù, accessibile. Per questo Lui, l'indicibile, si è fatto Gesù, si è dato un nome: Gesù» (La ricerca intermittente, 1989). Per Mario Luzi (1914-2005) la risurrezione è l'evento che discrimina Gesù da ogni altra persona. «È questo vincere la morte [...] che mi stravolge. Questo, per me, è il punto centrale della sua avventura umana. Risorge» (in E. FERRI, Quel che resta di Cristo dopo duemila anni, Milano 1995, p. 120). La giapponese Ayako Sono (1931), nel romanzo Le mani sporche di Dio, è colpita dall'umiltà del nostro Dio: «Dio ha abbandonato la gloria ed è venuto a me. Dio ha vissuto con gli esseri insignificanti come me. Per me, e in vece mia, si è rassegnato a prendere su di sé vergogne e umiliazioni». Il Cristo di Ferruccio Ulivi (1912-2002), nei due romanzi Le mura del cielo e Trenta denari, più che pace offre tormento (ma tormento vivificante), più che risposte dà inquietudine. Al Sultano che chiede a san Francesco se Cristo ha dato una risposta all'interrogativo sulla verità, il santo risponde «Cristo ha seminato tutte le inquietudini possibili» (Le mura del cielo, 1991). Ma queste inquietudini sono nostalgia di Assoluto e invito al superamento di se stessi per entrare nel suo Regno. Arthur Rimbaud, poète maudit, morto nel lontano 1891, ha visto Gesù come un "eterno ladro di energie". È vero. Gesù "ruba" le nostre energie, quando sono impegnate nel male, per metterle al servizio del nostro vero bene.

(Convegno "Gesù nostro contemporaneo", Roma 9-11 febbraio 2012)

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