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Tutto inizia

con un incontro

II Domenica del tempo ordinario B

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

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1,35-42 Tutto inizia con un incontro [1]

Gesù è sempre primo
Tutto, nella nostra vita, oggi come al tempo di Gesù, incomincia con un incontro. Un incontro con quest’Uomo, il falegname di Nazaret, un uomo come tutti e allo stesso tempo diverso. Pensiamo al Vangelo di Giovanni, là dove racconta del primo incontro dei discepoli con Gesù (cfr 1,35-42). Andrea, Giovanni, Simone: si sentirono guardati fin nel profondo, conosciuti intimamente, e questo generò in loro una sorpresa, uno stupore che, immediatamente, li fece sentire legati a Lui... O quando, dopo la Risurrezione, Gesù chiede a Pietro: «Mi ami?» (Gv 21,15), e Pietro risponde: «Sì»; quel sì non era l’esito di una forza di volontà, non veniva solo dalla decisione dell’uomo Simone: veniva prima ancora dalla Grazia, era quel “primerear”, quel precedere della Grazia. Questa fu la scoperta decisiva per san Paolo, per sant’Agostino, e tanti altri santi: Gesù Cristo sempre è primo, ci primerea, ci aspetta, Gesù Cristo ci precede sempre; e quando noi arriviamo, Lui stava già aspettando. Lui è come il fiore del mandorlo: è quello che fiorisce per primo, e annuncia la primavera.

 Tenerezza della misericordia 

E non si può capire questa dinamica dell’incontro che suscita lo stupore e l’adesione senza la misericordia. Solo chi è stato accarezzato dalla tenerezza della misericordia, conosce veramente il Signore. Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato. E per questo, alcune volte, voi mi avete sentito dire che il posto, il luogo privilegiato dell’incontro con Gesù Cristo è il mio peccato. È grazie a questo abbraccio di misericordia che viene voglia di rispondere e di cambiare, e che può scaturire una vita diversa. La morale cristiana non è lo sforzo titanico, volontaristico, di chi decide di essere coerente e ci riesce, una sorta di sfida solitaria di fronte al mondo. No. Questa non è la morale cristiana, è un’altra cosa. La morale cristiana è risposta, è la risposta commossa di fronte a una misericordia sorprendente, imprevedibile, addirittura “ingiusta” secondo i criteri umani, di Uno che mi conosce, conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso, mi stima, mi abbraccia, mi chiama di nuovo, spera in me, attende da me. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarsi sempre, grazie alla sua mano che ci prende. E la strada della Chiesa è anche questa: lasciare che si manifesti la grande misericordia di Dio. Dicevo, nei giorni scorsi, ai nuovi Cardinali: «La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio», che è quella della misericordia (Omelia, 15 febbraio 2015). Anche la Chiesa deve sentire l’impulso gioioso di diventare fiore di mandorlo, cioè primavera come Gesù, per tutta l’umanità.

Gv 1,35-42 L’incontro con Gesù [2]

Un’amicizia è sempre a due: io sono tuo amico e tu sei mio amico. E Gesù si manifesta sempre nella sua pace. Se tu ti avvicini a Gesù ti dà una pace, ti dà una gioia. E quando tu incontri Gesù, nella preghiera, in un’opera buona, in un’opera di aiuto all’altro - ci sono tante maniere per trovare Gesù - sentirai la pace e anche la gioia. Questa è la manifestazione, Louise. È così. Gesù si manifesta in questo contraccambio. Ma tu devi cercarlo sia nella preghiera, sia nell’Eucaristia, nella vita quotidiana, nella responsabilità dei tuoi compiti e anche nell’andare a cercare i più bisognosi e aiutarli: lì c’è Gesù! E te lo farà sentire. Alcune volte sentirai quello che è proprio soltanto dell’incontro con Gesù: lo stupore. Lo stupore di incontrare Gesù. Incontrare Gesù: questa parola non dimenticarla, per favore. Incontrare Gesù!
Pensiamo a quel giorno (cfr Gv 1,35-42): potevano essere le dieci del mattino, Gesù passava e Giovanni e Andrea erano con Giovanni Battista, chiacchieravano, lì, di tante cose. E Giovanni Battista disse: è “È lui, quello, l’Agnello di Dio. È lui”. E loro, incuriositi, sono andati dietro a Gesù, per cercarlo. È la curiosità… E Gesù fa un po’ finta di niente e si rivolge a loro e dice: “Cosa cercate?” – “Dove abiti?” – “Venite!” (vv. 38-39). E loro sono rimasti – dice il Vangelo – con Gesù tutta la giornata. Ma cosa è successo dopo? Andrea è andato di corsa da suo fratello Simone: era pieno di gioia, una gioia grande; era pieno di stupore per aver incontrato Gesù. E dice: “Abbiamo incontrato il Messia!” (v. 41). E Giovanni ha fatto lo stesso con Giacomo. È così. L’incontro con Gesù ti dà questo stupore. È la sua presenza. Poi passa, ma ti lascia la pace e la gioia. Non dimenticare mai questo: stupore, pace, gioia. C’è Gesù. Questo è il contraccambio.

Gv 1,35-42 I tre momenti dell’incontro con Gesù [3]

Il racconto del Vangelo (cfr Gv 1,35-42) ci ha mostrato Giovanni Battista che ai suoi discepoli indica Gesù come l’Agnello di Dio. Due di essi seguono il Maestro, e poi, a loro volta, diventano “mediatori” che permettono ad altri di incontrare il Signore, di conoscerlo e di seguirlo. Ci sono tre momenti in questo racconto che richiamano l’esperienza del catecumenato.

L’ascolto
In primo luogo, c’è l’ascolto. I due discepoli hanno ascoltato la testimonianza del Battista. Anche voi, cari catecumeni, avete ascoltato coloro che vi hanno parlato di Gesù e vi hanno proposto di seguirlo, diventando suoi discepoli per mezzo del Battesimo. Nel tumulto di tante voci che risuonano intorno a noi e dentro di noi, voi avete ascoltato e accolto la voce che vi indicava Gesù come l’unico che può dare senso pieno alla nostra vita.

L’incontro
Il secondo momento è l’incontro. I due discepoli incontrano il Maestro e rimangono con Lui. Dopo averlo incontrato, avvertono subito qualcosa di nuovo nel loro cuore: l’esigenza di trasmettere la loro gioia anche agli altri, affinché anch’essi lo possano incontrare. Andrea, infatti, incontra suo fratello Simone e lo conduce da Gesù. Quanto ci fa bene contemplare questa scena! Ci ricorda che Dio non ci ha creato per essere soli, chiusi in noi stessi, ma per poter incontrare Lui e per aprirci all’incontro con gli altri. Dio per primo viene verso ognuno di noi; e questo è meraviglioso! Lui viene incontro a noi! Nella Bibbia Dio appare sempre come colui che prende l’iniziativa dell’incontro con l’uomo: è Lui che cerca l’uomo, e di solito lo cerca proprio mentre l’uomo fa l’esperienza amara e tragica di tradire Dio e di fuggire da Lui. Dio non aspetta a cercarlo: lo cerca subito. È un cercatore paziente il nostro Padre! Lui ci precede e ci aspetta sempre. Non si stanca di aspettarci, non si allontana da noi, ma ha la pazienza di attendere il momento favorevole dell’incontro con ciascuno di noi. E quando avviene l’incontro, non è mai un incontro frettoloso, perché Dio desidera rimanere a lungo con noi per sostenerci, per consolarci, per donarci la sua gioia. Dio si affretta per incontrarci, ma mai ha fretta di lasciarci. Resta con noi. Come noi aneliamo a Lui e lo desideriamo, così anche Lui ha desiderio di stare con noi, perché noi apparteniamo a Lui, siamo “cosa” sua, siamo le sue creature. Anche Lui, possiamo dire, ha sete di noi, di incontrarci. Il nostro Dio è assetato di noi. E questo è il cuore di Dio. È bello sentire questo.

Cammino
L’ultimo tratto del racconto è camminare. I due discepoli camminano verso Gesù e poi fanno un tratto di strada insieme con Lui. È un insegnamento importante per tutti noi. La fede è un cammino con Gesù. Ricordate sempre questo: la fede è camminare con Gesù; ed è un cammino che dura tutta la vita. Alla fine ci sarà l’incontro definitivo. Certo, in alcuni momenti di questo cammino ci sentiamo stanchi e confusi. La fede però ci dà la certezza della presenza costante di Gesù in ogni situazione, anche la più dolorosa o difficile da capire. Siamo chiamati a camminare per entrare sempre di più dentro al mistero dell’amore di Dio, che ci sovrasta e ci permette di vivere con serenità e speranza.

Non dimenticare lo sguardo
Cari catecumeni, oggi voi iniziate il cammino del catecumenato. Vi auguro di percorrerlo con gioia, certi del sostegno di tutta la Chiesa, che guarda a voi con tanta fiducia. Maria, la discepola perfetta, vi accompagna: è bello sentirla come nostra Madre nella fede! Vi invito a custodire l’entusiasmo del primo momento che vi ha fatto aprire gli occhi alla luce della fede; a ricordare, come il discepolo amato, il giorno, l’ora in cui per la prima volta siete rimasti con Gesù, avete sentito il suo sguardo su di voi. Non dimenticare mai questo sguardo di Gesù su te, su te, su te… Non dimenticare mai questo sguardo! È uno sguardo d’amore. E così sarete sempre certi dell’amore fedele del Signore. Lui è fedele. E siate certi: Lui non vi tradirà mai!

Gv 1,35-51 Dalla curiosità alla sequela fino alla croce [4]

Una sequela può iniziare con una mera curiosità: «Signore, dove abiti?» (Gv 1,35-51), ma finisce sempre nella spoliazione più assoluta: «Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,15-23). È un seguirlo nella stanchezza di tutti i giorni, con croci e agonie (Mc 14,33), con gioie e consolazioni (Mc 9,2), ma sempre con gli occhi rivolti al Signore: «Fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio» (Eb 12,1-4).

Gv 1,35-51 La sequela consolata [5]

Quando un religioso o un’istituzione (comunità, provincia, istituto religioso) è infedele in tempo di pace, si nota anche la caratteristica della perdita del fervore[6]. Il fervore non è l’entusiasmo giovanile (cfr. Gv 1,35-51) né la comunicazione con il Signore nei momenti di oscurità (cfr. Lc 22,39-46) o nei momenti di gloria (cfr. Mc 9,210), ma è piuttosto la sequela consolata, paziente, serena, del Signore in tutta la vita quotidiana: «Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18).
Una sequela che implica distacco, come si coglie dal testo citato; e una sequela che va connessa anche a possibilità di tentazione: «Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: “Signore, che cosa sarà di lui?”. Gesù gli rispose: “Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi”» (Gv 21,21-22). La dimensione «lamentosa» della tentazione di Pietro è stata quella d’intromettersi nella vita altrui. Il Signore gli indica la via con chiarezza: seguirlo senza isolare la sua coscienza, senza conservarsi risorse d’interiorità che si permettono di giudicare gli altri. Quando non si segue questa strada indicata, si perde il fervore.

Gv 11,37 Ascoltare-vedere credere (LF 30)

La connessione tra il vedere e l’ascoltare, come organi di conoscenza della fede, appare con la massima chiarezza nel Vangelo di Gio¬vanni. Per il quarto Vangelo, credere è ascoltare e, allo stesso tempo, vedere. L’ascolto della fede avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore (cfr Gv 10,3-5); un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che, «senten¬dolo parlare così, seguirono Gesù» (Gv 1,37). D’altra parte, la fede è collegata anche alla visio¬ne. A volte, la visione dei segni di Gesù precede la fede, come con i giudei che, dopo la risurrezione di Lazzaro, «alla vista di ciò che egli aveva com¬piuto, credettero in lui» (Gv 11,45). Altre volte, è la fede che porta a una visione più profonda: «Se crederai, vedrai la gloria di Dio» (Gv 11,40). Alla fine, credere e vedere s’intrecciano: «Chi crede in me [.] crede in colui che mi ha manda¬to; chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,44-45). Grazie a quest’unione con l’ascol¬to, il vedere diventa sequela di Cristo, e la fede appare come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità. E così, il mattino di Pasqua, si passa da Giovanni che, ancora nel buio, davanti al sepolcro vuoto, “vide e credette” (Gv 20,8); a Maria Maddalena che, ormai, vede Gesù (cfr Gv 20,14) e vuole trattenerlo, ma è invitata a contemplarlo nel suo cammino verso il Padre; fino alla piena confes¬sione della stessa Maddalena davanti ai discepoli: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18).

Gv 1,38- 39 Ogni vocazione presuppone una domanda [7]

Nell’essenza e nella vocazione di ogni cristiano trova spazio l’incontro personale con il Signore. Cer¬care Dio significa cercare il suo volto, addentrarsi nella sua intimità. Ogni vocazione, e soprattutto quel¬la del catechista, presuppone una domanda: «Mae¬stro, dove dimori? [...] Venite e vedrete» (Gv 1,38- 39). La profondità della nostra missione catechetica, del nostro ruolo di «mediatori», dipende dalla nostra risposta, dall’intensità dell’incontro con Cristo. La Chiesa stessa si fonda su questo «Venite e vedrete». Incontro personale e intimità con il Maestro che sono l’elemento fondante del vero discepolato, e assicura¬no alla catechesi la sua autenticità e genuinità, scon¬giurando il rischio, sempre in agguato, di razionalismi e ideologizzazioni che privano di vitalità la Buona Novella, rendendola sterile.

 

NOTE

[1] Discorso al Movimento di Comunione e Liberazione, 7 marzo 2015.
[2] Incontro con il Movimento Eucaristico Giovanile (MEG), 7 agosto 2015.
[3] Omelia Rito di ammissione al catecumenato, 23 novembre 2013.
[4] Il regno di Cristo, in J. M. BERGOGLIO PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, Introduzione di Antonio Spadaro, SI., Rizzoli Milano 2014,151-158.
[5] L’incertezza e la tiepidezza, in: J.M. BERGOGLIO, Pace, Milano, Corriere della sera 2014, (= Le parole di papa Francesco,5), 51-83.
[6] Cfr. Paolo VI, esort. ap. Evangelii nuntiandi, 80.
[7] Lasciarsi trovare per favorire l’incontro (Omelia ai catechisti, EAC, marzo 2001) in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 341-348.

 

 

 

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