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Fissando lo sguardo

su Gesù... (Gv 1,35)

II Domenica del tempo ordinario B

a cura di Franco Galeone *

Ecce 2

Le scene di “chiamata” nella Scrittura sono tra le pagine più vive e impressionanti: esse rivelano Dio nella sua maestà e l’uomo nella sua possibilità di ascolto o di rifiuto. Attraverso le vie misteriose degli eventi umani, Dio chiama l’uomo all’esistenza e gli assegna una missione. Scoprire la propria vocazione significa scoprire quello che Dio vuole da noi, perché l’iniziativa è sempre di Dio: “Parla, il tuo servo ti ascolta” (I lettura). Nel Vangelo abbiamo due quadri paralleli: nel primo, tre personaggi: il Battezzatore, Giovanni, Andrea; nel secondo, ancora tre personaggi: Andrea, Pietro, Gesù. In entrambi, un elemento comune, la mediazione: c’è una buona parola, un invito, un amico … che conducono a Gesù, come è anche espresso dai verbi cercare-trovare, seguire-fermarsi. E il volto di Gesù lentamente si svela: Agnello di Dio … Maestro … Messia … Figlio di Dio. Gli uomini possono condurre, ma poi è sempre Dio che decide; questa verità è espressa da due simboli:
▪ lo sguardo: l’evangelista Giovanni è attento all’uso dei verbi; in questo brano usa εμβλεπειν = fissare attentamente, oltre l’epidermide, nel cuore;
▪ il nome nuovo: συ κληθηση Κηφας, come dire: “Sei un uomo nuovo”, con una vocazione e missione diversa. Sempre pescatore, ma di uomini!

 Lui deve crescere, e io diminuire

Secondo il IV Vangelo, i primi discepoli di Gesù appartenevano al gruppo dei discepoli di Giovanni il Battezzatore; Gesù stranamente recluta i primi seguaci nella cerchia di Giovanni. Non fu bello che tre discepoli lo abbandonarono in tronco perseguire Gesù. Ma il Battezzatore non si offende se Gesù raccoglie in un campo dove non ha seminato. Il Vangelo non tollera protagonismi o proselitismi. Poco dopo, quando si verificarono attriti tra i discepoli di Giovanni e quelli di Gesù (Gv 3,25), Giovanni stroncò le rivalità con una sentenza lampo: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 3,30). Un vero credente conosce bene il proprio ruolo strumentale e non finale; deve entrare in scena senza paura al momento giusto, e deve uscire di scena anche al momento giusto, con semplicità, perché siamo “servi”, strumenti nelle mani di Dio. Essere chiamati a lavorare nel suo regno è già un onore per l’uomo. Di questo Vangelo, cerchiamo di mettere in evidenza tre frasi importanti:

▪ Ecco l’Agnello di Dio
Io non sono il Cristo, è lui che dovete seguire!”. Parole decisive. Il compito di Giovanni è quello di distrarre l’attenzione dalla sua persona e di polarizzarla su Gesù, che fa la fila, molto discreto e anonimo. Giovanni perde due discepoli, che lo piantano in asso, e seguono il nuovo Maestro. Erano scesi dalla Galilea per imparare qualcosa alla scuola di quell’austero Giovanni, e finiscono per incontrare Gesù. Se quelli che vengono nei diversi gruppi, nella giornata di studio, nei ritiri di preghiera … avessero la felice sorpresa di incontrare Gesù. Venire per ascoltare il celebre conferenziere e finire per ascoltare il maestro interiore, Gesù. Così dovrebbe accadere!

▪ Maestro, dove abiti?
Quelli che si misero a seguire Gesù volevano vedere dove viveva. Non appena lo videro, restarono con lui e si convinsero che era il Messia. Il luogo dove uno vive indica lo stile di vita che ha. Gesù ha detto che quelli che vivono con lusso vivono nei palazzi dei re (Mt 11,8). E questo convince e trascina o, al contrario, scandalizza ed allontana. La maniera di vivere può attirare e può disgustare. Quel “Maestro, dove abiti?” è l’interrogativo di sempre. La Bibbia ci descrive una lunga galleria di ricercatori di Dio: Abramo, Mosè, i Magi, i Discepoli … Anche gli adoratori di idoli vuoti in qualche modo esprimono questa ricerca: “Da un’estremità all’altra della terra, genti di tutte le nazioni riconoscono la mia grandezza. Dappertutto si brucia profumo in mio onore e mi offrono sacrifici che mi sono graditi” (Mal 1,11).

▪ Venite e vedrete
Oggi la scienza ha ridimensionato l’arroganza di certi pseudo-scienziati, per i quali Dio non esiste, non è presente in nessun luogo; ma anche i credenti hanno imparato a non confondere il campanile della propria parrocchia con il regno universale di Dio. Davvero Dio abita in ogni luogo e insieme in nessun luogo. Dobbiamo imparare a parlare “a” Dio, non “di” Dio, come di una inutile chiacchiera, con profondo pudore, secondo l’insegnamento biblico: “Non nominare invano il santo nome di Dio”.

La fede è un “processo faticoso” più che un “tranquillante prodotto”

Significativo è l’episodio del Vangelo di questa domenica: alle quattro del pomerig¬gio alcuni uomini incontrano Gesù, e stanno con lui per tutto il pomeriggio. L’Eterno appare interno alla nostra cronaca, al tempo del nostro orologio, alle nostre occupazioni quotidiane. Come dire: il regno si costruisce all’interno del rapporti umani; il suo vero luogo teologico è il vivere normale. La fede non crea necessariamente spazi suoi accanto alla vita, ma è dentro. Certo, un discorso del genere delude chi pensa alla propaganda della fede come a quella di un partito. La vera fede è legata ad un rapporto interpersonale. Dalla vita alla vita. E’ qui la sua fragile potenza. La vedremo sempre meno ai vertici della cultura, nelle accademie univer¬sitarie, nella teologia ufficiale. Il luogo vivo è l’incontro personale, e trova piena celebrazione nella comunità. Ma la comunità non è un collettivo, un ghetto, un partito cattolico: è la manifestazione corale di una fede che ha avuto il suo luogo di accensione nella cronaca quotidiana. Qualche volta – spero – abbiamo incontrato qualcuno pieno di fede, forse non parlava in modo affascinante, forse non aveva grande cultura, eppure la sua fede ha acceso la vostra fede, in una specie di propagazione inafferrabile ad ogni indagine socio-p¬sicologica. A questo punto perdono valore gli “specialisti” dell’annuncio della Parola. Molti pensano che annunciare la fede sia mestiere da preti. Certo, se si tratta di spiegare una dottrina, allora occorrono gli specialisti. Ma se la fede ritrova l’agilità, la mobilità, la vitalità, allora è competente a insegnare solo chi vive la fede. Ci saranno i ricercatori della filologia della Parola di Dio, ma avranno sempre meno senso. Ci vorranno sempre i garanti della fedeltà nella chiesa, ma essi dovranno garantire la fedeltà alla Parola, più che la fedeltà ad una dottrina.
Buona Vita!

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