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AVVENIRE / DIVENIRE

Un cambiamento d’epoca

Eurispes

 Eurispes Rapporto Italia 2018

Divenire. La tesi del testo è semplice: questo inizio di millennio sta velocemente plasmando il mondo per dargli un’altra forma. Viviamo un divenire indirizzato da due forze centripete, l’economia e la tecnologia, che tendono a convergere, verso una crescente connessione del pianeta. Si è affermata una globalizzazione tecno-economica, che è una piattaforma di significato, capace oggi di ricostruire senso alla frammentazione sociale, politica ed economica in atto nel mondo occidentale. Per tali ragioni questo inizio di millennio non è un’“epoca di cambiamento” ma un “cambiamento d’epoca”. E tutti siamo chiamati ad assumerci una nuova, individuale e duplice, responsabilità.  

Il “secolo breve”. Il Novecento è stato un secolo pieno di invenzioni, conquiste sociali e rivoluzioni. È stato anche il tempo nel quale la società occidentale si è data l’architettura delle istituzioni che ancora oggi la sorreggono. È stato, poi, tempo di conflitto e suona quasi strano che questa lunga scia di sangue che ci lasciamo alle spalle abbia, in definitiva, condotto l’Europa al più lungo periodo di pace e benessere della propria storia recente. Non ci si può non sorprendere, infatti, nel considerare quanto rapidamente si sia passati da confini chiusi all’idea di un pianeta aperto e connesso. Vituperata o esaltata che sia, vien da chiedersi se, alla fin fine, non sia proprio la globalizzazione il lascito definitivo del passato ai tempi futuri. Se, oggi, la globalizzazione, non vada considerata quale variabile indipendente del nostro divenire di uomini e nazioni. 

Se la osservassimo senza pregiudizi e intenzione di giudizio, riusciremmo forse a scorgervi un solido fil rouge che lega la fine del secolo passato al proprio futuro, lungo il quale si dipanerà ogni trasformazione. La sua piena realizzazione è solo questione di tempo ed è ormai chiaro che la globalizzazione non si limiti a trasformare lo spazio di azione degli umani. Impone, certo, una nuova, necessaria, mappa mentale di riferimento, da assumere come espressione del divenire. Rimodella anche il tempo, rendendolo continuo, h24, richiedendo che se ne accetti una configurazione accelerata e compressa. Uomo, natura, tecnologia, le tre forze che da diecimila anni plasmano la morfologia di un pianeta vecchio di milioni di anni, sono dunque chiamate a vivere e sperimentarsi su questo inedito campo di esperienza, entro perimetri nuovi e mappe inconsuete. 

La Massa. Uno con dentro molti, essenza ontologica che si realizza solo se e in quanto forma unitaria, pluralità di componenti insignificanti ma significativa in se stessa. La massa diviene rapidamente il tratto caratterizzante di molti aspetti, fondanti, dell’odierna esistenza occidentale: l’economia, in primis, ma anche la politica e la società. Il Novecento, però, è stato anche il secolo in cui l’economia si è affermata definitivamente come vettore primario di trasformazione della società e della politica. Fra fine Ottocento e Novecento, prende definitivamente il sopravvento il pensiero economico di stampo anglosassone, scozzese, efficientista e razionale, l’economia politica, su quello legato alla sua visione sociale, olistica e migliorista, l’economia civile. Adam Smith batte Antonio Genovesi e il mondo diviene teatro di una antica ma rinnovata competizione fra gli umani: quella per il profitto. Anch’esso conosce un divenire: l’economia reale, che sul finire del secolo si trasforma definitivamente, conferendo centralità agli elementi intangibili: denaro e suoi propri assimilati.

L’economia finanziaria ha preso così il sopravvento ed è facile riscontrare come l’economia di oggi sia il frutto di questo divenire. Quale sia la forma dell’economia, comunque, la centralità da essa assunta nelle vicende geopolitiche, sociali e umane nel Novecento, ci suggerisce di leggere il fenomeno della massa guardando proprio al suo perimetro, cercando innanzitutto di capire che cosa la massa abbia significato per quattro attività economiche fondamentali: la produzione, il consumo, la distribuzione e la comunicazione. 

Un’economia della massa. La produzione di massa è sostanzialmente la capacità del sistema manifatturiero di generare grandi volumi di prodotto a costi di produzione contenuti e idonei a essere venduti a prezzi accessibili a molte persone. La fabbrica diviene presto struttura di pensiero, architettura esistenziale di un nuovo modo di intendere il lavoro umano, di incanalarne gli sforzi, temporizzarne la fatica.

La fabbrica-simbolo di questo sistema di produzione è quella automobilistica statunitense di Henry Ford. La produzione di massa riduce progressivamente una delle caratteristiche fin lì “naturali” dell’economia: la scarsità. In sostanza, la produzione di massa genera grande e sempre maggiore quantità di output, disponibile agli acquirenti potenziali. Ma come trovare questi acquirenti? Con la comunicazione di massa. I giornali, le radio, la televisione, presentavano quelle caratteristiche di diffusione e funzionamento che sembravano soddisfare pienamente il fabbisogno di comunicazione pervasiva emerso con la produzione di massa. Ciascun mezzo era in grado di attrarre l’attenzione della persona sui contenuti che veicolava, i costi apparivano sostenibili. Così, questi oggetti vennero considerati in modo nuovo dal mondo della produzione: dei “contesti di significato” nei quali inserire un messaggio da recapitare ai loro utilizzatori. Di qui i mass media iniziarono la loro rapida trasformazione ontologica in veicoli di messaggi promopubblicitari indirizzati alla moltitudine dei potenziali compratori. L’inserzione pubblicitaria assume così un ruolo cruciale per la produzione di massa e la comunicazione di massa: consente ad entrambi di sopravvivere e svilupparsi, nello spazio e nel tempo. La trasformazione dei media in senso commerciale sarà perciò progressiva e inesorabile. Ma tutto ciò non basta. Il sistema della produzione di massa ha anche un’altra necessità: di disporre di un sistema di distribuzione capace di superare le distanze fisiche, a costi sostenibili. La vasta e crescente moltitudine dei consumatori beneficia così di 94 una poderosa opera di strutturazione delle reti commerciali e di vendita sul territorio. Ne risulta un fatto straordinario: le merci prodotte divengono sempre più accessibili a molti, indipendentemente dal locus di produzione e consumo.

Dapprima, è una distribuzione di vicinato che socializza, attrae e connette: sono imprese a conduzione familiare, luoghi importanti di socialità oltre che di scambio, spazi nei quali l’individuo riacquisisce la propria soggettività nel commercio, proprio nella relazione, sovente quotidiana, con il dettagliante e gli altri clienti. Masse crescenti di prodotto, però, chiedono spazi sempre più grandi. Così, le città si trasformano rapidamente e di nuovo, quasi per fare spazio a questo “molto” che si gonfia, sgomita e spinge. I piccoli negozi spariscono, sostituiti dalla nuova impersonalità massificante delle grandi superfici commerciali moderne. E così, grazie, per esempio, ai supermercati diviene possibile acquistare a Roma merci realizzate in Piemonte (ad esempio, la Nutella). La massa dei consumatori accetta lo scambio: cede contatto umano in cambio di merce. Giungiamo ai consumi di massa. È solo nel Novecento che il consumo, da fenomeno prima circoscritto e limitato si espande, cresce e monta fino a coprire tutti.

L’universalismo innesca la metamorfosi del consumo in consumismo. In una manciata di decenni, così, gli italiani diventano consumatori, escono dalla sussistenza ed entrano nell’abbondanza materiale. Quella di “consumatore” è una soggettività socio-economica suadente, per una nazione che nasce povera ed esce ulteriormente immiserita dalla seconda guerra mondiale. Il Novecento, in buona sostanza, ha definito e progressivamente affinato l’architettura socio-economica delle popolazioni occidentali. Lo ha fatto creando la massa. Questo processo è stato un eccezionale successo storico: mai, nella storia dell’umanità, strati tanto larghi della popolazione hanno goduto di un tale livello di benessere materiale, liberandosi definitivamente dalle ferree ganasce della sussistenza. 

La digitalizzazione. A cavallo fra i due millenni si afferma un nuovo fenomeno di massa: la diffusione massiva di alcuni strumenti che vanno a corrente elettrica (telefoni, computer, connessioni, tablet) e che funzionano più o meno allo stesso modo: si connettono a una rete elettrico-informatica, per mandarvi e riceverne, flussi di bit. Questi aggeggi abilitano nuovi comportamenti, individuali e sociali e nel momento in cui ciò investe il nostro piccolo spazio vitale, contemporaneamente, sta avvenendo anche in ogni altro angolo del pianeta e che nessun angolo del pianeta è, ormai, potenzialmente remoto. La digitalizzazione di massa è divenuta così l’epifania della globalizzazione. È qui che quel filo rosso, che dall’ormai lontanissimo Novecento guida il divenire della nostra società, diviene, per effetto del traino congiunto delle due più potenti forze ereditate dal Novecento, una globalizzazione tecno-economica. Il Novecento si è dunque chiuso con la chiara consapevolezza che l’uso degli strumenti informatico-digitali sarebbe divenuto a breve un motore economico, sempre più pervasivo, molteplice e anche, probabilmente, divisivo. Scorrere a ritroso il filo rosso, consentirà di capire a che cosa sia stato dovuto. L’ultimo ventennio del secolo ha visto, innanzitutto, la diffusione dei computer domestici, quasi a decretare il successo della grande scommessa imprenditoriale e visionaria delle due principali personalità, “icone” della globalizzazione tecno-economica: Bill Gates e Steve Jobs. La crescita di questa popolazione di strumenti ha progressivamente alfabetizzato una moltitudine di persone all’informatica, creando così l’humus culturale e comportamentale perché l’arrivo della Rete avesse poi il successo che ha avuto. Connettendo questi computer fra di loro, essa ha diffuso nuovi comportamenti, facendo scoprire possibilità inimmaginate e modificando interi comparti economici, in alcuni casi distruggendo valore. Nello stesso tratto del filo rosso troviamo anche l’apparizione dei telefoni cellulari che, dopo una prima, lenta, fase di assestamento tecnico, si sono diffusi rapidamente presso la popolazione, divenendo da iniziale status symbol della contemporaneità, un vero e proprio bene di cittadinanza. Proseguendo lungo il nostro fil rouge del divenire troviamo il terzo, decisivo, passaggio sulla via della digitalizzazione di massa: la mobilizzazione della Rete, le persone sono entrate così definitivamente nell’epoca digitale. La digitalizzazione di massa è parte di un più ampio fenomeno, detto digital transformation, che non si limita a trasformare le menti e i comportamenti delle persone ma finirà per mutare la fisionomia stessa del lavoro, delle relazioni sociali, delle identità personali e collettive e quindi dell’economia, della società e della politica. 

La globalizzazione tecno-economica. La produzione sta vedendo crescere in intensità e pervasività l’utilizzo della robotica, del controllo numerico degli impianti e dell’automazione flessibile: di strumenti, insomma, che prevedono la progressiva sostituzione dell’uomo con le macchine. Un poderoso flusso di novità digitali a supporto della trasformazione che si conviene denominare Industria 4.0.

La distribuzione è scossa dalla disintermediazione commerciale e di multicanalità. È progressivamente pervasa dal commercio elettronico, che inizia a redistribuire i volumi di vendita dei prodotti fra canali digitali (click) e fisici (brick&mortar). Il sistema della comunicazione di massa è, poi, addirittura sconvolto: dalla digitalizzazione della televisione; dalla rapidissima sostituzione della carta stampata con il web; dai social network che non tardano a mostrare anche il loro profilo economico oltre che relazionale. Il consumo, infine, si esprime oggi attraverso modelli il cui funzionamento è (e sarà ancor più) profondamente ridisegnato dalla digitalizzazione, attraverso una semplice realtà di fatto: la progressiva estensione della copertura digitale della nostra esistenza. Divenendo le persone/consumatori sempre più “produttori di dati”, acquisibili ed elaborabili direttamente dal mondo dell’offerta, è molto probabile che il consumo verrà connesso sempre più rapidamente, intensamente e proattivamente alla produzione.

Ecco dunque il tracciato del filo rosso che lega il nostro immediato passato al futuro: una tecnologia che ha creato la massa e la sta continuamente rimescolando, su scala planetaria e connessa, e finirà, presto e inesorabilmente, per scomporla e sostituirla con numerose forme diverse. 

La techno-mania. Oggi, lo spazio della quotidianità è, progressivamente, coperto dal digitale, dai bit, dalle reti di connessione always on, e anche minacciato, perciò, dall’oscura intelligenza senz’anima degli algoritmi. Il digitale ha già penetrato e pervaso le ore attive della giornata. Ma non solo. È evaporato il confine fra tempo lavorativo e non: una linearità produttiva ha preso il posto della frammentazione dei tempi di 95 vita. H24 sta divenendo sempre più il mantra della globalizzazione tecno-economica che tutto va permeando.

Tutto ciò in Italia si è compiuto definitivamente in un intervallo straordinariamente breve di anni: all’incirca fra il 2004 e il 2010. La digitalizzazione di massa del Paese conta già su numeri rilevanti. La total digital audience, ovvero la base di italiani connessi ed effettivamente attivi sulla Rete per via di computer (47% della popolazione) e dispositivi mobili (66%), ammonta a 32,7 milioni di persone, pari complessivamente a circa il 60% delle persone sopra i due anni di età. Il tempo speso su dispositivi fissi è di un’ora a persona, tempo che raddoppia nel caso dei dispositivi mobili e non manifesta significative distinzioni in base al sesso, ma sì all’età. Siamo oltre 18 milioni a usare WhatsApp, 15 Google, 5 Skype (comScore, 2017). In Italia i social sono di massa: 24,6 milioni di persone possiedono account Facebook, 23,8 Youtube, 11,1 Instagram. 

La connettività. L’essere sempre e costantemente connessi a una rete. Questo è il punto di discontinuità fra la globalizzazione di oggi e il tempo passato. È il punto in cui il fil rouge che lega il Novecento al proprio futuro s’illumina, diviene denso e si dipana, in una miriade di tracciati indipendenti. La sua rilevanza, oggi, non sta esattamente nel fenomeno in sé, ma nella tecnica che la consente e, soprattutto, nella magnitudine dei suoi effetti, a livello planetario e individuale: una invisibile, potentissima, rete di cavi, terrestri e marini, che consentono a Internet di coprire, come un sottile e invisibile velo, la maggior parte della popolazione della terra, generando nuove culture, comportamenti e aspirazioni. 

Les Misérables del XXI secolo. Intere coorti di umani iniziano a sentirsi spazzate via, escluse dall’epocale processo di generazione del mondo nuovo che le connessioni stanno rendendo possibile. I nuovi Misérables del XXI secolo non sono solo anziani o millennials. Non è un tema di generazioni, infatti, quanto piuttosto di atteggiamenti e culture. Certo, la Z Generation appare ben dotata: i giovani non hanno bisogno di trasformare le proprie strutture e flussi mentali per adeguarli al nuovo; il nuovo lo apprendono e lo incarnano, ce l’hanno dentro e ci crescono, lo sperimentano e lo definiscono.

Purtuttavia, anche all’interno dei giovani albergano dei nuovi esclusi: quelli che non sanno ancora comunicare in inglese, per arrivare a quei giovani che non accettano la sfida dell’investimento sul sé e gettano la spugna prima ancora di salire sul ring: i Neet. La coorte maggiore dei nuovi Misérables rischia, però, di essere caratterizzata, tuttavia, soprattutto da coloro i quali faticano a disimparare ciò che è stato: sono in molti, troppi e fra questi albergano quelli che rischiano di fare i danni peggiori al Paese, perché sono quelli che, anagraficamente, siedono o si apprestano a sedere, sul ponte di comando, magari dopo lustri di gavetta e sacrificio, per arrivarci. È, infatti, questa la coorte che frena il Paese, tappa l’effervescenza del suo divenire, mortifica ogni sforzo e tentativo di adeguamento e connessione alla globalizzazione e alle sue sfide positive, impone il proprio passato sull’avvenire.

La coorte dei nuovi esclusi, dei disconnessi, è dunque molto popolosa e trasversale. Vi appartengono giovani e vecchi, poveri e benestanti, occupati e disoccupati. Tutti accomunati dall’incapacità cognitiva di affrontare positivamente l’idea che la globalizzazione tecno-economica abbia ripreso tutte le carte della Storia in mano, rimescolandole e iniziando a redistribuirle. Disconnettersi dal flusso è questo il solco che traccia il perimetro della nuova esclusione. Non c’è avvenire per questo atteggiamento. 

L’inesorabilità della digital life. Paradossalmente, però, anche questi Misérables sono tutti protagonisti della trasformazione che la connessione ha innescato negli individui.

Nessuno, infatti, ne è immune. Cosa mai ci è accaduto? La globalizzazione ci ha, con nostra compiaciuta complicità, connessi. Lo ha fatto con la suadente persuasione esercitata dallo schermo. Lo schermo è sexy, occorre riconoscerlo. Ecco perché tutti, anche i Misérables, ne siamo succubi. La nuova dimensione digitale dell’esistenza (la digital life) ha infatti già cambiato la testa di chi è connesso: rendendolo più informato o, perlomeno, piuttosto sicuro di poter acquisire ogni pezzo di informazione e opinione attraverso la Rete; facendone un impaziente interlocutore, sebbene, tendenzialmente, piuttosto superficiale; consentendogli l’accesso a una straordinaria ricchezza di offerta di ogni genere; facendolo sentire più forte nei confronti di ogni controparte; facendolo credere un pari di chiunque altro. La miscela di questi mutamenti è dotta di una forza dirompente, capace di esprimersi su praticamente ogni territorio esistenziale dell’io. 

L’intermediazione. Uno dei grandi caduti, vittima di questo immaginario divenire della connessione è l’idea di intermediazione, ovvero il convincimento (collettivo) della necessità di affidarsi a soggetti terzi, per meglio affrontare alcuni campi dell’esistenza. L’intermediazione, tuttavia, è necessaria e utile. È un’alternativa, più efficiente ed efficace, alla connessione diretta, laddove non vi siano le condizioni perché l’individuo possa fare da sé altrettanto bene. La connessione alla Rete sta mutando l’equilibrio di convenienza e necessità sul quale l’intermediazione si è basata. La Rete e l’accesso always on costruiscono l’illusione della sopravvenuta inutilità dell’intermediazione. Ma, appunto, ben presto si rivelerà per quel che è: solo una illusione. 

La frammentazione dell’io. La digitalizzazione di massa sta inesorabilmente frammentando molte delle monolitiche entità sociali, economiche e politiche che hanno popolato la contemporaneità. Proprio la frammentazione appare oggi il flusso principale del divenire: in direzione verticale, svuotando di senso l’intermediazione e il fondamento stesso del principio di autorità; e in senso orizzontale, frantumando, uno alla volta, i costrutti di massa che hanno dato benessere materiale e libertà politica ai cittadini occidentali. La maggiore delle frammentazioni orizzontali avviene, però, fra le pieghe del tutto: concerne l’uomo e la sua dimensione identitaria, costantemente oscillante fra un io individuale e uno collettivo.

Grazie alla connessione, ciascuna persona fuoriesce dall’amalgama omogeneizzante della massa e recupera la propria individualità, dotandosi di “identificativi digitali univoci”, identificativi che estraggono l’individuo dalla massa e lo rendono: individuabile; riconoscibile; conoscibile; raggiungibile. Questi aggettivi raccontano una storia. Una storia di vita. Scambiamo, volontariamente e anche consapevolmente, informazioni personali con l’apparente gratuità di molti servizi digitali. Cediamo quote di libertà, di anonimato, di invisibilità, di oblio, in cambio di una qualche dose di personalizzazione. Da una parte il “bicchiere mezzo vuoto”, il rischio del Grande Fratello onnisciente e 96 onnipresente. Dall’altra il “bicchiere mezzo pieno”, rappresentato dal formarsi di una nuova morfologia del patto sociale ed economico e che renda più capaci di scegliere al meglio, su ogni aspetto rilevante dell’esistenza. Di qui il timore che il potenziamento sfrenato dell’individualismo con la tecnologia, la frammentazione verticale delle autorità e orizzontale delle forme di organizzazione sociale conducano a una balcanizzazione delle società. Dall’altra parte, la speranza che il potenziamento soggettivo dell’individuo ne accresca la consapevolezza esistenziale, che il valore dell’appartenenza sia maggiore perché frutto di una più libera scelta. 

Avvenire. Non è dato dire che cosa accadrà. Di certo una cosa si può già asserire: di qui a pochi anni, volgendoci indietro a guardare chi siamo oggi e chi eravamo ieri, non riconosceremo più quel che eravamo ieri. Così, probabilmente: il nostro avvenire sarà definito entro le coordinate di un mondo aperto all’intero pianeta; l’economia finanziaria avrà ulteriormente ridisegnato il modo di pensare le attività reali; la politica chiuderà definitivamente quella parentesi che l’ha vista essere una competizione fra idee, ideologie e visioni collettive, per tornare a quel che è sempre stata: lotta per il potere fra individualità forti; la tecnologia compirà un salto di qualità, dalle conseguenze misteriose: andrà oltre, con la farmagenetica; avremo cambiato modo di pensare, perché ne abbiamo già cambiato la mappa degli stimoli, la lista degli ingredienti, tornando a privilegiare i codici naturali, piuttosto precognitivi, dell’uomo. In questo quadro la frammentazione della realtà, sospinta dalla tecnologia, chiamerà sempre più spesso l’individuo a farsi carico del sé e il termine responsabilità assumerà sempre più senso nei suoi due strati di significato: a livello individuale segnando la ineludibile necessità dell’individuo di farsi carico in prima persona di doveri e compiti, visioni e ambizioni; a livello della relazione con il non/io, richiamando l’attenzione sulle conseguenze delle azioni che da quelle scelte individuali promaneranno. Siamo chiamati a compiere un percorso di crescita, insomma; un iter che somiglia sempre più al “viaggio dell’eroe”, tanto amato dalle narrative contemporanee.

(30° Rapporto Italia, 2018)

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