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Le due logiche:

emarginare o reintegrare

VI Domenica del tempo ordinario B

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

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1,40-45 Il contatto è il vero linguaggio comunicativo [1]

Gesù vuole “patire con”
“Signore, se vuoi, tu puoi purificarmi”. Gesù, mosso a compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!” (cfr Mc 1,40-41). La compassione di Gesù! Quel “patire con” che lo avvicinava ad ogni persona sofferente. Gesù non si risparmia, anzi si lascia coinvolgere nel dolore e nel bisogno della gente, semplicemente perché Egli sa e vuole “patire con”, perché ha un cuore che non si vergogna di avere “compassione”.

Si fa emarginato…
“Non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti” (Mc 1,45). Questo significa che, oltre a guarire il lebbroso, Gesù ne ha preso su di sé anche l’emarginazione che la legge di Mosè imponeva (cfr Lv 13,1-2.45-46). Gesù non ha paura del rischio di assumere la sofferenza dell’altro, ma ne paga fino in fondo il prezzo (cfr Is 53,4).

 

… per reintegrare l’uomo
La compassione porta Gesù ad agire in concreto: a reintegrare l’emarginato. E questi sono i tre concetti-chiave che la Chiesa ci propone oggi nella liturgia della Parola: la compassione di Gesù di fronte all’emarginazione e la sua volontà di integrazione. Emarginazione: Mosè, trattando giuridicamente la questione dei lebbrosi, chiede che vengano allontanati ed emarginati dalla comunità, finché perduri il loro male, e li dichiara “impuri” (cfr Lv 13,1-2.45-46).

La sofferenza e vergogna del lebbroso
Immaginate quanta sofferenza e quanta vergogna doveva provare un lebbroso: fisicamente, socialmente, psicologicamente e spiritualmente! Egli non è solo vittima della malattia, ma sente di esserne anche il colpevole, punito per i suoi peccati! È un morto vivente, “come uno a cui suo padre ha sputato in faccia” (cfr Nm 12,14).
Inoltre, il lebbroso incute paura, disdegno, disgusto e per questo viene abbandonato dai propri familiari, evitato dalle altre persone, emarginato dalla società, anzi la società stessa lo espelle e lo costringe a vivere in luoghi distanti dai sani, lo esclude. E ciò al punto che se un individuo sano si fosse avvicinato a un lebbroso sarebbe stato severamente punito e spesso trattato, a sua volta, da lebbroso.

Gesù rivoluziona la mentalità chiusa nella paura…
È vero, la finalità di tale normativa era quella di salvare i sani, proteggere i giusti e, per salvaguardarli da ogni rischio, emarginare “il pericolo” trattando senza pietà il contagiato. Così, infatti, esclamò il sommo sacerdote Caifa: “È meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera” (Gv 11, 50). Gesù rivoluziona e scuote con forza quella mentalità chiusa nella paura e autolimitata dai pregiudizi: lui integra.

…portando a compimento la legge
Egli, tuttavia, non abolisce la Legge di Mosè ma la porta a compimento (cfr Mt 5,17), dichiarando, ad esempio, l’inefficacia controproducente della legge del taglione; dichiarando che Dio non gradisce l’osservanza del Sabato che disprezza l’uomo e lo condanna; o quando, di fronte alla donna peccatrice, non la condanna, anzi la salva dallo zelo cieco di coloro che erano già pronti a lapidarla senza pietà, ritenendo di applicare la Legge di Mosè.
Gesù rivoluziona anche le coscienze nel Discorso della montagna (cfr Mt 5), aprendo nuovi orizzonti per l’umanità e rivelando pienamente la logica di Dio. La logica dell’amore che non si basa sulla paura ma sulla libertà, sulla carità, sullo zelo sano e sul desiderio salvifico di Dio: “Dio, nostro salvatore, … vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,3-4). “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 12,7; Os 6,6).

Gesù scandalizza
Gesù, nuovo Mosè, ha voluto guarire il lebbroso, l’ha voluto toccare, l’ha voluto reintegrare nella comunità, senza “autolimitarsi” nei pregiudizi; senza adeguarsi alla mentalità dominante della gente; senza preoccuparsi affatto del contagio. Gesù risponde alla supplica del lebbroso senza indugio e senza i soliti rimandi per studiare la situazione e tutte le eventuali conseguenze! Per Gesù ciò che conta, soprattutto, è raggiungere e salvare i lontani, curare le ferite dei malati, reintegrare tutti nella famiglia di Dio. E questo scandalizza qualcuno!
E Gesù non ha paura di questo tipo di scandalo! Egli non pensa alle persone chiuse che si scandalizzano addirittura per una guarigione, che si scandalizzano di fronte a qualsiasi apertura, a qualsiasi passo che non entri nei loro schemi mentali e spirituali, a qualsiasi carezza o tenerezza che non corrisponda alle loro abitudini di pensiero e alla loro purità ritualistica. Egli ha voluto integrare gli emarginati, salvare coloro che sono fuori dall’accampamento (cfr Gv 10).

Le due logiche
Sono due logiche di pensiero e di fede: la paura di perdere i salvati e il desiderio di salvare i perduti. Anche oggi accade, a volte, di trovarci nell’incrocio di queste due logiche: quella dei dottori della legge, ossia emarginare il pericolo allontanando la persona contagiata, e la logica di Dio che, con la sua misericordia, abbraccia e accoglie reintegrando e trasfigurando il male in bene, la condanna in salvezza e l’esclusione in annuncio.

La strada della chiesa…
Queste due logiche percorrono tutta la storia della Chiesa: emarginare e reintegrare. San Paolo, attuando il comandamento del Signore di portare l’annuncio del Vangelo fino agli estremi confini della terra (cfr Mt 28,19), scandalizzò e incontrò forte resistenza e grande ostilità soprattutto da coloro che esigevano un’incondizionata osservanza della Legge mosaica anche da parte dei pagani convertiti. Anche san Pietro venne criticato duramente dalla comunità quando entrò nella casa del centurione pagano Cornelio (cfr At 10).
La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione. Questo non vuol dire sottovalutare i pericoli o fare entrare i lupi nel gregge, ma accogliere il figlio prodigo pentito; sanare con determinazione e coraggio le ferite del peccato; rimboccarsi le maniche e non rimanere a guardare passivamente la sofferenza del mondo.
La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero; la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” essenziali dell’esistenza; quella di adottare integralmente la logica di Dio; di seguire il Maestro che disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Lc 5,31-32).

… come Gesù parla il linguaggio creativo della carità
Guarendo il lebbroso, Gesù non reca alcun danno a chi è sano, anzi lo libera dalla paura; non gli apporta un pericolo ma gli dona un fratello; non disprezza la Legge ma apprezza l’uomo, per il quale Dio ha ispirato la Legge. Infatti, Gesù libera i sani dalla tentazione del “fratello maggiore” (cfr Lc 15,11-32) e dal peso dell’invidia e della mormorazione degli “operai che hanno sopportato il peso della giornata e il caldo” (cfr Mt 20,1-16).
Di conseguenza: la carità non può essere neutra, asettica, indifferente, tiepida o imparziale! La carità contagia, appassiona, rischia e coinvolge! Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita! (cfr 1Cor 13). La carità è creativa nel trovare il linguaggio giusto per comunicare con tutti coloro che vengono ritenuti inguaribili e quindi intoccabili.
Trovare il linguaggio giusto… Il contatto è il vero linguaggio comunicativo, lo stesso linguaggio affettivo che ha trasmesso al lebbroso la guarigione. Quante guarigioni possiamo compiere e trasmettere imparando questo linguaggio del contatto! Era un lebbroso ed è diventato annunciatore dell’amore di Dio. Dice il Vangelo: “Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto” (Mc 1,45).

Fare propria la logica e la strada di Gesù …
Questa è la logica di Gesù, questa è la strada della Chiesa: non solo accogliere e integrare, con coraggio evangelico, quelli che bussano alla nostra porta, ma uscire, andare a cercare, senza pregiudizi e senza paura, i lontani manifestando loro gratuitamente ciò che noi abbiamo gratuitamente ricevuto. “Chi dice di rimanere in [Cristo], deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato” (1 Gv 2,6). La totale disponibilità nel servire gli altri è il nostro segno distintivo, è l’unico nostro titolo di onore!

…guardando a Maria e a Gesù
[…] Invochiamo l’intercessione di Maria, Madre della Chiesa, che ha sofferto in prima persona l’emarginazione a causa delle calunnie (cfr Gv 8,41) e dell’esilio (cfr Mt 2,13-23), affinché ci ottenga di essere servi fedeli a Dio. Ci insegni Lei - che è la Madre - a non avere paura di accogliere con tenerezza gli emarginati; a non avere paura della tenerezza. Quante volte abbiamo paura della tenerezza! Ci insegni a non avere paura della tenerezza e della compassione; ci rivesta di pazienza nell’accompagnarli nel loro cammino, senza cercare i risultati di un successo mondano; ci mostri Gesù e ci faccia camminare come Lui.

1,40-45 Sconfitta e vittoria [2]

Vittoria e sconfitta a confronto
Nel brano tratto dal primo libro di Samuele (4,1-11) si legge del popolo di Dio che è sconfitto in battaglia, in guerra contro i Filistei; nel Vangelo di Marco (1, 40-45) si racconta, invece, della vittoria sulla malattia del lebbroso che si affida a Gesù. Due esiti opposti dovuti alla differente fede dei protagonisti.

La sconfitta di Israele…
Israele fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte di Israele caddero trentamila fanti. Trentamila! In più l’arca di Dio fu presa e i due figli di Eli, Ofni e Fineès morirono. Il popolo, cioè, aveva perso tutto. Anche la dignità....
Ma perché, è successo questo? Il Signore era sempre stato con il suo popolo: Cosa ha portato a questa sconfitta? Il fatto è che il popolo passo, passo, passo, lentamente si era allontanato dal Signore; viveva mondanamente, addirittura si era fatto degli idoli. È vero che gli israeliti andavano al santuario di Silo, ma lo facevano in una maniera un po’... come se fosse una abitudine culturale: avevano perso il rapporto filiale con Dio. Ecco, quindi, il punto centrale: non adoravano più Dio. Perciò il Signore li lasciò da soli. Si allontanarono e Dio li lasciò fare.

Perché?
Ma non è tutto. Quando persero la prima battaglia, gli anziani si chiesero: “Ma perché ci ha sconfitto oggi il Signore, di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l’arca dell’alleanza!”“. In quel momento di difficoltà, cioè, ricordarono il Signore, ma ancora una volta senza vera fede. Infatti, andarono a prendere l’arca dell’alleanza come se fosse una cosa - scusatemi la parola - un po’ “magica”“. Dicevano: “Portiamo l’arca, ci salverà! Ci salverà!”. Ma nell’arca c’era la legge, quella legge che loro non osservavano e dalla quale si erano allontanati. Tutto questo significa che non c’era più un rapporto personale con il Signore: avevano dimenticato il Dio che li aveva salvati.
Avvenne così che gli israeliti portarono l’arca e che i filistei dapprima si spaventarono, ma poi dissero: “Ma no! Siamo uomini, andiamo avanti!”. E vinsero. La strage fu totale: trentamila fanti! E in più l’arca di Dio fu presa dai Filistei; i due figli di Eli, quei sacerdoti delinquenti che sfruttavano la gente nel Santuario di Silo, Ofni e Fineès, morirono. Un bilancio disastroso: il popolo senza fanti, senza giovani, senza Dio e senza sacerdoti. Una sconfitta totale!

Una lezione che vale per tutti
Nel salmo responsoriale (tratto dal salmo 43) si trova la reazione del popolo quando si accorge di quello che è accaduto: “Signore, ci hai respinti e coperti di vergogna”. Il salmista prega: “Svegliati, destati, non respingerci per sempre! Perché nascondi il tuo volto? Dimentichi la nostra miseria ed oppressione?”. Questa è la sconfitta: un popolo che si allontana da Dio finisce così. Ed è una lezione che vale per tutti. Anche oggi. Anche noi, apparentemente, siamo devoti, abbiamo un santuario, abbiamo tante cose...”. Ma “il tuo cuore è con Dio? Tu sai adorare Dio?”. E se credi in Dio, ma un Dio un po’ nebbioso, lontano, che non entra nel tuo cuore e tu non obbedisci ai suoi comandamenti, allora significa che sei di fronte a una “sconfitta”.

La vittoria del lebbroso…
D’altra parte il vangelo parla di una vittoria. “Venne da Gesù un lebbroso che lo supplicava in ginocchio - proprio in un gesto di adorazione - e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi”.
Il lebbroso, in un certo senso sfida il Signore dicendo: “io sono uno sconfitto nella vita”. Infatti era uno sconfitto, perché non poteva fare vita comune; era sempre “scartato”, messo da parte. Ma lo incalza: “Tu puoi trasformare questa sconfitta in vittoria!”. E davanti a questo, Gesù ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Io lo voglio! Sii purificato!”. Un’altra battaglia, quindi: questa però finita in due minuti con la vittoria, mentre quella degli israeliti durò tutta la giornata e finì con la sconfitta. La differenza sta nel fatto che quell’uomo aveva qualcosa che lo spingeva ad andare da Gesù e a lanciargli quella sfida. Insomma, aveva fede!

… è la vittoria della fede
Nel quinto capitolo della prima lettera di Giovanni, si legge: “È questa la vittoria nostra sul mondo: la nostra fede”. La fede vince sempre. La fede è vittoria. Ed è proprio quanto è capitato al lebbroso: “Se vuoi, puoi farlo”. Gli sconfitti descritti nella prima lettura, invece, pregavano Dio, portavano l’arca, ma non avevano fede, l’avevano dimenticata.
Quando si chiede con fede, Gesù stesso ci ha detto che si muovono le montagne: “Qualunque cosa che chiedete al Padre nel mio nome, vi sarà data. Chiedete e vi sarà dato; bussate e vi sarà aperto”. Tutto è possibile, ma solo con la fede. E questa è la nostra vittoria.

Chiedere la fede
Perciò, chiediamo al Signore che la nostra preghiera sempre abbia quella radice di fede: chiediamo la grazia della fede. La fede, infatti, è un dono e non si impara sui libri. Un dono del Signore che va chiesto. “Dammi la fede!”. “Credo, Signore!” ha detto quell’uomo che chiedeva a Gesù di guarire suo figlio: “Credo Signore, aiuta la mia poca fede”. Dobbiamo quindi chiedere al Signore la grazia di pregare con fede, di essere sicuri che ogni cosa che chiediamo a lui ci sarà data, con quella sicurezza che ci dà la fede. E questa è la nostra vittoria: la nostra fede.

1,40-45 Gesù è contro ogni specie di male [3]

Il lebbroso, un morto ambulante, supplica…
In queste domeniche l’evangelista Marco ci sta raccontando l’azione di Gesù contro ogni specie di male, a beneficio dei sofferenti nel corpo e nello spirito: indemoniati, ammalati, peccatori… Egli si presenta come colui che combatte e vince il male ovunque lo incontri. Nel Vangelo di oggi (cfr Mc 1,40-45) questa sua lotta affronta un caso emblematico, perché il malato è un lebbroso. La lebbra è una malattia contagiosa e impietosa, che sfigura la persona, e che era simbolo di impurità: il lebbroso doveva stare fuori dai centri abitati e segnalare la sua presenza ai passanti. Era emarginato dalla comunità civile e religiosa. Era come un morto ambulante.

… e Gesù gli manifesta la compassione paterna di Dio…
Gesù ha compassione, L’episodio della guarigione del lebbroso si svolge in tre brevi passaggi: l’invocazione del malato, la risposta di Gesù, le conseguenze della guarigione prodigiosa. Il lebbroso supplica Gesù “in ginocchio” e gli dice: “Se vuoi, puoi purificarmi” (v. 40). A questa preghiera umile e fiduciosa, Gesù reagisce con un atteggiamento profondo del suo animo: la compassione. E “compassione” è una parola molto profonda: compassione significa “patire-con-l’altro”. Il cuore di Cristo manifesta la compassione paterna di Dio per quell’uomo, avvicinandosi a lui e toccandolo. E questo particolare è molto importante. Gesù “tese la mano, lo toccò … e subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato” (v. 41).

… lo tocca superando ogni barriere.
La misericordia di Dio supera ogni barriera e la mano di Gesù tocca il lebbroso. Egli non si pone a distanza di sicurezza e non agisce per delega, ma si espone direttamente al contagio del nostro male; e così proprio il nostro male diventa il luogo del contatto: lui, Gesù, prende da noi la nostra umanità malata e noi prendiamo da lui la sua umanità sana e risanante. Questo avviene ogni volta che riceviamo con fede un Sacramento: il Signore Gesù ci “tocca” e ci dona la sua grazia. In questo caso pensiamo specialmente al Sacramento della Riconciliazione, che ci guarisce dalla lebbra del peccato.

Dio non viene “a tener lezione”, ma prende su di sé ogni dolore
Ancora una volta il Vangelo ci mostra che cosa fa Dio di fronte al nostro male: Dio non viene a “tenere una lezione” sul dolore; non viene neanche ad eliminare dal mondo la sofferenza e la morte; viene piuttosto a prendere su di sé il peso della nostra condizione umana, a portarla fino in fondo, per liberarci in modo radicale e definitivo. Così Cristo combatte i mali e le sofferenze del mondo: facendosene carico e vincendoli con la forza della misericordia di Dio.

I veri discepoli sono chiamati ad fare come lui, contagiati dal bene
A noi, oggi, il Vangelo della guarigione del lebbroso dice che, se vogliamo essere veri discepoli di Gesù, siamo chiamati a diventare, uniti a Lui, strumenti del suo amore misericordioso, superando ogni tipo di emarginazione. Per essere “imitatori di Cristo” (cfr 1Cor 11,1) di fronte a un povero o a un malato, non dobbiamo avere paura di guardarlo negli occhi e di avvicinarci con tenerezza e compassione, e di toccarlo e di abbracciarlo. Ho chiesto spesso, alle persone che aiutano gli altri, di farlo guardandoli negli occhi, di non avere paura di toccarli; che il gesto di aiuto sia anche un gesto di comunicazione: anche noi abbiamo bisogno di essere da loro accolti. Un gesto di tenerezza, un gesto di compassione… Ma io vi domando: voi, quando aiutate gli altri, li guardate negli occhi? Li accogliete senza paura di toccarli? Li accogliete con tenerezza? Pensate a questo: come aiutate? A distanza o con tenerezza, con vicinanza? Se il male è contagioso, lo è anche il bene. Pertanto, bisogna che abbondi in noi, sempre più, il bene. Lasciamoci contagiare dal bene e contagiamo il bene!

1,40-45 Famiglie missionarie: fare come Gesù (AL 289)

L’esercizio di trasmettere ai figli la fede, nel senso di facilitare la sua espressione e la sua crescita, permette che la famiglia diventi evangelizzatrice, e che spontaneamente inizi a trasmetterla a tutti coloro che le si accostano, anche al di fuori dello stesso ambiente familiare. I figli che crescono in famiglie missionarie spesso diventano missionari, se i genitori sanno vivere questo compito in modo tale che gli altri li sentano vicini e amichevoli, e così che i figli crescano in questo stile di relazione con il mondo, senza rinunciare alla propria fede e alle proprie convinzioni. Ricor-diamo che Gesù stesso mangiava e beveva con i peccatori (cfr Mc 2,16; Mt 11,19), poteva fermarsi a conversare con la samaritana (cfr Gv 4,7-26), e ricevere Nicodemo di notte (cfr Gv 3,1-21), si la-sciava ungere i piedi da una donna prostituta (cfr Lc 7,36-50), e non esitava a toccare i malati (cfr Mc 1,40-45; 7,33). Lo stesso facevano i suoi apostoli, che non erano persone sprezzanti verso gli altri, reclusi in piccoli gruppi di eletti, isolati dalla vita della gente. Mentre le autorità li perseguitava-no, loro godevano della simpatia di tutto il popolo (cfr At 2,47; 4,21.33; 5,13).

1,45 Con la Parola Gesù ha conquistato il cuore della gente (EG 136)

Rinnoviamo la nostra fiducia nella predicazione, che si fonda sulla convinzione che è Dio che desidera raggiungere gli altri attraverso il predicatore e che Egli dispiega il suo potere mediante la Parola umana. San Paolo parla con forza della necessità di predicare, perché il Signore ha voluto raggiungere gli altri anche con la nostra parola (cfr Rm 10,14-17). Con la parola nostro Signore ha conquistato il cuore della gente. Venivano ad ascoltarlo da ogni parte (cfr Mc 1,45). Restavano meravigliati “bevendo” i suoi insegnamenti (cfr Mc 6,2). Sentivano che parlava loro come chi ha autorità (cfr Mc 1,27). Con la parola gli Apostoli, che aveva istituito “perché stessero con lui e per mandarli a predicare” (Mc 3,14), attrassero in seno alla Chiesa tutti i popoli (cfr Mc 16,15.20).

Mc 1,45 Venivano ad ascoltarlo da tutte le parti [4]

Con la Parola Gesù conquistò il cuore della gente
“A distanza di oltre trentanni dal Concilio, mentre riflettiamo sull’Eucaristia domenicale, è necessario verificare come la Parola di Dio venga proclamata, nonché l’effettiva crescita, nel Popolo di Dio, della conoscenza e dell’amore della Sacra Scrittura. L’uno e l’altro aspetto, quello della celebrazione e quello dell’esperienza vissuta, stanno in intima relazione” (Dies Domini, 40).
Le parole di Giovanni Paolo II ci forniscono lo spunto per alcune considerazioni. Il Pontefice collega una domanda - “In che modo proclamiamo la Parola di Dio, come predichiamo?” - a un lavoro di riflessione: verificare la crescita reale ed effettiva della conoscenza e dell’amore per le Sacre Scritture nel popolo dei suoi fedeli. Quell’amore che, unito alla conoscenza, si traduce in “esperienza vissuta” e completa l’aspetto celebrativo dell’Eucaristia.
D’altra parte, è proprio in questo modo che nostro Signore conquistò il cuore della gente. Venivano ad ascoltarlo da tutte le parti (Mc 1,45), rimanevano sbalorditi, abbeverandosi ai suoi insegnamenti (Mc 6,2), sentivano che parlava loro con autorità (Mc 1,27). Fu attraverso la Parola di Dio che gli apostoli, che egli costituì “perché stessero con lui e per mandarli a predicare” (Mc 3,14), attirarono in seno alla Chiesa tutti i popoli (cfr Mc 16,15-20).

Annunciare la Parola con lo sguardo di un buon seminatore
Ma cosa significa “verificare”? È ovvio che la conoscenza e l’amore per le Sacre Scritture non si riscontrano con l’occhio statistico di chi si limita a contare le presenze alla messa domenicale o le copie della Bibbia acquistate.
La verifica, piuttosto, deve essere eseguita con lo sguardo di un buon seminatore: uno sguardo fiducioso e di ampio respiro, che non si limiti a rivolgere una breve occhiata ogni giorno al terreno in cui ha seminato, poiché egli sa che, sia che dorma, sia che resti sveglio, le sementi cresceranno da sole.
Lo sguardo del seminatore deve essere colmo di speranza. Egli, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non reagisce lamentandosi né creando allarmismi, ma scommette sulla fertilità del seme, vincendo la tentazione di affrettare i tempi.
Questo sguardo traboccante d’amore conosce la fecondità gratuita della carità: per quanto in molti terreni il seme sembri sprecato, là dove dà frutto lo dà in misura sovrabbondante.
È da un simile approccio al mondo che può nascere un’omelia che al tempo stesso semini e raccolga. Lo Spirito pone sulle labbra del predicatore parole che svolgono entrambe le funzioni, sia quando prepara la sua omelia, sia quando si rivolge al popolo. Sentendo e soppesando nel suo cuore le condizioni in cui versano la conoscenza e l’amore dei fedeli per la Parola di Dio, il predicatore miete un valore che è maturo e mostra le direzioni in cui può essere messo in pratica, e al contempo semina un desiderio, una speranza in più, se trova un terreno fertile, adatto alla crescita delle sementi.

NOTE
[1] Omelia per la Santa Messa con i nuovi cardinali e il Collegio cardinalizio, 15 febbraio 2015.
[2] Meditazione, 14 gennaio 2016.
[3] Angelus, 15 febbraio 2015.
[4] La gioia dell’evangelizzazione, Seduta plenaria della Pon¬tificia commissione per l’America Latina, Roma, gennaio 2005; J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 145-160.

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