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Aggirare l'ostacolo

Sorella Maria - Bose

13 febbraio 2018

 

In quel tempo 10si avvicinarono i discepoli a Gesù e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». 11Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. 12Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. 13Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 14Così si compie per loro la profezia di Isaia che dice:
Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
15Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!
16Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Mt 13,10-17

Da ogni pagina dei Vangeli impariamo che Gesù è maestro di adesione alla realtà, e che non fa né dice mai nulla che non sia una risposta, una responsabilità che si prende della realtà che lo circonda. Dunque anche tutta la negatività della vita gli è sempre presente ed è proprio ciò a cui Gesù fa fronte.
In questo Vangelo colpisce il rapporto tra la capacità meravigliosa di Gesù di inventare parabole e la motivazione: “Hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non ascoltano”. Il parlare di Gesù in parabole, questa forma della parola così sapiente e geniale che ancora oggi mantiene intatta la sua eloquenza, ineguagliabile nell’interpellare i pensieri del cuore, e che ci lascia la libertà di accogliere o rifiutare la sua parola, è il tentativo di aggirare l’ostacolo della nostra cecità e sordità, della nostra paura di diventare responsabili di ciò che è alla portata dei nostri occhi e delle nostre orecchie.
Interrogato dai discepoli, Gesù dice: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma a loro non è dato”. Questa parola, che qui distingue i discepoli dalla folla, non dice arbitrio nella scelta di Dio, ma che il regno è accolto solo da alcuni: da chi lo accoglie non come un diritto ma come il dono più grande, diventandone discepolo. A ognuno la libertà di accoglierlo o rifiutarlo.
Gesù dice anche: “Come a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Questa parola ci turba se la prendiamo come una decisione sua: ma Gesù non sta affatto dicendo che è giusto così! Gesù, prendendo come sempre lezione dalla realtà, dice ciò che sempre accade: come il denaro fugge da chi ne ha poco e va da chi ne ha già tanto, come la conoscenza produce accrescimento di conoscenza e l’ignoranza di ignoranza, così chi accoglie il mistero del regno dei cieli cresce in questa conoscenza, e chi non ascolta la parola del regno ne resta sempre più lontano.
E Gesù cita il lungo testo di Isaia per interpretare la realtà che si trova davanti, che è la nostra e quella che anche noi abbiamo sempre davanti agli occhi: la cecità di coloro che hanno occhi ma non vedono l’evidenza, la sordità di coloro che hanno orecchi ma non odono il bisogno e il dolore che li attornia, l’invito alla conversione che tutto ci rivolge.
Gesù parla in parabole per tentare di aggirare questa situazione cronica degli umani, non certo per produrla! Dice: “Perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono” all’indicativo presente: sono una descrizione di ciò che accade, non una minaccia! Gesù interpreta ciò che gli avviene con la Parola di Dio: egli vedrà spesso fallire la parola di Dio e la sua, nel popolo come nei suoi discepoli. Ma continua ad aver fede nella potenza della Parola. Ed è ciò che narra nelle parabole, in quella del seminatore, in quella della zizzania e del buon grano, in quella del seme che germoglia e cresce senza che si sappia come. Perché le parabole ci leggono.
Esemplare nell’Antico Testamento, in 2 Samuele 12,1-8, quella in cui Natan, parlando di un povero derubato della sua unica capretta, rimprovera a David il suo delitto; ognuno può dire come David: “Quell’uomo merita la morte” pensando ad altri che a sé, oppure può arrivare a capire: “Sei tu quell’uomo” e pentirsi.

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