Nel giardino biblico

dei simboli

Alessandro Andreini

 

Tre simboli naturali, la grotta (terra), il mare (acqua), l'arcobaleno (aria) sono «veicoli» preziosi di rivelazione: presenti anche nell'antichità classica greca con Platone e Omero, essi ci aiutano a capire il messaggio della Scrittura sui grandi elementi della realtà: sulla terra, da abitare nel profondo, sul mare, da attraversare, sull'arcobaleno, da contemplare per ricordare.

La Bibbia è un giardino di simboli. Se non mancano pagine di alta speculazione teologica e perfino filosofica, in realtà, essa si riferisce alle realtà più alte e misteriose di Dio e dell'uomo soprattutto attraverso un linguaggio simbolico che ha le sue radici principalmente nel mondo della natura. Un metodo il cui presupposto è facilmente riconoscibile: poiché Dio è l'autore di tutte le cose, è indiscutibile che egli vi abbia, in qualche modo, nascosto un qualche messaggio, un insegnamento. E che, per questo, i simboli naturali rappresentino per noi un prezioso veicolo di rivelazione, di ulteriore conoscenza del mondo di Dio. Proviamo a interrogarne tre per tentare di comprendere che cosa la Scrittura pensi e dica riguardo ad alcuni degli elementi fondamentali della vita: la grotta (la terra), il mare (l'acqua), l'arcobaleno (l'aria).

La grotta, una luce nel profondo della terra

Esiste un singolare parallelismo tra l'idea che il mondo biblico ha della grotta, almeno da come è evocata nel racconto della distruzione di Sodoma e della fuga di Lot e delle sue figlie (cfr. Gn 19), e quella certamente più nota per cui Platone ne fa la prigione di coloro che non conoscono il mondo se non per speculum in aenigmate e sono condannati a restar tali, ingannati al punto di uccidere chi volesse smascherare la loro amara condizione d schiavitù. È in una caverna, infatti, che Lot e le figlie si rifugiano dopo che la sentenza divina è stata eseguita sulla grande città cananea: se la notte precedente la casa (bayit) di Lot era stata un rifugio sicuro per gli angeli venuti a Sodoma per giudicarla, distrutta essa ormai lascia il posto alla spelonca (me'arah), segnando la regressione a uno stato di vita preurbano, primordiale, di poco superiore a quello animale: stato non dissimile da quello dei prigionieri platonici.
Dalla caverna, insomma, occorre uscire, per conoscere e per essere davvero uomini. È quanto lascia intendere anche l'episodio assai noto del profeta Elia, salito sul monte Horeb dopo quaranta giorni e quaranta notti di cammino: è «uscendo dalla caverna» nella quale ha atteso la rivelazione di Dio, infatti, che Elia riconosce la presenza dell'Altissimo «nel suono sottile del silenzio», come si esprime letteralmente il testo sacro. Un episodio che, tuttavia, ci conduce verso una lettura ancora più profonda del simbolo della «grotta». E piuttosto restando nella grotta che non uscendone, infatti, che Elia distingue dove Dio veramente si trova: non nel fuoco, appunto, nel vento o nella bufera. È calandosi, cioè, nelle profondità della terra, lì dove anche il saggio platonico, in ultima analisi, è chiamato a tornare per chiamare alla luce i suoi sfortunati compagni, che è possibile conoscere veramente. La conoscenza, in altri termini, è sì un'esperienza di luce e di solarità– come l'ha celebrata soprattutto il cosiddetto «secolo dei Lumi» –, ma alla quale non si giunge se non attraverso il mistero della notte, della sofferenza, addirittura dell'annientamento: in fondo, anche per Platone, il modello supremo della saggezza è proprio quel Socrate che va incontro liberamente alla morte, e che è pago non del successo della propria conoscenza, ma della testimonianza che essa rende attraverso l'ingiusta condanna.
È comunque con la rivelazione cristiana che il simbolo della grotta tocca il vertice della sua portata simbolica: dalla grotta di Betlemme a quella intatta, posta nel giardino di Gerusalemme, la narrazione evangelica sembra quasi sigillata da una grande inclusione in cui nascita e sepoltura di Gesù si rimandano l'un l'altra. E noto, in effetti, come il racconto della nascita di Cristo – così come lo conosciamo dal Vangelo soprattutto di Luca – sia costruito in continuo riferimento con i fatti della sua morte e sepoltura a Gerusalemme: le bende con cui è avvolto, la deposizione in una mangiatoia, la grotta che lo ospita, appunto. Una «nascita per la morte», potremmo definire, con le parole di Heidegger, il destino del bambino nato a Betlemme: ma una nascita che della morte ha avuto, infine e per sempre, ragione! Come canta un bellissimo inno di Romano il Melode (490-560) dedicato alla nascita di Cristo, «La Vergine partorisce oggi chi ci supera e la terra dona una grotta a chi è inaccessibile». Luogo della lontananza di Dio, pericoloso, ostile, la grotta è il grembo della natura e della storia nel quale Dio doveva scendere per sconfiggere per sempre la maledizione della nostra separazione da lui: un grembo femminile! Nell'intimo della terra, nel fondo della grotta, Cristo è nato da una donna per santificare l'intero cosmo, per fecondare la terra e farla diventare nostro rifugio.

Un sentiero aperto sul mare

Quando Socrate, dialogando con il discepolo Fedone nel dialogo platonico che porta il suo nome, ricorreva al simbolo del «mare» per descrivere la condizione dell'esistenza umana non si inoltrava in una metafora sconosciuta: già la ben nota saga omerica di Odisseo, infatti, aveva ampiamente illustrato, con il disperato vagare dell'eroe di Itaca nell'inospitale Mediterraneo, proprio l'immagine che Socrate evoca alla vigilia della propria morte, ovvero la necessità, per l'uomo, di «attraversare il mare della vita» e giungere al di là, non senza aver fatto tesoro del dramma di questo attraversamento e delle esperienze che esso nasconde. Così, l'uomo dal multiforme ingegno è punito dagli dèi per l'inganno della presa di Troia con dieci lunghi anni di girovagazioni su un elemento, l'acqua, che potentemente esemplifica l'instabilità, il rischio, la fragilità dell'esistenza: cangiante, mobile, inafferrabile, l'acqua è davvero come la nostra vita, della quale vorremmo fissare una figura riconoscibile e univoca, ma che sempre torna a mutare, come le dune trascinate dal vento in quel deserto in cui il popolo ebraico, in modo non così dissimile dall'avventura di Odisseo, restò imprigionato per quarant'anni. Eppure, non vi è sapienza della vita, sembra dirci la tradizione del pensiero greco, popolo che ben conosceva la pratica della navigazione, senza questo confronto, senza questo «passaggio» che è anche un'iniziazione. Che il mare abbia in sé un carattere di terribilità ce ne dà conferma il noto episodio narrato nel capitolo XIV dell'Esodo, il «passaggio del mare» del popolo ebraico in fuga dall'Egitto. L'acqua, elemento ostile, che, non a caso, nella Genesi indica la materia primordiale informe sulla quale aleggia lo spirito, quel caos – tohu wabohu – in cui il Signore minaccia di far ricadere il mondo con il diluvio, è qui dominata, plasmata, resa docile alla volontà di Dio. E il canto di vittoria che segue la liberazione è tutto un intreccio di lode e di stupore per quest'opera di Dio che ha sovvertito le leggi della natura facendola sua alleata contro l'esercito egiziano: «(...) si accumularono le acque, si alzarono le onde come un argine, si rappresero gli abissi in fondo al mare» (Es 15,8). Un'azione che Dio tornerà a compiere in altri eventi chiave della storia del popolo eletto: al momento dell'ingresso nella terra promessa quando, come canta il Salmo 113, il Giordano cambiò addirittura il suo corso «volgendosi indietro»; e anche quando Elia, insieme al discepolo Eliseo, percuote le acque dello stesso fiume per attraversarlo, ed esse ancora una volta si dividono (cfr. 2Re 2,8). Ogni volta che interviene, dunque, Dio apre agli israeliti «una via attraverso l'acqua». È Dio, infatti, la sola roccia di salvezza, il bastione sicuro al quale il popolo può aggrapparsi: «(...) questo è il Signore nostro Dio, in eterno, sempre» esclama il salmista contemplando le contrafforti della città santa (Sal 48)!
La vicenda terrena di Gesù di Nazaret non resterà estranea a questo simbolo per eccellenza della condizione umana che è il mare. È sulle rive del «mare di Galilea» che si svolge molta della sua predicazione: è qui che egli chiama i primi discepoli, è qui che si compie il segno della pesca miracolosa, qui che, risorto, affiderà a Pietro il mandato di pascere il suo gregge. Kinneret, il mare d'arpa, così chiamato per la sua
forma, è spesso sorpreso dalle tempeste quando lo percorrono i venti che scendono dagli altipiani della Giordania: un mare pericoloso, dunque, ma ormai docile alla parola di quel Gesù che cammina sulle sue acque, le placa, comanda loro di tacere, lui che è Signore delle acque ben più di Mosè, colui che dalle acque era stato salvato. Quasi a dire che la metafora del mare è superata, poiché esso è divenuto definitivamente «terra» sotto i piedi di chi ha fede: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (Mt 14,31) chiede Gesù a Pietro che ancora affonda, nonostante l'esplicito invito del Maestro a seguirlo sul mare.
In definitiva, è proprio nel cuore della tempesta, al fondo della nostra paura e del dramma dell'esistenza umana che Dio continua a rivelarsi: gli evangelisti, e in particolare Marco, non casualmente narrano l'episodio della tempesta sedata con il genere letterario della teofania: i discepoli, si legge infatti, «(...) erano enormemente stupiti in se stessi» (Mc 6,51), terrorizzati dalla furia del lago ma anche da un Gesù che non riconoscono. «Chi è costui – si chiedono – al quale il vento e l'acqua obbediscono?» (Lc 8,25). Nel vangelo di Giovanni, la risposta di Gesù è solenne: non «sono io», come potremmo dirci l'un l'altro in un comune dialogo, ma «lo sono» (Gv 6,20), secondo l'espressione teofanica del Dio del roveto ardente. Sì, sul mare, in mezzo al mare in tempesta, Dio continua a rivelarsi e a chiamarci alla fede, trasformando questa stessa acqua ostile in strumento di salvezza in quell'immersione battesimale nella morte e risurrezione di Cristo che è il «passaggio» per eccellenza alla vera vita.

L'arcobaleno, tra cielo e terra

«Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell'alleanza tra me e la terra» (Gn 9,13). Chi non ha sobbalzato di gioia e di stupore alla vista di un arcobaleno, quando il cielo nero di un temporale, all'improvviso, viene squarciato da una lama di sole e le gocce di pioggia si trasformano in un caleidoscopio di colori che svettano alti tra le nubi? Un segno perfettamente geometrico, talvolta, che abbraccia tutto il cielo, e lo raccoglie nella sua corsa circolare da un capo all'altro dell'orizzonte: l'uomo antico vi ha visto, da sempre, un segno di benedizione e di favore divino, il ponte gettato tra terra e cielo, addirittura il ponte degli dèi sul quale essi ci raggiungono e ci comunicano il loro volere. Nella mitologia greca, in particolare, l'arcobaleno è la personificazione di H, la messaggera degli dèi, veloce come il vento: come racconta Virgilio, il sole si diverte a scherzare con le perle di rugiada che coprono le sue ali d'oro, rivestendola di mille colori (EneideV, 700). Simbolo di riconciliazione e di pace, di armonia ristabilita e di ricongiungimento, non è un caso che l'arcobaleno costituisca, per così dire, il sigillo di una delle pagine più alte e drammatiche della rivelazione ebraico-cristiana, appunto il racconto del diluvio universale, narrato nei capitoli dal sesto al nono del libro della Genesi. Gli uomini avevano raggiunto le perversioni più abominevoli, racconta il testo sacro, e male era tutto ciò che essi concepivano nel loro cuore. E allora, prosegue introducendo il secondo attore del dramma e indicando già il tema di fondo della narrazione, «(...) il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo» (Gn 6,6). È a causa dell'uomo, si dice infatti subito dopo, che la terra, creata da Dio per essere segno di armonia, bellezza e
bontà, è invece corrotta e piena di violenza. L'uomo sta rovinando la creazione attraverso la sua perversione? E allora Dio stesso rovinerà l'uomo e la terra che lo ospita: «Ecco, io manderò il diluvio (...) per distruggere sotto il cielo ogni carne, in cui è alito di vita» (Gn 6,17).
Ma può Dio davvero pentirsi di una propria azione? Può davvero rovinare la bellezza cui ha dato vita all'inizio? E cosa significa questo «sdegno» che il linguaggio antropomorfico della Bibbia attribuisce a Dio se non che egli è talmente afflitto dal tradimento dell'uomo da non voler far nulla per impedire che giunga fino all'auto-distruzione e alla devastazione del mondo? Il silenzio di Dio, potrebbero confermare i mistici, è il suo modo per comunicarci la disapprovazione nei confronti del nostro operato. E del resto, la Bibbia non pecca di esagerazione quando attribuisce alla cattiveria umana una catastrofe cosmica come il diluvio: non dimentichiamo, infatti, che fino a poco più di dieci anni fa, l'umanità viveva sotto l'incubo della catastrofe nucleare e che, ancora oggi, restano pericolosamente probabili gli scenari apocalittici della crisi ecologica, come non si stanca di ricordarci papa Francesco.
Da parte loro, in effetti, gli esegeti ci insegnano che il racconto del diluvio, in cui convergono due diverse tradizioni, è costruito in maniera concentrica, come un processo nel quale alla sconvolgente opera di «decreazione» prodotta dalla pioggia e dall'inondazione corrisponde una consolante opera di «ri-creazione» condotta da Dio e conclusa con il solenne rinnovamento dell'alleanza sancito dal segno dell'arcobaleno. Punto di svolta di questo evento cosmico, e che ne rovescia radicalmente la direzione, dopo che per centocinquanta giorni le acque hanno sommerso e soffocato la vita, è il «ricordo» di Dio: «Dio si ricordò di Noè» (Gn 8,1), dice il racconto, facendo ancora ricorso al linguaggio antropomorfico. Proprio quando il cosmo è irrimediabilmente distrutto e le acque superiori – secondo la concezione dell'epoca – si sono ormai interamente riversate nel mondo inferiore, quando la materia è regredita a quello stato di caos in cui giaceva prima della creazione, proprio allora Dio si ricorda: come a dire che niente di ciò che esiste può restar tale senza il sostegno e la forza di Dio, non solo, ma che Dio è sempre disposto a riallacciare il dialogo con l'uomo e a scommettere su di lui, è sempre pronto a ricreare il mondo.
Dio «ricorda» e tutto riprende vita: Noè, la sua famiglia, gli animali che ha portato sull'arca, possono tornare ad abitare la terra finalmente «ricreata». In fondo, come ogni pagina biblica, anche il racconto del diluvio non è altro che una rivelazione su Dio: chi è dunque il creatore del mondo? Non il Dio adirato che impugna il suo arco di guerra (qeget in ebraico) così come lo descrivono numerosi passi biblici – un Dio corrucciato e minaccioso che si muove coi gesti di un arciere implacabile –, ma il Dio che quello stesso arco pone per sempre sopra le nubi, in segno di una riconciliazione definitivamente stabilita. E il racconto della Genesi lo dichiara nel modo più esplicito e chiaro, utilizzando per indicare l'arcobaleno proprio il termine che designa l'arco di guerra. Un'immagine di vetusta bellezza: Dio mostra al mondo che ha deposto il suo arco (Gerhard von Rad).
Ma l'alleanza di Dio con Noè – l'alleanza più universale che la Bibbia conosca e che riveste un significato particolarissimo dal momento che il costruttore dell'arca non è un pio israelita, un circonciso, ma semplicemente un giusto, rappresentante, dunque, di tutta l'umanità –ha ancora un segreto da svelarci, offrendoci un ultimo dettaglio riguardo al simbolo dell'arcobaleno intorno al quale abbiamo riflettuto. Dice infatti Dio a Noè con particolare solennità: «Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l'arco sulle nubi ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e tra ogni essere che vive in ogni carne e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne. L'arco sarà sulle nubi e io lo guarderò per ricordare l'alleanza eterna tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra» (Gn 9,14-16). Anche Dio, dunque, «guarda» a quella meraviglia del creato che è l'arcobaleno, e l'arco tra la terra e il cielo diviene pegno di gioia e di fedeltà: quando le nubi si chiudono sopra di noi, quando la cattiveria umana offusca la limpidezza del progetto divino della creazione, non viene meno il mistero dell'amore di Dio che in Gesù Cristo, sapienza eterna e vera sintesi della bellezza e della bontà, ha plasmato il mondo per condurlo alla pienezza della vita.

Un'immersione rischiosa, ma profonda e benedetta

Terra da abitare nel profondo, mare da attraversare, arcobaleno da contemplare per ricordare: non potrebbe esserci insegnamento più chiaro circa il modo in cui Dio pensa che l'uomo debba concepire la propria esistenza. Non come un luogo protetto e separato, ma come un continuo coinvolgimento, un'immersione rischiosa, ma proprio per questo feconda e benedetta, nel mistero della vita dove l'amore di Dio pulsa invitandoci a fare quello che lui stesso ha fatto: dopo tutto, il vero segreto della natura e della storia è la dinamica della Pasqua, il morire per risorgere, dare la vita per averla di nuovo. Tutto il resto non ha futuro.

(Testimonianze 515-516-517 2017/2018: Acqua Aria Terra Fuoco, pp.106-113)