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Il paradosso

dell’amore di Dio

Fratel Daniel - Bose

5 marzo 2018

In quel tempo 27 Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. 28 Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti”. 29 Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. 30 E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. 31 E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32 Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33 Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.
Mc 8,27-33

Siamo al cuore dell’Evangelo secondo Marco: una tappa decisiva del racconto e della vita di Gesù. Lo conferma il vocabolario di questi versetti.
Da una parte una serie di termini che ricordano tutto ciò che precede: i titoli dati a Gesù, in particolare quelli tutt’ora enigmatici di “Cristo” e di “Figlio dell’uomo”; ma anche la “via” percorsa da Gesù che lo ha condotto con i suoi discepoli al confine nord della terra d’Israele, a Cesarea di Filippo, città costruita in onore dell’imperatore su un antico santuario di Pan, come evoca oggi ancora il nome di Banyas. Di là si entra in territorio pagano.
Anche l’“insegnare”, il “dire la Parola” (reso un po’ banalmente con: “fare questo discorso”) e il “rimproverare” (“ordinare severamente”) sono tornati più volte in precedenza, nonché la menzione degli anziani, dei capi sacerdoti e degli scribi, e l’appello a venire “dietro a me”. Gli otto primi capitoli dell’evangelo confluiscono così in questa scena che segna per Gesù un tempo di ripensamento, forse di crisi.
Altre parole appaiono invece qui per la prima volta e annunciano la seconda parte dell’evangelo. Anzitutto l’espressione: “e cominciò a”, segno che ora inizia un insegnamento nuovo. Finora infatti Gesù ha proclamato la gioia del regno di Dio. Ora il suo annuncio è segnato da una necessità: “il Figlio dell’uomo deve” e, peggio, da una necessità di rigetto, sofferenza e morte che sfocia poi, inaspettatamente, in un “risorgere il terzo giorno”. Inoltre questo nuovo insegnamento è una parola detta “apertamente”, con la certezza della sua ineluttabilità.
Ci riesce difficile percepire lo shock che queste parole hanno provocato sui discepoli, tanto le abbiamo sentite più volte. Lo rivela però un altro elemento, che accresce la drammaticità della scena: per aver rifiutato questa parola, Pietro, il primo dei discepoli e il loro portavoce, si vede chiamato “Satana”, con il nome di colui che, all’inizio dell’evangelo, si era opposto a Gesù per impedirgli di percorrere il cammino della nostra salvezza (Marco 1,12-13).
Cosa rifiuta Pietro? Ciò che anche per noi fa problema: quella necessità. Tanto più che ci è stata a lungo spiegata in chiave sacrificale, come se Dio avesse deciso di riversare sul proprio Figlio la pena del nostro peccato, e di fare di lui il capro espiatorio delle nostre ribellioni. Non è questa la necessità di cui si parla; non è nemmeno quella che Gesù poteva intuire dalle reazioni che il suo stile di vita suscitava presso i suoi avversari.
Piuttosto è la sovrana decisione di Dio di rivelarsi non nella potenza, nella forza e nello sfarzo delle divinità create dagli uomini in tutti i tempi, anche in quelli di ateismo o di agnosticismo, bensì nella debolezza, nella nudità e nella sofferenza del Crocifisso. Là proprio Dio racconta il suo amore per noi, fino a dare la propria vita, purché noi possiamo vivere, e vivere della sua stessa vita. Non è forse questo lo scandalo della croce, e per noi, la grande e bella notizia della vita (e dell’amore) più forte della morte?

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