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Perché la croce

non è un simbolo

Ermes Ronchi - Marina Marcolini


Al collo di moltissimi cristiani pende una catenina con un ciondolo d’oro, di ferro, di legno, di vetro, a forma di croce. Due linee ortogonali, semplicissime e forti, che sono diventate, con il loro “visibile parlare”, come una dichiarazione di fede o forse, per alcuni, solo di appartenenza. Tenuta da alcuni celata con cura sotto gli abiti, da altri esibita sul petto, la croce ha l’eloquenza di un simbolo evidente a tutti nel nostro mondo: segna i profili di molte vette di montagna, si innesta sulla punta dei campanili di tutti i paesi, ti attende alla svolta dei sentieri di campagna, è parte del nostro paesaggio, al vertice di quella foresta di simboli che la religiosità ha sempre ispirato.
Quella croce che si è incisa almeno una volta negli occhi di tutti, di che cosa è il racconto? Non è portata al collo per mostrare o celebrare uno strumento di tortura e di morte. Chi porterebbe al collo una forca con il suo cappio oppure una sedia elettrica? La croce invece racconta una storia d’amore e di dolore, pronuncia un nome inconfondibile, che profuma di bene e di vita: Gesù.
Nel racconto dei Vangeli della passione, la croce non è mai ridotta a simbolo: è la croce portata da Gesù (Gv 19,17) e alla quale Gesù è inchiodato (Gv 19,18.20), ed è in quanto croce di Gesù che raccoglie l’ultimo gruppetto di quattro donne fedeli e un giovane discepolo (Gv 19,25). Cristo senza la croce è incomprensibile, ma la croce senza Cristo è un semplice simbolo di morte.
Nella storia dell’immaginario cristiano la scelta di rappresentare la croce senza il volto del Crocifisso ha dato origine ad alcuni filoni iconografici minori, e tuttavia densi di suggestione. Sono nate così le croci gemmate bizantine, dove il fulgore della gemma vuole significare proprio l’innesto della luce della Resurrezione sulla storia di morte della croce. Sono state erette e scolpite le grandi croci armene di pietra, i khachkar, dove il rigido e il duro della roccia si trasfor-mano in un’effervescenza fantastica di linee avvolgenti, spirali, viticci, fiori: è la pietra che si veste di vita e di angeli, è la croce che a Pasqua fiorisce.
Parafrasando un’espressione di Immanuel Kant, si potrebbe dire che la croce senza la Pasqua è cieca, non ha orientamento e approdo; e che la Pasqua senza la croce è vuota, è un pensiero gentile, un’allegoria della primavera eterna, ma non ha il contenuto, il peso di un corpo lacerato d’amore e di dolore.
Croce e Pasqua sono anche l’emblema di due vie spirituali e artistiche diverse, entrambe soglie aperte al mistero e alla bellezza: il cristianesimo occidentale ha privilegiato la riproduzione della croce e la contemplazione del volto del Crocifisso; il mondo orientale ha moltiplicato invece l’attenzione per il volto del Cristo risorto e vivente. Il nostro Medioevo ha cantato laudi commosse alla croce e alla passione, l’Oriente invece si accende di inni al fuoco e alla luce di Pasqua.
Croce come oggetto sacro, come strumento di salvezza e compendio del dolore del mondo. La croce è tutto questo ma anche molto di più. Si corre sempre il rischio di depersonalizzarla, di trattarla come un simbolo, e invece è una persona. In mezzo c’è la differenza che passa tra il mito e l’icona: nel primo si parla di realtà puramente spirituali, mentre nell’icona croce è Crocifisso, così come Natività è una ragazza ebrea con il suo bambino. Sono figure reali, non simboli astratti, e sono figure immerse in qualcosa di dinamico, un evento: croce è Resurrezione che segue una morte reale (Massimo Cacciari). Diversi sono i significati che prende la croce, secondo il lato da cui la si guarda. Una lunga tradizione ne ha fatto il simbolo della vita “dura” dell’uomo spirituale, che disprezza le cose del mondo e in sostanza la vita. Da quest’angolatura, croce significa tribolazione, patimento, sofferenze. Un’opera che ha avuto grandissima diffusione per vari secoli quale l’Imitazione di Cristo si fonda su questo perverso assunto: «Tutta la vita di Cristo fu croce e martirio e tu cerchi per te riposo e gioia? Sbagli, sbagli se cerchi qualcosa d’altro, che non sia il patire tribolazioni; perché tutta questa vita mortale è piena di miseria e segnata tutt’intorno da croci».
È questa la linea del «masochismo spirituale, ossia la tentazione della croce senza Cristo» (papa Francesco). Una tradizione dimentica della volontà del Signore: offrire la sua gioia – e gioia piena – a chi ne imita la vita (Gv 15,11).
Guardare la croce dalla parte della vita permette di leggerla come il più grande gesto di amore alla vita di Gesù. Perché è solo l’amore alla vita che dona il coraggio di offrirsi con cuore libero alla logica misteriosa della croce. Che testimonia non il disprezzo verso la vita ma al contrario la serietà con cui va vissuta. Un sì talmente pieno alla vita, da essere capace di arginare tutti i no. Poche ore prima di pendere dal legno, Gesù cita da Isaia i versetti sul servo sofferente, «uomo dei dolori che ben conosce il patire» (Is 52,13 ss.). Su questo sfondo la croce assume il senso della fedeltà a una missione di vita e di amore, nonostante tutto. La cattiveria altrui non gli lascia altro spazio per vivere e allora decide di entrare in questa feritoia angusta, perché l’alternativa dell’abbandono e del tradimento gli appare più mortifera della morte stessa (Chino Biscontin).
La croce è anche scandalo (1Cor, 23,1). Pier Paolo Pasolini scrive che la passione è una bestemmia.
Lo shock più grande. Il cristianesimo nasce da un trauma, il più terribile mai provato dai credenti di tutte le fedi. E inconcepibile: l’uomo-Dio torturato e ucciso in modo orrendo. Insieme a Dio muore sulla croce il sogno di un’umanità redenta, guarita, un sogno di fratellanza e amore universale: il regno di Dio, il sogno più grandioso mai sognato, annientato in poche ore di interrogatorio, tortura, esecuzione. C’è una piccola comunità che ha preso forma intorno a quel sogno, una comunità vivace, anche se non priva d’incomprensioni e lacerazioni. Quelle donne e quegli uomini hanno dovuto assistere allo stupro della loro speranza. I colpi che inchiodano il corpo di Dio sul legno trapassano la carne tenera di un regno in fasce. Storditi, disorientati, spaventati, si disperdono o rinchiudono in se stessi. Da un traguardo che sembrava vicino si trovano rigettati nel fondo incomprensibile e scuro di chi, salpato per mari aperti, ha sentito la barca sfasciarsi sotto i piedi.
Sarà l’illogico a salvarli, una breccia di follia dentro le loro esistenze diminuite, ritornate a mera misura della realtà dei fatti.
L’irruzione del nuovo, dell’impensato, avviene nel cuore del trauma. Scompiglia e rilancia. Con Gesù risorto risuscita dal naufragio il sogno.
La croce/resurrezione sta lì sempre a dirci che non ci può essere tradimento tanto grande, delusione tanto bruciante da non poter essere vinta dalla creatività illogica dell’amore. I cristiani continuano a credere che un altro mondo è possibile. Custodi della buona notizia, sanno che il mistero del Regno è inscritto nella vita, non solo nella religione.

(Avvenire - 4 marzo 2018)

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