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Domenica della

Divina Misericordia

Domenica II di Pasqua B

a cura di Franco Galeone *

Tommaso Caravaggio2
Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (1601-1602)

Un cuor solo…

1. La descrizione della prima comunità cristiana di Gerusalemme è certo idealizzata, però resta una proposta ed una provocazione alle nuove comunità. Ogni generazione cristiana che vi si confronta, trova uno stimolo per vivere con la stessa coerenza lo stesso messaggio cristiano, anche se in situazioni diverse. La comunanza dei bene fra i cristiani (koinonìa) è la naturale conseguenza della fede comune nel Signore: “un cuor solo, un’anima sola”, ma anche “ogni cosa era tra loro in comune” (I lettura). Se c’è vera comunione con Dio, non può non esserci attenzione vera al prossimo; distribuire i propri beni ai poveri è un gesto libero e non può essere imposto; la koinonìa è frutto dello Spirito, realizza il comandamento dell’amore, testimonia la novità degli ultimi tempi (II lettura).

 

Ogni cosa era tra loro in comune

2. Il fatto che “ogni cosa era tra loro in comune” è diventato come l’emblema della vita monastica. Esistono, invece, almeno due falsificazioni cui è stato sottoposto metodicamente il brano di Atti, 4,32. La prima è quella di ridurre la comunità a un fatto sentimentale, a un volersi bene: “Avevano un cuor solo e un’anima sola”. Quante mistificazioni liriche a riguardo! La comunità è molto più che una labile coincidenza di sentimenti. L’altra deformazione consiste nell’esaltazione esemplare della povertà. Ma, ad una più attenta lettura di Atti 4,32, la povertà non viene esaltata ma eliminata: “Non c’era tra loro nessun bisognoso”. La lotta contro il bisogno deriva anche dalla fede nel Risorto. Se tra noi ci sono ancora dei bisognosi, vuol dire che siamo ancora lontani dal regno di Dio. Non è la povertà che conta, ma l’amore. Il vero modo di vivere la povertà evangelica è usare la cose come segno dell’amore. Fare a meno delle cose è ascetica pagana. L’imperativo della Scrittura è la crescita della creazione, il moltiplicarsi del benessere, non uno sterile programma stoico o il cinico rifiuto delle cose. L’abbondanza è segno di Dio, purché non diventi segno di diversità, occasione di divisione tra gli uomini, ma mezzo di comunione e di condivisione.

Prima stazione della “Via della Gioia”

3. Durante la quaresima abbiamo certamente fatto la “Via della croce”. Sta bene, è una cosa molto utile. Dopo Pasqua, però, siamo invitati a fare la “Via della gioia”. Non esiste niente di simile nelle nostre chiese. È un male, perché queste “stazioni della gioia” dovrebbero essere altrettanto frequentate e meditate quanto le “stazioni della croce”. La percorreremo insieme, queste domeniche, la “Via della gioia”. Mediteremo sulle apparizioni del Risorto, con le quali egli con pazienza e tenerezza ha tentato di svegliare i suoi apostoli alla gioia. La prima stazione è quella di Tommaso l’incredulo, un autentico uomo di oggi, uno che crede solo a quello che tocca: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, non crederò”. Una durezza così spietata non può derivare che da una terribile sofferenza. Proprio perché ha sofferto più degli altri apostoli, proprio perché non ha saputo morire per il suo Maestro, ora si rifugia nella disperazione. Essere morti fa meno male che essere vivi. C’è qualcosa di grande e di puerile insieme, in questa rabbia di Tommaso.

4. Soffrire di non amare è già un segno di amore. Soffrire di non poter credere e sperare, forse è la forma di fede della nostra epoca, una forma discreta, tragica, ma sincera e leale. Tommaso si mise contro tutti. Il primo protestante della storia è lui! Se fosse stato conformista, sarebbe diventato un mediocre cattolico e mai avrebbe detto: “Mio Signore e mio Dio!”. Diventando un protestante, si è preparato ad essere un fervente cattolico. Gli apostoli erano tanto infuriati per la sua ostinazione che volentieri lo avrebbero preso a pugni per costringerlo a credere (è il metodo della violenza cattolica che conta numerosi seguaci, ieri e oggi!). Gesù però si è schierato dalla parte di Tommaso. “Tommaso, ecco il mio corpo. Fa’ quello che vuoi!”. Non c’è stato peggior castigo per Tommaso dell’aver ottenuto quanto aveva chiesto! Adesso non aveva più voglia di verificare; avrebbe dato qualunque cosa pur di non mettere le sue mani nelle piaghe di Gesù, per non sentire quel dolce rimprovero: “Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno”. Doveva invece toccare, per docilità, per pentimento; non come chi vuole accertarsi, ma come chi compie un pellegrinaggio. Folgorato, è caduto in ginocchio: “Mio Signore e mio Dio!”. È il primo che chiama Gesù “Mio Dio”. Da questo Tommaso dubitante e violento, Gesù ha ricavato il più bell’atto di fede. Questo è il lavoro del Signore: fare di tutte le nostre colpe delle felici colpe. Stiamo attenti! Le nostre preghiere sono sempre esaudite, e il Signore è a volte così buono da ascoltare anche le preghiere sbagliate. Concede al figlio prodigo la parte di eredità che gli spetta, pur sapendo quale triste uso ne farà. Calma la tempesta sul lago, ma poi rimprovera gli apostoli perché non hanno fede. Felici noi se saremo saggi, se avremo un po’ di pazienza e di fiducia. Facciamo a Dio l’unico dono possibile quaggiù: credere a Lui un po’ prima di averlo visto, credere al cielo un po’ prima di entrarci. Che l’avventura di Tommaso sia la felice conclusione per molti di noi in ricerca di Dio: che possiamo imitare Tommaso non solo quando dichiara di non credere, ma anche quando continua la ricerca, che lo porta a quel grido finale di fede: “Mio Signore e mio Dio”.

Il primo giorno dopo il sabato

5. L’evangelista Giovanni, con la sua insistenza sul dato cronologico (per due volte “nel primo giorno dopo il sabato”), vuole insegnarci che la domenica, cioè “il primo giorno dopo il sabato”, diventa il giorno del Signore. Quando il cristianesimo divenne la religione dominante, la domenica prese il posto del sabato ebraico, e nella domenica i cristiani possono osservare il comandamento “Ricordati di santificare le feste”. Santificare le feste significa fare tre cose:
▪ fare della domenica un giorno “per Dio”: dopo sei giorni di lavoro, di occupazioni, di preoccupazioni, è necessario fermarsi, riflettere, pregare, e la partecipazione alla messa domenicale diventa l’occasione privilegiata;
▪ fare della domenica un giorno “per se stessi”: Dio ha stabilito per l’uomo un giorno per riposare, stare in famiglia, ritrovare la libertà; l’uomo ha bisogno di staccare la spina; andare allo stadio, in discoteca, per esempio, sono forme di svago collettivo e lecite; i giovani hanno il diritto di scegliersi i loro svaghi, come fanno i grandi; il male comincia quando questi momenti di festa vengono caricati di attese esagerate o assumono forme pericolose come orari, alcolici, stupefacenti, e allora “il giorno dopo il sabato” non evoca più l’idea della festa ma quella dei morti sulle strade;
▪ fare della domenica un giorno “per gli altri”: si può, si deve trovare il tempo per fare del bene, per essere utile a qualcuno, per fare fiorire la gioia sul viso di un anziano o di un malato; anche questo è un modo di santificare la festa.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano

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